Dalla soffitta del computer/ Quando morì David Bowie (11 gennaio 2016, blog del Messaggero)

Per le strade di Londra David Bowie si incontra spesso. Succede oggi, succederà anche domani. Basta guardare bene, cercare tra la folla qualche uomo, donna, ragazzo o adolescente dall’aria compostamente anarchica nei jeans attillati, con un sorriso indecifrabile sulle labbra sottili e quegli zigomi affilati da gatto giapponese, come cantava lui. E’ un tipo umano più frequente di quanto si possa pensare, quello del Duca Bianco, soprattutto tra le persone normali, tra le classi popolari: un suo quasi sosia serve English breakfasts in un noto caffé di Finsbury Park, ogni volta che ci vado resto a guardarlo e mi chiedo se ne sia consapevole. Certo non ci gioca più di tanto, se lo facesse smetterebbe di somigliargli immediatamente, l’aria assorta e un po’ luciferina con sprazzi di angelicità purissima è importante tanto quanto il naso aquilino e sottile per richiamare David Bowie. La vanità deve essere assoluta, personale, abrasiva, non c’è spazio per le mascherate.

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Ziggy Stardust è ovunque, a Londra. In città i travestimenti vanno presi sul serio: se ti invitano ad un fancy dress party, ad una festa a tema, bisogna rispettare l’invito ed essere un po’ matti, lasciarsi andare. Non basta mettere una spilla o una sciarpa un po’ così: ho visto imprenditori e baronetti pogare in parrucca e paillettes mentre mature aristocratiche si lanciavano su bauli di vestiti degni di una sartoria teatrale alla ricerca di mantelli da torero e gonne da cartomante. Senza avere mai nulla di sguaiato, al contrario. Il numero di paillettes deve essere proporzionale all’ineffabilità dell’espressione, perché per i britannici, come per David Bowie, il travestimento è rivelazione, non finzione.

 

La notizia della sua morte, ma anche della sua malattia, ha raggiunto i britannici come una pugnalata, in un lunedi’ mattina di pioggia martellante e di temperature finalmente invernali, mentre foto di un Bowie giovanissimo campeggiavano ancora sulla prima pagina di alcuni inserti della domenica, era appena uscito un nuovo libro su di lui e l’artista non era mai sembrato così vivo, tra mille progetti e collaborazioni. La BBC, colta di sorpresa, ha iniziato a chiedere a tutti gli intervistati un commento sulla notizia, come si fa in questi casi, e al microfono sono finiti l’arcivescovo di Canterbury e Jeremy Corbyn, anche perché Bowie è morto a New York e non c’erano ancora ospedali davanti ai quali appostarsi, parenti con gli occhiali scuri da avvicinare. Ma piano piano il lutto ha trovato un suo luogo: a Brixton si è creato il primo santuario, la prima meta di pellegrinaggio, in quel quartiere popolare e multietnico dove David Jones è nato nel 1947 da una mamma cameriera e un papà impiegato di una grande charity per l’infanzia. Stasera alle 7 è previsto un raduno al Ritzy, il celebre cinema sulla piazza principale, che sul tabellone della programmazione ha scritto “David Bowie, our Brixton boy. RIP”. Davanti al grande murales con il volto di Bowie i fiori si sono già accumulati. L’emozione era troppo grande per aspettare.

Quanta Brexit c’e’ nella fabbrica dei sogni che ha fatto grande il ‘Made in Britain’ (da ‘Il Foglio’ del 7 ottobre)

Il Regno Unito è un brand in perfetta salute e non potrebbe essere altrimenti. D’altra parte quando il paese vende se stesso all’estero, vende il suo passato e una certa idea della sua tradizione, l’immaginario conservatore dei grandi prati delle scuole private, del té con la regina o con una qualunque altra anziana di belle maniere, e della voglia di autodeterminazione, politica o personale, degli abitanti della piccola isola pop, negozianti nell’anima, capaci di grandi intuizioni culturali ma soprattutto di grande scaltrezza commerciale. “Non penso che la Brexit cambierà il prestigio dell’industria culturale britannica, anzi, il Regno Unito vende materiale ‘brexiter’ da molto prima che ci fosse il referendum, addirittura da prima che entrasse nell’Unione europea”, spiega ottimista Dominic Sandbrook, storico e giornalista che nel suo divertentissimo ‘The Great British Dream Factory’, ‘La grande fabbrica dei sogni britannica’, racconta come i britannici siano passati da superpotere imperiale a superpotere nella cultura di massa in pochissimi anni, giusto il tempo di capire quanto il mercato americano fosse assetato di cliché intelligentemente rielaborati e di prodotti dal vago sapore storico.

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“Nessuno guarda alle cose inglesi pensando che siano futuristiche come quelle scandinave, per dire. Qui si commercia in tradizione, in senso di eccezionalità, nell’idea che la Gran Bretagna abbia un destino storico straordinario e diverso da tutti gli altri: un impermeabile Burberry si porta con sé tutto questo, per non parlare del prodotto di maggiore successo degli ultimi anni, Downton Abbey, il programma più brexiter che si possa immaginare, conservatore, gerarchico, nostalgico. Il Regno Unito che piace è da sempre quello che si sente un’eccezione rispetto all’Europa, e lo dico da elettore deluso che ha votato ‘remain’”, prosegue lo storico, che nel suo libro va al fondo delle radici culturali di quel “trionfalismo figlio dell’insicurezza” alla base dell’impenetrabile psiche britannica. “Il carattere nazionale non è definito dai politici, ma dalla musica, dalla televisione, dai romanzi” e Sandbrook ne passa in rassegna moltissimi, mettendo in risalto i legami tra i prodotti di cultura popolare e i loro antecedenti vittoriani da cui traggono forza e incisività, come ad esempio Harry Potter, che altro non è se non una rivisitazione del classico racconto scolastico vittoriano in cui il protagonista assimila la norma e realizza al tempo stesso il suo potenziale.

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Partendo dal presupposto che il ‘Made in Britain’ avrebbe incontrato molta più resistenza se fosse stato ancora associato all’imperialismo, Sandbrook sottolinea come abbia invece beneficiato dell’immagine del paese come “polveroso e fuori moda” e cita una serie di esempi a sostegno di questa tesi: i Beatles iniziano ad avere un successo globale nel momento in cui il loro impresario Brian Epstein gli fa togliere i giubotti di pelle e li veste come ragazzotti ad un matrimonio, il cinema britannico conquista gli Usa quando racconta in grande pompa le gesta di Enrico V e smette di fare filmetti (per quanto profetici) come Passport to Pimlico – il quartiere diventa stato indipendente e forma un governo con il pizzicagnolo come primo ministro – e televisione e letteratura diventano prodotti di esportazione di massa quando raccontano la vita degli artistocratici tormentati in manieri pieni di armature e domestici onniscienti, con una particolare attenzione alle infinite sfumature sociali. Uno dei più sapienti miscelatori di questi ingredienti è Richard Curtis, che con il suo Quattro matrimoni e un funerale ha raccontato al mondo esattamente quello che il mondo voleva sapere degli inglesi, con un successo astronomico.

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Ma la chiave di tutto non è tanto la creatività, quanto la meno poetica capacità di vendere qualunque prodotto e far tornare i conti, caratteristica comune a tutte le grandi icone britanniche, da Mary Quant a Ian Fleming fino alle anime delicate e un po’ ribelli come Kate Bush. Sandbrookdedica le pagine più gustose a raccontare come dietro l’immagine maledetta e rivoluzionaria, molte rockstar fossero decise a salire sulla scala sociale e ad accaparrarsi i simboli dell’aristocrazia, succubi della “mistica della casa di campagna”. Dai Rolling Stones, che spesero i primi soldi per comprare un maniero con terreno, Redlands, fino al più venale di tutti, John Lennon, che mentre cantava al mondo ‘Imagine no possessions’ – una canzone il cui testo sembra una risposta di una candidata a Miss Mondo, spiega perfido – andava accumulando il suo patrimonio immobiliare per realizzare il suo più grande sogno, ossia lavorare il meno possibile, tutti hanno ceduto alla tentazione di giocare alla Royal Family. Seguendo quel concetto di Self Help messo a punto già in età vittoriana, gli artisti pop britannici hanno scalato il mondo, rimanendo kitsch e nazionalpopolari come Elton John, massima autorità del pop, uno che quando ha cantato Candle in the Wind a Westminster ha segnato la storia, oppure ultraterreni e imprendibili come David Bowie, sempre nel segno della fuga, dell’eccezionalità. E’ una storia raccontata troppe volte perché la gente non ci creda nel profondo.

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“Il Regno Unito ha un’immagine di sé che di fondo non è compatibile con il progetto europeo e qualunque cosa un politico dica o faccia, non può disfarla in una notte”, spiega Sandbrook. “L’esperienza del Regno Unito in Europa dimostra che c’e’ un sacco di gente che pensa ‘Ho bisogno di più tempo’ o ‘Non mi sento europeo’, e questo credo risalga alla fabbrica dei sogni e alle storie con cui siamo cresciuti, che dicono tutte che il Regno Unito non è europeo”. Più ci pensa e più gli sembra inevitabile, che il 52% dei britannici abbia deciso di uscire dalla Ue. “Ho votato per Remain senza tanto entusiasmo, temevo soprattutto per l’assenza di un piano definito. Ho sentito tanta gente disperata dire che questo voto ci mette con le spalle al muro, ma penso che sia esagerato. Il Regno Unito era molto aperto prima del 1973, penso che ci sarà un divorzio complicato, confuso, noioso, ma non credo cambierà molto”.

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Al tema euroscettico classico dell’indipendenza, della libertà, del destino straordinario ed eccezionale dei britannici si associa quello dell’avversione all’immigrazione, vero protagonista del dibattito sull’Europa. “L’immigrazione è stata molto impopolare fin dagli anni ’60, la gente non la ama perché c’è l’idea che tenga bassi i salari e peggiori il tenore di vita, ma negli anni ’60 l’economia stava migliorando per tutti, l’occupazione era ai massimi, c’erano salari in netta crescita. Eppure erano gli anni di Enoch Powell” e del suo famoso discorso sui ‘fiumi di sangue’, spiega lo scrittore, secondo cui l’establishment politico sta scoprendo a proprie spese come sia inutile, se non controproducente, cercare di far cambiare idea alla gente sui benefici dell’apertura.

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“Puoi dare lezioni su come ci sia bisogno di essere più tolleranti, ma se i cittadini pensano che l’immigrazione sia un attacco a quello che li rende unici, non ci si può fare niente”, e quanto sia radicata questa idea utopistica di una comunità stretta e solidale si capisce dal successo di prodotti televisivi come Coronation Street e East Enders, programmi fiume durati per decenni e fondati sull’idea di mostrare la Gran Bretagna come la gente vorrebbe che fosse, un luogo utopico in ci si conosce tutti e in cui ci si aiuta a vicenda. “Può non essere interamente realistica, ma per molti appare verosimile”, scrive Sandbrook, secondo cui l’uccisione della deputata quarantenne Jo Cox, in un paese capace di creare icone dal nulla, “è stata dimenticata subito perché è un tema che mette a disagio, pone delle domande sulla rabbia che esiste sotto la superficie delle comunità piccole, e la gente non ci vuole pensare”.  L’immigrazione, in un paese che ha dimostrato di avere più nostalgia di Coronation Street di quanto si pensasse, “non si può spiegare in termini di costi e benefici”, non è facile raccontare che con l’arrivo degli operai polacchi la comunità starà meglio. “Ma questo non significa che i britannici si metteranno a lanciare i pogroms”, assicura, convinto che il moltiplicarsi degli episodi di razzismo dopo il referendum sia dovuto solo ad un aumento dell’attenzione dopo il referendum. “Non credo che Londra cambierà, è già cambiata abbastanza. Chi non ci vive non la percepisce più come una città inglese”, prosegue Sandbrook, sottolineando come gli elementi di cosmopolitismo del passato si siano espansi fino a rendere la capitale quasi irriconoscibile.

“Questo non è mai stato il paese dei cosmpoliti, è sempre stato molto euroscettico, ma è un grande paese e di grande successo. L’idea che possa non sopravvivere al 23 giugno è assurda”. La finanza e le industrie creative hanno sempre attirato talenti stranieri e negli anni ’80, quando c’era Margaret Thatcher, è diventata un vero e proprio magnete, un polo d’attrazione che nessuna capitale europea è ancora riuscita a mettere in discussione. “Sicuramente sarà più difficile per i nuovi arrivati venire a Londra, ma il suo essere aperta ha sufficiente slancio, massa critica, non diventerà un deserto da un giorno all’altro”. Magari qualche giovane europeista si sentirà offeso dalla Brexit e non ascolterà band britanniche, forse il boom dei pezzi d’arredamento con la Union Jack avrà una brusca frenata, ma se le esportazioni culturali americane hanno continuato a prosperare anche durante la guerra in Vietnam, per Sandbrook, non c’è nulla da temere. “Che ci sia un legame tra la disapprovazione di una cultura politica e la disapprovazione dei prodotti d’intrattenimento è tutto da dimostrare”, aggiunge lo storico. James Bond e Agatha Christie, l’ossessione per le classi sociali, le case di campagna simbolo di un passato mitico di cui impossessarsi, l’universo tolkieniano che riprende le leggende arturiane, tutto parla di fuga, tutto parla di evasione e libertà, e pazienza se l’invasore questa volta non solo era gentile, ma non era neanche un invasore. A ragione o no, dice Sandbrook, “non mi spezza il cuore vederci andare via”.

La brutta settimana dei Citizens of Nowhere, tra hard Brexit e sad Brexit.

In questi giorni stiamo un po’ così, noi europei che viviamo nel Regno Unito. Quasi come la mattina del 24 giugno scorso, quando ci siamo risvegliati storditi in un paese che non voleva più essere parte dell’Unione europea, ma con una grande differenza: l’interpretazione che la politica ha dato del voto è peggiore del voto stesso. Chiariamo subito una cosa: il Regno Unito negli ultimi anni, soprattutto dal 2004 ad oggi, ha assistito ad un afflusso monumentale di persone ed è comprensibile che ci si chieda se questo abbia reso irriconoscibile il paese. Ma il fatto che al congresso dei Tories di Birmingham, teatro di un crescendo di dichiarazioni sconcertanti, nessuno abbia fatto presente come se il Regno Unito è competitivo, cresce e ha una disoccupazione del 4,9%, è anche grazie ad un’economia aperta in cui gli investimenti europei hanno avuto un ruolo cruciale e in cui una gioventù a corto di prospettive future è venuta a riversare una quantità impressionante di energie, progetti, fondi, è a dir poco grave. Dei cittadini del mondo – che Theresa May ha definito con tono sprezzante “cittadini di nessun posto” – Londra e il sud est del paese hanno beneficiato come nessun luogo al mondo. Siamo sicuri che sia una buona idea trattarli così?

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“Dalla Brexit non sento più questo posto come casa mia, prima sì” è la frase che si sente più spesso in giro in questi giorni e che tradotta vuol dire: magari resto altri 10 anni, ma non mi impegnerò più così tanto nella società, da straniero mi trattano e da straniero mi comporto. Amici che stanno sospendendo progetti e investimenti, che stanno iniziando a dare un’occhiata ad altre capitali, ad altre prospettive, magari proprio in Italia, che si sentono francamente offesi perché dopo anni e anni di tasse religiosamente versate all’erario di Sua Maestà sono spariti dalla cartina politica – ma non era No Taxation without Representation? – e che non si capacitano di dover assistere al susseguirsi di dichiarazioni surreali di queste settimane, tutte volte a incidere nella mente degli elettori ex Ukip e ex Labour il nuovo, sfavillante brand dei Tories, che finalmente hanno capito di dover far qualcosa per colmare le disuguaglianze vertiginose che esistono nel paese ma hanno deciso di farlo abbracciando la linea del tabloids. E creando una retorica incendiaria fondata sulla distinzione ripetuta all’infinito tra gli “onesti lavoratori britannici” e gli immigrati, descritti alla stregua di parassiti o, nel migliore dei casi, come un male necessario da accettare temporaneamente fino a quando il sistema britannico non sarà in grado di formare abbastanza medici, per dirne una (parole di Jeremy Hunt, ministro della Sanità).

Retorica da congresso, dicono gli amici inglesi, non ci fate caso. Un voto che cambierà poco, auspicano altri, vedrete che il governo non farà un autogol così clamoroso. E’ tutta una strategia negoziale, si consola qualcuno. Nel frattempo l’atmosfera va peggiorando e la minaccia di chiedere alle aziende di schedare i lavoratori stranieri avanzata da Amber Rudd, ministro degli Interni che durante la campagna referendaria era stata una vigorosa e lucida sostenitrice del ‘Remain’, ha dato la misura di quanto il ‘common sense’ sia una cosa del passato, nel Regno Unito di oggi. Chiunque abbia avuto a che fare con le risorse umane di un’azienda racconta la stessa storia: arrivano stranieri preparatissimi, il più delle volte molto più dei candidati britannici. Che questo sia problematico non c’è dubbio, ma il pubblico dovrebbe essere informato sul fatto che se poi quelle stesse aziende vanno bene e sostengono la crescita, grazie ad una forza lavoro straniera, questo va a vantaggio di tutti. Un punto di vista che i tabloids, giornali scritti dalle elites ad uso e consumo del popolo, non raccontano mai. Perfino il fratello del ministro degli Interni Amber Rudd, che si chiama Roland e ha fondato il colosso della comunicazione Finsbury, ha criticato la sorella scrivendo sull’Evening Standard che non si possono “vilipendere gli stranieri” nel Regno Unito di oggi. Eppure sta avvenendo. E visto che la comunità dei “cittadini del mondo/cittadini di nessun posto” è per definizione fluida e mobile, non è detto che accetti di respirare quest’ariaccia per altri due anni e mezzo, il tempo che finisca il negoziato della Brexit. Che sia proprio la strategia che Theresa May ha in mente, ossia far scappare più gente possibile adesso per poi tutelare i diritti di chi resta e tenersi il mercato interno in un secondo momento?

In ‘Number 11’ Coe arrabbiato ritorna alla Famiglia Winshaw, ma con molta più amarezza (da ‘Il Foglio’ del 14 novembre)

Se si ritiene che la storia recente sia tutta un susseguirsi di perdite d’innocenza, si può essere tentati di tornare indietro ai tempi (quali?) in le cose erano giuste, sane e autentiche. Analisi pigre portano ad azioni pigre, e premere il tasto ‘rewind’ è più facile che riparare ad eventuali errori guardando avanti, una forma di multitasking di cui al momento la sinistra britannica è tutt’altro che incline. L’ultima dimostrazione viene da ‘Number 11’ di Jonathan Coe, seguito fresco di stampa del ben più ironico e abrasivo ‘La Famiglia Winshaw’ del 1994, feroce satira sugli anni ’80 e il thatcherismo. Nonostante la penna felice dello scrittore e la sua capacità intatta di costruire personaggi e trame palpitanti, ‘Number 11’ – il titolo fa riferimento all’abitazione del cancelliere dello Scacchiere a Downing Street, ma anche ad una linea di bus, al tavolo di una cena elegante, all’indirizzo di un cottage – è il manicheismo fatto romanzo.

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In un paese in cui i poveri sono buoni e i ricchi sono cattivi, ‘competizione’ e ‘scelta’ sono parolacce, concetti grotteschi di cui la gente si riempie la bocca per perpetrare ingiustizie e spolpare quelle istituzioni di cui i britannici sono fieri, e a ragione: NHS, BBC, biblioteche comunali, case vittoriane. Ma Coe la modernità non la vuole proprio guardare in faccia e non vuole ragionare sul modo in cui le istituzioni amate potrebbero avere un futuro: condanna e basta, con rabbia. L’austerità, le banche, chi ha successo, la stampa, i tagli al servizio sanitario, ossia tutto il catalogo di bestie nere del numero crescente di tesserati laburisti attirati dal messaggio rassicurante di Jeremy Corbyn (L’Economist, impeccabile, gli dedico’ copertina rossa e ‘Indietro compagni!’ per titolo), messaggio che qualche settimana fa ha avuto anche l’appoggio del divino Alan Bennett. “Approvo Corbyn – ha detto – non foss’altro che perché riporta il Labour indietro a quello a cui dovrebbe pensare”, ossia alle disuguaglianze sociali a cui in questi giorni ha fatto riferimento anche John Major e che sono diventate un tema incendiario quasi come l’immigrazione, come sa bene George Osborne che sui tagli ai tax credits ci si sta bruciando una carriera, così come all’integrità morale di un paese che non riesce più ad essere fiero di sé. Un fronte, questo, su cui c’è un conto aperto all’infinito a nome di Tony Blair: paga e pagherà sempre tutto lui.

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La prima tappa dell’uscita dall’Eden, per la giovane protagonista di ‘Number 11’, è la morte del Dr David Kelly, microbiologo e ispettore di armi dell’ONU – riguardando certe sue foto sembra Corbyn, a voler fare psicologia nazionale spicciola – ritrovato morto in circostanze mai del tutto chiarite in un bosco dell’Oxfordshire nel 2003 dopo un servizio della BBC in cui si accusava il governo di aver “sexed up”, reso più allettante, il rapporto sulle armi di distruzione di massa. “Il Regno Unito sarebbe stato un posto diverso da quel momento in poi: inquieto, spiritato”, racconta Rachel, prima di ritrovarsi al centro di una trama in cui tutto è ingigantito, orribile, assurdo.

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La satira è “un’arte a tesi” che cerca di portare il pubblico verso una posizione morale o politica precostituita, dice Milan Kundera. E Coe fa esattamente questo e lo fa benissimo, salvo poi spiegare che la satira non deve sostituirsi all’attivismo politico e sfrondando, di conseguenza, il suo romanzo degli elementi più piacevoli degli altri suoi lavori: nessuno si salva, nel mondo della disuguaglianza. Al limite ci si umilia abbastanza da riuscire a sopravvivere in un paese che a destra e a sinistra, da Ukip al Labour, in questo momento continua a sognare quel fotogramma di purezza che forse non ha mai avuto, ma la cui ricerca diventa ossessiva come quella di certi film visti in televisione per caso da bambini in un pomeriggio di vacanza. Un personaggio di ‘Number 11’ ci muore, in questa ricerca.

‘Il Sorpasso’: Elisabetta supera Vittoria, ma il regno più lungo è di re Bhumibol di Thailandia (da ‘Il Messaggero’ del 5 settembre)

LONDRA – Succederà mercoledì prossimo, 9 settembre, intorno all’ora del tè: con 23.226 giorni, 16 ore e 24 minuti sul trono, Elisabetta II avrà regnato sessanta secondi in più della sua antenata Victoria, diventando quindi la sovrana dal regno più lungo nella storia del paese e superando colei che nell’immaginario collettivo ha segnato una delle epoche d’oro del paese, che all’epoca era a capo di un impero. Quando lei stessa oltrepassò i 59 anni di regno di suo bisnonno Giorgio III, segnò diligentemente la data sul suo diario – era il 23 settembre del 1896 – e si gustò i fuochi e le campane a festa nella residenza scozzese di Balmoral. Anche Elisabetta sarà a Balmoral, ma festeggerà la giornata in tutt’altro modo: inaugurando una ferrovia insieme a Nicola Sturgeon, la pugnace leader indipendentista scozzese, e viaggerà con un treno a vapore da Edimburgo a Tweedbank, seguendo un’antica tradizione del 1840. Di epoca vittoriana, per l’appunto.

Lucian Freud, Queen Elizabeth II
Lucian Freud, Queen Elizabeth II

Un tempo che secondo alcuni storici contemporanei la trisavola di Elisabetta ha saputo guidare e governare con un piglio che alla discendente è mancato del tutto. “La regina non ha mai fatto o detto alcunché che verrà ricordato”, ha spiegato David Starkey scrivendo su Radio Times. “Non darà il suo nome alla sua epoca. Né, sospetto, ad altre cose”, ha aggiunto, dando però credito ad Elisabetta II di essere riuscita a salvaguardare la monarchia in una lunga fase di antimonarchismo rampante, mettendolo a tacere a colpi di immagini positive come quella di William che sposa la bella ‘commoner’ Kate e capacità di adattarsi ai tempi mantenendo ben ferma la tradizione come stella polare. “Ha privato il repubblicanesimo del necessario ossigeno della controversia, asfissiandolo”, anche nei momenti più delicati, secondo Starkey, il quale però forse non rende onore al fatto che i tempi di Elisabetta sono stati più difficili di quelli di Victoria, non foss’altro che per la tecnologia al servizio dei mezzi di comunicazione di massa.

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Tra zii dalle simpatie naziste e nuore molto indisciplinate – il pensiero corre a Diana, ma in realtà fu soprattutto Sarah Ferguson a combinarne di tutti i colori – la regina Elisabetta ha dovuto navigare in acque difficili e soprattutto sottoporsi ad un’attenzione morbosa da parte del pubblico. La sua incoronazione, nel 1953, fu il momento in cui i tinelli britannici si riempirono per la prima volta di televisori per seguire l’evento storico. Lilibet, come la chiamava la Regina Madre, aveva 26 anni, era già madre di Carlo e Anna, ed era diventata regina dopo la morte prematura del padre Giorgio VI.

Anche Victoria salì sul trono per circostanze inattese, ossia la morte dello zio, e sposò l’uomo amato, il cugino primo Alberto, con cui ebbe un rapporto passionale e bellicoso fino alla morte prematura di lui, in seguito alla quale lei si chiuse nel lutto e nel silenzio, finendo con l’essere soprannominata “la vedova di Windsor” e trasformandosi nell’austera matrona che i ritratti e le statue, ma soprattutto le fotografie dell’epoca, ci hanno trasmesso. Era una scrittrice inarrestabile e una donna dal carattere brusco, madre prolifica ma poco affettuosa che del primogenito Bertie, salito al trono come Edoardo VII, diceva che “certo bello non è” e che alla notizia che una delle figlie, sposata, era incinta (del futuro kaiser Guglielmo II), reagì dicendo che “l’orribile notizia ci ha disturbato moltissimo”.

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Elisabetta, di cui tre figli su quattro hanno divorziato, non è stata calorosa, ma ha saputo correggere I suoi errori, essendo sempre stata sotto la lente del pubblico. E ora, nel suo treno a vapore in giro per la Scozia, non vuole festeggiare ufficialmente, anche perché un gesto di autocelebrazione tanto più basato sulla concorrenza con una sua antenata sarebbe poco adatto alle sue corde. Il resto del paese, magari non monarchico ma sicuramente affezionato a questa sovrana, assisterà invece ad un giorno storico, con discorsi in Parlamento, il conio di una nuova moneta, programmi televisivi dedicati al tema e molti dibattiti. Con una domanda centrale: abdicherà? Non abdicherà? E a favore di chi? Ad aprile 2016 Elisabetta farà 90 anni, ma rimane lucida e in buona salute. E da ragazza promise al suo paese che quello di sovrana sarebbe stato per lei un lavoro per la vita. Sua madre è morta ultracentenaria, le premesse ci sono tutte. E poi c’è ancora il re Bhumibol di Tailandia da superare: è sul trono dal 1946 ed è pure sopravvissuto a 10 colpi di stato.

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Panico nel Labour, l’avanzata di Corbyn L’Autentico trova gli avversari impreparati (da ‘Il Foglio’ del 15 agosto)

LONDRA – Panico. Sembra un remake di sinistra delle presidenziali francesi del 2002, uno Chirac-Le Pen in salsa britannica, solo che il pericolo qui non è il noto xenofobo antisemita Jean-Marie ma un cordiale ciclista sessantaseienne, Jeremy Corbyn, che fosse per lui riaprirebbe le miniere e nazionalizzerebbe il nazionalizzabile, porterebbe la Gran Bretagna fuori dalla Nato e, se possibile, anche dall’Unione europea. Come scongiurare la sua avanzata verso la leadership del Labour evitando che quest’ultimo si trasformi in un partito di protesta à la Syriza destinato a farsi male al primo confronto con la realtà? I tre candidati alternativi – che poi sarebbero quelli istituzionali, ma il mondo in questi giorni va alla rovescia – stanno litigando sulla strategia, e più litigano e più si affossano, perché 160.000 persone sono corse ad iscriversi ai registri di voto prima della chiusura in modo da poter eleggere lui, Jeremy, e molti di loro sono vicini ai sindacati, sono d’accordo con le sue politiche. Il sospetto che tra le pecorelle pro-Corbyn si annidi anche qualche lupo Tory intenzionato a sabotare il partito rivale c’è, ma la tendenza generale è chiara e mettersi a fare questioni di lana caprina sulle procedure di voto sarebbe poco astuto.

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Ci vorrebbe un’alzata di ingegno politica. Hai voglia ad avere Yvette Cooper che dice che le idee di Corbyn “non sono radicali e non sono credibili”, “vecchie soluzioni a vecchi problemi”, lei è terza e la sua linea, per ora, non ha sfondato. Vagamente più rosee le prospettive di Andy Burnham, che è secondo e che, a riprova del fatto che è un po’ un candidato Zelig, sta cercando di intercettare il malumore di chi accorre a votare l’antitutto Corbyn. “Gli attacchi a Jeremy hanno frainteso l’umore del partito”, spiega, come a dire: votate me che vi ho capito e che so pure quello che sto facendo. Mentre Liz Kendall, che è ultima, blairiana e pure riformista, ha messo in secondo piano la sua candidatura facendo propria la linea di Tony Blair secondo cui l’unico obiettivo è battere Corbyn, il quale per ora se ne sta sul 53-57% secondo YouGov (ma YouGov, si sa, è uscito dalle elezioni appena peggio del Labour). “Non voglio vedere il Labour presentare la sua lettera di dimissioni ai britannici come partito serio di governo”, ha spiegato Kendall, i cui elettori sarebbero pronti al voto stategico a Burnham.

D’altra parte qui il gioco si fa duro, la perfida Camilla Long sul Sunday Times parlava di una sorta di un fenomeno di scontento cosmico alla Nigel Farage, ma non c’è tempo di farlo smontare, svanire, di discutere le sue idee, qui si vota il mese prossimo e se Corbyn vince e il Labour sparisce… Come si fa a dire: siamo un partito di sinistra, non votate per il candidato di sinistra? Colui che ha basato il suo programma elettorale sulla ‘più lunga lettera di suicidio della storia britannica’ ossia il manifesto Labour del 1983 è stato lasciato entrare nella rosa dei candidati come fosse una curiosità innocua. Ma i deputati non lo rispettano, piace solo – ma tanto – ad un mondo relativamente ristretto in cui, secondo Tim Baldwin, “chiunque sia associato con l’ultimo governo Labour è denunciato come un Tory o un criminale di guerra”, ossia una certa intelligentsia e il nord operaio a cui dà risposte vintage e appena meno vaghe di quelle che Farage dava ai suoi elettori senescenti delle città costiere terrorizzati dal futuro.

I Tories, che conoscono l’animo pragmatico dei britannici, hanno fatto sapere che una vittoria di Corbyn costerebbe 2,400 sterline all’anno ad ogni famiglia, o 42 miliardi di sterline (la piu’ economica, se proprio si vuole essere di sinistra, e’ la Kendall: 1000 a famiglia all’anno, tutto sommato fattibile). Syriza London, il gruppo dei greci di Syriza a Londra, con il supporto di un po’ di gruppi anticapitalisti, stravede per lui, che a sua volta stravede per l’ala intransigente del partito greco. Per riportare un po’ di ordine ora tutti si aspettano due parole energiche da Gordon Brown, che già sulla Scozia ha dimostrato, come se ce ne fosse stato bisogno, di essere un politico finissimo. Ed Miliband, invece, ha deciso che starà zitto. Gordon dirà parole di buonsenso domenica. Si aspetta.

Viaggio a Clacton, dove UKIP prospera tra case di bambola, deambulatori e paura di un’immigrazione che non c’e’ (da ‘il Foglio’ del 27 dicembre)

CLACTON-ON-SEA – Potrebbe essere il giovane parroco oppure il medico del paese, Douglas Carswell. L’ex deputato conservatore, rieletto ad ottobre nelle file dell’UKIP e diventato il primo MP viola nella storia di Westminster, si muove energico e attento nel suo ufficio accanto ad un negozio di kebab gestito da uno dei pochissimi immigrati di Clacton-on-sea, propaggine costiera dell’Essex, cinquantamila abitanti di cui un terzo pensionati. Douglas riceve cittadini che, come sempre nel Regno Unito, vanno a chiedere al loro eletti soluzioni a problemi piccoli che incidono sulle loro vite. Agli ottantenni Russell, ad esempio, è stata fatta male la strada davanti a casa, col risultato che le macchine di passaggio gli finiscono in giardino. “Ma Douglas risolverà tutto”, spiega convinta la signora mentre il marito si sistema l’apparecchio acustico e sorride nell’aria. La segretaria di Douglas intanto risponde gentile ad un tipo malconcio a cui hanno tagliato il riscaldamento, e Douglas stesso fa delle brevi apparizioni tra un appuntamento e l’altro proponendo soluzioni lampo, intervenendo, rassicurando.

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“La gente non ha votato UKIP, ha rivotato Douglas”, mi spiega una visitatrice sui quarant’anni con l’aria cospiratoria di chi dice: lui è uno di noi. Non proprio. Suo padre era un medico scozzese in Uganda, pioniere della ricerca sull’Aids le cui esperienze hanno ispirato, dicono, libro e film ‘L’ultimo re della Scozia’, ma tant’è. Non c’è comunque traccia di grandi scenari, a Clacton-on-sea, località balneare fanée dove il parco divertimenti sul molo è più spettrale di un set di David Lynch e il principale problema, ammette Carswell, “è che non ci sono abbastanza medici e infermieri”. Una città che ha disperato bisogno di immigrazione, quindi, e Douglas lo sa: “Noi con i nostri elettori siamo sinceri su tutto, e proprio per questo possiamo permetterci un approccio onesto anche quando dobbiamo dire verità scomode”. Non come il Labour, sempre più in difficoltà con il voto popolare come dimostra un documento sfuggito di mano e intitolato ‘Campaigning against UKIP’, che sul tema dell’immigrazione propone una linea semplice: evitarlo come la peste. Non parlarne con gli elettori, non farsi travolgere mai da discussioni di persona, spostare l’argomento sulla riforma del sistema sanitario.

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Anche se a parlare di immigrazione a Clacton ci si sentirebbe comunque un po’ ridicoli: la città, canuta più che bianca, ha appena il 4,3% di popolazione straniera, la metà della media nazionale, un decimo del centro di Londra. I primi, poi, sono i tedeschi, seguiti dai polacchi. Tensioni non ce ne sono, conferma Edita, che serve pierogi fatti in casa e altre specialità polacche in un negozietto lindo, unico avamposto ‘etnico’ del centro insieme al kebab di cui sopra, a pochi metri da Marks&Spencer e dalla carrellata di charity shops intitolati ad ogni malattia possibile che riempiono le belle strade ampie di Clacton. Matthew Parris ha scritto un pezzo feroce, odioso e forse vero sulla cittadina, dicendo che quella che si trova lì è “l’Inghilterra sulle stampelle”, l’Inghilerra tatuata e proletaria, nostalgica e spaventata a cui i Tories dovrebbero smettere di corteggiare, lasciando pure che UKIP si accaparri il mercato del pessimismo e ne diventi, per l’appunto, la stampella, sapendo che ad attendere il partito c’è un futuro in “lycra, non in tweed”, fatto di elettori presi solo a cercare di non morire.

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Mentre Farage sceglieva con cura le frasi dell’articolo di Parris da far stampare sui suoi manifesti elettorali, qualcuno all’Economist ha detto che nel Regno Unito ormai la partita si gioca tra “comunitaristi” e “cosmopoliti”, tra chi pensa al passato, si lamenta delle élites ed è eurofobo e chi invece, seguendo la vena mercantile dell’animo britannico, vuole ampi orizzonti e mare aperto. Clacton contro Cambridge, e pazienza se ci sono decenni di scelte politiche dietro questo divario, e pazienza se c’è l’UKIP a fare incetta di voti burini che nessuno vuole, confortando gli elettori nelle loro paure e nel loro desiderio di vivere nel passato, nella vecchia Inghilterra incontaminata dalla modernità e dall’immigrazione.

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‘Ukik’, ‘tu prendi a calci’, l’ha soprannominato un gruppo di liceali della Canterbury Academy che ha messo a punto un videogioco, piuttosto brillante, in cui un personaggio chiamato Nicholas Fromage calcia immigrati dalle bianche scogliere di Dover verso la Francia. Vince chi fa arrivare l’immigrato-proiettile più lontano dalla costa britannica, e questo ha messo a dura prova il robusto senso dell’umorismo di Farage, che l’ha definito “patetico”, mentre il partito ha ribadito che la loro politica sull’immigrazione è ispirata al sistema a punti australiano, pensato per far venire nel paese più cittadini del Commonwealth – realtà per la quale la nostalgia da queste parti non è mai troppa – e meno europei.

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“Noi siamo venuti qui perché odiamo Londra e i suoi commercianti stranieri’”, spiega Eileen, bella sessantenne bionda mentre scartavetra una delle tante case di bambola che vende insieme al marito in un negozietto poco distante dalla spiaggia. “Saremo circa 15 in tutto il paese a vendere casette”, prosegue, sistemando piccoli vasi di fiori perfettamente rifiniti sui romantici davanzali di una mansion edoardiana. “La gente viene qui perche può crearsi un piccolo mondo ideale, una casa di bambola ti permette di prenderti cura delle cose, noi ne abbiamo tre, e abbiamo solo figli maschi”, aggiunge un uomo tarchiato di mezza età dall’aspetto non inglesissimo, voce profonda, mani e collo coperti di tatuaggi da passato turbolento. “Londra non è più quella che era, io voglio stare tra gli inglesi, non ce l’ho con gli altri, mia figlia vive in Svezia e tu sei una straniera molto gentile, ma io voglio stare tra gli inglesi”, prosegue Eileen mentre serve i clienti. “Chi ha una casa di bambola non ha mai il problema di cosa regalare per Natale”, assicura l’uomo tatuato e vestito di nero mentre fa scorrere le sue falangi piene di croci e simboli oscuri su una piccolissima vasca da bagno di ghisa, prezzo 2 sterline e mezzo.

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Dell’Europa a loro importa poco, l’immigrazione peserebbe di certo, se solo ce ne fosse, ma quello che conta è l’entusiasmo per il casino che UKIP è riuscito a fare fino ad ora, per il fatto che in pochi mesi si è dimostrato in grado di mettere in difficoltà il vecchio sistema, di dare un senso di potere a chi si sente scavalcato dalla storia ed è a corto sia di compassione che di larghe vedute. YouGov sostiene che un britannico su quattro non riuscirebbe a rimanere amico con un elettore UKIP e c’è stato addirittura chi diceva che i prezzi delle case, nelle costituency viola, rischiavano di scendere per via dello stigma sociale. Davanti ad un English breakfast in cui racconta con un po’ di italiano dei suoi anni romani a Monti, Carswell spiega che UKIP sta facendo alla politica ciò che Aldi e Lidl hanno fatto al settore della grande distribuzione: “Dimostriamo alla gente che c’è un’alternativa dopo anni in cui gli avevano detto che esistevano solo Tesco e Waitrose”. E scandendo con un tono un po’ pomposo i grandi momenti della storia in cui la democrazia ha perso pezzi importanti, con particolare menzione del “furto” operato dal progetto europeo, Carswell ricorda quando nel 2001 ha corso la sua prima elezione contro Tony Blair, perdendo malamente ma facendo sua l’arte sottile delle campagne porta a porta.

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Lui, educazione privatissima e retroterra solidamente middle class, rimpiange che “la gente neanche si sforzi più di votare”, soprattutto dopo lo scandalo delle spese dei parlamentari e visto quanto la UE rende ormai impossibile decidere il proprio destino ai cittadini britannici. Che certo, leggono giornali che raccontano storie strabilianti e falsissime su Bruxelles, “ma tanto le élites ingannano le persone molto più dei tabloids”. Che poi la UE è il mondo sognato dalle élites, la negazione del fatto “che la saggezza è superiore presso il popolo”, il quale va ascoltato e assecondato, altro che Matthew Parris. “Perché qualcun altro dovrebbe decidere che cosa mio figlio deve studiare a scuola? Se la tecnologia mi permette di scegliere quasi tutto, perché non posso decidere anche su questo, o sull’illuminazione stradale o su mille altre cose?” L’elettorato UKIP non è senescente e nostalgico, ma moderno e internazionale, azzarda Carswell. “Guardando i tabulati telefonici si vede che la gente qui a Natale chiama in Australia, in America, mica in Europa”. E se da una parte continuano ad essere scoperchiati personaggi imbarazzanti – come dimostra il recente ordine di scuderia di non usare Twitter dopo che alcuni esponenti del partito avevano detto cose impresentabili, dall’invito agli africani a suicidarsi a storielle da bar su presunti asini sodomiti, per citarne solo alcune – e Carswell lo ammette, “UKIP si sta ripulendo” e stanno emergendo personalità di rango, anche femminili, oltre al fatto che il partito sta facendo un favore al paese. “Se non ci fossimo noi la rabbia della gente la porterebbe a votare per dei clowns come in Italia”, osserva, aggiungendo vezzoso, nel caso l’allusione non fosse stata colta: “Questo non dovrei dirlo”.

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Nella costituency molti ex carcerati vengono mandati da Londra per vivere di benefits, “creando qualche problema di accoltellamenti per strada”, spiega il quarantatrenne, secondo cui il sistema migliore per gestire la sicurezza sarebbe avere degli sceriffi eletti dal popolo. “E comunque UKIP non è un partito nativista xenofobo come si pensava, siamo eredi del partito liberale, di Gladstone”, precisa. E alle prossime elezioni come finirà? “Forse con una bella coalizione Labour-Tory, visto che condividono gli stessi valori”, spiega rianimando con una gran risata la sua battuta un po’ logora. “Faranno un accordo”, forse, e allora sarà davvero una partita tra “i vecchi partiti politici e noi”. Poco lontano da Clacton, sempre nella stessa costituency c’è Holland-on-sea, un paesino molto più benestante, dove qualcuno si avventura addirittura ad accollarsi ogni giorno l’ora e mezzo di pendolarismo con Londra. Il mare, per chi ha il coraggio di entrarci, è tra i più puliti del paese, così come nella proletaria Clacton con le sue stampelle, le sue farmacie e i suoi deambulatori.

Prima delle elezioni di ottobre Banksy aveva benedetto uno degli edifici del lungomare con un murales dei suoi, roba che a rivenderlo ci si lastricava d’oro la città. Aveva disegnato un gruppo di piccioni manifestanti, con dei cartelli con su scritto “I migranti non sono benvenuti”, “Tornate in Africa” e “Giù le mani dai nostri vermi”. Davanti a loro ad un uccellino migratore di un bel verde li guardava perplesso sullo stesso filo. E’ stato subito cancellato dopo qualche protesta. Il Council neanche se n’era reso conto che fosse di Banksy, salvo poi annunciare che sarebbe “lieto” se l’artista decidesse di tornare a Clacton per dipingere. Un’opera d’arte “appropriata”, però.