Che meraviglia il Royal Wedding di Eugenie (da Il Foglio del 12 ottobre)

Londra. Guardando le tazze commemorative del Royal Wedding di oggi, con quella virginale e con coroncina dorata come unica iniziale su un delicato sfondo di edera, la principessina Eugenie sembrerebbe la versione di alto bordo di quelle che vanno a sposarsi da sole. Magari, avrà pensato la regina (continua qui)

Il giornalista italiano, Darcy, sua moglie e la Brexit: il grande sogno di rinazionalizzazione di Colin Firth (da Il Foglio del 13 marzo)

LONDRA – In questi giorni certi britannici sognatori stanno flirtando con un’idea: la rinazionalizzazione di Colin Firth, un uomo che nell’immaginario collettivo del paese continua ad entrare e ad uscire dallo stagno di Pemberley con addosso una camicia bianca bagnata (continua a leggere qui)

Nove figli e non sentirli. La versione di Helena, ceo stellare della City e madrina del casino organizzato (da Il Foglio del 14 febbraio 2018)

LONDRA – Con la vita di Helena Morrissey se ne potrebbero fare una dozzina, di esistenze normali: lei ha cinquantadue anni, una carriera stellare nella City di Londra, nove figli, un nipote, e un indispensabile marito, Richard, che ha mollato tutto per crescere la prole, stare accanto alla moglie e, una volta finiti gli anni più ruggenti per il famiglione, diventare monaco buddhista. (continua qui)

Torna Fiorucci e un libro celebra l’ottimismo e l’allegria irripetibile degli anni d’oro. (da Il Messaggero del 19 ottobre)

LONDRA – Pochi brand sopravvivono a un cambio di logo. Eppure quelli di Fiorucci si susseguivano uno dopo l’altro, come le insegne luminose che cambiano colore, in un caleidoscopio giocoso che ha fatto epoca e che, di modifica in modifica, ha reso sempre più spericolato e indimenticabile il marchio di jeans e vestiti. Che ora, a cinquant’anni dalla nascita, grazie ad un libro con prefazione di Sofia Coppola pubblicato dalla Rizzoli Usa e all’apertura di un negozio a Londra, a cui seguiranno quelli di Beverly Hills e di Milano, punta ad una rinascita sotto la guida di Janie e Stephen Schaffer, imprenditori britannici con un passato nel settore della lingerie.

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«Niente era più emozionante e fantastico che andare da Fiorucci, con la grafica, i colori, la musica, le ragazze più grandi e disinvolte che lavoravano lì», rievoca Sofia Coppola all’inizio del volume, aggiungendo: «Erano quelle le donne che volevo diventare crescendo: sicure di sé, creative, misteriose e divertenti». Ed è proprio quel tipo di immaginario che il libro punta a rievocare attraverso polaroids mai viste e materiali d’archivio che ricreano la straordinaria produzione di arte grafica del marchio creato da Elio Fiorucci negli anni Sessanta a Milano.

Tra una foto e l’altra ci sono interviste come quella a Oliviero Toscani, che racconta l’importanza dei viaggi di Fiorucci a Londra negli anni Sessanta, quando la città era «molto noiosa» al di là delle cinquecento persone che si godevano la Swinging London, ma dove però c’era il negozio di Biba, fondamentale nell’ispirare il designer milanese. «Un impresario della creatività», lo definisce il fotografo, secondo cui il principale difetto dell’amico era di «essere sempre in anticipo», come quando trasformò il suo negozio di New York in un concept store ante litteram, permettendo ad altri creativi di vendere i loro prodotti all’interno del locale, definito «la versione diurna dello Studio 54», la famosa discoteca di cui Fiorucci stesso aveva offerto il party d’apertura nel 1977.

Un punto di vista condiviso anche da Terry Jones, ex direttore d’immagine, che racconta che quando Fiorucci – «un guru, che incoraggiava le idee e presentava le persone» – e Vivienne Westwood si incontrarono per fare una collezione insieme, il risultato fu talmente superiore al tempo che i buyers ne furono spaventati. «Fiorucci non ha mai speso una lira per i media», conferma Toscani. Si facevano questi poster che poi circolavano perché erano belli e la grafica era così cool che la gente si strappava di mano pure le buste dei negozi, quello aperto nel 1967 a Milano, quello di Londra del 1975 e quello di New York del 1976 disegnato da Ettore Sottsass.

«L’atmosfera era folle», secondo lo scrittore Douglas Coupland, autore di Generazione X, e l’energia che emanava da quei luoghi era una cosa che restava addosso a chi ci entrava, tanto che Marc Jacobs confessa di averci passato l’intera estate dei suoi 15 anni a girovagare e guardarsi intorno. «Credo che Fiorucci sia stata una delle ultime istituzioni che ti davano voglia di diventare adulto il prima possibile, ma solo dopo aver dato fuoco al paesino che ti ha generato e dopo averlo visto bruciare nello specchietto retrovisore», dice Coupland. Un mondo materiale, quello di Fiorucci, di carta e di plastica, di lurex e di denim elasticizzato, di neon e di fluorescenze, così lontano dalla realtà virtuale e disincarnata di oggi, fatto da un pubblico ottimista, curioso e forse irripetibile.

Stile da scrittore. Come si veste chi fa il lavoro più solitario del mondo. (da Il Messaggero del 2 agosto)

LONDRA – Le francesi che si vestono da uomo, da George Sand a Colette – anche se quest’ultima non dimenticava mai di incorniciare i grandi occhi irrequieti in un tratto di matita nera sfumata – oppure le americane che si vestono da francesi, come Joan Didion, fragile come un uccellino e finita a 81 anni a fare da modella per Céline, con grandi occhiali neri a nasconderne lo sguardo da gazzella. Passando attraverso i completi bianchi di Tom Wolfe o le tenute regali di Maya Angelou, i turbanti variopinti di Zadie Smith e le bandane di David Forster Wallace, quella tracciata dalla giornalista di moda Terry Newman nel suo ‘Gli autori leggendari e i vestiti che indossavano’, pubblicato da Harper Collins, è una avvincente disamina del legame tra stile e scrittura così come è stato interpretato da cinquanta protagonisti della letteratura di tutti i tempi, con foto d’archivio, aneddoti sul loro approccio personale all’abbigliamento ma anche estratti delle loro descrizioni più rappresentative del concetto di stile.

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Perché se la scrittura è il lavoro solitario per eccellenza, è principalmente per se stesso che lo scrittore si veste e, proprio per questo, la sua è una scelta rivelatrice sia della propria idea di sé che dell’idea di umanità che cerca di trasmettere. Mentre Marcel Proust, con le sue eterne cravatte papillon, rifletteva sulla caducità della moda e dei gusti, per Maya Angelou la vera eleganza è il contrario della dissimulazione. «Sarai sempre alla moda se sarai fedele a te stesso, e solo se sarai fedele a te stesso», diceva. Jacqueline Susann, scrittrice di immenso successo con la sua ‘Valle delle bambole’, sosteneva che «ognuno ha un’identità. Una per se stesso e una da mostrare». Nel dubbio, lei scriveva avvolta in tessuti sgargianti di Pucci e con un perfetto casco di capelli cotonati, facendo coincidere almeno all’apparenza le sue due nature.

«Uno non si rende mai conto di quanto della propria origine sia cucita negli orli dei vestiti che indossa» secondo Wolfe, autore del Falò delle vanità e scrittore attentissimo alle sfumature sociali. C’è chi, come lui o l’altro celebre biancovestito Mark Twain, ha scelto una divisa, sempre la stessa, che lo ha reso riconoscibile come un brand, o chi come Edith Sitwell, eccentricissima scrittrice inglese, ha voluto stupire con mises sempre nuove, spesso fatte appositamente da una sarta usando tessuti da tappezziere. Karl Ove Knausgaard, scrittore norvegese di culto, è legato alla sua criniera argentata e ai suoi completi scuri che parlano di lui e del suo universo cupo, mentre una coppia di talento come Zelda e Francis Scott Fitzgerald ha sempre fatto di tutto per riflettere, attraverso un’immagine accuratamente gestita, quell’ideale scintillante di ricchezza e vita brillante raccontata nei libri di lui. La Newman riferisce che quando lei arrivò a New York lui era preoccupato del suo aspetto provinciale tanto da chiedere ad un’amica di portarla a fare compere da Jean Patou per iniziare a costruire la leggenda immortale della ragazza sofisticata.

La tesi della Newman è che ci sia una relazione strettissima tra stile e scrittura e che lo stile narrativo dei grandi della letteratura sia stato spesso usato dai creativi per tradurre in moda quell’idea di mondo, come dimostra proprio il recente ritorno dello stile ‘flapper’ ispirato a Zelda Fitzgerald. In alcuni casi il legame è evidente, come mostra bene Joan Didion, che aveva lavorato per dieci anni a Vogue, che è sempre stato bellissima e il cui approccio all’abbigliamento e allo stile ha sempre avuto qualcosa di talmente rarefatto e impeccabile che non stupirebbe che molti stilisti si fossero lasciati ispirare dalle sue foto ben prima che Céline decidesse di celebrarla come musa. Mentre uno scrittore crea un mondo nuovo, deve anche delineare il suo ruolo all’interno del mondo in cui vive e lo stile è uno degli strumenti principali a sua disposizione. Con caratteristica eloquenza, Virginia Woolf parlava di «consapevolezza dei vestiti», mentre Oscar Wilde sosteneva che non si potesse mai essere né troppo ben vestiti né troppo educati, anche se poi era iscritto alla Società per l’Abbigliamento razionale, un’istituzione che si occupava di liberare le donne dai vestiti costrittivi. E poi come dice Mark Twain «non c’è potere senza vestiti, ed è il potere che domina la razza umana».

Niente di vero tranne i sentimenti. La rivolta delle donne usate (a loro insaputa) come copertura dagli agenti di Scotland Yard. (da Il Messaggero del 30 agosto)

LONDRA – Nei primi anni ’90 Helen Steel pensava di avere un fidanzato ambientalista come lei, John, un bel ragazzo moro conosciuto qualche anno prima nei giri dell’attivismo ecologista. Quando dopo due anni lui è sparito, lasciandola con un biglietto in cui diceva di essere talmente terrorizzato dall’idea di perderla da preferire una rottura immediata, Helen si è disperata, ha pianto tutte le sue lacrime per mesi, anni, cercando di rintracciarlo sulla base delle poche cose che pensava di sapere di lui. Invano. Un giorno, passando per caso davanti all’anagrafe, ha avuto l’idea di entrare a rintracciare il certificato di nascita di questo John Barker che un tempo diceva di amarla –nella lettera d’addio non aveva escluso di tornare da lei un giorno – e quando ha scoperto che quel nome apparteneva ad un bambino morto di leucemia tanti anni prima ha iniziato a mettere insieme i tasselli di un quadro inimmaginabile. Arrivando così vicina alla verità che John Barker, al secolo John Dines, è stato trasferito in fretta e furia in Australia da Scotland Yard, di cui era un agente in incognito specializzato in infiltrazioni in ambienti sovversivi.

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Solo nel 2010 una donna con una storia simile a quella di Helen le ha aperto gli occhi su quello che era veramente successo, sulla maniera in cui John le aveva mentito su tutto per spiare lei e i suoi amici e le loro attività sovversive. «Aveva un furgone e si offriva di accompagnare la gente a casa, che è una tattica frequente degli agenti in incognito perché permette di capire dove vivono le persone», ha raccontato Helen. Capita la verità, la donna ha deciso di reagire e di adire le vie legali contro quella Metropolitan Police che, in maniera spietata, ha permesso che lei e altre otto donne almeno, due delle quali hanno addirittura avuto dei figli in relazioni simili, fossero ingannate per anni. Vite distrutte, cuori spezzati e un senso di dignità messo a dura prova da una pratica che le autorità britanniche non hanno mai voluto confermare ufficialmente.

Ma i giudici non hanno condiviso il punto di vista delle fidanzate ingannate, molte delle quali usano toni ancora più duri di quelli di Helen per descrivere quello che hanno vissuto: stupro di stato. Helen ha perso la sua battaglia legale e dopo aver ritirato il suo ricorso, ora deve rimborsare settemila sterline di spese legali a Scotland Yard, che vuole i soldi entro oggi. Ma la Steel si rifiuta, sostenuta da alcuni deputati dei Verdi e da un’opinione pubblica che alla sua vicenda di pugnace donna innamorata si è appassionata. Avendo affinato negli anni le sue doti investigative, la Steel è riuscita ad intercettare Dines – sposato e con figli – mentre scendeva da un aereo all’aeroporto di Sydney dopo aver fatto una missione di formazione delle forze di polizia in India. «Ero molto preoccupata che insegnasse altrove le stesse tattiche, ormai discreditate e usate nel Regno Unito, di cui ormai è riconosciuto che rappresentano una violazione dei diritti umani», ha spiegato Steel.

Il video dell’incontro mostra Dines, brizzolato e aitante, che con impassibilità molto britannica si scusa appena prima di andare via e di lasciare la sua ex fidanzata, con gli occhiali e i capelli raccolti in una coda di cavallo, a rimettere insieme i cocci di una storia in cui l’unica cosa vera erano i suoi sentimenti.