Il paragone inutile tra Frau e Lady, che in comune hanno solo le vittorie (da ‘Il Foglio’ del 28 settembre)

Entrambe influenzate da una figura paterna torreggiante, entrambe capaci di compiere un parricidio politico con freddezza e determinazione: la prima, Margaret Thatcher, nei confronti di Edward Heath, che l’aveva voluta nel suo governo; la seconda, Angela Merkel, nei confronti di Helmut Kohl. Tutte e due, la Lady di ferro e la cancelliera tedesca, hanno uno spirito analitico forgiato nei laboratori di chimica dell’università, e sono poi finite a rivoluzionare la storia politica dei loro paesi. Le analogie tra le due signore finiscono qui.

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Poco prima di scrivere l’articolo assassino in cui chiese le dimissioni di Kohl, Merkel spiegò in un’intervista che da bambina, ai corsi di nuoto, quando c’era da tuffarsi dal trampolino più alto aspettava fino all’ultimissimo minuto e saltava solo quando non aveva più scelta. “La Merkel si lascia sottovalutare, non esibisce mai il suo potere e men che meno le sue intenzioni”, dice al Foglio Matthias Krupa, corrispondente europeo di Die Zeit e cronista politico. “Anche nell’uccidere l’avversario, Merkel è cauta, aspetta che lui si faccia male da solo, procede felpata”, e non agisce mai per prima, a differenza della Thatcher, che lo scontro l’ha sempre cercato, voluto, vinto. “La rottura di Merkel con Kohl è stato un gesto unico, esemplare ma anche in qualche modo molto poco tipico di lei”, l’unico strappo nella grande tela di cautela che Angela Merkel née Kasner ha tessuto fin dalla giovinezza da ragazza dell’est.

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“Thatcher procedeva per confronti”, in armonia con un sistema britannico in cui le fazioni si scontrano frontalmente, spiega John Lloyd del Financial Times, osservando che la Lady di ferro “sentiva di dover scardinare il socialismo e i sindacati che tenevano arretrato il paese, mentre Merkel ha potuto sfruttare le riforme fatte dal suo predecessore e si è trovata un paese in buona salute”. E si è concentrata sull’Europa, dove persino le sue rotture hanno avuto il sapore del consenso. “Il loro stile politico è all’opposto, confronto contro consenso, grandi avanzate contro piccoli passi”, aggiunge Lloyd, che ricorda una Thatcher off the record fatta di battute taglienti e frontali, ma capace di ascoltare e imparare da tutti, curiosa del punto di vista di chiunque salvo poi liquidarlo con una frase delle sue – “Lei ha delle opinioni straordinariamente errate, Sir” – prima di girare i tacchi verso una nuova vittima.

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Ursula Van der Leyden, ministro del governo di Merkel, dice della cancelliera parlando ad Andrew Marr nel documentario della Bbc “The Making of Merkel”: “Lei sa che le persone si incontrano sempre due volte”. E agisce di conseguenza, con una riservatezza forse ereditata dallo stato paranoico in cui è cresciuta, mai in prima linea (quando cadde il muro di Berlino era in sauna, come sempre di giovedì) e contornata da una cerchia ristretta di persone di fiducia, un inner circle molto femminile fatto di due collaboratrici e di pochi altri. “Non ho mai conosciuto una persona che quando parla in pubblico è così diversa da come appare a chi ha la fortuna di scambiarci due chiacchiere in privato”, prosegue Krupa, che parla di una donna “molto piacevole e divertente” che diventa “inefficace quando parla in via ufficiale, su un palco o ai giornalisti durante le interviste”.

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A Merkel importa poco il linguaggio e ancor meno l’immagine, se che quando le chiedono cosa le piace della Germania risponde “le finestre ben sigillate”, se “ha un gran senso dell’umorismo che si guarda bene dall’usare in pubblico”: non vuole diventare il monumento di se stessa, il suo unico segno di potere è la fiducia nella propria capacità di ragionamento e preferisce sempre essere sottovalutata. Non si possono paragonare, la sfavillante centometrista Maggie e la misteriosa maratoneta Angie. Come se ce ne fosse bisogno, poi.

Le lacrime della Iron Lady, donna spaventosa ma tanto emotiva (da ‘Il Foglio’ dell’11 aprile 2013)

La gente in piazza che brinda per la sua morte non avrebbe fatto a Margaret Thatcher né caldo né troppo freddo. Al limite si sarebbe abbandonata a un pianto dei suoi e avrebbe analizzato i fatti attraverso la lente della più impietosa delle autocritiche, concludendo di aver fatto il suo dovere nella vita e mettendosi, alla fine, il cuore in pace. Charles Moore, uno dei giornalisti conservatori più famosi del Regno Unito che da 16 anni si occupa di scrivere una biografia in due tomi dell’ex primo ministro, vede così la donna che il Regno Unito sta piangendo, o vituperando, in questi giorni. Il 23 aprile, sei giorni dopo il funerale non-di-stato-ma-quasi di mercoledì, uscirà il primo volume del suo lavoro, che racconta la vita di Margaret Hilda Roberts dalla nascita alle guerra nelle Falklands, nel 1982, intitolato “Not for turning”. Il libro vuole essere definitivo e punta ad aprire una nuova fase della storiografia thatcheriana – basta con i giudizi viscerali, è tempo di analizzare i fatti.

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L’idea nasce dai consiglieri della Thatcher che, cinque anni dopo l’uscita di scena, le suggerirono di scegliere un giornalista al quale far scrivere le sue memorie e far spulciare documenti riservati archivi. Così è arrivato Moore, ex direttore dello Spectator e del Daily Telegraph, etoniano, conservatore, fan della Thatcher, certo, ma anche irriverente e critico sugli eccessi della finanza, ad esempio. “Mi chiese lei di essere il suo biografo – dice Moore al Foglio, in un’intervista rara, visto che ieri s’è lamentato sul Guardian: non scocciatemi, non parlo prima della pubblicazione – Di avere accesso ai suoi documenti personali”, come la corrispondenza con la sorella maggiore Muriel, morta nel 2004, “e io ho voluto fare un lavoro completo e comprensivo”. Moore non voleva finire come William Manchester con Winston Churchill, morto prima di snocciolare l’ultimo volume della corposa trilogia. “Ho cercato di raccontare ogni aspetto della sua vita”, anche le cose di cui Margaret odiava parlare e soprattutto leggere. Una tortura, per lei, tutta la sua vita privata in mostra, “ma le ho chiesto tanto, e ho scavato tanto”, spiega il biografo, con l’entusiasmo di chi sa di avere materiale molto interessante.

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“La Thatcher ha voluto che la sua biografia fosse pubblicata dopo la morte per non essere accusata di aver controllato i contenuti, tanto che non era autorizzata a leggerla”, prosegue Moore, precisando che no, Maggie non aveva la sensazione di essere stata fraintesa e non voleva che il libro fosse scritto per riabilitarla. “Non voleva addolcire la sua immagine, anche perché se sei un famoso primo ministro britannico lo sai che ci saranno un sacco di libri su di te, e puoi o ostacolarli oppure fornire del materiale, e lei ha scelto la seconda opzione”. Nessun controllo, nessun intento agiografico e nessuna censura sulle parti molto critiche – e ce ne sono, garantisce l’autore.

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Ma uno che ci passa una vita, sulla Iron Lady, cosa trova che gli altri non sanno? “La gente in generale non coglie un paio di cose”. Tipo? “Spaventosa, va detto, lo era, ma era anche una persona molto gentile con chi le stava accanto, aveva cuore e, soprattutto, aveva un’idea molto romantica della nazione e delle sue convinzioni. Una persona dai sentimenti forti, con la lacrima facile, ma sapeva che era importante essere fredda”. Thatcher emotiva, cos’altro? “La maggior parte della gente sbaglia l’analisi quando riporta la sua frase ‘la società non esiste’ – tutti si perdono la seconda parte: che ci sono gli individui e le persone, certo, ma anche che ‘la gente ha in mente troppo i diritti, senza gli obblighi, ma non c’è nessun diritto senza che prima ci sia un dovere”. Insomma, osserva il biografo, “hanno torto a pensare che fosse un’individualista libertaria atomistica”, aveva un’idea chiara “dell’ordine sociale, della legge, dell’individualità nella responsabilità sociale”.

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Non parla con i toni dell’innamorato, Moore, ma più come chi ha scalato una montagna e ne è fiero. “Anche prima della malattia, la sua memoria era inaccurata, era una persona così impegnata che si ricordava le emozioni, magari i dati, ma raramente l’ordine dei fatti. Non che non fosse attendibile, ma le cose andavano sempre riviste con i suoi assistenti e i politici dell’epoca”. Ma quant’era egocentrica, Maggie Thatcher? “Tanto, come tutti i potenti di quel calibro, però era anche interessata agli altri e soprattutto era molto critica con se stessa. Aveva un forte senso della missione, dell’obiettivo. C’erano vari aspetti straordinari in lei: energia prodigiosa, una capacità di lavoro e di concentrazione fuori dal comune e, a differenza di altri politici, assoluta mancanza di compiacimento”. Tanti altri politici si amano, si ammirano per le loro decisioni senza andare a vedere dove portano, mentre lei era “estremamente interessata ai risultati” e ha continuato “sempre a parlare un linguaggio non politico, da persona semplice”.

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Lo scopo della nuova biografia di “un personaggio così controverso” è di “cambiarne la narrazione”, inziare ad analizzare i fatti per quello che sono stati, visto che con Maggie tutti hanno fatto la stessa cosa: con lei o contro di lei. E poi renderla nella sua dimensione di donna. Come donna? “Sì, è stata sempre interamente donna, ha confuso gli uomini e ha sempre creduto nella superiorità delle donne”. Come individui, s’intende.

Se non ora, trent’anni fa: Margaret Thatcher, luci e ombre di una donna senza sfumature

Il mio parrucchiere, Paul, londinese schietto e cockney di una generazione di britannici irriverenti che a me personalmente già suscita nostalgia, mi ha sempre detto, tra una sforbiciata e l’altra, che lui e i suoi amici la bottiglia in fresco per quando sarebbe successo ce l’hanno da tempo, insieme ad un po’ di botti messi da parte ogni anno durante i festeggiamenti del Fifth-of-November. Ex ragazzone dinoccolato e simpatico, avventore ideale di qualunque pub del regno, Paul è working class, laburista nell’animo, coltiva felice il suo allotment la mattina prima di andare al lavoro, si arrabbia quando gli rubano i pomodori, legge tanto, viaggia, c’ha la stessa fidanzata da 25 anni e fa il parrucchiere, ma a sentirlo parlare si capisce che avrebbe potuto pure fare altro. E Margaret Thatcher l’ha sempre odiata, tanto, come quelli che oggi sul Daily Mash si sono limitati a titolare, con mano pesantissima, senza neanche nominarla: “Il Nord del paese è già sbronzo”. Salvo poi rivelare tutta la loro finezza scrivendo, subito dopo: “Persone che neanche sapevano chi fosse la Thatcher ‘estasiate’ per la sua morte”.

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Un punto di vista duro da capire da Londra, città opulenta o poverissima a seconda degli angoli di strada ma comunque viva, vivissima, mobile, dinamica. La povertà, nella capitale britannica, ha spesso i tratti dell’immigrazione più che di quella classe ex operaia che la Thatcher ha voluto abbattere appena mostrati i primi sintomi del declino e della lenta agonia nella quale sta tuttora morendo negli altri paesi occidentali. Ma basta uno sguardo distratto al Galles per capire i pesanti danni collaterali di una strategia di rilancio economico in larga parte efficace: fabbriche dismesse, famiglie lasciate senza un progetto, una ex working class diventata underclass senza un sistema educativo in grado di assicurarle uno spiraglio di mobilità. L’ex primo ministro, donna dall’intelligenza evidentemente superiore, non ha voluto o saputo pensare ad un’alternativa per quella società, vedendo al suo interno solo individui che, nella sua visione delle cose, si sarebbero dovuti organizzare individualmente per salvarsi da soli. Purtroppo, su larga scala, non funziona così e quelle fasce sociali senza identità né riferimenti rappresentano uno degli spettacoli più desolanti per chi arriva in questo paese.

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D’altra parte una che per tutta la vita ha tenuto la linea ‘o con me o contro di me’ difficilmente, quando muore, suscita giudizi sfumati. Nella girandola di ‘strega’, ‘santa’, ‘salvatrice’, ‘vampira’ e altri appellativi più o meno eleganti che stanno circolando su giornali e social network gli unici a dover mantenere una posizione equilibrata sono i politici, tutti maschi e tutti più deboli di lei, che non possono permettersi di elogiarla troppo apertamente per non irritare una larga fetta dell’opinione pubblica, ma che non possono neanche condividerne la rabbia cieca perché tutti, in cuor loro, una cosa ce l’hanno ben chiara: Maggie e il suo caratteraccio hanno fatto fare al paese un balzo in avanti di 20 anni, nel bene e nel male, e lei si è accollata senza batter ciglio l’onere di tutte le critiche possibili, per le riforme giuste come per quelle sbagliate, andando avanti dritta come un treno e senza porsi il problema di piacere o non piacere, offrendo con noncuranza un capro espiatorio a generazioni di politici (qui in UK le generazioni politiche vanno veloci e quando uno perde, se ne va a fare altro) e liberandole da pesi con cui si sarebbero dovuti confrontare prima o poi anche loro con enormi danni politici e d’immagine (leggi: lotta con i sindacati).

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Di Margaret Thatcher restano l’inflessibilità, il coraggio, quella che un amico ha definito “la piu’ alta soglia di attenzione mai registrata in un essere umano” e, perché no, il fatto che qualunque battaglia per le pari opportunità con un minimo di prospettiva storica non può prescindere dal fatto che il femminismo non è solo sorellanza, ma anche l’accettazione del fatto che ogni donna che ce la fa è un passo avanti per tutte, anche se quella donna se ne frega delle altre esattamente come gli uomini se ne fregano degli altri uomini. Le femministe hanno sempre detestato la Thatcher, che a sua volta ha sempre ignorato le femministe, ha raramente indossato un paio di pantaloni in pubblico, ha avuto due figli e un matrimonio felice e, a parer mio, ha fatto sembrare François Mitterrand totalmente fuori luogo e quasi squallido quando ha detto di lei che aveva “gli occhi di Caligola e la bocca di Marilyn Monroe”. C’è stato un momento in cui la Gran Bretagna era rappresentata da due donne di mezza età con evidenti tracce di bigodini e casco, tacco 5 cm e borsetta impugnata salda, e la Gran Bretagna era potentissma e se qualcuno faceva battute, erano battute sussurrate. Non era una donna a disposizione di nessuno, Margaret.

Cipria e rossetto non bastano (ma aiutano) a trasformare Sylvia Plath nella regina della chick-lit.

E’ talmente stupida da non meritare neanche di essere discussa la copertina pensata da FaberBooks per i cinquant’anni di ‘The Bell Jar’, unico romanzo della poetessa americana Sylvia Plath: rappresenta una donna che si guarda in uno specchietto con l’aria vagamente preoccupata mentre si incipria il mento. Lo stile è anni ’60, la figura di profilo è tutta truccata e l’immagine è nei toni accattivanti del rosso ciliegia e del lilla, fatta eccezione per il titolo e il vestito di lei, entrambi verdi. Un po’ casalinga disperata, un po’ ‘Lontano dal paradiso’ o ‘Revolutionary Road’, a voler essere gentili. Di fatto, molto più simile ad un scatola di bambole, a un cupcake, alla pubblicità di una lavatrice o alla copertina di un libro tipo ‘I love shopping’ che ad un romanzo sulla depressione il cui primo titolo era ‘Diario di un suicidio’ e la cui pubblicazione nel Regno Unito verrà seguita a stretto giro dalla decisione dell’autrice di infilare la testa nel forno e uccidersi.

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Quando ho visto per la prima volta la copertina, qualche settimana fa, più che rabbia ho provato imbarazzo per la pochezza di chi l’ha pensata e di chi l’ha scelta. A me lei piace molto e vedere assimilate le mie tormentate letture adolescenziali a questa paccotiglia editoriale mi ha dato fastidio, anche se meno, ad esempio, che vedermi la scucchietta inespressiva di Keira Knightley sulla copertina di ‘Anna Karenina’ oppure sentire ‘The Group’ di Mary McCarthy, tra i miei libri più cari di sempre, descritto come l’antesignano di ‘Sex and the City’. Gli anglosassoni, d’altra parte, hanno un’ossessione mercantile che noi continentali non sempre capiamo. Mi sono sentita molto spesso snob per questo e sono tutto sommato contenta di essere sovraesposta a questo tipo di atmosfera. La capacità britannica di guardare al valore commerciale dei prodotti culturali – attori superstar che recitano testi classici in teatri scintillanti, tutto così lontano dalla sofferta idea di cultura che abbiamo talvolta noi – a me continua a dare ogni volta il capogiro tipico dei tabú infranti. Non oso immaginare per un francese cosa debba essere.

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Nella copertina zuccherosa di ‘The Bell Jar’ ci sono una cosa buona e una cosa cattiva. La cosa buona è il tentativo di tenere vivo l’interesse per Sylvia Plath e renderla accessibile, invitante addirittura presso un pubblico di donne alla ricerca di una letteratura che le rappresenti, cercando di strapparle dalle braccia di ‘Eat, Pray, Love’ o di altri monumenti della chick-lit, genere che ha un successo incredibile. Molte lettrici di Sophie Kinsella magari non sanno che Doris Lessing e Sylvia Plath sono scrittrici raffinate e ‘alte’, certo, ma abbastanza straordinarie e sincere da offrire spunti universali, seppur su un livello diverso. Superato il ghigno iniziale, sono poi felice di cedere Mary McCarthy alle appassionate di Sex and the City se questo permette di non rendere ‘The Group’ introvabile come lo è stato per anni in Italia prima che Einaudi lo ripubblicasse sei o sette anni fa.

http://www.theparisreview.org/blog/2013/02/04/bovary-and-the-city/
http://www.theparisreview.org/blog/2013/02/04/bovary-and-the-city/

E poi c’è un fatto. Ogni volta che entro da Waterstones e trovo il negozio semideserto mi intristisco talmente tanto che penso che non ci sia nulla di male a cercare di invogliare la gente a leggere togliendo quella barriera tra un lettore medio e un grande libro che può essere una copertina ‘snob’. Tutti i classici ultimamente stanno avendo, almeno qui nel Regno Unito, una loro rispolverata grafica, tra arabeschi, illustrazioni di copertina, colori intensi. Le librerie non devono fare la fine di HMV (CD e musica), Blockbuster e Jessops (macchine fotografiche), tre catene che nell’ultimo mese hanno più o meno chiuso una dopo l’altra. Questo, però, non vuol dire che si possa fare impunemente una copertina brutta e ridurre ancora una volta l’universo femminile, anche il più tortuoso, sofferto e tragico, ad una boccuccia arricciata davanti ad un cofanetto di cipria. E’ un lavoro sommario, fatto male, quasi grottesco nel suo tentativo di contrabbandare un testo comunque pesante sotto una patina di glassa stucchevole. Non scomoderei la misoginia per commentare una cosa del genere. Solo la stupidità. Poteva capitare a chiunque, maschio o femmina, di esserne vittima. Sarebbe come mettere il Fantasma Formaggino sulla copertina de ‘I Demoni’ per renderlo più accessibile, ecco.

Julie Burchill contro tutti, o del perche’ Almodovar deve girare subito un film a Londra

Mi sono sentita un po’ come quando Germaine Greer disse che la premier australiana Julia Gillard aveva “un grosso culo”. Cosa succede quando una femminista storica si esprime come un Berlusconi qualunque davanti ad una donna di potere? E’ liberta’ di espressione o sessismo puro? Cosa le ha detto la testa, a Germaine? In quel caso ho pensato che se il femminismo aveva fatto il suo lavoro, la Gillard avrebbe dovuto scacciare via i commenti della Greer come una briciola sul bavero. Il caso di questi giorni e’ leggermente diverso, ma anche qui vanno in scena una donna il cui progressismo politico e’ stato fino ad ora un dato di fatto, un commento assai rude nei confronti di un bersaglio vulnerabile, e una polemica che vede affrontarsi una vecchio e un nuovo modo di concepire l’apertura mentale.

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I fatti sono questi: Julie Burchill, storica firma del Guardian, commentatrice arguta e capofila di un genere che continua con Caitlin Moran e la piu’ buonista Lucy Mangan, ha usato parole molto pesanti per definire i travestiti che hanno crocifisso su Twitter la sua amica Suzanne Moore, altra matura firma di punta del Regno Unito, la quale aveva scritto sul New Statesman, in un classico articolo da femminista vecchia scuola che se la prende con la societa’ e con i maschi, una cosa che a me sempliciotta, onestamente, suona come un complimento. “Siamo arrabbiate con noi stesse per non essere piu’ felici, per non essere amate bene e per non avere la forma fisica ideale, quella di un transessuale brasiliano”, dice Moore. I transessuali pero’ se la sono presa, molto, moltissimo, tanto che, sommersa dalle critiche, Moore ha scelto di lasciare Twitter.

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Anche su questo la vivace Germaine era arrivata prima, definendo le donne trans delle “agghiaccianti parodie” di donna addirittura sul Guardian, e pure li’ era venuto giu’ il cielo. La frittata pero’ qui l’ha fatta piu’ grossa Burchill in un pezzo grondante risentimento ma anche, va detto, autentica sorellanza nei confronti della sua amica Moore, vittima a suo avviso degli attacchi di un gruppo di “dicks in chicks’s clothing”, letteralmente “cazzi in abiti da squinzia”, “screaming mimis”, ossia “checche urlanti”, e “bed wetters in bad whigs”, “piscialletto con brutte parrucche” (traduzioni mie, orrende ma fedeli, avesse voluto offendere in italiano avrebbe scelto altre parole). L’articolo, pubblicato da The Observer, testata domenicale sorella del Guardian, era intitolato “I transessuali dovrebbero tagliar corto” (il doppiosenso resiste alla traduzione) ed e’ stato tolto oggi pomeriggio, in seguito alle polemiche e alle numerose richieste di non far scrivere piu’ Burchill, ma non solo. Anche John Mulholland, il direttore della testata, nonostante le scuse pubbliche, dovrebbe dimettersi secondo molti, tra cui il membro del governo Lynne Featherstone, per aver pubblicato quel “vomito bigotto” (alla faccia dei toni misurati).

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Sul fronte dei transessuali, gli argomenti sono questi: con tutti i crimini di cui sono vittime, non c’e’ bisogno che anche sui giornali di sinistra ci si metta a discriminarli, a darne un’immagine caricaturale. Tra le poche misurate nelle parole c’e’ una trans, Paris Lees, che in una lettera aperta a Suzanne Moore le rivolge parole di stima e amicizia piu’ affettuose e toccanti di quelle della stessa Burchill: “Non voglio essere arrabbiata. Solo che non voglio che tu sia solo un’altra persona che fa commenti sui trans. Voglio solo che tu sia Suzanne Moore, la mia eroina. Sei cosi’ tanto migliore dell’articolo che Julie Burchill ha scritto in tua difesa. Ma voglio che la gente la smetta di prendere in giro le persone come me, e voglio che oggi sia il giorno in cui succedera’”.

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Paris si e’ comportata “da gran signora”, come direbbe mia madre. Ci sono invece due cose che mi preoccupano in questa storia: la prima riguarda una societa’ come quella britannica in cui la tolleranza esiste in misura ben maggiore che da noi, ma e’ un concetto molto spesso meramente formale che si gioca tutto sul non dirsi le cose sbagliate, invece che sul cercare di superare le differenze. Non discriminare una categoria non significa conoscerla, o capirla, o andare verso una vera integrazione, visto che Londra e’ una citta’ talmente grande da permettere poche sovrapposizioni. Non discriminare significa stare alla larga, e questo non mi piace. La seconda e’ che le femministe come Burchill e Moore mi sembrano ormai vecchie guerriere stanche, incapaci di guardarsi intorno e applicare strumenti nuovi a realta’ nuove. Non riesco a non amarle ancora un po’, perche’ comunque le ho sempre lette con piacere ed e’ un bene che ci siano state. Pero’ ormai ogni volta che tornano alla ribalta tremo, perche’ so che quasi sempre restero’ delusa, delusissima. Soprattutto da un fatto: davanti a quello che non si capisce si puo’ anche accettare di essere meno intelligenti, per una volta, e un po’ piu’ umane.

MyBnk, o dell’educazione finanziaria dei fanciulli (da ‘Pubblico’ del 5 dicembre 2012)

La prima domanda è semplice: presentati e indica un sinonimo di ‘soldi’. La risposta è una fitta successione di nomi un po’ esotici e di parole di slang, equivalenti di ‘grana’, ‘sacchi’ e ‘piotte’, pronunciata da qualche voce timida e da qualcun’altra sfrontata, oppure borbottata di malavoglia dai non pochi scontrosi. Il rapporto tra i bambini dell’Hollington Youth Center e il denaro non è certo di grande consuetudine, anzi. Nel piccolo centro sociale di Kennington, sud povero di Londra, una ventina di ragazzini neri tra i 7 e i 13 anni si ritrovano il martedì pomeriggio e il sabato mattina nelle mani della maestra Stephanie e di tre educatori, che tra un gioco sulla storia della Nigeria e un po’ di accompagnamento scolastico cercano di distoglierli dalla strada e dai suoi pericoli.0-1

Ma oggi c’è una novità: James, di MyBnk, è venuto ad insegnare ai ragazzi come diventare piccolissimi imprenditori, come vendere un prodotto, come portare avanti le proprie idee, presentando una serie di esempi positivi di ragazzi delle council houses, le case popolari che sono come micro-ghetti sparsi per la città, che con molta tenacia e un piccolo supporto finanziario sono riusciti a mettere in pratica le loro idee e a guadagnarci dei soldi. Bastano due ore in compagnia di questi ragazzi vivacissimi per capire che il punto fondamentale è proprio l’assenza di fiducia in se stessi, che troppo spesso non si sviluppa mai e che, quasi sempre, viene sostituita da una atteggiamento un po’ spaccone che si vorrebbe intimorente ma che, su dei bambini, suscita ancora tenerezza. Negli adolescenti spesso già fa paura, così come fa paura il disincanto totale di qualche allievo particolarmente difficile, che a 10 anni non crede in sé, non crede a James e, evidentemente, non crede in niente.

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Quello che sono le council estates inglesi lo sa il mondo intero da quando, nell’estate del 2012, ci sono stati i riots a Londra e in altre città del paese, con cinque morti e 200 milioni di sterline di danni. Invertire la furia distruttrice nei confronti di un’economia dalla quale i ragazzi delle council si sentono esclusi e trasformarla in forza produttiva è, in sintesi, lo scopo principale di MyBnk. L’organizzazione è stata fondata nel 2007 da una ragazza italiana nel carisma e nei tratti, ma inglese nel pragmatismo e nel piglio manageriale, Lily Lapenna. “Tornata da un’esperienza in Zimbabwe, ho avuto l’idea di creare dei progetti di formazione economica nelle scuole, perché i miei amici, indipendentemente dalla loro classe sociale, avevano difficoltà a gestire i loro soldi, a non indebitarsi”, spiega Lily, rievocando i suoi esordi quando, laureata da poco alla Soas, School of Oriental and African Studies, se ne andava da sola con il suo computer nelle scuole a spiegare ai ragazzini come gestire i propri soldi, con il solo sostegno morale del suo guru, Michael Norton, ex banchiere d’affari convertito al microcredito.

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Ora Lily stessa è diventata una guru a tutti gli effetti, come dimostra anche la grande attenzione mediatica che sta avendo il suo lavoro, tanto che è stata nominata dal World Economic Forum nella cerchia ristretta dei Young Global Leaders. “Ho iniziato a Tower Hamlets, in quelle scuole che hanno il poliziotto in permanenza”, spiega la trentaduenne, sposata da poco e ora anche incinta, nel suo ufficio di Brick Lane, dove i suoi 17 giovanissimi dipendenti e assistenti trasudano entusiasmo e totale dedizione alla causa. Il suo obiettivo sono i ragazzi dagli 11 ai 25 anni, a cui cerca di insegnare cosa vuol dire portare avanti un’idea di business attraverso sette diversi programmi di insegnamento nelle scuole, nei centri per giovani, nelle prigioni, ma anche, sorprendentemente, nelle scuole private. “Noi vogliamo arrivare a tutti, ma lavoriamo soprattutto con gli esclusi, che molto spesso sono più svegli”, spiega. Negli anni sono arrivati anche i finanziamenti – H&M e JP Morgan sono tra i principali donatori – e, per rispondere alla domanda crescente di educazione finanziaria, Lily ha deciso di espandersi attraverso il franchising, invece di ingrandire MyBnk. “Dopo una formazione adeguata e una certificazione di qualità, cediamo l’uso del marchio, ma solo nel Regno Unito”, spiega la giovane donna, osservando che è difficile assicurare che le cose siano fatte nel modo giusto se l’organizzazione si allarga troppo.

“Ora inizierà un progetto simile in Italia, dalle parti di Reggio Emilia, con l’aiuto della Caritas e della Banca di credito adriatico. Si chiama ‘Sbanchiamo’: noi abbiamo fatto la formazione, il concetto è vicino al nostro”, spiega. L’Italia è una presenza costante per Lily, il cui spirito fattivo e razionale non reca però traccia dei compromessi che ogni giovane italiano con delle idee rischia di trovarsi fronteggiare prima o poi. Il suo strumento di lotta è dare l’esempio, ispirare le persone. “Fare quello che faccio è il mio modo per aiutare più gente possibile, anche in Italia, ma bisogna capire e conoscere bene il territorio e con chi si ha a che fare”, osserva, notando il suo “miscuglio di identità” che fa sì che, alla fin fine, lei si senta londinese ma non inglese. Nella classe di Hollington Youth Center, il progetto è chiaro: rendere i ragazzi padroni degli strumenti economici per renderli padroni delle loro vite, far loro capire che con il lavoro si può arrivare lontano. E liberarli dalla dipendenza dagli aiuti statali che fanno il buono e il cattivo tempo nelle loro vite e che, giusti o sbagliati che siano, di questi tempi non possono più considerarsi una certezza.

Rebekah Brooks, o del perche’ alla Leveson Inquiry servirebbe il Malleus Maleficarum

Ahime’, non si puo’ scrivere ogni giorno un articolo su di lei, anche perche’ sono secoli ormai che e’ presente in ogni romanzo, racconto, fiaba, film e pure in qualche canzone, e il pubblico potrebbe annoiarsi. Ma non credo. Anche se rischia di diventare ripetitiva, la storia di Rebekah Brooks, nee Wade, porta al suo massimo splendore tutto quello che e’ stato scritto nella storia mondiale su streghe, donne intriganti, matrigne, cattive generiche, rubamariti, ammaliatrici e arrampicatrici sociali. Appurato che e’ un essere senza morale ne’ scrupoli – prerequisito minimo, senno’ di cosa staremmo qui a parlare? – Rebekah incarna qualcosa di eterno e per questo incanta tutti, anche se gli inglesi, a differenza di me e di un paio di amiche mie, non lo ammettono volentieri. Quando c’e’ una notizia che riguarda la Leveson Inquiry, la sua enorme testa di boccoli rossi e’ sempre in primo piano sui giornali. Ma anche quando la notizia e’ minore, la stampa non si lascia sfuggire nulla che la riguardi. Poco tempo fa il sito del Guardian aveva un video di 5 minuti, senza suono, in cui Rebekah entrava alla Corte di Giustizia di Londra per un’udienza, in compagnia del forzuto e devoto marito. Non dicevano niente, il commento era minimo, l’unica notizia era che lei stava andando ancora una volta in tribunale e che aveva scelto di andarci dimessa e con una brutta sciarpa.

Il fenomeno e’ complesso, e semplicissimo al tempo stesso. Prima Rebekah e’ stata la persona piu’ odiata di Fleet Street – “una donna maleducatissima” mi spiegava una volta una signora bionda che la conosce – per la sua carriera fulminea da squaletta dell’informazione (si travestiva da cameriera per entrare nelle riunioni, per dire) diventata direttrice del Sun a 32 anni e amata e protetta da Rupert Murdoch piu’ di qualunque altra cosa (qual e’ la sua priorita’, signor Murdoch? “That one”, disse lui indicando lei). Poi e’ diventata ulteriormente famosa per il primo matrimonio con l’attore Ross Kemp, star di EastEnders e personaggio interessante, autore di una serie di documentari sul mondo delle gangs giovanili e sull’Afghanistan, nonche’ storico sostenitore del Labour. Ross Kemp e’ finito in ospedale con delle ferite provocategli da Rebekah durante un’esplosione di violenza domestica (di lei). Nel 2010 si e’ sposata con Charlie Brooks, che ha studiato a Eton e si occupa di ippica a tempo pieno, finendo indagato come lei per lo scandalo delle intercettazioni. Nel frattempo ha avuto una bambina da madre surrogata, nel gennaio del 2012.

Rebekah interessa la stampa britannica per svariati motivi, non ultimo il fatto che e’ profondamente inglese e non e’ per niente posh, ma vive in un mondo di posh. “In a time of social climbers, she is a mountaneers”, scriveva Thackeray della sua Rebecca in Vanity Fair, ma l’essere una montanara e’ ancora piu’ notevole in un momento in cui ci sono pochi scalatori sociali in Gran Bretagna. Il suo accento non e’ elegante, sebbene si sia sforzata di migliorarlo. Ha alle spalle una storia triste, con un padre morto di cirrosi epatica e una madre sola. Lei e’ andata in una grammar school, scuola statale di alto livello per bambini di ogni classe sociale (istituzione che il Labour ha pensato bene di eliminare per non creare disparita’). Il suo gusto nel vestire e’ spaventoso, se non e’ tenuto sotto controllo come quando si e’ messa lo strepitoso Peter Pan Collar per l’audizione alla Leveson Inquiry, dando un’immagine a meta’ tra una brava scolaretta e una qualche abitante di Salem pronta ad andare al rogo. Il suo comportamento e’ pieno di autocontrollo, ma non sa moderare le sue ambizioni, ha un istinto di autopreservazione fortissimo ed e’ molto sfacciata. Usa il suo fascino in maniera strana, non particolarmente femminile: e’ come una leonessa che trova la complicita’ e la protezione dei leoni, che la ammirano e si riconoscono in lei, come il vecchio Murdoch, o vorrebbero riconoscersi in lei, come il povero Cameron. Per i britannici compassati Rebekah da ogni punto di vista assolutamente spaventosa.

La sua ultima manifestazione mediatica sta avvenendo in quanto co-protagonista di uno dei piu’ strepitosi scambi di messaggini della storia mondiale. Lei e’ l’amica street-smart di David Cameron, quella che gli spiega che LOL non vuol dire ‘lots of love’ bensi’ ‘laugh out loud’, quella che lo adula in maniera sfrontatissima dicendogli che ha “pianto due volte” durante un discorso di lui, senza timore di apparire ridicola. Davanti a lei lui ci tiene a mostrarsi maschio, descrivendo una “cavalcata veloce, imprevedibile” su un cavallo del marito di lei, suo compagno di scuola a Eton. L’animale era “difficile da controllare, ma divertente”, scriveva ‘DC’ nel 2009. Erano amici intimi? Nessuno osa dirlo, ma erano forse di piu’? Secondo lui, che ha dovuto consultare le agende della moglie Samantha per verificare la frequenza dei loro incontri, le due coppie si vedevano un weekend su sei. La stampa e’ scettica, Sam Cam per ora tace, Rebekah stessa non dice niente da mesi. E il pubblico curiosissimo vuole sapere come fara’ questa donna cosi’ svegli e cosi’ furba a salvarsi dal patibolo mediatico e giudiziario che l’aspetta. Si pentira’ come Moll Flanders? La fara’ franca come Becky Sharp? Verra’ punita come Milady? La stampa, nel dubbio, non si perde una mossa.