Stile da scrittore. Come si veste chi fa il lavoro più solitario del mondo. (da Il Messaggero del 2 agosto)

LONDRA – Le francesi che si vestono da uomo, da George Sand a Colette – anche se quest’ultima non dimenticava mai di incorniciare i grandi occhi irrequieti in un tratto di matita nera sfumata – oppure le americane che si vestono da francesi, come Joan Didion, fragile come un uccellino e finita a 81 anni a fare da modella per Céline, con grandi occhiali neri a nasconderne lo sguardo da gazzella. Passando attraverso i completi bianchi di Tom Wolfe o le tenute regali di Maya Angelou, i turbanti variopinti di Zadie Smith e le bandane di David Forster Wallace, quella tracciata dalla giornalista di moda Terry Newman nel suo ‘Gli autori leggendari e i vestiti che indossavano’, pubblicato da Harper Collins, è una avvincente disamina del legame tra stile e scrittura così come è stato interpretato da cinquanta protagonisti della letteratura di tutti i tempi, con foto d’archivio, aneddoti sul loro approccio personale all’abbigliamento ma anche estratti delle loro descrizioni più rappresentative del concetto di stile.

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Perché se la scrittura è il lavoro solitario per eccellenza, è principalmente per se stesso che lo scrittore si veste e, proprio per questo, la sua è una scelta rivelatrice sia della propria idea di sé che dell’idea di umanità che cerca di trasmettere. Mentre Marcel Proust, con le sue eterne cravatte papillon, rifletteva sulla caducità della moda e dei gusti, per Maya Angelou la vera eleganza è il contrario della dissimulazione. «Sarai sempre alla moda se sarai fedele a te stesso, e solo se sarai fedele a te stesso», diceva. Jacqueline Susann, scrittrice di immenso successo con la sua ‘Valle delle bambole’, sosteneva che «ognuno ha un’identità. Una per se stesso e una da mostrare». Nel dubbio, lei scriveva avvolta in tessuti sgargianti di Pucci e con un perfetto casco di capelli cotonati, facendo coincidere almeno all’apparenza le sue due nature.

«Uno non si rende mai conto di quanto della propria origine sia cucita negli orli dei vestiti che indossa» secondo Wolfe, autore del Falò delle vanità e scrittore attentissimo alle sfumature sociali. C’è chi, come lui o l’altro celebre biancovestito Mark Twain, ha scelto una divisa, sempre la stessa, che lo ha reso riconoscibile come un brand, o chi come Edith Sitwell, eccentricissima scrittrice inglese, ha voluto stupire con mises sempre nuove, spesso fatte appositamente da una sarta usando tessuti da tappezziere. Karl Ove Knausgaard, scrittore norvegese di culto, è legato alla sua criniera argentata e ai suoi completi scuri che parlano di lui e del suo universo cupo, mentre una coppia di talento come Zelda e Francis Scott Fitzgerald ha sempre fatto di tutto per riflettere, attraverso un’immagine accuratamente gestita, quell’ideale scintillante di ricchezza e vita brillante raccontata nei libri di lui. La Newman riferisce che quando lei arrivò a New York lui era preoccupato del suo aspetto provinciale tanto da chiedere ad un’amica di portarla a fare compere da Jean Patou per iniziare a costruire la leggenda immortale della ragazza sofisticata.

La tesi della Newman è che ci sia una relazione strettissima tra stile e scrittura e che lo stile narrativo dei grandi della letteratura sia stato spesso usato dai creativi per tradurre in moda quell’idea di mondo, come dimostra proprio il recente ritorno dello stile ‘flapper’ ispirato a Zelda Fitzgerald. In alcuni casi il legame è evidente, come mostra bene Joan Didion, che aveva lavorato per dieci anni a Vogue, che è sempre stato bellissima e il cui approccio all’abbigliamento e allo stile ha sempre avuto qualcosa di talmente rarefatto e impeccabile che non stupirebbe che molti stilisti si fossero lasciati ispirare dalle sue foto ben prima che Céline decidesse di celebrarla come musa. Mentre uno scrittore crea un mondo nuovo, deve anche delineare il suo ruolo all’interno del mondo in cui vive e lo stile è uno degli strumenti principali a sua disposizione. Con caratteristica eloquenza, Virginia Woolf parlava di «consapevolezza dei vestiti», mentre Oscar Wilde sosteneva che non si potesse mai essere né troppo ben vestiti né troppo educati, anche se poi era iscritto alla Società per l’Abbigliamento razionale, un’istituzione che si occupava di liberare le donne dai vestiti costrittivi. E poi come dice Mark Twain «non c’è potere senza vestiti, ed è il potere che domina la razza umana».

Niente di vero tranne i sentimenti. La rivolta delle donne usate (a loro insaputa) come copertura dagli agenti di Scotland Yard. (da Il Messaggero del 30 agosto)

LONDRA – Nei primi anni ’90 Helen Steel pensava di avere un fidanzato ambientalista come lei, John, un bel ragazzo moro conosciuto qualche anno prima nei giri dell’attivismo ecologista. Quando dopo due anni lui è sparito, lasciandola con un biglietto in cui diceva di essere talmente terrorizzato dall’idea di perderla da preferire una rottura immediata, Helen si è disperata, ha pianto tutte le sue lacrime per mesi, anni, cercando di rintracciarlo sulla base delle poche cose che pensava di sapere di lui. Invano. Un giorno, passando per caso davanti all’anagrafe, ha avuto l’idea di entrare a rintracciare il certificato di nascita di questo John Barker che un tempo diceva di amarla –nella lettera d’addio non aveva escluso di tornare da lei un giorno – e quando ha scoperto che quel nome apparteneva ad un bambino morto di leucemia tanti anni prima ha iniziato a mettere insieme i tasselli di un quadro inimmaginabile. Arrivando così vicina alla verità che John Barker, al secolo John Dines, è stato trasferito in fretta e furia in Australia da Scotland Yard, di cui era un agente in incognito specializzato in infiltrazioni in ambienti sovversivi.

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Solo nel 2010 una donna con una storia simile a quella di Helen le ha aperto gli occhi su quello che era veramente successo, sulla maniera in cui John le aveva mentito su tutto per spiare lei e i suoi amici e le loro attività sovversive. «Aveva un furgone e si offriva di accompagnare la gente a casa, che è una tattica frequente degli agenti in incognito perché permette di capire dove vivono le persone», ha raccontato Helen. Capita la verità, la donna ha deciso di reagire e di adire le vie legali contro quella Metropolitan Police che, in maniera spietata, ha permesso che lei e altre otto donne almeno, due delle quali hanno addirittura avuto dei figli in relazioni simili, fossero ingannate per anni. Vite distrutte, cuori spezzati e un senso di dignità messo a dura prova da una pratica che le autorità britanniche non hanno mai voluto confermare ufficialmente.

Ma i giudici non hanno condiviso il punto di vista delle fidanzate ingannate, molte delle quali usano toni ancora più duri di quelli di Helen per descrivere quello che hanno vissuto: stupro di stato. Helen ha perso la sua battaglia legale e dopo aver ritirato il suo ricorso, ora deve rimborsare settemila sterline di spese legali a Scotland Yard, che vuole i soldi entro oggi. Ma la Steel si rifiuta, sostenuta da alcuni deputati dei Verdi e da un’opinione pubblica che alla sua vicenda di pugnace donna innamorata si è appassionata. Avendo affinato negli anni le sue doti investigative, la Steel è riuscita ad intercettare Dines – sposato e con figli – mentre scendeva da un aereo all’aeroporto di Sydney dopo aver fatto una missione di formazione delle forze di polizia in India. «Ero molto preoccupata che insegnasse altrove le stesse tattiche, ormai discreditate e usate nel Regno Unito, di cui ormai è riconosciuto che rappresentano una violazione dei diritti umani», ha spiegato Steel.

Il video dell’incontro mostra Dines, brizzolato e aitante, che con impassibilità molto britannica si scusa appena prima di andare via e di lasciare la sua ex fidanzata, con gli occhiali e i capelli raccolti in una coda di cavallo, a rimettere insieme i cocci di una storia in cui l’unica cosa vera erano i suoi sentimenti.

Dalla Austen alla Brontë, da George Eliot alla Woolf, le amiche geniali (e segrete) della storia della letteratura (da Il Messaggero del 16 ottobre)

LONDRA – Le grandi scrittrici della storia le si immagina, chissà perché, come creature solitarie, recluse nelle loro stanze, con solo qualche parente con cui confidarsi e tante ore di noia in cui far lavorare una fervida immaginazione. E mentre le amicizie tra Ernest Hemigway e Francis Scott Fitzgerald o tra Byron e Shelley sono diventate materia di leggenda nella storia della letteratura, i legami che hanno segnato la vita di molte delle più grandi scrittrici di tutti i tempi sono stati spesso cancellati dalle loro biografie o perché ritenuti insignificanti o perché troppo complessi per sopravvivere al rullo compressore della morale dei tempi. Ad esempio Jane Austen aveva un’amica geniale: Anne Sharp, la governante di sua nipote, vivacissima, brillante scrittrice di pièces teatrali mai pubblicate e animata da quelli che Cassandra Austen, sorella di Jane, definirà «sentimenti ardenti» verso l’ autrice di Orgoglio e pregiudizio.

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I loro fitti scambi sono stati cancellati da un falò di lettere compiuto dalla stessa Cassandra dopo la morte di Jane e da una biografia scritta dal nipote della Austen in cui viene plasmata la perdurante immagine dell’arguta zitella icona di virtù domestiche. Della Sharp non si è più saputo nulla fino a quando due studiose, Emily Midorikawa e Emma Claire Sweeney, hanno deciso di indagare sulle ‘amicizie nascoste di Austen, Brontë, Eliot e Woolf’ basandosi su uno studio minuzioso delle lettere e dei diari delle scrittrici e della loro cerchia di amicizie. ‘Una sorellanza segreta’, pubblicato a giugno nel Regno Unito da Aurum Press, oltre a rendere un gran servizio al mondo della ricerca letteraria, è una lettura tra le più piacevoli, solida nei contenuti, poco accademica nello stile. Per le famiglie di mezzi modesti, dare una solida istruzione alle proprie figlie era l’unico modo per assicurare che potessero mantenersi da sole in maniera onorevole, ossia diventando istitutrici. Questo era stato il destino della Sharp, nata in un ospizio per i poveri e quindi socialmente molto inferiore alla Austen, che pure versava in condizioni economiche precarie.

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«Jane trattava Anne come la sua amica letteraria più fidata, comprendendo sia il valore delle pieces teatrali che scriveva sia le limitazioni con le quali doveva scrivere per via delle esigenze del suo lavoro di insegnante», secondo le autrici, che osservano come la Austen abbia trovato nella Sharp un sostegno negli anni difficili dei rifiuti editoriali e la persona con cui confrontarsi sulla scrittura.

Un rapporto molto più conflittuale ma altrettanto intenso e fecondo è invece quello che ha legato per tutta la vita una delle altre grandi recluse della letteratura britannica, Charlotte Brontë, che fin dagli anni del collegio a Roe Head subirà l’amorevole pungolo della scrittrice e giornalista femminista Mary Taylor, che dopo averle detto «sei molto brutta» in uno dei loro primi incontri cercherà di convincerla ad essere più coraggiosa nelle sue scelte, più indipendente dalla volontà del padre e soprattutto più rivoluzionaria nei suoi scritti. Dal Belgio, dove le due andranno insieme a studiare, fino alla Nuova Zelanda, dove Mary si trasferirà per scoprire un nuovo mondo, la loro amicizia avrà un respiro ben più ampio delle ventose brughiere dello Yorkshire dove le Brontë sono state relegate nell’immaginario collettivo. Anche la Taylor è stata espunta dalle narrazioni della vita dell’autrice di Jane Eyre e del ben più ‘politico’ Shirley, sottovalutata da una biografa attenta alle questioni di opportunità come Elizabeth Gaskell.

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Una relazione nota ma poco esplorata è invece quella tra due monumenti della letteratura come l’inglese George Eliot, al secolo Mary Ann Evans, e l’americana Harriet Beecher Stowe, che con il suo La capanna dello zio Tom diventò, secondo le parole di Abramo Lincoln, «l’autrice di questa grande guerra», ossia della guerra civile americana. Le due non si incontrarono mai, ma tra la piovosa Londra e gli aranceti della Florida per undici anni viaggiarono lettere dense e calorose, con notevoli reticenze a parlare di alcuni temi come il fatto che la Evans non fosse sposata con l’uomo con cui viveva o come il penchant della Beecher Stowe per le sedute spiritiche, «forma più bassa di ciarlataneria» secondo l’autrice di Middlemarch. Che verso la fine della sua vita, forse ispirata dal capolavoro della sua amica, decise di sfidare il clima di antisemitismo dell’epoca e di narrare, in Daniel Deronda, le vicende di un personaggio ebreo. L’ultimo esempio analizzato dalla Midorikawa e dalla Sweeney è quello della gran sacerdotessa del modernismo Virginia Woolf e della neozelandese Katherine Mansfield, rapporto spesso rubricato come pura rivalità. E invece anche lì, come spiegano pagine documentate e avvincenti, c’era vero affetto, con qualche venatura saffica e tutta la dirompente, impareggiabile energia creatrice che solo un’amica geniale sa dare.

This is London di Ben Judah, racconti dal sottomondo della città dei sogni (da Il Foglio del 10 ottobre)

LONDRA – Non è un bel sogno, la Londra di Ben Judah. Non perché sul sottomondo di povertà, disperazione e disincanto che il giornalista racconta nel suo libro ‘This is London’, Questa è Londra, del 2016, ci sia mai un giudizio, anzi, ma perché le storie raccolte con l’ardore giovanile del raffinato poliglotta figlio di intellettuali che si traveste da muratore russo o va a dormire nei sottopassaggi di Hyde Park con i mendicanti rumeni hanno il sapore amaro della polvere mangiata quando si cade per terra. «Non è una città di schiavi, (continua a leggere qui)

Diana la prima moglie. Il Regno Unito alle prese con un’ossessione a vent’anni dalla morte della principessa del popolo (da Il Messaggero del 31 agosto)

LONDRA – Le foto non accennano ad ingiallire, eppure sono passati vent’anni da quando Lady Diana è morta, da quando il lungo romanzo a puntate di cui il paese l’aveva resa protagonista si è interrotto bruscamente sull’asfalto di un tunnel parigino in una notte di fine estate. E di gente giunta ad omaggiarla ancora per una volta ce n’è tanta, centinaia di persone venute anche da lontano a versare qualche lacrima ma anche a celebrare una vita, un paese, una cultura.

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I fiori avvolti nel cellophane e gli omaggi dal gusto zuccherino davanti a Kensington Palace ricordano quelli del 1997, quando una distesa oceanica mise sotto assedio Buckingham Palace chiedendo a gran voce che le emozioni e i sentimenti trovassero spazio anche nell’animo britannico, così compassato e diligente. L’animo incarnato da Elisabetta II, che ieri se n’è rimasta nella sua tenuta scozzese di Balmoral a meditare, forse, sulla settimana che ha cambiato per sempre la monarchia britannica e il suo modo di essere regina: da allora, piano piano, la famiglia reale si è aperta al mondo esterno, da dove sono entrati elementi un tempo impensabili come la bella Kate pronipote di minatori e gli indimenticabili filmati il cui la sovrana appare insieme a Daniel Craig-James Bond alle Olimpiadi del 2012.

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«Grazie per averci mostrato la differenza che l’amore e la gentilezza possono fare», spiega la quarantenne Melissa, e forse è questo quello che ha reso Diana, che per sua stessa ammissione «guidava con il cuore, non con la testa», una donna con intuizioni che guardavano al di là del suo tempo in un ambito ‘frivolo’ ma sempre più centrale come l’importanza dell’immagine nel comunicare con le masse. Diana è stata una star di Instagram quando non esisteva ancora e nel crescendo tragico della settimana tra la sua morte e il suo funerale, mentre Tony Blair cercava disperatamente di convincere la sovrana a rispondere alle implorazioni del popolo, non può non riconoscersi la stessa dinamica che si vede ora sui social networks, come se ogni mazzo di fiori di allora fosse un tweet di oggi, capace di fare pressione e di cambiare politiche.

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Ma se a Diana Elisabetta ha reso omaggio 20 anni fa con un piccolo ma evidentissimo cenno della testa e oggi che il suo regno volge al termine – non è detto, la madre visse fino a più di cento anni – ha preferito non rimescolare le carte di una successione che si preannuncia spinosa rinunciando alle celebrazioni ufficiali. Poiché quando si parla della principessa del Galles, il pensiero corre inevitabilmente all’ex marito Carlo, infedele a lei e fedele alla sua Camilla, che nel frattempo ha sposato e che è riuscito anche a rendere simpatica all’opinione pubblica. Qualcuno polemizza – perché non è venuto anche lui? – altri si inteneriscono al pensiero dei figli William e Harry, che facendosi vedere soli davanti ai cancelli della ex residenza della madre hanno rievocato l’immagine di loro due da piccoli dietro il suo feretro. Il lutto per Diana è una cosa loro, un capitale di affetto e di popolarità che spetta loro e che loro stessi devono portare verso il futuro, senza riaprire vecchie ferite.

I riflettori sono stati solo sui due ragazzi; perfino Kate ha fatto un passo indietro ed è apparsa solo nel giardino bianco dedicato a Diana. Anche per lei il confronto con Diana, figura angelicata da una morte prematura, è un terreno pericoloso intorno al quale muoversi con grazia e distacco, anche perché sulla sua figura non si è accumulata polvere, è come se fosse ancora viva, pronta a rientrare tra le pagine del romanzo della famiglia reale riempiendolo di nuove storie, passioni, magari qualche rivalità. «Vent’anni fa il mondo ha perso un angelo», ha twittato Elton John, la cui versione di Candle in the Wind a Westminster Abbey ancora risuona. Meglio ricordarla così.

Le Carré fa rivivere Smiley, sul banco degli imputati per la morte di Alec Leamas (da ‘Il Messaggero’ dell’8 marzo)

LONDRA – Col suo nome da Gioconda e “l’arguzia di Satana”, la calma olimpica e la conoscenza perfetta degli ingranaggi del ‘Circo’, l’MI6, la spia George Smiley, oltre ad essere il personaggio più rappresentativo dell’opera di John le Carré, è un indizio, una firma, la stella polare di un mondo cerebrale e complesso che in ogni libro lo scrittore di spionaggio più famoso del mondo riesce a riprodurre senza mai ripetersi. Reduce dal successo dell’adattamento televisivo di ‘The Night Manager’, a cui seguirà presto un remake di ‘La spia che venne dal freddo’, l’ottantacinquenne le Carrè, pseudonimo di David Cornwell, sta finendo il suo ultimo romanzo, che uscirà il 7 settembre e che, per la grande felicità dei suoi fan, tornerà a parlare di Smiley, a più di venticinque anni dalla sua uscita di scena con ‘Il visitatore segreto’, del 1990.

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Si intitolerà ‘A Legacy of Spies’, letteralmente un’eredità di spie, e racconterà la storia dell’assistente di Smiley, Peter Guillam, e del suo mentore Smiley durante la Guerra Fredda. Pochi personaggi della letteratura sono stati mandati in pensione e poi richiamati all’azione spesso quanto Smiley, ma in un’intervista degli anni ’90 le Carrè aveva detto: “Penso di aver chiuso con lui. Più divento vecchio e più voglio scrivere di gente giovane”. Secondo la casa editrice Viking Penguin ‘A Legacy of Spies’ è un romanzo “inventivo e emozionante”, che racconta il passato e il presente di Guillam, agente-burocrate da sempre amante delle operazioni dietro le quinte e poco incline ad agire sul campo, richiamato dalla sua confortevole pensione in Bretagna per portare la sua testimonianza sul passato.

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“Le operazioni di intelligence che un tempo erano il mito della Londra segreta e coinvolgevano personaggi come Alec Leamas, Jim Prideaux, George Smiley e lo stesso Peter Guillam stanno per essere passate in rassegna con criteri discutibili da una generazione senza memoria della Guerra Fredda e senza pazienza per le sue spiegazioni”, spiega la Viking Books, anticipando le grandi linee della trama. Smiley, nel suo essere profondamente anti-eroe, nasce come una scommessa: più il mondo si incantava davanti a James Bond e al suo eroismo muscolare, al suo universo violento, sfavillante e senza profondità, più le atmosfere di le Carré, che ha prestato realmente servizio presso l’intelligence di Sua Maestà quando era giovane, negli anni ’50 e ’60, si facevano cerebrali, fumose e labirintiche, con confini incerti tra il bene e il male. Smiley, il più spia di tutti, l’uomo talmente intrecciato nei destini del paese da esserne l’anima nera, la coscienza, la struttura, è descritto come “piccolo, tarchiato e, a voler essere buoni, di mezza età”. In ‘La Spia che venne dal freddo’ ha un ruolo piccolo ma significativo e incarna la spietatezza di un mondo alle prese con la crisi d’identità del tramonto dell’impero britannico e con una minaccia sovietica mai sottovalutata agli occhi del ‘Circo’.

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La sua apparizione più importante è in ‘La Talpa’, traduzione italiana di ‘Tinker, Tailor, Soldier, Spy’, parte della cosiddetta ‘trilogia di Karla’, dal nome della laconica nemesi sovietica di Smiley. Grazie ad un vecchio adattamento televisivo del 1979 Smiley avrà per sempre, agli occhi dello spettatore britannico, il volto anziano di Alec Guinness, anche se nella versione cinematografica il ruolo è stato affidato ad un più giovane, anche se altrettanto indecifrabile, Gary Oldman. Le Carré, che negli ultimi anni si è dedicato alla stesura delle sue memorie ‘Tiro al piccione’, secondo i suoi editor sarebbe riuscito nell’impresa di dare a ‘Un’eredità di spie’ lo stesso stile teso e inarrivabile dei suoi lavori migliori, compreso ‘La spia che venne dal freddo’. Tornando a parlare di un mondo, quello delle relazioni tra l’occidente e Mosca, che spostando gli occhi dalle pagine del romanzo a quelle di un quotidiano risulta più attuali che mai.

The Pink Floyd: Their Mortal Remains, una mostra imperdibile per riaccendere un’ossessione, casomai si fosse spenta… (Da ‘Il Messaggero’ del 10 maggio)

LONDRA – Non bastano immagini e suoni per raccontare cinquant’anni di storia dei Pink Floyd, dal mondo psichedelico nato dalla mentre fragile e geniale di Syd Barrett e portato avanti da Roger Waters, Nick Mason, David Gilmour e Richard Wright alle altezze vertiginose di una produzione musicale tra le più straordinarie di sempre, avvolta fino alla fine da un significato concettuale più ampio dovuto all’uso sperimentale di tecnologia, arti visive, grafica, materiali nuovi. E infatti per ripercorrere la loro storia il Victoria&Albert Museum di Londra ha superato ogni mostra di costume mai fatta fino ad ora per allestire un percorso che porta lo spettatore nella mente e nell’immaginario della band, con un risultato ipnotico come il prisma della copertina di The Dark Side of the Moon, che prende vita diventando un ologramma tridimensionale da osservare in una stanza buia ascoltando l’album con le cuffie Sennheiser in dotazione ad ogni visitatore.

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Aperta dal 13 maggio al 1 ottobre, ‘The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains’, ‘I loro resti mortali’, celebra i cinquant’anni dall’uscita del primo album, Piper at the Gates of Dawn, grazie ad installazioni enormi all’interno delle quali sono esposti oggetti significativi della storia del gruppo oltre a riproduzioni dalle dimensioni esorbitanti delle grandi icone dell’universo dei Pink Floyd, dalla Battersea Power Station su cui svetta un maiale gonfiabile come sulla copertina di Animals, del 1977, o il muro di The Wall, del 1979, lungo 22 metri e su cui torreggia un mostruoso maestro gonfiabile alto nove metri, o i due monumentali profili di The Division Bell, del 1994.

18425884_10155113407985180_786970903_n.jpgLa storia è raccontata attraverso gli oggetti che hanno segnato l’evoluzione del gruppo – i testi che li hanno influenzati, le collaborazioni artistiche con Michelangelo Antonioni, Barbet Schroeder o Roland Petit – ma a differenza di molte delle ultime mostre del V&A, per i Pink Floyd non ci si è affidati unicamente a memorabilia e cimeli, presenti sì ma riportati in vita dalle interviste ai componenti del gruppo e alle persone che ne hanno segnato la storia, come i due grafici Aubrey Powell e Storm Thorgerson di Hipgnosis che hanno realizzato le copertine degli album del gruppo. I Pink Floyd si sono incontrati alla facoltà di architettura del politecnico di Regent’s Street a metà degli anni Sessanta, intorno al genio creativo di Barrett, sostituito da David Gilmour dopo che i problemi mentali avevano avuto il sopravvento sulla vita del primo. La psichedelia è stata una parte importante della prima parte del loro percorso, influenzato da letture come Alice nel paese nelle meraviglie di Lewis Carroll, ma il gruppo degli esordi ha presto preso una piega più sottilmente ribelle, finendo accusato di essere una band borghese – erano tutti ragazzi middle class di Cambridge – da altri protagonisti della scena musicale dell’epoca, come i Sex Pistols, che gli hanno dato ulteriore fama quando Johnny Rotten ha indossato una maglietta con sopra scritto ‘Odio i Pink Floyd’.

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La loro contestazione è sempre stata radicale e molto cerebrale, come dimostra il Live at Pompeii, un concerto nella solitudine dell’anfiteatro in aperta contrapposizione con le folle di Woodstock. Mentre lavoravano a The Dark Side of the Moon negli studi di registrazione di Abbey Road, accanto ai Beatles, chiesero anche a Paul e Linda McCartney se pensavano mai di essere sull’orlo della follia. Le loro risposte finirono, insieme a molte altre, nei testi di un album che parla di soldi, morte, violenza e pazzia e che continua a vendere più di settemila copie a settimana. Alla mostra hanno lavorato personalmente Nick Mason e Hipgnosis, oltre a Stufish, gli stessi che hanno fatto gli allestimenti dei concerti della band, che prima di cambiare nome nel 1965 era noto con l’inglesissimo ‘Tea Set’.

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‘Their Mortal Remains’ è un’esperienza sensoriale a tutto tondo che si conclude con un concerto, l’ultimo della band al completo. Sulle quattro pareti dell’ultimo salone scorrono nitide le immagini mentre dalle cuffie esce, perfetta, Comfortably Numb.

 

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