Beautiful losers. Intervista con Zac Goldsmith (da Il Foglio del 3 maggio)

LONDRA – “Guarda la mia squadra di volontari. Sono molto internazionali e anche il resto di Londra è così”. E’ un sabato pomeriggio di fine campagna e Zac Goldsmith raggiunge un manipolo di sostenitori in una stradina assolata dell’ovest di Londra, quartiere ricco in cui già piace a tutti. Folla giovane da country club, belle donne molto truccate, una ragazza gli porta un coniglietto vivo e grassottello come portafortuna e Zac sorride a tutti, stringe mani con il suo spezzato blu – si sospetta – meno splendido di quelli che indossa di solito. Se l’aria è kennediana che più kennediana non si può, le maniere restano quelle gentili e quasi schive del ragazzo molto educato, quasi troppo.

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Del piglio da politico consumato non c’è traccia, della pirotecnia di Boris Johnson neppure e proprio il carisma di quest’ultimo, stando ai sondaggi, sarebbe il grande assente della campagna di Zac per la City Hall. Per questo gli elettori sarebbero più orientati a premiare il self made man Sadiq Khan, laburista di lungo corso e di area milibandiana (tendenza Ed) nato in una casa popolare a Tooting da genitori pakistani, nonostante la sostanziale somiglianza delle politiche proposte dai due candidati: niente espansione dell’aeroporto di Heathrow, entrambi vogliono investire nella rete di trasporti e avviare un programma di edilizia a costi sostenibili, entrambi parlano molto di inquinamento e ambiente. YouGov profetizza 20 punti di vantaggio per Khan, che si è anche impegnato ad abbassare il prezzo dei trasporti londinesi – “promesse che costerebbero 1,9 miliardi di sterline, ma se uno toglie 1,9 miliardi di sterline dall’infrastruttura dei trasporti ottiene un disastro assoluto per Londra”, spiega Zac.

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Con due candidati distinti da una oceanica questione di classe ma uniti da una mancanza di proposte forti, il voto del 5 maggio non ha scaldato gli animi e non sorprende: gli occhi sono tutti al referendum del 23 giugno. “La Brexit non è un problema del sindaco, il suo compito è aspettare la decisione dei britannici e farla funzionare, qualunque essa sia”, spiega Goldsmith al Foglio, aggiungendo che lui, in quella campagna lì, non è coinvolto. Eppure il figlio di James Goldsmith, leggenda in materia di euroscetticismo e di molto altro, l’ha detto chiaro e tondo: voterà per uscire. Se il 23 giugno la maggioranza si esprimesse allo stesso modo “Londra diventerebbe ancora più internazionale” secondo lui, che ritiene “da pazzi” pensare che la capitale britannica possa riavvolgere la pellicola e tornare tutta inglese. “La Brexit non è questione di alzare i ponti e di dire no agli stranieri. Magari per alcune persone lo è, ma penso che per la stragrande maggioranza il problema sia di democrazia”, prosegue, e lì si capisce che siamo nel terreno delle convinzioni radicate di un globalista nato, lontano anni luce dall’antieuropeismo insulare e identitario di un Nigel Farage o di molti membri dei Tories, partito che – a sentire lui – non è affatto spaccato ma solo attraversato da un “dibattito civile su una questione importante”. La questione, in questa primavera prereferendaria, dilania un po’ tutti: “La comunità finanziaria, Londra, il Labour, la maggior parte della gente se si guarda ai sondaggi, sono tutti divisi sull’Europa”.

Sebbene nel partito conservatore la faida in corso tra gli europragmatici di David Cameron e il capitano di ventura della Brexit Boris Johnson sia di quelle violente – “è una questione enorme e per questo siamo arrivati al referendum, ma il mio partito non è diviso” – per Goldsmith bisogna guardare al Labour e solo al Labour per vedere un partito sull’orlo della rottura. “Il partito impazzito, diventato matto”, lo chiama nel breve discorso ai suoi sostenitori, e non ci sarebbe modo per Sadiq Khan di allontanarsi da questa verità: un voto per lui è un voto per il Labour di Jeremy Corbyn. “Il Labour è in stato confusionale vero. Un numero molto sostanzioso di moderati del partito non lo riconosce più e ci sono ferite aperte sull’antisemitismo, con cui ora devono fare i conti. E’ diventato un vero problema, dall’alto in basso”. Fosse l’unico. “Il Labour non è mai stato così ostile alle imprese, il leader ne parla come del vero nemico e cita gli scioperi come arma finale”. Quasi quasi si accalora, Zac. “Penso che il Labour sia conciato veramente male e che questa sia una prospettiva terrificante non solo per gli elettori ma anche per i membri del Labour”. E poi deve parlare con il governo, il sindaco di Londra. “Il mio rivale non è in grado di farlo, è troppo tribale”.

Ma nelle ultime settimane l’argomento più contundente usato da Zac contro Sadiq è stato quello della presunta morbidezza di quest’ultimo nei confronti dell’estremismo islamico. Domenica scorsa un suo articolo sul Mail on Sunday dal titolo “Giovedì consegneremo davvero la più grande città del mondo ad un Labour che pensa che i terroristi siano suoi amici?” era illustrato, con mano decisamente pesante, da una foto degli attentati del 7 luglio 2005. Una mossa che in molti, anche tra i conservatori, hanno definito sporca, indegna dell’olimpico Zac e dietro la quale si intravederebbe la mano, pesante ma infallibile, di Lynton Crosby, stratega politico di Cameron e massimo teorico della strategia del “gatto morto”: si butta sul tavolo un gatto morto, o qualcosa di pari sgradevolezza, per fare in modo che tutti ne parlino disogliendo l’attenzione dal resto (il resto è che un Alcibiade miliardario ecologista e diligente, per dirla con il Financial Times, “non è una condanna, ma neanche un grande punto di forza” e che alla sua campagna mancherebbero alzate d’ingegno).

Zac nega i colpi bassi a Sadiq, “un candidato molto determinato e deciso”, e proseguendo la sua chiacchierata con il Foglio puntualizza: “Non mi sono mai riferito alla sua religione, o alla sua etnia o alla sua provenienza familiare. Mai. Mai. In nessun momento. E’ una costruzione del Labour. Ho messo in discussione il suo giudizio perché in passato ha dato spazio di parola, ossigeno e anche scuse a gente che è dal lato molto sbagliato della battaglia ideologica più importante con cui abbiamo a che fare”. Le domande sull’estremismo andavano fatte, come già in passato sono state fatte a Jeremy Corbyn da Yvette Cooper in maniera del tutto legittima. “E’ giusto che lui risponda e che nessuno cerchi di aggirare la questione facendo accuse a caso di razzismo in maniera totalmente irresponsabile e sbagliata”.

Anche perché se Zac sarà eletto, promette, farà una squadra bilanciata da un punto di vista sociale, etnico, di genere. “Penso alla polizia. Se vuoi che la gente rispetti la polizia, occorre che la polizia rispecchi la gente”, continua Goldsmith prima di proseguire sul suo progetto di fare di Londra una grande Richmond – la costituency dove è stato eletto 6 anni fa, famosa per il parco coi cervi – tutta verde ed ecologica con la crisi abitativa risolta e la banda larga superveloce per tutti. “Se sarò eletto Londra diventerà la città più verde e pulita del mondo. Abbiamo tutti gli strumenti per riuscirci. Si tratta di promuovere le biciclette, le passeggiate, gli spazi verdi, l’energia solare”, si accalora Goldsmith, che per anni è stato direttore del settimanale The Ecologist (di proprietà di suo zio) e ha fatto da consulente a Cameron in materia ambientale. Ma Richmond è un quartiere così ricco… “Accanto ai ricchi c’è la gente povera, sacche di privazione che forse soffrono più che altre persone nel paese perché se sei povero in una zona ricca le difficoltà a cui devi far fronte sono sproporzionate”. Non è l’esperienza che manca, sostiene: “Non c’è un problema che mi sia stato posto durante la campagna elettorale che non sia già stato posto nella mia constituency”.

Quando fu eletto, anche Boris Johnson aveva all’attivo solo sette anni da deputato per Henley e un passato da giornalista e scrittore, veniva da una famiglia dell’alta borghesia internazionale e privilegiata, aveva una sorella famosa – l’arguta Rachel, giornalista, scrittrice e direttrice del magazine ‘The Lady’, personalità ben più robusta e poliedrica rispetto alla socialite engagée dai capelli color miele Jemima – ed era accusato di non avere abbastanza esperienza per diventare il secondo sindaco di Londra dopo Ken Livingstone, comunista vintage dalle uscite imbarazzanti che aveva fatto fare alla città qualche balzo in avanti – Oyster card per la metro, candidatura alle olimpiadi del 2012 – nonostante la mentalità retriva che sta venendo fuori con violenza proprio in questi giorni nello scandalo sull’antisemitismo nel Labour. Ma è sotto Boris che Londra ha preso a scintillare sul serio, grazie anche alle capacità istrioniche di un sindaco che ha fatto di se stesso e della sua presunta goffaggine un brand, come quando si fece immortalare sospeso a mezz’aria su una fune a Victoria Park durante le Olimpiadi del 2012, diventando il testimonial giocherellone e accattivante di uno degli eventi più riusciti nella storia della capitale britannica. In una classe politica di ex public schoolboys eleganti e pettinati, Boris ha giocato la carta del public schoolboy genio e discolo per andare incontro alla gente e ha funzionato. “La storia dell’occupazione a Londra è una storia positiva. Ci sono più lavori e imprese di quante ce ne siano mai state in passato. Da quando Boris è stato eletto otto anni fa ci sono 250mila imprese in più, e il mio lavoro è rendere questa città ancora più favorevole alle imprese”, spiega Zac – uno difficile da immaginare con un casco giallo sulla fune – prima di aggiungere: “I sindaci non creano posti di lavoro, ma garantiscono le condizioni affinché ciò avvenga. Intendo lavorare con il governo per fare in modo che la città abbia un regime fiscale che sia favorevole alle imprese”. E quindi ce la farà, Zac Goldsmith? “I miei trascorsi dimostrano che posso, e che tu sia onesto e voglia mantenere le promesse”. E cosa manca allora? “Non ti dirò i miei difetti a cinque giorni dal voto”.

Nostalgia, italofobia e ballata dell’expat

Giugno è il mese più crudele per chi vive all’estero. Tutto l’entusiasmo per un anno produttivo e ricco, ma anche l’eventuale sollievo per la fine di un inverno impegnativo di solito vanno a schiantarsi contro le nuvole di un’incerta primavera belga, di un’umida estate inglese, di un plumbeo cielo tedesco. Nel giro di poco tempo, l’articolato trascorso esistenziale e professionale dei mesi precedenti si riduce ad un “voglio una fetta di cocomero, voglio tre mesi di caldo, voglio correre con i sandaletti sulla spiaggia, mi manca l’Italia”. E ci si sente un po’ riportati alla casella di partenza dell’integrazione, allo smarrimento dello sbarco all’aeroporto estero, alla goffaggine del primo caffé ordinato in un bar (Pagare prima? Dopo? Prendo il cornetto mentre mi fanno il caffè, dove sta il vassoio? Ma perché non c’è il bancone?).

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Giugno di solito è il momento più duro perché è quello in cui è più facile cadere in un cliché, e il cliché dell’italiano all’estero a cui manca il sole è uno dei più tristi dell’ultimo decennio (anche dell’ultimo secolo, ma le ragioni sono così diverse che è inutile fare paragoni). Ed è brutto fare tanta fatica per poi ritrovarsi ad essere un cliché. Tanto più che da quando i media hanno deciso di prestare attenzione al fenomeno, la ricchezza del panorama di coloro che per un motivo o per l’altro vivono all’estero è stata spinta a forza nello stampino della lamentela nei confronti della madrepatria oppure, peggio ancora, del lirismo dell’esiliato, con titoli tipo “All’estero da 25 anni, ma la vecchiaia la sogno in Italia”. Negli anni d’oro del berlusconismo, lo stereotipo si era arricchito di un romantico côté da rifugiato politico e l’intellettuale italiano era diventato un pezzo immancabile della batteria dei dissidenti. Invece di cogliere l’occasione per cercare di capire quali fossero e siano ancora oggi le potenzialità del fenomeno, la stampa è andata soprattutto a ritagliare la figurina bidimensionale di chi non è partito perché curioso, ma è partito perché triste, facendo dell’estero tutto una sorta di grande salon des refusés alla riscossa.

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Quando sono andata a Bruxelles, più di otto anni fa, tutto mi sentivo tranne che un cervello in fuga (su quanto sia brutta questa definizione è stato detto già tutto). Me ne sono andata perché mi sembrava ovvio andare a provare nuove strade e vedere posti diversi. Più che essere insofferente verso i difetti dell’Italia, riservavo la mia stanchezza a certe dinamiche un po’ stantie da ufficio e, non intravedendo grandi prospettive a breve, un bel giorno sono partita, andando a raggiungere un manipolo (relativamente sparuto ai tempi) di italiani. Associavo alla parola ‘expat’ le famigliole fiche con i bambini biondi negli aeroporti, non pensavo che l’Italia fosse un posto invivibile e non scorgevo nessun sintomo di una particolare tendenza storica nella mia scelta molto personale di andare a prendere un po’ di pioggia al Nord. Sei anni di crisi della zona euro e la situazione non potrebbe essere più diversa. Camminando per Londra ci si rende conto di essere davanti ad un esodo biblico di italiani di ogni provenienza ed educazione che vengono qui per fare anche lavori umilissimi ed è difficile, tornando in Italia, non essere avvicinati da qualcuno che chiede: “Ma è vero che all’estero ci sono molte più opportunità?”

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Le opportunità ci sono, come dimostrano i connazionali che lavorano nella City o che popolano le università. Poi, certo, tanta gente finisce a lavorare da Costa, da Starbucks o nei ristoranti, e chiamarlo passo avanti può sembrare difficile. Però intanto si impara l’inglese, si vede come funziona un’organizzazione efficiente, si vive in un posto diverso e vivace, si hanno colleghi di tutte le nazionalità e magari si scopre pure di avere un po’ di spirito imprenditoriale. Condizioni dure, ma non asfissianti come quelle da cui si fugge, e che ad ogni modo consentono di diventare più realisti, di emanciparsi dalla famiglia e dallo stallo esistenziale, di mettersi alla prova in un posto diverso, organizzato e prevedibile, e di prendere le misure di cosa si può riuscire a fare nella vita. Mica poco.

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L’ironia su chi va a Londra e finisce magari a fare il cameriere è una delle cose più squallide e meschine di questi anni. Nei bar e nei ristoranti ho incontrato ingegneri aeronautici ed economisti, appena arrivati. Magari sono ancora lì a servire pizze, ma se non hanno trovato un lavoro migliore forse possono farsi quell’esame di coscienza che in Italia si rimanda all’infinito, perché ci sono sempre troppe ragioni obiettive che nulla hanno a che vedere le proprie qualità per le quali si rischia di non fare carriera. Londra te lo dice subito se non sei un ingegnere aeronautico bravo, se un certo settore sta morendo, e non ti inganna per anni trascinandoti nelle sabbie mobili dell’incertezza. E’ dura e brutale, ma mai disperata: se non riesci da una parte, vai a cercare altrove. 

La caccia alla volpe continua in città (da ‘Il Messaggero’ dell’11 febbraio)

Non tutti lo sanno, ma sono più di 10.000 le volpi che vivono nelle strade, nei parchi e nei giardini della capitale britannica. Appaiono all’improvviso per le strade, scorrazzano nei parchi e si nascondono volentieri nei giardini dei londinesi, che per ora hanno tollerato piuttosto bene la convivenza con gli animali dal pelo rossastro. Un quieto vivere che potrebbe essere definitivamente finito la settimana scorsa quando una bestiola è entrata in una casa nella zona sud della città e ha attaccato un neonato, mordendogli un dito fino a staccarlo (fortunatamente i chirurgi sono riusciti a rimetterlo a posto) e lasciandogli numerose ferite sul viso. Un incidente che ha subito riportato alla memoria quello, anch’esso gravissimo, avvenuto nel 2010, quando due gemelline di nove mesi furono aggredite da una volpe entrata nella loro stanzetta che le aveva morse e aveva lasciato a tutte e due ferite profonde che ci metteranno anni a rimarginarsi.

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“Possono sembrare tenere e romantiche, ma le volpi sono anche una piaga e una minaccia, soprattutto nelle nostre città”, ha dichiarato il sindaco Boris Johnson, chiedendo alle autorità locali di raccogliere dati e agire, con l’idea di procedere se necessario ad un abbattimento selettivo. Gli animalisti, da parte loro, minimizzano. “E’ estremamente raro che una volpe attacchi un bambino piccolo o qualunque altra persona”, ha puntualizzato la portavoce di una importane charity animalista, osservando che solo la paura può rendere gli animali aggressivi. Resta il fatto che la volpe rossa urbana, seppur bella a vedersi, è un animale sporco, sempre più sfrontato e aggressivo, che si nutre di avanzi, di insetti e di animaletti, porta malattie come la rabbia e distrugge i giardini. Secondo molti attacca anche cani e gatti, ma anche su questo le opinioni sono divergenti. Una delle raccomandazioni principali delle autorità è quella di fare attenzione che la spazzatura non sia lasciata in giro e che tutti gli alimenti che possono fare gola alle volpi cittadine, brutta copia delle eleganti cugine campagnole, siano tenuti al riparo dalle loro grinfie.

Cercare casa a Londra – Ein Bildungsroman

Domani, per dire, ne visitiamo otto. La settimana scorsa, tra una cosa e l’altra, tra me e lui, una decina. Prima dell’estate così tante che non ce lo ricordiamo più. E non si vede la fine di quest’impresa che ci ha visti arrivare fiduciosi e candidi e che ci trova, pochi mesi dopo, diffidenti e scaltri come due contrabbandieri. La ricerca di una casa a Londra infrange ogni stereotipo sui britannici imperturbabili, ma ricorda tanto, per dinamiche, accanimento e dimensioni della preda, la caccia alla volpe. Come nell’aristocratica disciplina che sopravvive solo nell’immaginario di qualche corrispondente Rai, il divertimento e la soddisfazione si trovano nel rituale stesso, nelle chiacchiere con i compagni di avventura e nella scoperta di anfratti inesplorati di un luogo frondoso e inconoscibile. La volpe/casa è comunque più veloce di chi la insegue e per acchiapparla ci vogliono un metodo e una spietatezza che non sono alla portata di tutti. Alla nostra, allo stato delle cose, sì.

Ciascuno dei borough di Londra ha grossomodo le dimensioni di Trieste, quindi il primo passo da fare è assottigliare un po’ la mira. La selezione del quartiere da battere deve essere quasi chirurgica, perché è caratteristica nota della città quella di avere strade tranquille ed eleganti che diventano sciatte e inospitali dopo pochi metri. Poi si può passare ai siti – Zoopla o Rightmove – che sono come un catalogo di quello che c’è di interessante sul mercato. Scorrendo senza impegno le foto dei vari appartamenti è difficile non figurarsi a leggere Middlemarch davanti al caminetto di una Victorian conversion, oppure a vivere un’esistenza contemporanea e minimalista in qualche loft con vista sulla città. Anche quando della Victorian conversion si può puntare ad avere il sottoscala e il loft in questione avrebbe la cucina accanto al letto e l’armadio sul pianerottolo. Meglio essere realisti, perché l’unico richiamo letterario alla portata di tutti è quello dell’orfanello dickensiano.

I peggiori errori che ho fatto fino ad ora sono stati dovuti all’esperienza, e in particolare alla fuorviante esperienza di Bruxelles e dei suoi appartamenti ariosi ed eleganti. Ma ora le cose sono cambiate, e quando vedo un soffitto alto, una parete chiara ben levigata, una cucina proporzionata e funzionale, un salotto luminoso, senza chiazze di umidità, e un bagno con sanitari normodimensionati mi tengo alla larga, io. Innanzi tutto perché per come è strutturato il mercato immobiliare di Londra, so di non essere io a dover scegliere la casa. E neanche il mio fidanzato. Sono le banche e i 62 milioni e mezzo di britannici a cui dovrò rivenderla se e quando vorrò passare a qualcosa di più grande. E poi perché gli immobili validi in questa città vanno via come saette anche quando hanno la moquette macchiata, i divani a scarafaggione viola e il water circondato di led azzurri che sembra che debba decollare, dietro un eccesso di cura dei dettagli e di attenzione all’estetica può nascondersi davvero di tutto.

Quando vai a vedere una casa a Londra, quello che conta è l’invisibile. Il visibile (scarso) è lì davanti a te e non ci vuole molto ad immaginarti la partita di Tetris che dovrai giocare con i mobili e le tue cose. Chiariamo: è una città splendida e ha delle case bellissime, solo che rispetto a qualunque altra capitale europea le dimensioni sono molto ridotte e l’uso degli spazi non è altrettanto efficiente. A Parigi ho condiviso appartamenti che ho poi scoperto essere di 44 metri quadrati, ma nelle quali non mi sono mai sentita stretta perché avevano tutto, anche se in piccolo. A Londra una casa di 44 metri quadrati rischia di avere un corridoio di 8 metri quadrati e una cucina di 12. Ma non voglio tediarvi con i numeri. La cosa importante è che una settimana fa nella mia zona preferita ho visto un appartamento con gli stucchi, le scale e un grande salotto, due camere da letto con i caminetti, le sash windows e una cucina perfetta, e ho creduto di sognare. Solo che non piaceva agli altri 62 milioni di possibili acquirenti perché stava sopra ad un bar. E quindi non se n’è fatto niente.

A dire il vero c’era anche un altro problema: l’agente immobiliare, una sorta di Manuel Fantoni locale. Ci ha raccontato una lacrimosa storia sui padroni di casa, due anziani giornalisti africani a cui la banca non rinnovava il mutuo vista l’età avanzata (balla n.1) e che avevano quindi bisogno di vendere subito (balla n.2). Lui, pensate, era il doppiatore dei Teletubbies (balla n.3), mentre lei era così affezionata alla casa che stava scegliendo i lampadari da mettere prima di venderla (a me pare una balla). “Old people are like that, you know… Un leasehold di 105 anni, no anzi di 113 (balla). Abbiamo avuto un’altra offerta, molto più alta e tutta in cash (balla), ma abbiamo preferito la vostra (se non è una balla sono matti). No quella casa identica che avete visto in un’altra agenzia che sostiene che i proprietari siano scappati non c’entra niente (ballissima)…”. Ah, e aggiungo io: l’agenzia aveva un sito internet finto, non aveva mai venduto una casa ed era registrata con due nomi diversi.

Con il cuore spezzato, abbiamo guardato avanti. Ma evidentemente la lezione ancora non l’avevamo imparata, visto che ci siamo rivolti all’equivalente senza bar del nostro ideale di casa. Agenzia immobiliare seria, casetta vittoriana leccatissima in una stradina verde, prezzo perfetto per noi, due stanze da letto, un livello di restauro quasi maniacale del bagno di marmo color caramello e della cucina-astronave con ripiano scintillante come una discoteca e con una fila di led azzurri (rieccoli) lungo il pavimento. Il ‘sendero luminoso’ continuava anche in bagno, ma io, accecata dalla prospettiva della casa, cominciavo a trovarlo di gusto, divertente, già immaginavo quando l’avrei mostrato agli amici e alla famiglia e avremmo lanciato magari una moda pure in Italia… Ancora non lo sapevo, ma il mio sguardo si era soffermato su una cosa che stava iniziando lentamente a tormentarmi: le tende del vicino del piano terra. Leziose, ricamate, maniacali, antiquate. “You don’t want a neighbour with curtains like that” non è una considerazione fatta da mia madre, ma da Gary, un rude tassista che mi aveva accompagnata a vedere una casa sull’orlo del crollo strutturale qualche settimana fa, enunciandomi durante il viaggio alcune regole d’oro per scegliere la proprietà da comprare. E infatti per via del vicino, personaggio a metà tra Norman Bates e l’inquilino di Polanski, abbiamo perso la nostra seconda casa ideale.

L’agenzia immobiliare ha fatto di tutto per nasconderlo, ma quando mi sono affacciata alla finestra della camera da letto e ho visto due grandi mazzi di fiori finti e un grosso bassotto di ceramica appoggiato su una sedia nel giardino del vicino, i pezzi del puzzle si sono ricomposti. Ecco perché tutte le volte che sono entrata nell’appartamento l’agente è corso a farmi strada e ha strappato via un foglio dalla porta, ecco perché tutta quella reticenza a parlare dei vicini, ecco perché la casa era sul mercato da quattro mesi e il prezzo era stato abbassato di quarantacinquemila sterline. Sulla porta c’era un foglio che avvertiva di pendenze legali sull’appartamento e il mio fidanzato, applicando la tigna giornalistica alle sue aspirazioni abitative, non solo ha chiamato gli avvocati e l’agente immobiliare e si è fatto spiegare tutta la faccenda (di quelle che ci metteranno secoli a risolversi). Ma si è anche spinto a bussare alla porta del vicino stesso, in una sera di pioggia. Ritrovandosi in una stanza tutta ninnoli, piena di ritratti di bassotti, con quest’uomo tedesco di mezza età che con fare languido lo invitava a mettersi comodo mentre gli mostrava le montagne di faldoni legali e si lamentava di ‘qvesti pazzi che accendono lafatrice alle oto di sera’.

Anche da questo ci siamo rialzati e siamo pronti a ricominciare. Domani. Mentre fissavo gli appuntamenti con le agenzie immobiliari, oggi un ragazzo gentile al telefono mi ha chiesto dove abitassi esattamente.

“E’ necessario che io le dia tutte queste informazioni?”

“Sì, da noi è prassi, per ragioni di sicurezza.”

“Che c’entra la sicurezza, mi scusi?”

“Sa, noi entriamo da soli nelle case con la gente, semmai mi dovesse succedere qualcosa di brutto…”

“Tipo essere picchiato da un cliente?”

“Tipo essere picchiato da un cliente, esatto”.