Se non ora, trent’anni fa: Margaret Thatcher, luci e ombre di una donna senza sfumature

Il mio parrucchiere, Paul, londinese schietto e cockney di una generazione di britannici irriverenti che a me personalmente già suscita nostalgia, mi ha sempre detto, tra una sforbiciata e l’altra, che lui e i suoi amici la bottiglia in fresco per quando sarebbe successo ce l’hanno da tempo, insieme ad un po’ di botti messi da parte ogni anno durante i festeggiamenti del Fifth-of-November. Ex ragazzone dinoccolato e simpatico, avventore ideale di qualunque pub del regno, Paul è working class, laburista nell’animo, coltiva felice il suo allotment la mattina prima di andare al lavoro, si arrabbia quando gli rubano i pomodori, legge tanto, viaggia, c’ha la stessa fidanzata da 25 anni e fa il parrucchiere, ma a sentirlo parlare si capisce che avrebbe potuto pure fare altro. E Margaret Thatcher l’ha sempre odiata, tanto, come quelli che oggi sul Daily Mash si sono limitati a titolare, con mano pesantissima, senza neanche nominarla: “Il Nord del paese è già sbronzo”. Salvo poi rivelare tutta la loro finezza scrivendo, subito dopo: “Persone che neanche sapevano chi fosse la Thatcher ‘estasiate’ per la sua morte”.

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Un punto di vista duro da capire da Londra, città opulenta o poverissima a seconda degli angoli di strada ma comunque viva, vivissima, mobile, dinamica. La povertà, nella capitale britannica, ha spesso i tratti dell’immigrazione più che di quella classe ex operaia che la Thatcher ha voluto abbattere appena mostrati i primi sintomi del declino e della lenta agonia nella quale sta tuttora morendo negli altri paesi occidentali. Ma basta uno sguardo distratto al Galles per capire i pesanti danni collaterali di una strategia di rilancio economico in larga parte efficace: fabbriche dismesse, famiglie lasciate senza un progetto, una ex working class diventata underclass senza un sistema educativo in grado di assicurarle uno spiraglio di mobilità. L’ex primo ministro, donna dall’intelligenza evidentemente superiore, non ha voluto o saputo pensare ad un’alternativa per quella società, vedendo al suo interno solo individui che, nella sua visione delle cose, si sarebbero dovuti organizzare individualmente per salvarsi da soli. Purtroppo, su larga scala, non funziona così e quelle fasce sociali senza identità né riferimenti rappresentano uno degli spettacoli più desolanti per chi arriva in questo paese.

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D’altra parte una che per tutta la vita ha tenuto la linea ‘o con me o contro di me’ difficilmente, quando muore, suscita giudizi sfumati. Nella girandola di ‘strega’, ‘santa’, ‘salvatrice’, ‘vampira’ e altri appellativi più o meno eleganti che stanno circolando su giornali e social network gli unici a dover mantenere una posizione equilibrata sono i politici, tutti maschi e tutti più deboli di lei, che non possono permettersi di elogiarla troppo apertamente per non irritare una larga fetta dell’opinione pubblica, ma che non possono neanche condividerne la rabbia cieca perché tutti, in cuor loro, una cosa ce l’hanno ben chiara: Maggie e il suo caratteraccio hanno fatto fare al paese un balzo in avanti di 20 anni, nel bene e nel male, e lei si è accollata senza batter ciglio l’onere di tutte le critiche possibili, per le riforme giuste come per quelle sbagliate, andando avanti dritta come un treno e senza porsi il problema di piacere o non piacere, offrendo con noncuranza un capro espiatorio a generazioni di politici (qui in UK le generazioni politiche vanno veloci e quando uno perde, se ne va a fare altro) e liberandole da pesi con cui si sarebbero dovuti confrontare prima o poi anche loro con enormi danni politici e d’immagine (leggi: lotta con i sindacati).

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Di Margaret Thatcher restano l’inflessibilità, il coraggio, quella che un amico ha definito “la piu’ alta soglia di attenzione mai registrata in un essere umano” e, perché no, il fatto che qualunque battaglia per le pari opportunità con un minimo di prospettiva storica non può prescindere dal fatto che il femminismo non è solo sorellanza, ma anche l’accettazione del fatto che ogni donna che ce la fa è un passo avanti per tutte, anche se quella donna se ne frega delle altre esattamente come gli uomini se ne fregano degli altri uomini. Le femministe hanno sempre detestato la Thatcher, che a sua volta ha sempre ignorato le femministe, ha raramente indossato un paio di pantaloni in pubblico, ha avuto due figli e un matrimonio felice e, a parer mio, ha fatto sembrare François Mitterrand totalmente fuori luogo e quasi squallido quando ha detto di lei che aveva “gli occhi di Caligola e la bocca di Marilyn Monroe”. C’è stato un momento in cui la Gran Bretagna era rappresentata da due donne di mezza età con evidenti tracce di bigodini e casco, tacco 5 cm e borsetta impugnata salda, e la Gran Bretagna era potentissma e se qualcuno faceva battute, erano battute sussurrate. Non era una donna a disposizione di nessuno, Margaret.

Cipria e rossetto non bastano (ma aiutano) a trasformare Sylvia Plath nella regina della chick-lit.

E’ talmente stupida da non meritare neanche di essere discussa la copertina pensata da FaberBooks per i cinquant’anni di ‘The Bell Jar’, unico romanzo della poetessa americana Sylvia Plath: rappresenta una donna che si guarda in uno specchietto con l’aria vagamente preoccupata mentre si incipria il mento. Lo stile è anni ’60, la figura di profilo è tutta truccata e l’immagine è nei toni accattivanti del rosso ciliegia e del lilla, fatta eccezione per il titolo e il vestito di lei, entrambi verdi. Un po’ casalinga disperata, un po’ ‘Lontano dal paradiso’ o ‘Revolutionary Road’, a voler essere gentili. Di fatto, molto più simile ad un scatola di bambole, a un cupcake, alla pubblicità di una lavatrice o alla copertina di un libro tipo ‘I love shopping’ che ad un romanzo sulla depressione il cui primo titolo era ‘Diario di un suicidio’ e la cui pubblicazione nel Regno Unito verrà seguita a stretto giro dalla decisione dell’autrice di infilare la testa nel forno e uccidersi.

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Quando ho visto per la prima volta la copertina, qualche settimana fa, più che rabbia ho provato imbarazzo per la pochezza di chi l’ha pensata e di chi l’ha scelta. A me lei piace molto e vedere assimilate le mie tormentate letture adolescenziali a questa paccotiglia editoriale mi ha dato fastidio, anche se meno, ad esempio, che vedermi la scucchietta inespressiva di Keira Knightley sulla copertina di ‘Anna Karenina’ oppure sentire ‘The Group’ di Mary McCarthy, tra i miei libri più cari di sempre, descritto come l’antesignano di ‘Sex and the City’. Gli anglosassoni, d’altra parte, hanno un’ossessione mercantile che noi continentali non sempre capiamo. Mi sono sentita molto spesso snob per questo e sono tutto sommato contenta di essere sovraesposta a questo tipo di atmosfera. La capacità britannica di guardare al valore commerciale dei prodotti culturali – attori superstar che recitano testi classici in teatri scintillanti, tutto così lontano dalla sofferta idea di cultura che abbiamo talvolta noi – a me continua a dare ogni volta il capogiro tipico dei tabú infranti. Non oso immaginare per un francese cosa debba essere.

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Nella copertina zuccherosa di ‘The Bell Jar’ ci sono una cosa buona e una cosa cattiva. La cosa buona è il tentativo di tenere vivo l’interesse per Sylvia Plath e renderla accessibile, invitante addirittura presso un pubblico di donne alla ricerca di una letteratura che le rappresenti, cercando di strapparle dalle braccia di ‘Eat, Pray, Love’ o di altri monumenti della chick-lit, genere che ha un successo incredibile. Molte lettrici di Sophie Kinsella magari non sanno che Doris Lessing e Sylvia Plath sono scrittrici raffinate e ‘alte’, certo, ma abbastanza straordinarie e sincere da offrire spunti universali, seppur su un livello diverso. Superato il ghigno iniziale, sono poi felice di cedere Mary McCarthy alle appassionate di Sex and the City se questo permette di non rendere ‘The Group’ introvabile come lo è stato per anni in Italia prima che Einaudi lo ripubblicasse sei o sette anni fa.

http://www.theparisreview.org/blog/2013/02/04/bovary-and-the-city/
http://www.theparisreview.org/blog/2013/02/04/bovary-and-the-city/

E poi c’è un fatto. Ogni volta che entro da Waterstones e trovo il negozio semideserto mi intristisco talmente tanto che penso che non ci sia nulla di male a cercare di invogliare la gente a leggere togliendo quella barriera tra un lettore medio e un grande libro che può essere una copertina ‘snob’. Tutti i classici ultimamente stanno avendo, almeno qui nel Regno Unito, una loro rispolverata grafica, tra arabeschi, illustrazioni di copertina, colori intensi. Le librerie non devono fare la fine di HMV (CD e musica), Blockbuster e Jessops (macchine fotografiche), tre catene che nell’ultimo mese hanno più o meno chiuso una dopo l’altra. Questo, però, non vuol dire che si possa fare impunemente una copertina brutta e ridurre ancora una volta l’universo femminile, anche il più tortuoso, sofferto e tragico, ad una boccuccia arricciata davanti ad un cofanetto di cipria. E’ un lavoro sommario, fatto male, quasi grottesco nel suo tentativo di contrabbandare un testo comunque pesante sotto una patina di glassa stucchevole. Non scomoderei la misoginia per commentare una cosa del genere. Solo la stupidità. Poteva capitare a chiunque, maschio o femmina, di esserne vittima. Sarebbe come mettere il Fantasma Formaggino sulla copertina de ‘I Demoni’ per renderlo più accessibile, ecco.

Julie Burchill contro tutti, o del perche’ Almodovar deve girare subito un film a Londra

Mi sono sentita un po’ come quando Germaine Greer disse che la premier australiana Julia Gillard aveva “un grosso culo”. Cosa succede quando una femminista storica si esprime come un Berlusconi qualunque davanti ad una donna di potere? E’ liberta’ di espressione o sessismo puro? Cosa le ha detto la testa, a Germaine? In quel caso ho pensato che se il femminismo aveva fatto il suo lavoro, la Gillard avrebbe dovuto scacciare via i commenti della Greer come una briciola sul bavero. Il caso di questi giorni e’ leggermente diverso, ma anche qui vanno in scena una donna il cui progressismo politico e’ stato fino ad ora un dato di fatto, un commento assai rude nei confronti di un bersaglio vulnerabile, e una polemica che vede affrontarsi una vecchio e un nuovo modo di concepire l’apertura mentale.

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I fatti sono questi: Julie Burchill, storica firma del Guardian, commentatrice arguta e capofila di un genere che continua con Caitlin Moran e la piu’ buonista Lucy Mangan, ha usato parole molto pesanti per definire i travestiti che hanno crocifisso su Twitter la sua amica Suzanne Moore, altra matura firma di punta del Regno Unito, la quale aveva scritto sul New Statesman, in un classico articolo da femminista vecchia scuola che se la prende con la societa’ e con i maschi, una cosa che a me sempliciotta, onestamente, suona come un complimento. “Siamo arrabbiate con noi stesse per non essere piu’ felici, per non essere amate bene e per non avere la forma fisica ideale, quella di un transessuale brasiliano”, dice Moore. I transessuali pero’ se la sono presa, molto, moltissimo, tanto che, sommersa dalle critiche, Moore ha scelto di lasciare Twitter.

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Anche su questo la vivace Germaine era arrivata prima, definendo le donne trans delle “agghiaccianti parodie” di donna addirittura sul Guardian, e pure li’ era venuto giu’ il cielo. La frittata pero’ qui l’ha fatta piu’ grossa Burchill in un pezzo grondante risentimento ma anche, va detto, autentica sorellanza nei confronti della sua amica Moore, vittima a suo avviso degli attacchi di un gruppo di “dicks in chicks’s clothing”, letteralmente “cazzi in abiti da squinzia”, “screaming mimis”, ossia “checche urlanti”, e “bed wetters in bad whigs”, “piscialletto con brutte parrucche” (traduzioni mie, orrende ma fedeli, avesse voluto offendere in italiano avrebbe scelto altre parole). L’articolo, pubblicato da The Observer, testata domenicale sorella del Guardian, era intitolato “I transessuali dovrebbero tagliar corto” (il doppiosenso resiste alla traduzione) ed e’ stato tolto oggi pomeriggio, in seguito alle polemiche e alle numerose richieste di non far scrivere piu’ Burchill, ma non solo. Anche John Mulholland, il direttore della testata, nonostante le scuse pubbliche, dovrebbe dimettersi secondo molti, tra cui il membro del governo Lynne Featherstone, per aver pubblicato quel “vomito bigotto” (alla faccia dei toni misurati).

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Sul fronte dei transessuali, gli argomenti sono questi: con tutti i crimini di cui sono vittime, non c’e’ bisogno che anche sui giornali di sinistra ci si metta a discriminarli, a darne un’immagine caricaturale. Tra le poche misurate nelle parole c’e’ una trans, Paris Lees, che in una lettera aperta a Suzanne Moore le rivolge parole di stima e amicizia piu’ affettuose e toccanti di quelle della stessa Burchill: “Non voglio essere arrabbiata. Solo che non voglio che tu sia solo un’altra persona che fa commenti sui trans. Voglio solo che tu sia Suzanne Moore, la mia eroina. Sei cosi’ tanto migliore dell’articolo che Julie Burchill ha scritto in tua difesa. Ma voglio che la gente la smetta di prendere in giro le persone come me, e voglio che oggi sia il giorno in cui succedera’”.

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Paris si e’ comportata “da gran signora”, come direbbe mia madre. Ci sono invece due cose che mi preoccupano in questa storia: la prima riguarda una societa’ come quella britannica in cui la tolleranza esiste in misura ben maggiore che da noi, ma e’ un concetto molto spesso meramente formale che si gioca tutto sul non dirsi le cose sbagliate, invece che sul cercare di superare le differenze. Non discriminare una categoria non significa conoscerla, o capirla, o andare verso una vera integrazione, visto che Londra e’ una citta’ talmente grande da permettere poche sovrapposizioni. Non discriminare significa stare alla larga, e questo non mi piace. La seconda e’ che le femministe come Burchill e Moore mi sembrano ormai vecchie guerriere stanche, incapaci di guardarsi intorno e applicare strumenti nuovi a realta’ nuove. Non riesco a non amarle ancora un po’, perche’ comunque le ho sempre lette con piacere ed e’ un bene che ci siano state. Pero’ ormai ogni volta che tornano alla ribalta tremo, perche’ so che quasi sempre restero’ delusa, delusissima. Soprattutto da un fatto: davanti a quello che non si capisce si puo’ anche accettare di essere meno intelligenti, per una volta, e un po’ piu’ umane.

MyBnk, o dell’educazione finanziaria dei fanciulli (da ‘Pubblico’ del 5 dicembre 2012)

La prima domanda è semplice: presentati e indica un sinonimo di ‘soldi’. La risposta è una fitta successione di nomi un po’ esotici e di parole di slang, equivalenti di ‘grana’, ‘sacchi’ e ‘piotte’, pronunciata da qualche voce timida e da qualcun’altra sfrontata, oppure borbottata di malavoglia dai non pochi scontrosi. Il rapporto tra i bambini dell’Hollington Youth Center e il denaro non è certo di grande consuetudine, anzi. Nel piccolo centro sociale di Kennington, sud povero di Londra, una ventina di ragazzini neri tra i 7 e i 13 anni si ritrovano il martedì pomeriggio e il sabato mattina nelle mani della maestra Stephanie e di tre educatori, che tra un gioco sulla storia della Nigeria e un po’ di accompagnamento scolastico cercano di distoglierli dalla strada e dai suoi pericoli.0-1

Ma oggi c’è una novità: James, di MyBnk, è venuto ad insegnare ai ragazzi come diventare piccolissimi imprenditori, come vendere un prodotto, come portare avanti le proprie idee, presentando una serie di esempi positivi di ragazzi delle council houses, le case popolari che sono come micro-ghetti sparsi per la città, che con molta tenacia e un piccolo supporto finanziario sono riusciti a mettere in pratica le loro idee e a guadagnarci dei soldi. Bastano due ore in compagnia di questi ragazzi vivacissimi per capire che il punto fondamentale è proprio l’assenza di fiducia in se stessi, che troppo spesso non si sviluppa mai e che, quasi sempre, viene sostituita da una atteggiamento un po’ spaccone che si vorrebbe intimorente ma che, su dei bambini, suscita ancora tenerezza. Negli adolescenti spesso già fa paura, così come fa paura il disincanto totale di qualche allievo particolarmente difficile, che a 10 anni non crede in sé, non crede a James e, evidentemente, non crede in niente.

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Quello che sono le council estates inglesi lo sa il mondo intero da quando, nell’estate del 2012, ci sono stati i riots a Londra e in altre città del paese, con cinque morti e 200 milioni di sterline di danni. Invertire la furia distruttrice nei confronti di un’economia dalla quale i ragazzi delle council si sentono esclusi e trasformarla in forza produttiva è, in sintesi, lo scopo principale di MyBnk. L’organizzazione è stata fondata nel 2007 da una ragazza italiana nel carisma e nei tratti, ma inglese nel pragmatismo e nel piglio manageriale, Lily Lapenna. “Tornata da un’esperienza in Zimbabwe, ho avuto l’idea di creare dei progetti di formazione economica nelle scuole, perché i miei amici, indipendentemente dalla loro classe sociale, avevano difficoltà a gestire i loro soldi, a non indebitarsi”, spiega Lily, rievocando i suoi esordi quando, laureata da poco alla Soas, School of Oriental and African Studies, se ne andava da sola con il suo computer nelle scuole a spiegare ai ragazzini come gestire i propri soldi, con il solo sostegno morale del suo guru, Michael Norton, ex banchiere d’affari convertito al microcredito.

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Ora Lily stessa è diventata una guru a tutti gli effetti, come dimostra anche la grande attenzione mediatica che sta avendo il suo lavoro, tanto che è stata nominata dal World Economic Forum nella cerchia ristretta dei Young Global Leaders. “Ho iniziato a Tower Hamlets, in quelle scuole che hanno il poliziotto in permanenza”, spiega la trentaduenne, sposata da poco e ora anche incinta, nel suo ufficio di Brick Lane, dove i suoi 17 giovanissimi dipendenti e assistenti trasudano entusiasmo e totale dedizione alla causa. Il suo obiettivo sono i ragazzi dagli 11 ai 25 anni, a cui cerca di insegnare cosa vuol dire portare avanti un’idea di business attraverso sette diversi programmi di insegnamento nelle scuole, nei centri per giovani, nelle prigioni, ma anche, sorprendentemente, nelle scuole private. “Noi vogliamo arrivare a tutti, ma lavoriamo soprattutto con gli esclusi, che molto spesso sono più svegli”, spiega. Negli anni sono arrivati anche i finanziamenti – H&M e JP Morgan sono tra i principali donatori – e, per rispondere alla domanda crescente di educazione finanziaria, Lily ha deciso di espandersi attraverso il franchising, invece di ingrandire MyBnk. “Dopo una formazione adeguata e una certificazione di qualità, cediamo l’uso del marchio, ma solo nel Regno Unito”, spiega la giovane donna, osservando che è difficile assicurare che le cose siano fatte nel modo giusto se l’organizzazione si allarga troppo.

“Ora inizierà un progetto simile in Italia, dalle parti di Reggio Emilia, con l’aiuto della Caritas e della Banca di credito adriatico. Si chiama ‘Sbanchiamo’: noi abbiamo fatto la formazione, il concetto è vicino al nostro”, spiega. L’Italia è una presenza costante per Lily, il cui spirito fattivo e razionale non reca però traccia dei compromessi che ogni giovane italiano con delle idee rischia di trovarsi fronteggiare prima o poi. Il suo strumento di lotta è dare l’esempio, ispirare le persone. “Fare quello che faccio è il mio modo per aiutare più gente possibile, anche in Italia, ma bisogna capire e conoscere bene il territorio e con chi si ha a che fare”, osserva, notando il suo “miscuglio di identità” che fa sì che, alla fin fine, lei si senta londinese ma non inglese. Nella classe di Hollington Youth Center, il progetto è chiaro: rendere i ragazzi padroni degli strumenti economici per renderli padroni delle loro vite, far loro capire che con il lavoro si può arrivare lontano. E liberarli dalla dipendenza dagli aiuti statali che fanno il buono e il cattivo tempo nelle loro vite e che, giusti o sbagliati che siano, di questi tempi non possono più considerarsi una certezza.

Rebekah Brooks, o del perche’ alla Leveson Inquiry servirebbe il Malleus Maleficarum

Ahime’, non si puo’ scrivere ogni giorno un articolo su di lei, anche perche’ sono secoli ormai che e’ presente in ogni romanzo, racconto, fiaba, film e pure in qualche canzone, e il pubblico potrebbe annoiarsi. Ma non credo. Anche se rischia di diventare ripetitiva, la storia di Rebekah Brooks, nee Wade, porta al suo massimo splendore tutto quello che e’ stato scritto nella storia mondiale su streghe, donne intriganti, matrigne, cattive generiche, rubamariti, ammaliatrici e arrampicatrici sociali. Appurato che e’ un essere senza morale ne’ scrupoli – prerequisito minimo, senno’ di cosa staremmo qui a parlare? – Rebekah incarna qualcosa di eterno e per questo incanta tutti, anche se gli inglesi, a differenza di me e di un paio di amiche mie, non lo ammettono volentieri. Quando c’e’ una notizia che riguarda la Leveson Inquiry, la sua enorme testa di boccoli rossi e’ sempre in primo piano sui giornali. Ma anche quando la notizia e’ minore, la stampa non si lascia sfuggire nulla che la riguardi. Poco tempo fa il sito del Guardian aveva un video di 5 minuti, senza suono, in cui Rebekah entrava alla Corte di Giustizia di Londra per un’udienza, in compagnia del forzuto e devoto marito. Non dicevano niente, il commento era minimo, l’unica notizia era che lei stava andando ancora una volta in tribunale e che aveva scelto di andarci dimessa e con una brutta sciarpa.

Il fenomeno e’ complesso, e semplicissimo al tempo stesso. Prima Rebekah e’ stata la persona piu’ odiata di Fleet Street – “una donna maleducatissima” mi spiegava una volta una signora bionda che la conosce – per la sua carriera fulminea da squaletta dell’informazione (si travestiva da cameriera per entrare nelle riunioni, per dire) diventata direttrice del Sun a 32 anni e amata e protetta da Rupert Murdoch piu’ di qualunque altra cosa (qual e’ la sua priorita’, signor Murdoch? “That one”, disse lui indicando lei). Poi e’ diventata ulteriormente famosa per il primo matrimonio con l’attore Ross Kemp, star di EastEnders e personaggio interessante, autore di una serie di documentari sul mondo delle gangs giovanili e sull’Afghanistan, nonche’ storico sostenitore del Labour. Ross Kemp e’ finito in ospedale con delle ferite provocategli da Rebekah durante un’esplosione di violenza domestica (di lei). Nel 2010 si e’ sposata con Charlie Brooks, che ha studiato a Eton e si occupa di ippica a tempo pieno, finendo indagato come lei per lo scandalo delle intercettazioni. Nel frattempo ha avuto una bambina da madre surrogata, nel gennaio del 2012.

Rebekah interessa la stampa britannica per svariati motivi, non ultimo il fatto che e’ profondamente inglese e non e’ per niente posh, ma vive in un mondo di posh. “In a time of social climbers, she is a mountaneers”, scriveva Thackeray della sua Rebecca in Vanity Fair, ma l’essere una montanara e’ ancora piu’ notevole in un momento in cui ci sono pochi scalatori sociali in Gran Bretagna. Il suo accento non e’ elegante, sebbene si sia sforzata di migliorarlo. Ha alle spalle una storia triste, con un padre morto di cirrosi epatica e una madre sola. Lei e’ andata in una grammar school, scuola statale di alto livello per bambini di ogni classe sociale (istituzione che il Labour ha pensato bene di eliminare per non creare disparita’). Il suo gusto nel vestire e’ spaventoso, se non e’ tenuto sotto controllo come quando si e’ messa lo strepitoso Peter Pan Collar per l’audizione alla Leveson Inquiry, dando un’immagine a meta’ tra una brava scolaretta e una qualche abitante di Salem pronta ad andare al rogo. Il suo comportamento e’ pieno di autocontrollo, ma non sa moderare le sue ambizioni, ha un istinto di autopreservazione fortissimo ed e’ molto sfacciata. Usa il suo fascino in maniera strana, non particolarmente femminile: e’ come una leonessa che trova la complicita’ e la protezione dei leoni, che la ammirano e si riconoscono in lei, come il vecchio Murdoch, o vorrebbero riconoscersi in lei, come il povero Cameron. Per i britannici compassati Rebekah da ogni punto di vista assolutamente spaventosa.

La sua ultima manifestazione mediatica sta avvenendo in quanto co-protagonista di uno dei piu’ strepitosi scambi di messaggini della storia mondiale. Lei e’ l’amica street-smart di David Cameron, quella che gli spiega che LOL non vuol dire ‘lots of love’ bensi’ ‘laugh out loud’, quella che lo adula in maniera sfrontatissima dicendogli che ha “pianto due volte” durante un discorso di lui, senza timore di apparire ridicola. Davanti a lei lui ci tiene a mostrarsi maschio, descrivendo una “cavalcata veloce, imprevedibile” su un cavallo del marito di lei, suo compagno di scuola a Eton. L’animale era “difficile da controllare, ma divertente”, scriveva ‘DC’ nel 2009. Erano amici intimi? Nessuno osa dirlo, ma erano forse di piu’? Secondo lui, che ha dovuto consultare le agende della moglie Samantha per verificare la frequenza dei loro incontri, le due coppie si vedevano un weekend su sei. La stampa e’ scettica, Sam Cam per ora tace, Rebekah stessa non dice niente da mesi. E il pubblico curiosissimo vuole sapere come fara’ questa donna cosi’ svegli e cosi’ furba a salvarsi dal patibolo mediatico e giudiziario che l’aspetta. Si pentira’ come Moll Flanders? La fara’ franca come Becky Sharp? Verra’ punita come Milady? La stampa, nel dubbio, non si perde una mossa.

Rossella, la passamaneria e l’inconscio collettivo

Mercoledì mattina sono andata alla presentazione di ‘Hollywood Costume’ al Victoria&Albert Museum, mostra splendida di cui scriverò ancora. Delle due ore passate a passeggiare estasiata per i tre grandi saloni pieni di costumi di scena leggendari (aggettivo che odio ma che qui è appropriato, lo giuro) tra cui quello di Darth Vader, la cosa che mi è rimasta più impressa è stata la reazione emotiva che molte delle donne presenti hanno avuto imbattendosi nel ‘curtain dress’ di Via col vento. E’ quel vestito sontuoso col cappello da Peter Pan e un cesto di passamaneria in testa che Rossella O’Hara si fa fare con le tende verdi della madre morta per andare a spillare a Rhett Butler i 300 dollari necessari per pagare l’IMU su Tara.

Rhett è in carcere e Rossella è troppo orgogliosa per mostrare di essere in difficoltà, quindi tira giù le tende della madre, raro cimelio della vita agiata di prima della guerra, e si agghinda da gran dama, sfoggiando tutto il suo repertorio di mossette e occhioni. Lui la accoglie dicendo “grazie a dio che non sei vestita di stracci, sono stufo di donne vestite di stracci” e probabilmente capisce al volo la situazione, ma le lascia fare il suo teatrino per un po’. Finge di accorgersi dell’inganno solo guardandole le mani, rovinate e ruvide per aver lavorato la terra, si arrabbia perché lei gli ha mentito, inizia a punzecchiarla e rifiuta di darle i soldi se non in cambio di qualcosa (lui voleva essere implorato, lei la soddisfazione non gliela darà mai).

E’ una delle scene in cui Rhett e Rossella esprimono al meglio i rispettivi caratteri infernali (lei lo morde quando lui rifiuta di darle i soldi) e quel vestito pesante che le mette in risalto gli occhi verdi e il vitino è l’equivalente sartoriale della frase “Dopotutto domani è un altro giorno”. Ora, l’altra mattina il vestito era lì, e ho osservato almeno cinque donne passarci davanti e sussultare, guardarlo come se avessero riconosciuto qualcosa, fotografarlo ma solo dopo aver ripreso fiato, in alcuni casi commuoversi. Sto parlando di giornaliste, gente con una pellaccia così, mica tesserate del fan club di Via col vento. Poco più in là c’era il vestito bianco di Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza, che è sicuramente milioni di volte più famoso e riconoscibile da chiunque. E c’era quello verde di Keira Knightley in Atonement, un po’ ispirato a quello di Rossella. Tutti lo osservavano, ma nessuna ha pianto.

La differenza è che il ‘curtain dress’ è il vestito con cui ci si rimette in sella nella vita, e questo lo sanno anche quelle che hanno scordato la trama di Via col vento o quelle che, come me, non si sono mai soffermate a pensarci o credevano di non ricordarsi neanche come fosse fatto. Eppure basta scorgerlo in lontananza per pensare: pancia in dentro, petto in fuori e coraggio! E rendersi conto, al tempo stesso, che riga al centro, chignon basso e aria mite da sempre e per sempre evocheranno quello strazio di Miss Melania.

La ragazza milanese “adottata” dai socialisti belgi – da ‘Pubblico’ del 10 ottobre

Attenzione ai bambini e alle loro esigenze, aiuti alla mobilità sostenibile e lotta senza quartiere contro ogni forma di discriminazione. Sono questi i punti centrali del programma con cui la milanese Francesca Lazzaroni, classe 1978, laureata in psicologia a Padova, un passato nell’associazionismo e nella cooperazione e dal 2005 profonda conoscitrice degli arcani dell’Unione europea e dei suoi bilanci, spera di vincere le prossime elezioni amministrative nella lista del candidato sindaco socialista. Lo straniamento che si prova leggendo queste righe viene superato pensando che tutto ciò avviene a Saint-Gilles, Bruxelles, Belgio, e che il socialista in questione, Charles Picqué, per puntare alla sua riconferma alla guida di uno dei 19 comuni della capitale belga ha dispiegato una squadra multietnica, specchio perfetto della realtà già amministra. E siccome nelle belle case ariose che popolano le strade chiare di Saint-Gilles gli italiani sono ben 1.800, Picqué ha chiesto a Francesca di provare a rappresentarli e a cercare di coinvolgerli di più nella vita cittadina, visto che solo 400 di loro sono registrati e possono quindi votare.

“Quello che ha voluto fare il sindaco con la sua lista è aprire alla realtà delle famiglie politiche vicine alla sua in modo da dare voce anche gli altri abitanti della commune”, spiega Lazzaroni dal suo ufficio al Parlamento europeo, dove lavora da anni come assistente di Francesca Balzani, pugnace avvocatessa ligure eletta nelle file del PD. “Alle scorse comunali era stata aperta la possibilità di candidarsi ai cittadini europei non belgi, e da candidata non ho dovuto prendere la nazionalità belga”, racconta Francesca, notando il divario tra il suo lavoro in Parlamento, “dove si sta chiusi in ufficio fino a tardi”, e “questo tipo di campagna elettorale in cui si fa il vero porta a porta, si ascolta la gente, ci si rimboccano le maniche”.

Tra gli italiani di Saint-Gilles ci sono due categorie con esigenze e sensibilità ben distinte, ossia i funzionari europei arrivati da una pochi anni e la vecchia guardia degli emigrati. Tutte e due le comunità, per ragioni molto diverse, sono poco integrate con la vita del loro quartiere. “Andando a bussare a casa della gente ho visto che la prima immigrazione è un po’ abbandonata e che non è stato ricreato fino ad ora quel senso di comunità che esiste ad esempio tra i portoghesi, o tra i francesi. Bisogna pensare a degli eventi per tutti, dagli anziani che si vogliono ritrovare in una festa di piazza ad un centro culturale per proiettare i grandi film italiani”,  ragiona Francesca, che nel rispetto delle leggi belghe sta procedendo all’insegna di una frugalità quasi maniacale.

“Me la pago da sola la campagna, me la pago assolutamente da sola”, spiega con il tono di chi sta per raccontare qualcosa di divertente: “Pure il capolista ha un tetto massimo di spesa di 1.800 euro, perché c’è un regolamento che vieta di superarlo. Io sto pagando tutto, e di tutto devo presentare la ricevuta. Niente fotocopie dei volantini da un’amica o al lavoro: se ne faccio 100, devo avere la fattura. Tra una cosa e l’altra, benzina e fotocopie, avrò speso 400 euro. Il mio evento di campagna elettorale è stato l’8 ottobre, nella pizzeria Momo, che è di un amico che me l’ha messa gentilmente a disposizione. Io ho cercato di raccogliere tutti gli italiani e i possibili elettori, che sono i 25-40enni del quartiere. Momo ha aperto la pizzeria e c’è stato un dibattito con il sindaco Picqué, ma chi voleva la pizza se l’è dovuta pagare da solo. Se gliela avessi offerta io sarebbe stato come se avessi comprato un voto”. Ovvio, no?

E non che una volta eletti si entri in chissà che casta. “Come semplice consigliere comunale prenderei qualcosa tipo 45 euro al mese. Un assessore credo sia sui 1.700 euro, ma tutto ovviamente dipende dal ruolo che ti danno”. Se in Italia ci lamentiamo delle preferenze, nel Belgio trasparente ma anch’esso imperfetto il problema è quasi l’opposto: “Ogni lista ha 35 candidati, e ogni elettore può dare 35 preferenze. Vedremo…”. Visto che non c’è alcun conflitto d’interessi, Lazzaroni potrebbe comunque mantenere il suo posto di lavoro come assistente parlamentare. Lavoro che le ha dato molte soddisfazioni, dal negoziato sulle emissioni di Co2 delle auto con Guido Sacconi, ex eurodeputato del DS, a quello sul bilancio europeo, di cui la Balzani era relatrice e che Francesca conosce come le sue tasche.

C’è però un forte arricchimento personale a fare quello che sta facendo questa trentaquattrenne milanese, ed è quello di superare lo stadio dell’expat e guardare da un’altra prospettiva la città in cui vive da 7 anni. “La mia campagna elettorale, iniziata a giugno, mi ha fatta sentire più integrata, in particolare vista la mia situazione: lavoriamo fino a tardi e viviamo Bruxelles solo dopo le 8 di sera”, spiega. Forse proprio per questo Francesca ha cercato un modo per migliorare la vita di una comunità, andando a toccare quella realtà sociale che le è mancata per anni. Ma per ora è felice di limitare la sua esperienza politica al Belgio. “Una carriera nazionale non mi interesserebbe”, spiega. “Il valore aggiunto che mi dà questa esperienza rispetto al mio lavoro è il contatto con le persone. Lo sento più bello ed interessante al confronto con i toni della politica italiana, ma magari sbaglio”, aggiunge. E conclude, con tocco brussellese: “A livello nazionale, se ne avessi la possibilità, preferirei contribuire da tecnico”.

Sarah, Carrie, Saga e le altre ragazze del mucchio (un post che è tutto uno spoiler)

Era dai tempi delle celebri leçons du mardi di Jean-Martin Charcot che non si vedevano tante donne pazze in giro. Ieri sera ho finito con colpevole ritardo la prima serie di Homeland, andando a completare, con la protagonista Carrie Mathison, il trittico di eroine monomaniache, bipolari, autistiche e depresse iniziato con Sarah Lund, detective danese in The Killing I e II, e con la svedese Saga Noren nella produzione svedese-danese The Bridge. Difficile dire chi delle tre stia peggio: le due scandinave, come da tradizione, tendono ad isolarsi quando soffrono, mentre l’americana Carrie lotta urla e strepita, telefona a mezzo mondo, fa stupidaggini e chiede alla sorella un po’ maestrina le pillole che le servono a tenere a bada la sindrome bipolare di cui sa di soffrire da quando, al liceo, andò dal professore con uno scritto di 45 pagine su come avrebbe cambiato la storia della musica. E alla fine, pur di recuperare se stessa e di portare avanti la sua battaglia contro il terrorismo, si affida anche ad un elettrochoc di quelli moderni, “non come quelli di ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’”. E infatti nella seconda serie, a quanto pare, sta un po’ meglio.

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Carrie, Sarah e Saga conducono indagini complesse guidate dall’istinto e hanno sempre ragione. Niente di sovrumano e nessuna infallibilità in stile ispettore Derrick, tutt’altro: in mano a loro la scoperta della verità procede ad un ritmo realistico, talvolta lento, ma la realtà nella quale si muovono è sempre fatta di molti piani diversi che solo loro, tra tutti, sembrano saper gestire. L’interpretazione che danno degli eventi è complessa e, seppur caparbie, sono capaci di rinunciare ad una loro tesi davanti all’evidenza, diversamente dai colleghi maschi che vanno avanti come treni pur di produrre un risultato coerente e levigato. Oltre ad essere intuitive, ispirano fiducia, tanto che con loro fonti e testimoni chiacchierano che è una bellezza. Solo che in un mondo dominato dagli uomini la voce di donne così difficili risulta spesso disturbante, e lo scopo stesso di Homeland, The Bridge e The Killing sembra essere proprio quello di avvincere lo spettatore portandolo a far proprio il punto di vista non conforme della donna folle. Niente eroine positive alla Charlie’s Angels, né guerriere alla Kill Bill o punk geniette alla Lisbeth Salander, ma donne non giovanissimissime, piuttosto normali anche fisicamente – tranne Saga che è splendida pure con le cicatrici – ma con una grande fiducia nel proprio istinto, molto metodo nel procedere e una disarmante onestà intellettuale.

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E questo è il lato positivo di queste serie, che hanno un grande successo anche tra gli uomini. Il modo in cui influenzano la percezione della donna facendone un’eroina a tutto tondo e non un’eroina ‘rosa’ come era la pur guerrierissima Uma Thurman vale più di mille manifestazioni di ‘se non ora quando’. C’è però un espediente narrativo che esiste in tutte e tre i casi e che un po’ mi irrita. Sia Saga e Carrie hanno un ‘mentore’, un collega molto più anziano, saggio, rispettato, che difende il loro punto di vista e lo rende accettabile al mondo esterno. Nel caso di Sarah questo mentore è un coetaneo, un superiore al quale è servito molto tempo prima di riuscire a fidarsi di lei ma che è disposto a coprirle le spalle mentre cerca la verità con i suoi metodi poco ortodossi. Perché tre eroine femminili così complesse devono cadere tutte e tre in un rapporto pigmalionico che fa da interfaccia tra la loro intelligenza e la realtà esterna? Non è solo un maestro di vita, ma una sorta di traduttore simultaneo nella lingua accettabile e conformista della razionalità. Mi vengono in mente certi esami femministissimi di antopologia filosofica all’università, quando leggevo libri sul ‘fallologocentrismo’: non solo siamo in una società fallocentrica, ma del maschile accettiamo la logica, che risulta dominante rispetto al tipo di pensiero intuitivo di cui sono portatrici estreme le tre fanciulle. La messa in discussione di questo tipo di pensiero dominante mi sembra essere la ragione del successo di queste serie. Pensano di star dando la caccia ai cattivi, ma in realtà Sarah, Saga e Carrie stanno lottando contro il fallologocentrismo. Pensateci.

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Un altro punto comune sta nel fatto che Sarah, Saga e Carrie non sono affatto tre maliardone e non usano troppo il loro fascino, ma sono donne promiscue e sentimentalmente imprevedibili. Sia Carrie che Saga vanno nei bar a rimorchiare quando si sentono sole, mentre Sarah, che ha già un figlio da un primo matrimonio, compromette il rapporto con il fidanzato belloccio e col ciuffo per dedicarsi al lavoro, è una madre assente e rischia, proprio come Carrie, di innamorarsi di colui che con la ragione sta cercando di incastrare per i crimini al centro della sua indagine. Ma Carrie ha un po’ paura della solitudine, e l’amore la rende ancora più irrazionale, mentre Sarah ha un autocontrollo perfetto e un po’ rassegnato, indice di una certa depressione. Saga, da parte sua, è autistica e non crede troppo alla possibilità di vivere in coppia, anche perché è quella più estranea a qualunque schema sociale (alla fine però richiama un corteggiatore carino). In tutte e tre le serie c’è una figura femminile classica per le rispettive culture di riferimento che mette in risalto le stranezze delle tre eroine. In Homeland, in particolare, è nettissima la distinzione la la furia distruttrice di Carrie e i rassicuranti valori domestici di cui è portatrice la signora Brody, una convincente sosia di Mara Carfagna pronta a tutto pur di avere una famiglia sana. Nel caso di The Killing è la madre stessa di Sarah a spiegare alla figlia come si dovrebbe comportare una donna normale, mentre Saga, così fredda e antisociale, si confronta con la moglie del suo collega, femminile e materna.

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Sia Carrie che Sarah, poi, si trovano a lavorare su temi legati agli interventi militari delle forze internazionali in Iraq e in Afghanistan: un disastro messo su dagli uomini in cui solo loro, donne, riescono a vederci chiaro. “Io non cerco di capire in cosa sono dei terroristi, ma in cosa sono degli esseri umani”, spiega Carrie mentre riflette su quale sarà la prossima mossa di al-Qaeda mentre il resto del suo ufficio CIA è tutto impegnato in una violenta caccia all’uomo. Il problema del veterano di guerra, vittima per eccellenza della logica maschile guerrafondaia, è presente in entrambi i casi, e tutte e due le donne ci cascano e si innamorano, quasi ipnotizzate. Carrie davanti all’uomo che ama si comporta con la stessa vulnerabilità della sua omonima Bradshaw, ma non potrebbero essere più diverse. Saga, che ha a che fare con il ‘Truth Terrorist’, un pazzo che commette crimini efferati seguendo una logica di vendetta per i reati contro la verità, è un personaggio un po’ pre-adamitico in cui solo la menzogna è peccato. Grazie a questo, solo lei riesce a capire quale sia la logica dell’assassino.

E’ emerso già da un po’, e chiaramente, un filone di personaggi femminili ‘difettati’ eppure, proprio per questo, fortissimi. Homeland I, con mio grande sconforto, finisce con Carrie alle prese con le convulsioni dell’elettrochoc, che decide di farsi fare nonostante Saul, il suo mentore, le dica: “Sei la persona più forte che conosco”. Noi spettatori, non solo le donne, sappiamo che Saul ha ragione e che lei è forte, ma lei vuole liberarsi dalle torture che le infligge la sua testa, e che sono seconde solo a quelle che sono state perpetrate a Brody in Iraq. La consapevolezza dei propri limiti è una grande prova di eroismo, a mio avviso, ed è segno dei tempi che nel 2012 ‘forte’ non significhi più ‘tutto d’un pezzo’, che le eroine-donne non siano più rappresentate solo nei termini caricaturali delle sexy-guerriere, ma in quelli, molto avvincenti, dell’intelligenza e dell’anticonformismo non di maniera. Queste trenta-quarantenni fanno le cose a modo loro, e a me tutto questo mette un gran buonumore (oltre a tenermi incollata allo schermo).