Nove figli e non sentirli. La versione di Helena, ceo stellare della City e madrina del casino organizzato (da Il Foglio del 14 febbraio 2018)

LONDRA – Con la vita di Helena Morrissey se ne potrebbero fare una dozzina, di esistenze normali: lei ha cinquantadue anni, una carriera stellare nella City di Londra, nove figli, un nipote, e un indispensabile marito, Richard, che ha mollato tutto per crescere la prole, stare accanto alla moglie e, una volta finiti gli anni più ruggenti per il famiglione, diventare monaco buddhista. (continua qui)

Anna Soubry, la Tory anti-Brexit meno mansueta di Westminster (da ‘Il Foglio’ del 19 gennaio)

LONDRA – Il ritratto della Thatcher in stile Andy Warhol appeso nell’ufficio di Anna Soubry ha i colori più tenui dell’originale, quasi zuccherini. «Non dobbiamo mai farci bullizzare», trilla allegra la deputata conservatrice aguzzando gli occhi azzurri, e per un momento sembrerebbe quasi alludere al fatto di essere donna. In realtà si riferisce ad un’altra categoria che sta vivendo una gloriosa stagione di riscatto: gli europeisti britannici. (Continua a leggere qui)

Dalla Austen alla Brontë, da George Eliot alla Woolf, le amiche geniali (e segrete) della storia della letteratura (da Il Messaggero del 16 ottobre)

LONDRA – Le grandi scrittrici della storia le si immagina, chissà perché, come creature solitarie, recluse nelle loro stanze, con solo qualche parente con cui confidarsi e tante ore di noia in cui far lavorare una fervida immaginazione. E mentre le amicizie tra Ernest Hemigway e Francis Scott Fitzgerald o tra Byron e Shelley sono diventate materia di leggenda nella storia della letteratura, i legami che hanno segnato la vita di molte delle più grandi scrittrici di tutti i tempi sono stati spesso cancellati dalle loro biografie o perché ritenuti insignificanti o perché troppo complessi per sopravvivere al rullo compressore della morale dei tempi. Ad esempio Jane Austen aveva un’amica geniale: Anne Sharp, la governante di sua nipote, vivacissima, brillante scrittrice di pièces teatrali mai pubblicate e animata da quelli che Cassandra Austen, sorella di Jane, definirà «sentimenti ardenti» verso l’ autrice di Orgoglio e pregiudizio.

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I loro fitti scambi sono stati cancellati da un falò di lettere compiuto dalla stessa Cassandra dopo la morte di Jane e da una biografia scritta dal nipote della Austen in cui viene plasmata la perdurante immagine dell’arguta zitella icona di virtù domestiche. Della Sharp non si è più saputo nulla fino a quando due studiose, Emily Midorikawa e Emma Claire Sweeney, hanno deciso di indagare sulle ‘amicizie nascoste di Austen, Brontë, Eliot e Woolf’ basandosi su uno studio minuzioso delle lettere e dei diari delle scrittrici e della loro cerchia di amicizie. ‘Una sorellanza segreta’, pubblicato a giugno nel Regno Unito da Aurum Press, oltre a rendere un gran servizio al mondo della ricerca letteraria, è una lettura tra le più piacevoli, solida nei contenuti, poco accademica nello stile. Per le famiglie di mezzi modesti, dare una solida istruzione alle proprie figlie era l’unico modo per assicurare che potessero mantenersi da sole in maniera onorevole, ossia diventando istitutrici. Questo era stato il destino della Sharp, nata in un ospizio per i poveri e quindi socialmente molto inferiore alla Austen, che pure versava in condizioni economiche precarie.

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«Jane trattava Anne come la sua amica letteraria più fidata, comprendendo sia il valore delle pieces teatrali che scriveva sia le limitazioni con le quali doveva scrivere per via delle esigenze del suo lavoro di insegnante», secondo le autrici, che osservano come la Austen abbia trovato nella Sharp un sostegno negli anni difficili dei rifiuti editoriali e la persona con cui confrontarsi sulla scrittura.

Un rapporto molto più conflittuale ma altrettanto intenso e fecondo è invece quello che ha legato per tutta la vita una delle altre grandi recluse della letteratura britannica, Charlotte Brontë, che fin dagli anni del collegio a Roe Head subirà l’amorevole pungolo della scrittrice e giornalista femminista Mary Taylor, che dopo averle detto «sei molto brutta» in uno dei loro primi incontri cercherà di convincerla ad essere più coraggiosa nelle sue scelte, più indipendente dalla volontà del padre e soprattutto più rivoluzionaria nei suoi scritti. Dal Belgio, dove le due andranno insieme a studiare, fino alla Nuova Zelanda, dove Mary si trasferirà per scoprire un nuovo mondo, la loro amicizia avrà un respiro ben più ampio delle ventose brughiere dello Yorkshire dove le Brontë sono state relegate nell’immaginario collettivo. Anche la Taylor è stata espunta dalle narrazioni della vita dell’autrice di Jane Eyre e del ben più ‘politico’ Shirley, sottovalutata da una biografa attenta alle questioni di opportunità come Elizabeth Gaskell.

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Una relazione nota ma poco esplorata è invece quella tra due monumenti della letteratura come l’inglese George Eliot, al secolo Mary Ann Evans, e l’americana Harriet Beecher Stowe, che con il suo La capanna dello zio Tom diventò, secondo le parole di Abramo Lincoln, «l’autrice di questa grande guerra», ossia della guerra civile americana. Le due non si incontrarono mai, ma tra la piovosa Londra e gli aranceti della Florida per undici anni viaggiarono lettere dense e calorose, con notevoli reticenze a parlare di alcuni temi come il fatto che la Evans non fosse sposata con l’uomo con cui viveva o come il penchant della Beecher Stowe per le sedute spiritiche, «forma più bassa di ciarlataneria» secondo l’autrice di Middlemarch. Che verso la fine della sua vita, forse ispirata dal capolavoro della sua amica, decise di sfidare il clima di antisemitismo dell’epoca e di narrare, in Daniel Deronda, le vicende di un personaggio ebreo. L’ultimo esempio analizzato dalla Midorikawa e dalla Sweeney è quello della gran sacerdotessa del modernismo Virginia Woolf e della neozelandese Katherine Mansfield, rapporto spesso rubricato come pura rivalità. E invece anche lì, come spiegano pagine documentate e avvincenti, c’era vero affetto, con qualche venatura saffica e tutta la dirompente, impareggiabile energia creatrice che solo un’amica geniale sa dare.

Dalla soffitta del computer/ Martin ti presento Germaine. La lunga lettera di una Greer innamorata ad un Amis indifferente. (2015)

 

C’è solo una cosa più toccante di una lettera d’amore, ed è una lettera d’amore mai spedita. Il fatto che certe parole di non abbiano superato neppure la labile censura di una mente ossessionata le pone in una luce diversa agli occhi del lettore: più sincere, meno narcisiste, sicuramente più disperate. Soprattutto quando sono state scritte da una che da sempre dice tutto quello che le passa dalla testa come Germaine Greer, scrittrice e femminista australiana, e sono indirizzate ad uno dei più grandi romanzieri viventi, Martin Amis. In queste giornate tristi e amarissime, scoprire l’esistenza di una lettera lunga 60 pagine ha suscitato in me uno strano piacere, come se da un ghiacciaio fosse venuto fuori un regalo inaspettato. E’ stata iniziata all’aeroporto di Londra il 1 marzo del 1976 quando la Greer, già famosa per il suo libro più importante, ‘L’eunuco femmina’, stava lasciando Londra per iniziare una tournée di presentazioni e conferenze negli Stati Uniti. Ma prima di andarsene dalla città, come racconta The Guardian in un lungo articolo, doveva raccogliere un po’ di pensieri in un quadernino a cui aveva dato un titolo: “La lettera lunga ad un amore breve, oppure…”

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“Mi sorprende – si legge in uno dei pochi passaggi pubblicati sulla rivista letteraria Meanjin – che con quei capelli color tabacco e con quelle ciglia nere e arruffate tu non abbia occhi marroni. I tuoi occhi sono di un colore freddo, una sorta di blu-grigio da aviazione militare, e curiosamente irriflessivi. Li fai scivolare via da molte cose e osservi la gente attraverso le tue palpebre spesse, sotto i tuoi capelli, le tue sopracciglia, le tue ciglia. Guardi le bocche più che gli occhi. E’ perché non ti piace guardare in alto? Risulti molto schivo e aggraziato e seducente, come sai bene”. Amis, che all’epoca aveva un viso da Mick Jagger e più amanti di quante riuscisse a gestire, è un uomo molto piccolo di statura. Lei aveva 37 anni, lui 11 di meno ed era già al suo secondo romanzo. Figlio di una personalità ingombrante come Kingsley Amis, scrittore prolifico e amato, “nella primavera del 1975 Martin era diventato famoso come suo padre, e mi sembrava che tutti lo cercassero, anche le persone più improbabili come Germaine Greer o Mark Boxer (un vignettista politico dell’epoca, ndr)”, racconta Julie Kavanagh, che fino a poco prima aveva fatto coppia fissa con Amis, aggiungendo: “’La garanzia più certa di avere successo sessuale è il successo sessuale’, dice Terry in ‘Successo’ mentre la sua fortuna con le ragazze sta cambiando, e Martin lo stava scoprendo di persona”.

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La storia con Germaine Greer era cosa nota, anche se Amis non ne parla nella sua autobiografia, ‘Experience’. Nella sua lunga lettera la scrittrice e critica letteraria, nonché donna dalla schiettezza impareggiabile anche quando è totalmente fuori luogo – ha partecipato al Grande Fratello delle celebrities, per dirne una – non lesina critiche all’ultimo romanzo dell’amato, ‘Dead Babies’ (il titolo fu poi cambiato in ‘Dark Secrets’ nell’edizione economica): “Ti sei svuotato in pubblico. Non verrai ringraziato per questo. Non è la spiacevolezza della tua visione che suscita il biasimo, ma la vulnerabilità dell’autore, casualmente rivelata per una volta. Per quanto mi riguarda, mi rende smarrita di desiderio per te”.

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Una docente dell’Università di Melbourne, Margaret Simons, ha rinvenuto il testo mentre spulciava gli archivi della Greer, comprati nel 2013. Prima ha pensato di pubblicarlo integralmente su una rivista, poi, vista la qualità della scrittura e dei contenuti, si è ipotizzata una pubblicazione a parte, che potrebbe però non avvenire perché la Greer stessa ha ritenuto la lettera troppo piena di giudizi e di dettagli. In grado, a 40 anni di distanza, di ferire la persona con aveva una relazione ai tempi e molta altra gente coinvolta nelle vite di queste due persone così brillanti, così carismatiche e seduttive. La femminsta Germaine voleva qualcosa di più dal donnaiolo Martin, degno figlio di suo padre. “Ora so che non ti costringerò mai a leggere questa lettera. Il solo pensiero mi fa rimbombare il cuore, come se dovessimo andare in bagno insieme”, chiudeva nel 1976 la lunga lettera. Che forse nel 2016, censurata e modificata, arriverà al destinatario.

 

Punk e vecchi merletti, Vivienne Westwood si racconta. E suggerisce: “Non abbiate fretta. Continuate a leggere. Dite le cose come stanno. E poi pensate a voi stesse”. (Da ‘Il Messaggero’ del 10 ottobre)

LONDRA – “Non sono femminista. Le donne hanno molto potere, lo hanno sempre avuto”. Se a dirlo è Vivienne Westwood, una che nella vita ha fatto quello che le pareva e ha anche l’aria essersi molto divertita, viene da crederci. Il suo potrebbe essere definito ‘femminismo pragmatico’ o ‘pragmafemminismo’: con due figli avuti ben prima dei 30 anni, quando aveva accanto una figura maschile impegnativa (e, rivela lei, mai amata fino in fondo) come Malcolm McLaren, Vivienne è riuscita a fondare le basi di un impero della moda seduta alla macchina da cucire del suo appartamentino di Clapham, nel sud di Londra. E ad arrivare dov’è oggi, nella settimana dell’uscita della sua autobiografia, intitolata semplicemente ‘Vivienne Westwood’ e scritta a quattro mani con Ian Kelly, scrittore e autore famoso, tra le altre cose, per aver interpretato il padre di Hermione nella saga di Harry Potter.

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“Questa sarà la mia storia, la storia che mai nessuno ha scritto prima”, racconta al Messaggero, dicendosi “entusiasta” per il risultato del lavoro fatto e spiegando che all’origine della decisione di mettersi a scrivere ci sono due semplici costatazioni: “la vita merita rispetto” e “i morti meritano la verità”. Nel libro la Westwood, nata Vivienne Isabel Swire, ripercorre gli anni folli della sua relazione con McLaren, fondatore dei Sex Pistols e padre del suo secondo figlio Joe, nonché partner d’affari della stilista nel leggendario negozio di Kings Road, il SEX, uno dei monumenti assoluti della cultura punk. Un uomo “tremendo”, come disse all’indomani della sua scomparsa nel 2010, che le ha fatto del male. L’ammissione di vulnerabilità non fa che rendere ancora più forte il mito Vivienne, la quale con gentilezza spiega perché ha deciso di guardare al passato, lei che più di ogni altra con il passato ha giocato creando nel tempo uno stile basato sul rovesciamento irriverente di secoli di storia e di tradizione.

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Lei sembra avere avuto tutto dalla vita. Le è servito ripercorrere il suo tragitto?

Penso moltissimo alla mia famiglia e ai miei amici. Ho colto l’occasione dell’uscita del libro per fare un mea culpa, chiedendo scusa alle persone che amo, perché so che sono difficile. So di non essere una persona facile o una persona comune, la mia vita non è una vita ordinaria. Non ho il tempo di vedere i miei amici, o semplicemente di fare cose normali. A volte vorrei esserlo, una persona comune.

Che consiglio darebbe ad una se stessa più giovane?

Ci sono alcune consolazioni nell’essere più anziani, ed essere considerati in primo luogo come eccentrici… Guardo indietro e quasi non mi riconosco, o riconosco solo una piccola parte di quello che sono diventata, e penso, “Tu bambina stupida, stupida, come hai potuto essere così ingenua?“ Ma poi penso anche che è ingenuo chi vuole raggiungere una posizione ed è affamato dalla voglia di imparare. Questo è quello che direi a una Vivienne bambina, in realtà, è: “Non avere fretta. Continua a leggere. Dì le cose come stanno. E poi pensa a te stessa.”

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Lei da qualche anno ha rivolto le sue energie, che non sono poche, alla difesa dell’ambiente. Ma il suo messaggio, venendo da un settore frivolo e inquinante come quello della moda, non risulta un po’ paradossale?

L’industria della moda dovrebbe utilizzare materiali eco. In questo caso, stiamo realizzando abiti denim in cotone organico, che permette di risparmiare oltre il 50% di acqua rispetto ai sistemi standard di produzione. E poi ho accettato l’invito delle Nazioni Unite per sviluppare un modello di business che richieda il coinvolgimento di donne africane nella produzione di borse e accessori. Ho creato la Vivienne Westwood Ethical Africa Bags Collections.

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Quindi lei intende la moda come un veicolo di sviluppo?

Queste donne africane sono diventate indipendenti, basandosi sul proprio reddito, e questo ha permesso loro di riacquistare il bestiame, decimato dalla siccità, guadagnandosi la dignità e l’orgoglio sufficiente per far valere i propri diritti nella comunità. Questa non è carità, questo è un lavoro.
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Lei non sarà femminista, però punta molto sulle donne. Stella McCartney ha recentemente suscitato un putiferio per aver detto che la “forza di per sé in una donna non sempre risulta attraente”. Com’è la sua donna ideale ?

Una donna dovrebbe essere forte nelle azioni, dovrebbe impegnarsi a proteggere e salvaguardare il mondo. Tutte le donne dovrebbero essere colte, avventurose, audaci, amanti dell’arte e della lettura, con un po’ di glamour. Le donne devono essere attive, combattive e far valere i propri diritti, perché solo così potranno cambiare le cose. Queste sono le mie donne!

L’Amanda Knox della politica e il femminismo bipolare

Farsi carico di una fatica erculea come la riforma della Pubblica amministrazione con un bel pancione di molti mesi è forse, anzi sicuramente, una mossa azzardata. Così come sapere la suddetta riforma affidata ad una persona relativamente giovane può risultare meno rassicurante che vederla atterrare nel consueto safe pair of hands italico, senescente e opaco. Credo poi davvero che chi scelse Marianna Madia nel 2008 pensando di fare cosa gradita agli elettori più giovani sottovalutò come l’estrazione sociale privilegiata, il perdurante sospetto di essere raccomandata e una certa legnosità comunicativa la rendessero e la renderanno sempre vulnerabile ad attacchi feroci. Si poteva puntare su qualcuno di più bellicoso e efficace per sdoganare la questione giovanile in Italia, non c’è dubbio.

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Saranno pure cose vere, ma 6 anni dopo è possibile che della Madia si continui a dire solo che è una viziata raccomandata ecc ecc? Qualcuno si è speso a cercare di capire come abbia lavorato oppure si sta applicando a lei quella che è l’unica strategia messa a punto dai giornali italiani per contrastare il calo di vendite, una sorta di ‘Cherchez la femme’ in cui in ogni situazione si individua la figura femminile più avvenente (e quindi per definizione più attaccabile) e le si dà addosso fino a quando non ne passa una più interessante? Le altre donne del governo, come dice una mia amica saggia, le dovrebbero accendere un cero per tutte le critiche che sta attirando su di sé, facendo da parafulmine. Ma non dovrebbe proprio essere così.

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Per descrivere quello che si è scritto in questi giorni su di lei c’e’ solo una parola: misoginia. Non entro troppo nel merito della questione della maternità, situazione ingestibile a detta di molte (ma Marissa Meyer, Carme Chacon e Rachida Dati l’hanno fatto e a me viene da pensare solo che se una donna ha voglia di tornare a lavorare due giorni dopo il parto e il fisico le regge, sono grandissimi affari suoi) ma ritengo che rimanga comunque solo una scelta personale. Tra l’altro lei è al secondo figlio, quindi si sarà fatta un’idea di quello che l’aspetta, o no? Che abbia magari un compagno presentissimo non è passato per la testa a nessuno? Tra l’altro la sua scelta non mette in discussione il congedo di maternità, a cui comunque hanno diritto solo le lavoratrici più tutelate. Il problema politico principale di oggi, a mio avviso, riguarda piuttosto le altre, tutte coloro che fino a pochissimo tempo fa hanno dovuto firmare dimissioni in bianco, oppure le trentenni a cui viene surretiziamente chiesto se sono sposate e vogliono figli durante i colloqui di lavoro e che per questo magari vengono rifiutate o si scoraggiano, portando l’occupazione femminile ai livelli anemici che sappiamo.

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Dagli anni di Berlusconi in poi in Italia anche il femminismo è diventato bipolare, come tutto il resto: è soprendentemente ammissibile dirsi dalla parte delle donne pur ritenendo buona parte delle proprie consorelle fondamentalmente dedite al meretricio. Ma il femminismo, se ha ancora un senso, non può essere l’ultimo baluardo della distinzione ‘amor sacro amor profano’ e tutto deve fare tranne che definire la donna che merita la sua agguerrita difesa. Deve combattere per arrivare ad avere parità di condizioni sul lavoro e rispetto nella società. Negli ultimi anni si è parlato molto, e giustamente, di violenza sulle donne, ma la questione culturale non verrà mai affrontata seriamente fino a quando si continuerà a dare addosso ad una serie di malcapitate, magari nascondendosi ogni volta dietro il fatto che si tratta di eccezioni negative: quella perché è stata l’amante di quello, quella perché è scema, quella perché è raccomandata, quella perché non è bella, quella perché è troppo bella. Il ‘femminicida’ magari vuol bene alla mamma e alla sorella, ma non all’oggetto della sua aggressione, che ai suoi occhi è un’eccezione. L’anno scorso sono state uccise circa 130 eccezioni.

Ora si accetta che una donna incinta venga attaccata dalla stampa in una maniera feroce che poco ha a che fare con i risultati concreti del suo lavoro ma più su una serie di deduzioni sul modo in cui una bionda borghese di bell’aspetto relativamente giovane e politicamente scaltra (se fosse solo raccomandata ma non scaltra non sarebbe dove sta, temo) possa lavorare. Mi viene quasi il dubbio che un articolo lungo e argomentato sul perché non possa occuparsi di Pubblica amministrazione sarebbe considerato inopportuno e misogino, quello sì. Meglio colpire a vanvera. Vorrei solo che fosse chiaro che quando poi Brunetta o qualche sconosciuto inetto stagionato le dà della ‘ragazzina’ seguendo l’onda, in realtà sta insultando tutte le trentenni, mica solo lei, e tutte dovrebbero arrabbiarsi.

La prossima volta che si in rete si condividono con toni ammirati foto di trenta-quarantenni a capo di ministeri di peso in Svezia, Danimarca e Germania, sarebbe bene pensarci due volte prima di mettere un bel ‘like’. Non è detto, ma potrebbe essere un po’ ipocrita.

Il paragone inutile tra Frau e Lady, che in comune hanno solo le vittorie (da ‘Il Foglio’ del 28 settembre)

Entrambe influenzate da una figura paterna torreggiante, entrambe capaci di compiere un parricidio politico con freddezza e determinazione: la prima, Margaret Thatcher, nei confronti di Edward Heath, che l’aveva voluta nel suo governo; la seconda, Angela Merkel, nei confronti di Helmut Kohl. Tutte e due, la Lady di ferro e la cancelliera tedesca, hanno uno spirito analitico forgiato nei laboratori di chimica dell’università, e sono poi finite a rivoluzionare la storia politica dei loro paesi. Le analogie tra le due signore finiscono qui.

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Poco prima di scrivere l’articolo assassino in cui chiese le dimissioni di Kohl, Merkel spiegò in un’intervista che da bambina, ai corsi di nuoto, quando c’era da tuffarsi dal trampolino più alto aspettava fino all’ultimissimo minuto e saltava solo quando non aveva più scelta. “La Merkel si lascia sottovalutare, non esibisce mai il suo potere e men che meno le sue intenzioni”, dice al Foglio Matthias Krupa, corrispondente europeo di Die Zeit e cronista politico. “Anche nell’uccidere l’avversario, Merkel è cauta, aspetta che lui si faccia male da solo, procede felpata”, e non agisce mai per prima, a differenza della Thatcher, che lo scontro l’ha sempre cercato, voluto, vinto. “La rottura di Merkel con Kohl è stato un gesto unico, esemplare ma anche in qualche modo molto poco tipico di lei”, l’unico strappo nella grande tela di cautela che Angela Merkel née Kasner ha tessuto fin dalla giovinezza da ragazza dell’est.

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“Thatcher procedeva per confronti”, in armonia con un sistema britannico in cui le fazioni si scontrano frontalmente, spiega John Lloyd del Financial Times, osservando che la Lady di ferro “sentiva di dover scardinare il socialismo e i sindacati che tenevano arretrato il paese, mentre Merkel ha potuto sfruttare le riforme fatte dal suo predecessore e si è trovata un paese in buona salute”. E si è concentrata sull’Europa, dove persino le sue rotture hanno avuto il sapore del consenso. “Il loro stile politico è all’opposto, confronto contro consenso, grandi avanzate contro piccoli passi”, aggiunge Lloyd, che ricorda una Thatcher off the record fatta di battute taglienti e frontali, ma capace di ascoltare e imparare da tutti, curiosa del punto di vista di chiunque salvo poi liquidarlo con una frase delle sue – “Lei ha delle opinioni straordinariamente errate, Sir” – prima di girare i tacchi verso una nuova vittima.

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Ursula Van der Leyden, ministro del governo di Merkel, dice della cancelliera parlando ad Andrew Marr nel documentario della Bbc “The Making of Merkel”: “Lei sa che le persone si incontrano sempre due volte”. E agisce di conseguenza, con una riservatezza forse ereditata dallo stato paranoico in cui è cresciuta, mai in prima linea (quando cadde il muro di Berlino era in sauna, come sempre di giovedì) e contornata da una cerchia ristretta di persone di fiducia, un inner circle molto femminile fatto di due collaboratrici e di pochi altri. “Non ho mai conosciuto una persona che quando parla in pubblico è così diversa da come appare a chi ha la fortuna di scambiarci due chiacchiere in privato”, prosegue Krupa, che parla di una donna “molto piacevole e divertente” che diventa “inefficace quando parla in via ufficiale, su un palco o ai giornalisti durante le interviste”.

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A Merkel importa poco il linguaggio e ancor meno l’immagine, se che quando le chiedono cosa le piace della Germania risponde “le finestre ben sigillate”, se “ha un gran senso dell’umorismo che si guarda bene dall’usare in pubblico”: non vuole diventare il monumento di se stessa, il suo unico segno di potere è la fiducia nella propria capacità di ragionamento e preferisce sempre essere sottovalutata. Non si possono paragonare, la sfavillante centometrista Maggie e la misteriosa maratoneta Angie. Come se ce ne fosse bisogno, poi.

Le lacrime della Iron Lady, donna spaventosa ma tanto emotiva (da ‘Il Foglio’ dell’11 aprile 2013)

La gente in piazza che brinda per la sua morte non avrebbe fatto a Margaret Thatcher né caldo né troppo freddo. Al limite si sarebbe abbandonata a un pianto dei suoi e avrebbe analizzato i fatti attraverso la lente della più impietosa delle autocritiche, concludendo di aver fatto il suo dovere nella vita e mettendosi, alla fine, il cuore in pace. Charles Moore, uno dei giornalisti conservatori più famosi del Regno Unito che da 16 anni si occupa di scrivere una biografia in due tomi dell’ex primo ministro, vede così la donna che il Regno Unito sta piangendo, o vituperando, in questi giorni. Il 23 aprile, sei giorni dopo il funerale non-di-stato-ma-quasi di mercoledì, uscirà il primo volume del suo lavoro, che racconta la vita di Margaret Hilda Roberts dalla nascita alle guerra nelle Falklands, nel 1982, intitolato “Not for turning”. Il libro vuole essere definitivo e punta ad aprire una nuova fase della storiografia thatcheriana – basta con i giudizi viscerali, è tempo di analizzare i fatti.

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L’idea nasce dai consiglieri della Thatcher che, cinque anni dopo l’uscita di scena, le suggerirono di scegliere un giornalista al quale far scrivere le sue memorie e far spulciare documenti riservati archivi. Così è arrivato Moore, ex direttore dello Spectator e del Daily Telegraph, etoniano, conservatore, fan della Thatcher, certo, ma anche irriverente e critico sugli eccessi della finanza, ad esempio. “Mi chiese lei di essere il suo biografo – dice Moore al Foglio, in un’intervista rara, visto che ieri s’è lamentato sul Guardian: non scocciatemi, non parlo prima della pubblicazione – Di avere accesso ai suoi documenti personali”, come la corrispondenza con la sorella maggiore Muriel, morta nel 2004, “e io ho voluto fare un lavoro completo e comprensivo”. Moore non voleva finire come William Manchester con Winston Churchill, morto prima di snocciolare l’ultimo volume della corposa trilogia. “Ho cercato di raccontare ogni aspetto della sua vita”, anche le cose di cui Margaret odiava parlare e soprattutto leggere. Una tortura, per lei, tutta la sua vita privata in mostra, “ma le ho chiesto tanto, e ho scavato tanto”, spiega il biografo, con l’entusiasmo di chi sa di avere materiale molto interessante.

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“La Thatcher ha voluto che la sua biografia fosse pubblicata dopo la morte per non essere accusata di aver controllato i contenuti, tanto che non era autorizzata a leggerla”, prosegue Moore, precisando che no, Maggie non aveva la sensazione di essere stata fraintesa e non voleva che il libro fosse scritto per riabilitarla. “Non voleva addolcire la sua immagine, anche perché se sei un famoso primo ministro britannico lo sai che ci saranno un sacco di libri su di te, e puoi o ostacolarli oppure fornire del materiale, e lei ha scelto la seconda opzione”. Nessun controllo, nessun intento agiografico e nessuna censura sulle parti molto critiche – e ce ne sono, garantisce l’autore.

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Ma uno che ci passa una vita, sulla Iron Lady, cosa trova che gli altri non sanno? “La gente in generale non coglie un paio di cose”. Tipo? “Spaventosa, va detto, lo era, ma era anche una persona molto gentile con chi le stava accanto, aveva cuore e, soprattutto, aveva un’idea molto romantica della nazione e delle sue convinzioni. Una persona dai sentimenti forti, con la lacrima facile, ma sapeva che era importante essere fredda”. Thatcher emotiva, cos’altro? “La maggior parte della gente sbaglia l’analisi quando riporta la sua frase ‘la società non esiste’ – tutti si perdono la seconda parte: che ci sono gli individui e le persone, certo, ma anche che ‘la gente ha in mente troppo i diritti, senza gli obblighi, ma non c’è nessun diritto senza che prima ci sia un dovere”. Insomma, osserva il biografo, “hanno torto a pensare che fosse un’individualista libertaria atomistica”, aveva un’idea chiara “dell’ordine sociale, della legge, dell’individualità nella responsabilità sociale”.

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Non parla con i toni dell’innamorato, Moore, ma più come chi ha scalato una montagna e ne è fiero. “Anche prima della malattia, la sua memoria era inaccurata, era una persona così impegnata che si ricordava le emozioni, magari i dati, ma raramente l’ordine dei fatti. Non che non fosse attendibile, ma le cose andavano sempre riviste con i suoi assistenti e i politici dell’epoca”. Ma quant’era egocentrica, Maggie Thatcher? “Tanto, come tutti i potenti di quel calibro, però era anche interessata agli altri e soprattutto era molto critica con se stessa. Aveva un forte senso della missione, dell’obiettivo. C’erano vari aspetti straordinari in lei: energia prodigiosa, una capacità di lavoro e di concentrazione fuori dal comune e, a differenza di altri politici, assoluta mancanza di compiacimento”. Tanti altri politici si amano, si ammirano per le loro decisioni senza andare a vedere dove portano, mentre lei era “estremamente interessata ai risultati” e ha continuato “sempre a parlare un linguaggio non politico, da persona semplice”.

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Lo scopo della nuova biografia di “un personaggio così controverso” è di “cambiarne la narrazione”, inziare ad analizzare i fatti per quello che sono stati, visto che con Maggie tutti hanno fatto la stessa cosa: con lei o contro di lei. E poi renderla nella sua dimensione di donna. Come donna? “Sì, è stata sempre interamente donna, ha confuso gli uomini e ha sempre creduto nella superiorità delle donne”. Come individui, s’intende.