La brutta settimana dei Citizens of Nowhere, tra hard Brexit e sad Brexit.

In questi giorni stiamo un po’ così, noi europei che viviamo nel Regno Unito. Quasi come la mattina del 24 giugno scorso, quando ci siamo risvegliati storditi in un paese che non voleva più essere parte dell’Unione europea, ma con una grande differenza: l’interpretazione che la politica ha dato del voto è peggiore del voto stesso. Chiariamo subito una cosa: il Regno Unito negli ultimi anni, soprattutto dal 2004 ad oggi, ha assistito ad un afflusso monumentale di persone ed è comprensibile che ci si chieda se questo abbia reso irriconoscibile il paese. Ma il fatto che al congresso dei Tories di Birmingham, teatro di un crescendo di dichiarazioni sconcertanti, nessuno abbia fatto presente come se il Regno Unito è competitivo, cresce e ha una disoccupazione del 4,9%, è anche grazie ad un’economia aperta in cui gli investimenti europei hanno avuto un ruolo cruciale e in cui una gioventù a corto di prospettive future è venuta a riversare una quantità impressionante di energie, progetti, fondi, è a dir poco grave. Dei cittadini del mondo – che Theresa May ha definito con tono sprezzante “cittadini di nessun posto” – Londra e il sud est del paese hanno beneficiato come nessun luogo al mondo. Siamo sicuri che sia una buona idea trattarli così?

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“Dalla Brexit non sento più questo posto come casa mia, prima sì” è la frase che si sente più spesso in giro in questi giorni e che tradotta vuol dire: magari resto altri 10 anni, ma non mi impegnerò più così tanto nella società, da straniero mi trattano e da straniero mi comporto. Amici che stanno sospendendo progetti e investimenti, che stanno iniziando a dare un’occhiata ad altre capitali, ad altre prospettive, magari proprio in Italia, che si sentono francamente offesi perché dopo anni e anni di tasse religiosamente versate all’erario di Sua Maestà sono spariti dalla cartina politica – ma non era No Taxation without Representation? – e che non si capacitano di dover assistere al susseguirsi di dichiarazioni surreali di queste settimane, tutte volte a incidere nella mente degli elettori ex Ukip e ex Labour il nuovo, sfavillante brand dei Tories, che finalmente hanno capito di dover far qualcosa per colmare le disuguaglianze vertiginose che esistono nel paese ma hanno deciso di farlo abbracciando la linea del tabloids. E creando una retorica incendiaria fondata sulla distinzione ripetuta all’infinito tra gli “onesti lavoratori britannici” e gli immigrati, descritti alla stregua di parassiti o, nel migliore dei casi, come un male necessario da accettare temporaneamente fino a quando il sistema britannico non sarà in grado di formare abbastanza medici, per dirne una (parole di Jeremy Hunt, ministro della Sanità).

Retorica da congresso, dicono gli amici inglesi, non ci fate caso. Un voto che cambierà poco, auspicano altri, vedrete che il governo non farà un autogol così clamoroso. E’ tutta una strategia negoziale, si consola qualcuno. Nel frattempo l’atmosfera va peggiorando e la minaccia di chiedere alle aziende di schedare i lavoratori stranieri avanzata da Amber Rudd, ministro degli Interni che durante la campagna referendaria era stata una vigorosa e lucida sostenitrice del ‘Remain’, ha dato la misura di quanto il ‘common sense’ sia una cosa del passato, nel Regno Unito di oggi. Chiunque abbia avuto a che fare con le risorse umane di un’azienda racconta la stessa storia: arrivano stranieri preparatissimi, il più delle volte molto più dei candidati britannici. Che questo sia problematico non c’è dubbio, ma il pubblico dovrebbe essere informato sul fatto che se poi quelle stesse aziende vanno bene e sostengono la crescita, grazie ad una forza lavoro straniera, questo va a vantaggio di tutti. Un punto di vista che i tabloids, giornali scritti dalle elites ad uso e consumo del popolo, non raccontano mai. Perfino il fratello del ministro degli Interni Amber Rudd, che si chiama Roland e ha fondato il colosso della comunicazione Finsbury, ha criticato la sorella scrivendo sull’Evening Standard che non si possono “vilipendere gli stranieri” nel Regno Unito di oggi. Eppure sta avvenendo. E visto che la comunità dei “cittadini del mondo/cittadini di nessun posto” è per definizione fluida e mobile, non è detto che accetti di respirare quest’ariaccia per altri due anni e mezzo, il tempo che finisca il negoziato della Brexit. Che sia proprio la strategia che Theresa May ha in mente, ossia far scappare più gente possibile adesso per poi tutelare i diritti di chi resta e tenersi il mercato interno in un secondo momento?

In ‘Number 11’ Coe arrabbiato ritorna alla Famiglia Winshaw, ma con molta più amarezza (da ‘Il Foglio’ del 14 novembre)

Se si ritiene che la storia recente sia tutta un susseguirsi di perdite d’innocenza, si può essere tentati di tornare indietro ai tempi (quali?) in le cose erano giuste, sane e autentiche. Analisi pigre portano ad azioni pigre, e premere il tasto ‘rewind’ è più facile che riparare ad eventuali errori guardando avanti, una forma di multitasking di cui al momento la sinistra britannica è tutt’altro che incline. L’ultima dimostrazione viene da ‘Number 11’ di Jonathan Coe, seguito fresco di stampa del ben più ironico e abrasivo ‘La Famiglia Winshaw’ del 1994, feroce satira sugli anni ’80 e il thatcherismo. Nonostante la penna felice dello scrittore e la sua capacità intatta di costruire personaggi e trame palpitanti, ‘Number 11’ – il titolo fa riferimento all’abitazione del cancelliere dello Scacchiere a Downing Street, ma anche ad una linea di bus, al tavolo di una cena elegante, all’indirizzo di un cottage – è il manicheismo fatto romanzo.

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In un paese in cui i poveri sono buoni e i ricchi sono cattivi, ‘competizione’ e ‘scelta’ sono parolacce, concetti grotteschi di cui la gente si riempie la bocca per perpetrare ingiustizie e spolpare quelle istituzioni di cui i britannici sono fieri, e a ragione: NHS, BBC, biblioteche comunali, case vittoriane. Ma Coe la modernità non la vuole proprio guardare in faccia e non vuole ragionare sul modo in cui le istituzioni amate potrebbero avere un futuro: condanna e basta, con rabbia. L’austerità, le banche, chi ha successo, la stampa, i tagli al servizio sanitario, ossia tutto il catalogo di bestie nere del numero crescente di tesserati laburisti attirati dal messaggio rassicurante di Jeremy Corbyn (L’Economist, impeccabile, gli dedico’ copertina rossa e ‘Indietro compagni!’ per titolo), messaggio che qualche settimana fa ha avuto anche l’appoggio del divino Alan Bennett. “Approvo Corbyn – ha detto – non foss’altro che perché riporta il Labour indietro a quello a cui dovrebbe pensare”, ossia alle disuguaglianze sociali a cui in questi giorni ha fatto riferimento anche John Major e che sono diventate un tema incendiario quasi come l’immigrazione, come sa bene George Osborne che sui tagli ai tax credits ci si sta bruciando una carriera, così come all’integrità morale di un paese che non riesce più ad essere fiero di sé. Un fronte, questo, su cui c’è un conto aperto all’infinito a nome di Tony Blair: paga e pagherà sempre tutto lui.

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La prima tappa dell’uscita dall’Eden, per la giovane protagonista di ‘Number 11’, è la morte del Dr David Kelly, microbiologo e ispettore di armi dell’ONU – riguardando certe sue foto sembra Corbyn, a voler fare psicologia nazionale spicciola – ritrovato morto in circostanze mai del tutto chiarite in un bosco dell’Oxfordshire nel 2003 dopo un servizio della BBC in cui si accusava il governo di aver “sexed up”, reso più allettante, il rapporto sulle armi di distruzione di massa. “Il Regno Unito sarebbe stato un posto diverso da quel momento in poi: inquieto, spiritato”, racconta Rachel, prima di ritrovarsi al centro di una trama in cui tutto è ingigantito, orribile, assurdo.

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La satira è “un’arte a tesi” che cerca di portare il pubblico verso una posizione morale o politica precostituita, dice Milan Kundera. E Coe fa esattamente questo e lo fa benissimo, salvo poi spiegare che la satira non deve sostituirsi all’attivismo politico e sfrondando, di conseguenza, il suo romanzo degli elementi più piacevoli degli altri suoi lavori: nessuno si salva, nel mondo della disuguaglianza. Al limite ci si umilia abbastanza da riuscire a sopravvivere in un paese che a destra e a sinistra, da Ukip al Labour, in questo momento continua a sognare quel fotogramma di purezza che forse non ha mai avuto, ma la cui ricerca diventa ossessiva come quella di certi film visti in televisione per caso da bambini in un pomeriggio di vacanza. Un personaggio di ‘Number 11’ ci muore, in questa ricerca.

‘Il Sorpasso’: Elisabetta supera Vittoria, ma il regno più lungo è di re Bhumibol di Thailandia (da ‘Il Messaggero’ del 5 settembre)

LONDRA – Succederà mercoledì prossimo, 9 settembre, intorno all’ora del tè: con 23.226 giorni, 16 ore e 24 minuti sul trono, Elisabetta II avrà regnato sessanta secondi in più della sua antenata Victoria, diventando quindi la sovrana dal regno più lungo nella storia del paese e superando colei che nell’immaginario collettivo ha segnato una delle epoche d’oro del paese, che all’epoca era a capo di un impero. Quando lei stessa oltrepassò i 59 anni di regno di suo bisnonno Giorgio III, segnò diligentemente la data sul suo diario – era il 23 settembre del 1896 – e si gustò i fuochi e le campane a festa nella residenza scozzese di Balmoral. Anche Elisabetta sarà a Balmoral, ma festeggerà la giornata in tutt’altro modo: inaugurando una ferrovia insieme a Nicola Sturgeon, la pugnace leader indipendentista scozzese, e viaggerà con un treno a vapore da Edimburgo a Tweedbank, seguendo un’antica tradizione del 1840. Di epoca vittoriana, per l’appunto.

Lucian Freud, Queen Elizabeth II
Lucian Freud, Queen Elizabeth II

Un tempo che secondo alcuni storici contemporanei la trisavola di Elisabetta ha saputo guidare e governare con un piglio che alla discendente è mancato del tutto. “La regina non ha mai fatto o detto alcunché che verrà ricordato”, ha spiegato David Starkey scrivendo su Radio Times. “Non darà il suo nome alla sua epoca. Né, sospetto, ad altre cose”, ha aggiunto, dando però credito ad Elisabetta II di essere riuscita a salvaguardare la monarchia in una lunga fase di antimonarchismo rampante, mettendolo a tacere a colpi di immagini positive come quella di William che sposa la bella ‘commoner’ Kate e capacità di adattarsi ai tempi mantenendo ben ferma la tradizione come stella polare. “Ha privato il repubblicanesimo del necessario ossigeno della controversia, asfissiandolo”, anche nei momenti più delicati, secondo Starkey, il quale però forse non rende onore al fatto che i tempi di Elisabetta sono stati più difficili di quelli di Victoria, non foss’altro che per la tecnologia al servizio dei mezzi di comunicazione di massa.

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Tra zii dalle simpatie naziste e nuore molto indisciplinate – il pensiero corre a Diana, ma in realtà fu soprattutto Sarah Ferguson a combinarne di tutti i colori – la regina Elisabetta ha dovuto navigare in acque difficili e soprattutto sottoporsi ad un’attenzione morbosa da parte del pubblico. La sua incoronazione, nel 1953, fu il momento in cui i tinelli britannici si riempirono per la prima volta di televisori per seguire l’evento storico. Lilibet, come la chiamava la Regina Madre, aveva 26 anni, era già madre di Carlo e Anna, ed era diventata regina dopo la morte prematura del padre Giorgio VI.

Anche Victoria salì sul trono per circostanze inattese, ossia la morte dello zio, e sposò l’uomo amato, il cugino primo Alberto, con cui ebbe un rapporto passionale e bellicoso fino alla morte prematura di lui, in seguito alla quale lei si chiuse nel lutto e nel silenzio, finendo con l’essere soprannominata “la vedova di Windsor” e trasformandosi nell’austera matrona che i ritratti e le statue, ma soprattutto le fotografie dell’epoca, ci hanno trasmesso. Era una scrittrice inarrestabile e una donna dal carattere brusco, madre prolifica ma poco affettuosa che del primogenito Bertie, salito al trono come Edoardo VII, diceva che “certo bello non è” e che alla notizia che una delle figlie, sposata, era incinta (del futuro kaiser Guglielmo II), reagì dicendo che “l’orribile notizia ci ha disturbato moltissimo”.

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Elisabetta, di cui tre figli su quattro hanno divorziato, non è stata calorosa, ma ha saputo correggere I suoi errori, essendo sempre stata sotto la lente del pubblico. E ora, nel suo treno a vapore in giro per la Scozia, non vuole festeggiare ufficialmente, anche perché un gesto di autocelebrazione tanto più basato sulla concorrenza con una sua antenata sarebbe poco adatto alle sue corde. Il resto del paese, magari non monarchico ma sicuramente affezionato a questa sovrana, assisterà invece ad un giorno storico, con discorsi in Parlamento, il conio di una nuova moneta, programmi televisivi dedicati al tema e molti dibattiti. Con una domanda centrale: abdicherà? Non abdicherà? E a favore di chi? Ad aprile 2016 Elisabetta farà 90 anni, ma rimane lucida e in buona salute. E da ragazza promise al suo paese che quello di sovrana sarebbe stato per lei un lavoro per la vita. Sua madre è morta ultracentenaria, le premesse ci sono tutte. E poi c’è ancora il re Bhumibol di Tailandia da superare: è sul trono dal 1946 ed è pure sopravvissuto a 10 colpi di stato.

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Panico nel Labour, l’avanzata di Corbyn L’Autentico trova gli avversari impreparati (da ‘Il Foglio’ del 15 agosto)

LONDRA – Panico. Sembra un remake di sinistra delle presidenziali francesi del 2002, uno Chirac-Le Pen in salsa britannica, solo che il pericolo qui non è il noto xenofobo antisemita Jean-Marie ma un cordiale ciclista sessantaseienne, Jeremy Corbyn, che fosse per lui riaprirebbe le miniere e nazionalizzerebbe il nazionalizzabile, porterebbe la Gran Bretagna fuori dalla Nato e, se possibile, anche dall’Unione europea. Come scongiurare la sua avanzata verso la leadership del Labour evitando che quest’ultimo si trasformi in un partito di protesta à la Syriza destinato a farsi male al primo confronto con la realtà? I tre candidati alternativi – che poi sarebbero quelli istituzionali, ma il mondo in questi giorni va alla rovescia – stanno litigando sulla strategia, e più litigano e più si affossano, perché 160.000 persone sono corse ad iscriversi ai registri di voto prima della chiusura in modo da poter eleggere lui, Jeremy, e molti di loro sono vicini ai sindacati, sono d’accordo con le sue politiche. Il sospetto che tra le pecorelle pro-Corbyn si annidi anche qualche lupo Tory intenzionato a sabotare il partito rivale c’è, ma la tendenza generale è chiara e mettersi a fare questioni di lana caprina sulle procedure di voto sarebbe poco astuto.

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Ci vorrebbe un’alzata di ingegno politica. Hai voglia ad avere Yvette Cooper che dice che le idee di Corbyn “non sono radicali e non sono credibili”, “vecchie soluzioni a vecchi problemi”, lei è terza e la sua linea, per ora, non ha sfondato. Vagamente più rosee le prospettive di Andy Burnham, che è secondo e che, a riprova del fatto che è un po’ un candidato Zelig, sta cercando di intercettare il malumore di chi accorre a votare l’antitutto Corbyn. “Gli attacchi a Jeremy hanno frainteso l’umore del partito”, spiega, come a dire: votate me che vi ho capito e che so pure quello che sto facendo. Mentre Liz Kendall, che è ultima, blairiana e pure riformista, ha messo in secondo piano la sua candidatura facendo propria la linea di Tony Blair secondo cui l’unico obiettivo è battere Corbyn, il quale per ora se ne sta sul 53-57% secondo YouGov (ma YouGov, si sa, è uscito dalle elezioni appena peggio del Labour). “Non voglio vedere il Labour presentare la sua lettera di dimissioni ai britannici come partito serio di governo”, ha spiegato Kendall, i cui elettori sarebbero pronti al voto stategico a Burnham.

D’altra parte qui il gioco si fa duro, la perfida Camilla Long sul Sunday Times parlava di una sorta di un fenomeno di scontento cosmico alla Nigel Farage, ma non c’è tempo di farlo smontare, svanire, di discutere le sue idee, qui si vota il mese prossimo e se Corbyn vince e il Labour sparisce… Come si fa a dire: siamo un partito di sinistra, non votate per il candidato di sinistra? Colui che ha basato il suo programma elettorale sulla ‘più lunga lettera di suicidio della storia britannica’ ossia il manifesto Labour del 1983 è stato lasciato entrare nella rosa dei candidati come fosse una curiosità innocua. Ma i deputati non lo rispettano, piace solo – ma tanto – ad un mondo relativamente ristretto in cui, secondo Tim Baldwin, “chiunque sia associato con l’ultimo governo Labour è denunciato come un Tory o un criminale di guerra”, ossia una certa intelligentsia e il nord operaio a cui dà risposte vintage e appena meno vaghe di quelle che Farage dava ai suoi elettori senescenti delle città costiere terrorizzati dal futuro.

I Tories, che conoscono l’animo pragmatico dei britannici, hanno fatto sapere che una vittoria di Corbyn costerebbe 2,400 sterline all’anno ad ogni famiglia, o 42 miliardi di sterline (la piu’ economica, se proprio si vuole essere di sinistra, e’ la Kendall: 1000 a famiglia all’anno, tutto sommato fattibile). Syriza London, il gruppo dei greci di Syriza a Londra, con il supporto di un po’ di gruppi anticapitalisti, stravede per lui, che a sua volta stravede per l’ala intransigente del partito greco. Per riportare un po’ di ordine ora tutti si aspettano due parole energiche da Gordon Brown, che già sulla Scozia ha dimostrato, come se ce ne fosse stato bisogno, di essere un politico finissimo. Ed Miliband, invece, ha deciso che starà zitto. Gordon dirà parole di buonsenso domenica. Si aspetta.

Viaggio a Clacton, dove UKIP prospera tra case di bambola, deambulatori e paura di un’immigrazione che non c’e’ (da ‘il Foglio’ del 27 dicembre)

CLACTON-ON-SEA – Potrebbe essere il giovane parroco oppure il medico del paese, Douglas Carswell. L’ex deputato conservatore, rieletto ad ottobre nelle file dell’UKIP e diventato il primo MP viola nella storia di Westminster, si muove energico e attento nel suo ufficio accanto ad un negozio di kebab gestito da uno dei pochissimi immigrati di Clacton-on-sea, propaggine costiera dell’Essex, cinquantamila abitanti di cui un terzo pensionati. Douglas riceve cittadini che, come sempre nel Regno Unito, vanno a chiedere al loro eletti soluzioni a problemi piccoli che incidono sulle loro vite. Agli ottantenni Russell, ad esempio, è stata fatta male la strada davanti a casa, col risultato che le macchine di passaggio gli finiscono in giardino. “Ma Douglas risolverà tutto”, spiega convinta la signora mentre il marito si sistema l’apparecchio acustico e sorride nell’aria. La segretaria di Douglas intanto risponde gentile ad un tipo malconcio a cui hanno tagliato il riscaldamento, e Douglas stesso fa delle brevi apparizioni tra un appuntamento e l’altro proponendo soluzioni lampo, intervenendo, rassicurando.

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“La gente non ha votato UKIP, ha rivotato Douglas”, mi spiega una visitatrice sui quarant’anni con l’aria cospiratoria di chi dice: lui è uno di noi. Non proprio. Suo padre era un medico scozzese in Uganda, pioniere della ricerca sull’Aids le cui esperienze hanno ispirato, dicono, libro e film ‘L’ultimo re della Scozia’, ma tant’è. Non c’è comunque traccia di grandi scenari, a Clacton-on-sea, località balneare fanée dove il parco divertimenti sul molo è più spettrale di un set di David Lynch e il principale problema, ammette Carswell, “è che non ci sono abbastanza medici e infermieri”. Una città che ha disperato bisogno di immigrazione, quindi, e Douglas lo sa: “Noi con i nostri elettori siamo sinceri su tutto, e proprio per questo possiamo permetterci un approccio onesto anche quando dobbiamo dire verità scomode”. Non come il Labour, sempre più in difficoltà con il voto popolare come dimostra un documento sfuggito di mano e intitolato ‘Campaigning against UKIP’, che sul tema dell’immigrazione propone una linea semplice: evitarlo come la peste. Non parlarne con gli elettori, non farsi travolgere mai da discussioni di persona, spostare l’argomento sulla riforma del sistema sanitario.

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Anche se a parlare di immigrazione a Clacton ci si sentirebbe comunque un po’ ridicoli: la città, canuta più che bianca, ha appena il 4,3% di popolazione straniera, la metà della media nazionale, un decimo del centro di Londra. I primi, poi, sono i tedeschi, seguiti dai polacchi. Tensioni non ce ne sono, conferma Edita, che serve pierogi fatti in casa e altre specialità polacche in un negozietto lindo, unico avamposto ‘etnico’ del centro insieme al kebab di cui sopra, a pochi metri da Marks&Spencer e dalla carrellata di charity shops intitolati ad ogni malattia possibile che riempiono le belle strade ampie di Clacton. Matthew Parris ha scritto un pezzo feroce, odioso e forse vero sulla cittadina, dicendo che quella che si trova lì è “l’Inghilterra sulle stampelle”, l’Inghilerra tatuata e proletaria, nostalgica e spaventata a cui i Tories dovrebbero smettere di corteggiare, lasciando pure che UKIP si accaparri il mercato del pessimismo e ne diventi, per l’appunto, la stampella, sapendo che ad attendere il partito c’è un futuro in “lycra, non in tweed”, fatto di elettori presi solo a cercare di non morire.

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Mentre Farage sceglieva con cura le frasi dell’articolo di Parris da far stampare sui suoi manifesti elettorali, qualcuno all’Economist ha detto che nel Regno Unito ormai la partita si gioca tra “comunitaristi” e “cosmopoliti”, tra chi pensa al passato, si lamenta delle élites ed è eurofobo e chi invece, seguendo la vena mercantile dell’animo britannico, vuole ampi orizzonti e mare aperto. Clacton contro Cambridge, e pazienza se ci sono decenni di scelte politiche dietro questo divario, e pazienza se c’è l’UKIP a fare incetta di voti burini che nessuno vuole, confortando gli elettori nelle loro paure e nel loro desiderio di vivere nel passato, nella vecchia Inghilterra incontaminata dalla modernità e dall’immigrazione.

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‘Ukik’, ‘tu prendi a calci’, l’ha soprannominato un gruppo di liceali della Canterbury Academy che ha messo a punto un videogioco, piuttosto brillante, in cui un personaggio chiamato Nicholas Fromage calcia immigrati dalle bianche scogliere di Dover verso la Francia. Vince chi fa arrivare l’immigrato-proiettile più lontano dalla costa britannica, e questo ha messo a dura prova il robusto senso dell’umorismo di Farage, che l’ha definito “patetico”, mentre il partito ha ribadito che la loro politica sull’immigrazione è ispirata al sistema a punti australiano, pensato per far venire nel paese più cittadini del Commonwealth – realtà per la quale la nostalgia da queste parti non è mai troppa – e meno europei.

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“Noi siamo venuti qui perché odiamo Londra e i suoi commercianti stranieri’”, spiega Eileen, bella sessantenne bionda mentre scartavetra una delle tante case di bambola che vende insieme al marito in un negozietto poco distante dalla spiaggia. “Saremo circa 15 in tutto il paese a vendere casette”, prosegue, sistemando piccoli vasi di fiori perfettamente rifiniti sui romantici davanzali di una mansion edoardiana. “La gente viene qui perche può crearsi un piccolo mondo ideale, una casa di bambola ti permette di prenderti cura delle cose, noi ne abbiamo tre, e abbiamo solo figli maschi”, aggiunge un uomo tarchiato di mezza età dall’aspetto non inglesissimo, voce profonda, mani e collo coperti di tatuaggi da passato turbolento. “Londra non è più quella che era, io voglio stare tra gli inglesi, non ce l’ho con gli altri, mia figlia vive in Svezia e tu sei una straniera molto gentile, ma io voglio stare tra gli inglesi”, prosegue Eileen mentre serve i clienti. “Chi ha una casa di bambola non ha mai il problema di cosa regalare per Natale”, assicura l’uomo tatuato e vestito di nero mentre fa scorrere le sue falangi piene di croci e simboli oscuri su una piccolissima vasca da bagno di ghisa, prezzo 2 sterline e mezzo.

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Dell’Europa a loro importa poco, l’immigrazione peserebbe di certo, se solo ce ne fosse, ma quello che conta è l’entusiasmo per il casino che UKIP è riuscito a fare fino ad ora, per il fatto che in pochi mesi si è dimostrato in grado di mettere in difficoltà il vecchio sistema, di dare un senso di potere a chi si sente scavalcato dalla storia ed è a corto sia di compassione che di larghe vedute. YouGov sostiene che un britannico su quattro non riuscirebbe a rimanere amico con un elettore UKIP e c’è stato addirittura chi diceva che i prezzi delle case, nelle costituency viola, rischiavano di scendere per via dello stigma sociale. Davanti ad un English breakfast in cui racconta con un po’ di italiano dei suoi anni romani a Monti, Carswell spiega che UKIP sta facendo alla politica ciò che Aldi e Lidl hanno fatto al settore della grande distribuzione: “Dimostriamo alla gente che c’è un’alternativa dopo anni in cui gli avevano detto che esistevano solo Tesco e Waitrose”. E scandendo con un tono un po’ pomposo i grandi momenti della storia in cui la democrazia ha perso pezzi importanti, con particolare menzione del “furto” operato dal progetto europeo, Carswell ricorda quando nel 2001 ha corso la sua prima elezione contro Tony Blair, perdendo malamente ma facendo sua l’arte sottile delle campagne porta a porta.

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Lui, educazione privatissima e retroterra solidamente middle class, rimpiange che “la gente neanche si sforzi più di votare”, soprattutto dopo lo scandalo delle spese dei parlamentari e visto quanto la UE rende ormai impossibile decidere il proprio destino ai cittadini britannici. Che certo, leggono giornali che raccontano storie strabilianti e falsissime su Bruxelles, “ma tanto le élites ingannano le persone molto più dei tabloids”. Che poi la UE è il mondo sognato dalle élites, la negazione del fatto “che la saggezza è superiore presso il popolo”, il quale va ascoltato e assecondato, altro che Matthew Parris. “Perché qualcun altro dovrebbe decidere che cosa mio figlio deve studiare a scuola? Se la tecnologia mi permette di scegliere quasi tutto, perché non posso decidere anche su questo, o sull’illuminazione stradale o su mille altre cose?” L’elettorato UKIP non è senescente e nostalgico, ma moderno e internazionale, azzarda Carswell. “Guardando i tabulati telefonici si vede che la gente qui a Natale chiama in Australia, in America, mica in Europa”. E se da una parte continuano ad essere scoperchiati personaggi imbarazzanti – come dimostra il recente ordine di scuderia di non usare Twitter dopo che alcuni esponenti del partito avevano detto cose impresentabili, dall’invito agli africani a suicidarsi a storielle da bar su presunti asini sodomiti, per citarne solo alcune – e Carswell lo ammette, “UKIP si sta ripulendo” e stanno emergendo personalità di rango, anche femminili, oltre al fatto che il partito sta facendo un favore al paese. “Se non ci fossimo noi la rabbia della gente la porterebbe a votare per dei clowns come in Italia”, osserva, aggiungendo vezzoso, nel caso l’allusione non fosse stata colta: “Questo non dovrei dirlo”.

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Nella costituency molti ex carcerati vengono mandati da Londra per vivere di benefits, “creando qualche problema di accoltellamenti per strada”, spiega il quarantatrenne, secondo cui il sistema migliore per gestire la sicurezza sarebbe avere degli sceriffi eletti dal popolo. “E comunque UKIP non è un partito nativista xenofobo come si pensava, siamo eredi del partito liberale, di Gladstone”, precisa. E alle prossime elezioni come finirà? “Forse con una bella coalizione Labour-Tory, visto che condividono gli stessi valori”, spiega rianimando con una gran risata la sua battuta un po’ logora. “Faranno un accordo”, forse, e allora sarà davvero una partita tra “i vecchi partiti politici e noi”. Poco lontano da Clacton, sempre nella stessa costituency c’è Holland-on-sea, un paesino molto più benestante, dove qualcuno si avventura addirittura ad accollarsi ogni giorno l’ora e mezzo di pendolarismo con Londra. Il mare, per chi ha il coraggio di entrarci, è tra i più puliti del paese, così come nella proletaria Clacton con le sue stampelle, le sue farmacie e i suoi deambulatori.

Prima delle elezioni di ottobre Banksy aveva benedetto uno degli edifici del lungomare con un murales dei suoi, roba che a rivenderlo ci si lastricava d’oro la città. Aveva disegnato un gruppo di piccioni manifestanti, con dei cartelli con su scritto “I migranti non sono benvenuti”, “Tornate in Africa” e “Giù le mani dai nostri vermi”. Davanti a loro ad un uccellino migratore di un bel verde li guardava perplesso sullo stesso filo. E’ stato subito cancellato dopo qualche protesta. Il Council neanche se n’era reso conto che fosse di Banksy, salvo poi annunciare che sarebbe “lieto” se l’artista decidesse di tornare a Clacton per dipingere. Un’opera d’arte “appropriata”, però.

Nel valzer degli addii della vecchia guardia New Labour, anche Gordon lo Scontroso lascia la politica (da ‘Il Messaggero’ del 2 dicembre)

Dopo 32 anni trascorsi a Westminster, Gordon Brown se ne va, lascia la politica, interrompe il corso che l’ha portato ad essere bellicoso e inflessibile cancelliere dello Scacchiere prima, poi sfortunato primo ministro, infine voce autorevole e ascoltata della campagna pro-unione con la Scozia. Rimanendo sempre una delle colonne portanti del Labour, partito che nelle mani sue e dell’eterno rivale Tony Blair è stato per alcuni fulgidi anni ‘New Labour’, architrave politica del dinamismo culturale ed economico della ‘Cool Britannia’, prima di appannarsi considerevolemente sotto la leadership di Ed Miliband. Scozzese, ruvido, rimasto cieco da un occhio dopo un incidente di rugby quando aveva 16 anni, Brown è sempre stato un personaggio cupo, serio e vagamente tragico, poco incline al sorriso, soprattutto se confrontato con l’inossidabile Blair dall’eterno ghigno e dalla scaltrezza comunicativa inarrivabile.

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Ma per i britannici, che non hanno mai amato Brown come primo ministro, la sua gestione dell’economia rimane associata a un decennio di crescita e alla prontezza con cui ha gestito la crisi bancaria esplosa nel 2007, anno in cui è andato a Downing Street succedendo ad un Blair irreparabilmente danneggiato dalla guerra in Iraq. Prima di perdere malissimo, nel 2010, le elezioni contro David Cameron che all’epoca contava sull’effetto novità dovuto a 13 anni di governo laburista e che appariva, in sella alla sua biciletta, come la scintillante risposta conservatrice al primo Blair. Un uomo, quest’ultimo, che a Brown deve molto: la leggenda narra che dopo la morte di John Smith nel 1994 i due si incontrarono al ristorante ‘Granita’ di Islington (non esiste più) e stabilirono che Brown avrebbe rinunciato alla leadership del partito e, nel caso, a Downing Street per lasciare spazio a Blair in cambio di ampi poteri e della possibilità, in futuro, di succedergli.

Quando nel 2002 Brown e la moglie Sarah, elegante, sobria e schiva come lui, persero la loro prima figlia di appena 10 giorni per via di un’emorragia cerebrale, la visione di quest’uomo poco portato alle emozioni e così provato dal dolore commossero il paese, che però non gli perdonò mai errori banali e catastrofici come quella volta che, credendosi fuorionda, definì ‘bigotta’ una signora, peraltro sostenitrice del Labour, che lo aveva bombardato di domande sull’invasione degli immigrati dell’Est Europa. Una carriera solida, fatta di alti e bassi, che Brown ha deciso di interrompere su una nota positiva, ossia l’aver contribuito in maniera a detta di molti fondamentale alla decisione degli scozzesi di non separarsi dal resto del paese, andando a correggere con la sua voce autorevole le esitazioni di Miliband, uno che di rivalità fraterne ne sa qualcosa, non essendosi ancora liberato dal ricordo del fratello David.

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“Una figura torreggiante”, lo ha definito il leader del Labour, a cui proprio ieri una ricerca universitaria consigliava di fare pace con il dinamismo riformista del ‘New Labour’ per riuscire a portare a casa un’elezione per ora molto in bilico. In uno scenario politico i cui protagonisti cambiano e rinunciano alle ambizioni di leadership per andare a ricoprire ruoli nuovi, il sessantaquattrenne Brown non è il primo politico dell’era blairiana a decidere di non ricandidarsi: Alistair Darling, David Blunkett, Jack Straw, Tessa Jowell, Peter Hain, Hazel Blears e Frank Dobson hanno fatto lo stesso. D’altra parte il suo ultimo mandato come MP di Kirkcaldy e Cowdenbeath non lo ha visto presente come al solito nei corridoi di Westminster, austeri e solidi, un po’ come lui.

La BBC s’interroga sul futuro e soprattutto sul canone: retaggio del passato o strumento irrinunciabile? (da ‘Il Foglio’ del 14 novembre)

Vuoi più bene al mercato o alla BBC? Non è un dilemma da poco per i britannici, che a due anni dall’introduzione della nuova Charter, ossia quel documento decennale che definisce ragion d’essere e finanziamenti del colosso pubblico, stanno mettendo sempre più in discussione il sistema del canone da 145,50 sterline che ogni nucleo familiare, anche il più indigente, è tenuto a pagare ogni anno, pena, fino a poco tempo fa, la galera. Ai conservatori non piace, ma a pochi mesi dalle elezioni i veri negoziati non sono ancora iniziati e il parere dell’attuale governo per ora conta relativamente poco. Il presidente della commissione Cultura di Westminster, John Whittingdale ha definito il canone “peggio della poll tax” che almeno teneva conto della situazione di ciascuno, sostenendo che resterà comunque in vigore ancora per un po’, mentre il ministro per la Cultura Sajid Javid ha sottolineato che dopo il voto di maggio “nessuna opzione” verrà scartata qualora i Tories rimanessero al governo.

BBC news logo in 1954 - The Guardian
BBC news logo in 1954 – The Guardian

Mentre il Labour fa sostanzialmente melina, un messaggio chiaro è giunto da Rona Fairhead, ex manager del Financial Times da poco a capo del Trust della BBC. Cortese e tassativa, ha dichiarato che il sistema che porta 3,7 miliardi di sterline all’anno nelle casse della Corporation (sui circa 5 miliardi totali) “non è un problema che deve essere risolto”, che il pubblico “in generale” è a favore del canone e tutte le alternative rischiano di “cambiare la natura” del servizio “in maniera non certo positiva”.

Alistair Cooke on air in 1946. BBC/Corbis
Alistair Cooke on air in 1946. BBC/Corbis

Il fatto è che il servizio, di suo, è già cambiato e deve fare i conti con il fatto che i britannici guardano sempre più EastEnders o Newsnight sul computer, sugli smartphone, sui tablet, sfuggendo ai controlli che sono invece severissimi per chi in salotto ha un televisore: 200.000 telespettatori abusivi finiscono in tribunale ogni anno per non aver pagato le 145,50 sterline e chi si rifiuta di pagare la multa rischia il carcere, come è capitato fino ad ora a circa 50 o 70 persone (sempre all’anno). Ma si calcola che siano 1 milione e mezzo gli evasori, e ora che il mancato pagamento sta per essere depenalizzato diventeranno sicuramente di più, portando circa 200 milioni di sterline in meno al bilancio.

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“Il canone ha servito la BBC molto bene per molti anni senza resistenza da parte del pubblico”, spiega al Foglio David Elstein, ex manager TV, presidente di openDemocracy e del Broadcasting Policy Group, aggiungendo che il sistema ha però il grave difetto di fornire ai politici un bilancio stabile sul quale far pesare le loro esigenze e le loro stravaganze a scapito di quello che la BBC dovrebbe fare: ‘informare, educare, intrattenere’, come da motto. “L’abbonamento sarebbe un sistema molto più sano, anche perché grazie alla tecnologia si potrebbero evitare le truffe, si avrebbe più indipendenza dalla politica e entrate più sicure, con maggiore giustizia sociale”, prosegue Elstein con empito riformista. “BBC piace molto, non dovrebbe cambiare i contenuti, la gente si abbonerebbe”, risponde a chi teme di vedere la Corporation rinunciare al livello stellare dei suoi programmi per assecondare il pubblico. “Guarda HBO o AMC in America, con l’abbonamento hanno migliorato la qualità”, osserva. Ma sarebbe il cambiamento più grande nella storia della BBC e in molti hanno paura.

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“Il canone non è perfetto, ma prova a farne a meno?”, controbatte al Foglio la storica ufficiale della Corporation, Jean Seaton, secondo cui è discutibile che i britannici debbano pagare per il World Service e compensare con notiziari impeccabili le falle del sistemi d’informazione di mezzo mondo (fino a poco fa le spese erano a carico del Foreign Office), ma questo non vuol dire che la “gemma” del paese non debba essere difesa. “Per la gente la BBC è come l’acqua” e arriva gratis, “ma mantenere questo livello costa caro” nonostante i tagli del 27% già subiti, oltre al fatto che “è il collante culturale che tiene insieme il paese” e che nonostante tutto, a differenza delle TV commerciali, “non produce ciò che la gente vuole, ma quello che la gente ancora non sa di volere”. Punto di vista diffuso tra gli intellettuali e intollerabile “marxismo culturale” secondo il Daily Mail, che non perde occasione di attaccare la Beeb per i suoi scandali, i suoi stipendi d’oro e per le deviazioni dalla proverbiale imparzialità, nonostante l’eloquenza con cui nel 1951 ne catturò l’aura internazionale scrivendo che se la voce dell’America tuona, quella “della Gran Bretagna sussurra” in un microfono.

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Ma la BBC non è solo giornalismo d’alto bordo e fictions storiche, e la programmazione – ci mancherebbe altro, con quello che costa – prevede anche una solida offerta nazionalpopolare, che fa infuriare le emittenti commerciali, Sky in testa, le quali vedono BBC come un monopolista, un incumbent sussidiato che fa concorrenza sleale in territori che non gli competono. Una serie di problemi teorici e pratici non da poco, a cui si sommano le critiche al sistema di governance introdotto nel 2006, il Trust, accusato di aver chiuso un occhio su scandali vari, da Jimmy Savile in giù, di aver avallato 60 milioni di sterline di buonuscite e di non aver saputo evitare il fallimento da 100 milioni del progetto IT. Si parla di sostituirlo con un board normale oppure, come suggerisce Javid, di dare al parlamento un ruolo maggiore “nel valutare l’operato della BBC”, anche se questo potrebbe avere “un forte impatto sulla sua indipendenza”.

Intanto i fondi sono diminuiti e a Broadcasting House ci si arrabbatta come nel resto del mondo. BBC3, il canale giovane, verrà trasferita direttamente online, visto che è proprio tra i 16 e i 34 anni che è difficile trovare il telespettatore classico, quello con la TV. Dopo che il 49,9% di BBC America è stato venduto a AMC Networks, si pensa anche a quale dovrà essere il raggio d’azione di BBC. E non si esclude proprio nulla, neppure uno spin off di BBC Worldwide, il braccio commerciale della Corporation, quello che porta l’altro miliardo e tre di sterline necessarie per mandare avanti la splendida baracca.

Nigel Farage, gatto del Cheshire della politica inglese, gioca col passato e si gode gli avversari da sogno (da ‘Il Foglio’ del 17 ottobre)

Chi lo aveva bollato come la figurina bidimensionale dell’euroscetticismo da pub si ritrova ora a inseguirlo e addirittura a dover pensare a un’alleanza con lui. Con l’eterno sorrisone da gatto del Cheshire, Nigel Farage detta l’agenda politica britannica, manda nel panico gli avversari, guadagna elettori a un ritmo inesorabile e si è accaparrato l’esclusiva di “quello che ha il polso del paese” e interpreta gli umori della gente comune. Glielo dicono i sondaggi, e se lo dice da solo. E lui, ovviamente, gongola. “L’Ukip è attualmente ai massimi storici secondo tutti i sondaggisti. La società che ci segue con più attenzione, stando ai risultati delle elezioni europee e locali, Survation, domenica scorsa ci dava al 25 per cento, mentre Labour e Tory erano al 30 ciascuno”, dice Farage al Foglio. Parla poco prima che arrivi la notizia che il suo gruppo al Parlamento europeo, l’Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd), è imploso dopo la defezione di un’eurodeputata del partito lettone degli agricoltori, Iveta Grigule, che ha fatto venire meno la settima nazionalità necessaria per costituire un gruppo a Strasburgo.

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In attesa di una soluzione, questo collasso lascia l’Ukip a corto di un bel po’ di sovvenzioni, 3,8 milioni di euro l’anno per tutto il gruppo secondo i calcoli di OpenEurope – e soprattutto col rompicapo di decidere quel che sarà della strana coppia Farage e Beppe Grillo, di quell’unione vagamente contronatura tra un elettorato di vecchiette britanniche nostalgiche ma pro business e un gruppo di ragazzotti italiani tutti tecnologia e democrazia digitale. Però il Movimento 5 stelle e l’Ukip “hanno un radicato sostegno per la democrazia diretta”, filosofeggia Nigel, “la gente deve poter dire la sua e ha il diritto di difendere il proprio futuro”. Futuro che, nei piani di Nigel, ogni tanto sembra somigliare al passato: “Tanta gente in Gran Bretagna è sempre meno a suo agio con un paese che sta diventando un posto diverso, quasi irriconoscibile, senza che venga mai chiesto il permesso di cambiare radicalmente una cultura e un modo di vita. L’Ukip vorrebbe riprendersi il potere dal centro, che sia Bruxelles o Westminster, e riportarlo il più vicino possibile alla gente”.

Il messaggio rassicurante spopola nei paesini della costa inglese come Clacton, dove gli indipendentisti inglesi hanno ottenuto il loro primo deputato, e secondo Farage combacia con quello del M5S. “Un’élite politica che non ha contatto con la realta ha controllato le cose troppo a lungo, e con Grillo credo che la gente voglia un cambiamento e abbia il diritto di essere ascoltata”. E poi quella del referendum sull’euro è proprio una bella idea, perché “l’euro è stato un disastro economico e sociale per la popolazione italiana” e “la gente deve comandare, non i burocrati di Bruxelles né la vecchia guardia corrotta in Italia”. Referendum nazionali, locali, la promessa di una consultazione continua è parte anche della sua, di storia. Ma se l’asse Nigel-Beppe, questa “voce autentica di opposizione nel Parlamento europeo”, è in pericolo, non c’è niente di meglio dell’ombra di un complotto da parte del presidente del Parlamento, Martin Schulz, per rinfocolare quella ficcante retorica antieuropea di cui Farage è da sempre paladino e che i britannici adorano. “Se abbiamo una lettura corretta degli eventi, Schulz sarebbe più adatto a essere il presidente di un Parlamento nella repubblica delle banane”, ha spiegato ieri in un comunicato con una certa flemma, ben sapendo che non ha più bisogno di urlare, che il 25 per cento nei sondaggi britannici ce l’ha lui e che tutto può essere rigirato a suo favore.

“L’euroscetticismo è in aumento in tutto il continente, gli eventi sono dalla nostra”, dice Farage, registrando il “momento molto emozionante” per tutti quelli che ce l’hanno con l’Europa. Ma con le politiche in calendario tra poco più di sei mesi, allo spauracchio di Bruxelles si affianca quello di Westminster, fortino in cui il partito ormai è entrato, perché l’Ukip è a tutti gli effetti un’alternativa, o almeno così la considerano gli elettori, che pensano di poterlo scegliere, a maggio, senza il timore del voto perso. “Stiamo dando molti guai al Labour nel nord dell’Inghilterra e ai Tory nel sud e in Galles”, e i conservatori reagiscono come possono. C’è chi mette l’accento sulle somiglianze, come Boris Johnson che sostiene che lottare contro Farage sia come avere a che fare con un “doppelgänger”, un doppio fatto degli stessi valori e delle stesse priorità, e chi come il premier, David Cameron, prende le distanze in apparenza salvo poi seguirne affannosamente i programmi.

Dice Farage: “Il nostro partito sta fissando tutta l’agenda della scena politica britannica, che sia sull’immigrazione, sulla posizione rispetto alla Corte europea dei diritti umani, oppure sugli aiuti internazionali e sull’approccio rispetto ai sussidi dei contribuenti al settore delle energie rinnovabili”. Innegabile. “Gli altri partiti non fanno che seguire o reagire”. Possibile. “Possiamo dichiarare serenamente che l’Ukip sta causando panico nel Labour e nel Partito conservatore”, prosegue soddisfatto aggiungendo perfido che gli invisi europeisti Lib-Dem ormai “contano appena”, visto che i loro elettori “danno ratings così bassi”. Il fatto di essere stato invitato a partecipare ai dibattiti televisivi tra i leader dei principali partiti sembra a Farage più un atto dovuto che una conquista. Non ci sarà più soltanto Nick Clegg a dover affrontare la sua retorica efficace e la sua lingua tagliente. “E’ giusto e basta che io appaia nei dibattiti dei leader di partito, visto che sono al 25 per cento dei sondaggi”, assicura, forte del suo potere: “Se non dovessi andare in onda con Ed Miliband e Cameron, la gente penserebbe giustamente a una fregatura da parte dell’establishment per escludere in maniera scorretta il nostro partito”.

I due leader dei principali partiti del Regno Unito lo temono, lui lo sa. “Penso che tenteranno tutti i trucchi da manuale per limitare al minimo i confronti faccia a faccia con me, e spetta alle emittenti televisive prendere misure perché ciò non avvenga”, osserva, lasciando intendere una sarcastica gratitudine nei confronti dell’inettitudine oratoria dei suoi rivali. “Se le loro politiche e le loro performance sono così buone, perché vogliono escludermi?”, chiede con finta innocenza, ricordando i due confronti televisivi avuti in primavera con il leader dei liberaldemocratici nonché vicepremier, Nick Clegg, subito prima delle elezioni europee. “Ero felice che il pubblico vedesse una discussione pubblica equa sulle questioni”, asserisce ricordando con piacere gli episodi.

Forse il sindaco di Londra Boris Johnson, parlando di doppelgänger, non si riferiva tanto ai due partiti, i Tory e l’Ukip, ma a lui e Nigel, due posh sornioni che hanno saputo mettere a punto un linguaggio popolare e si nutrono delle loro gaffe, dei loro errori, della loro ironia, mentre i rigidi Cameron e Miliband, come si è visto nel caso del referendum scozzese, sono spesso costretti a mettersi in ginocchio e implorare l’elettorato per non finire troppo male. “Anche se entrambi stanno subendo una pressione notevole all’interno dei rispettivi partiti, sospetto che i due leader saranno ancora al loro posto alle elezioni del prossimo maggio – scommette Farage – Anche se sembrano entrambi incapaci di attirare sostegno da parte degli elettori e non riescono a entrare in contatto con le persone normali nella maniera in cui invece riesce a farlo l’Ukip” – rendendo “tutto così facile per noi”.

Non richiede sforzi agli elettori, Nigel Farage, sulle cui spalle non gravano responsabilità di governo. “La ragione per la quale l’Ukip ha avuto successo negli ultimi due anni in particolare è che la gente ragionevole ha capito che la nostra analisi del deficit democratico dell’Unione europea e della situazione economica si è dimostrata corretta”, spiega, indicando il cavallo di battaglia del suo consenso elettorale: una lotta all’immigrazione tagliata su misura sulla psiche dei britannici, più abituati di altri al multiculturalismo e all’apertura, per via dell’impero e del commonwealth. “La gente normale, che ha gli occhi ben aperti, vede da sola che l’immigrazione di massa dall’Europa dell’est sta mettendo una grande pressione sui servizi pubblici e sui conti del welfare”. L’idraulico polacco, qui, fa ancora paura come in Francia nel 2005. “Molti britannici stanno perdendo i loro posto di lavoro e accettando tagli degli stipendi reali perché il mercato è saturo”, osserva.

Per Nigel, ex uomo della City, è in corso una rivoluzione culturale nel Regno Unito, “dove molte persone sono sempre più stanche di avere la loro vita indebitamente influenzata dalle grandi banche, dalle grandi aziende e dalla burocrazia sia del governo inglese sia dell’Unione europea”. Il suo programma è fatto apposta per intercettare la stanchezza degli elettori, e promette di rimuovere tutte le cose di cui possono essere stanchi, ma senza proporre un vero modello di sviluppo. “Sempre più persone vogliono poter dire la loro e riportare il potere a un livello più locale. Vorrebbero avere maggiore controllo sui loro confini, maggiore controllo sul modo in cui vengono spesi i loro soldi e avere meno interferenza dallo stato sul modo in cui dovrebbero vivere le loro vite”.

Se funzionava in passato, funzionerà in futuro? “Continueremo ad attaccare l’Europa, l’euro e il big state. Continueremo a lottare per uno stato più snello con tasse più basse, in cui ci sia un sostegno sia per l’istruzione selettiva sia per quella vocazionale in modo da dare ai giovani delle possibilità nella vita, di aumentare la mobilità sociale per il bene della società nel suo complesso”. Se va avanti così, c’è la possibilità che riesca anche a mostrare come.

Aver paura d’innamorarsi troppo: tra Anselm Kiefer e la BBC, si apre la stagione della cultura tedesca a Londra

Nel 2000 qualcuno decise provvidenzialmente di occuparsi a tempo pieno della mia formazione. Avevo 21 anni. A Parigi, in una bella mattinata di fine estate il mio brillantissimo precettore mi portò a correre nei giardini della Pitié-Salpêtriere. Dell’esperienza sportiva non è rimasto molto, ma ho in testa il ricordo delle grandi installazioni di Anselm Kiefer che siamo finiti a vedere nella cappella dell’ospedale. Kiefère, alla francese. Non potendo andare a googelare il nome in un cespuglio, feci finta di saperla lunga e adattai alla moda parigina l’espressione interessata e profonda che da anni mi assisteva in casi di flagrante ignoranza. Ma lì avevo visto solo il lato di Kiefer cupo e solenne e a quello, più o meno, mi sono fermata fino a quando qualche giorno fa sono andata alla mostra in corso alla Royal Academy di Londra, tra le cose più belle mai viste (consiglio: vale il viaggio, venite a vederla, durerà fino al 14 dicembre).

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E’ un periodo in cui il Regno Unito ha deciso di fare culturalmente pace con la Germania, mostrando al grande pubblico che il paese non è fatto di soli crauti e solide cucine. Sembra una banalità, ma prima per i britannici era così. In uno spettacolo semisatirico sulla stampa scandalistica inglese visto di recente ho scoperto che, tra le storie immancabili di ogni tabloid, oltre alle donne nude, agli scandali sui politici e a qualche fattaccio di pedofilia ce ne dovrebbe sempre essere anche una in cui i tedeschi vengono presi in giro, irrisi per la loro rigidità o colti mentre fanno una figuraccia. Ai britannici, pare, piace tantissimo e di solito gli ambasciatori tedeschi protestano, senza grandi risultati. Ma questo autunno qualcuno ha avviato un’azione concertata per rovesciare questa idea, dimostrando come la cultura tedesca contemporanea sia fatta di ben altro: mostre di Kiefer e di altri artisti tedeschi, una serie di ben 30 puntate sulla Germania di BBC Radio 4, concerti degli Einstürzende Neubauten, articoli di giornale in cui ci si prende un po’ in giro ma con più leggerezza rispetto al passato, mostre in cui si spiegano con cautela le radici tedesche della monarchia inglese. Tutte cose che per noi continentali sono comuni ma che, ci si creda o no, i britannici conoscevano davvero pochissimo.

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La mostra di Kiefer è enorme, ed è uno schiaffo in faccia per chi non si era reso conto che alcune delle riflessioni più profonde sulla seconda guerra mondiale sono venute proprio dai tedeschi. A Londra di tanto in tanto questo va ripetuto. Per dire, il Times, a proposito della serie BBC del direttore del British Museum, Neil MacGregor, intitolata ‘Germany: Memories of a Nation’, non solo l’ha definita una “crociata”, ma ha aggiunto: “Speriamo che non finisca col confondere i confini della memoria della guerra a colpi di Handel, degli Hannover e dei romantici tedeschi”, trasformando l’ammirazione in un poco opportuno amore. Nelle stanze della Royal Academy, nei suoi 40 anni e passa di attività in mostra, Kiefer riflette su un paese in cui Hitler è stato considerato anche un artista oltre a tutto il resto e rovesciando l’ideale romantico mostra foreste insanguinate, paesaggi alla Friedrich violati per sempre, sfregiati dai segni rossi e purulenti della ‘Kranke Kunst’, dell’arte malata, o dagli autoscatti dell’artista che fa il saluto nazista (qualcuno, ai tempi, fraintese).

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Prosegue illustrando le pagine di numerosi libri con acquarelli e materiali, ciocche di capelli ariani e di capelli neri, foto di Brunildi lascive, stili molteplici che si sovrappongono, e riempendo le grandi sale della RA di enormi lavori in cui alle riflessioni di Kiefer si intrecciano quelle di Ingeborg Bachmann e di Paul Celan – “nero latte dell’alba ti beviamo la notte ti beviamo al meriggio e al mattino…” – che aprono le finestre su un mondo di levatura artistica e filosofica enorme che i britannici, con tutto la loro giustissima fierezza post-bellica, non possono continuare ad ignorare in eterno.

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