Cavolo rosso dimentica la strada. La BBC mette il #cleaneating sotto scacco e smaschera i guru del mangiar pulito (da ‘Il Foglio’ del 31 gennaio)

LONDRA – Il ‘kale’ è un cavoletto riccio che per dargli un po’ di sapore ce ne vuole, ma da quando tale Emma Mills, née Woodward, nota come Deliciously Ella, ha deciso che è “il re della nutrizione” e permette di “splendere da dentro”, le vendite sono aumentate del 45% all’anno. Mentre quelle dei libri di Ella Mills e dei suoi prodotti, tra cui le magliette con sopra scritto ‘Peace, Love & Kale’, sono proprio alle stelle: la radiosa figlia dell’erede della catena di supermercati Sainsbury’s ha appena aperto alcuni locali a Londra, ha un milione di followers su Instagram, e tra un succo di sedano e bacche di goji e un bownie alla patata dolce ha mandato in pensione Gwyneth Paltrow, troppo vecchia scuola e poco gioiosa con quei suoi menù fatti di niente.

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Nel mondo di Ella, dove basta massaggiare il kale, manco fosse una succulenta bistecca di Kobe, per renderlo tenero e sfizioso, delle gaudenti Sorelle Hemsleys – che non ti insegnano solo a mangiare, ma anche a masticare – e di questi nuovi guru dell’alimentazione non c’è spazio per i divieti o per i viaggi dimagranti alla Rosanna Lambertucci, ma solo per una filosofia apparentemente assertiva in cui si abbracciano dei cibi a cui si attribuisce il potere magico immediato di renderti la vita bella come un account di Ella e, ovviamente, più lunga e felice. Il tutto sotto l’hashtag, o l’etichetta, di #cleaneating, #mangiarepulito, la cui aura quasi mistica si è improvvisamente polverizzata dopo che la BBC ha affidato a uno scienziato vero, Giles Yeo, capo del dipartimento di genomica a Cambridge, il compito di andare a verificare quanto promesso da queste giovani donne dal volto luminoso e da alcuni senescenti pseudoesperti americani a cui alcune si ispirano.

In una puntata di ‘Horizon’, il simpatico Dr Yeo, senza traccia di spocchia, è volato negli States per farsi due chiacchiere con alcuni guru, tra cui Colin Campbell, autore di The China Study e l’inquietante Robert O. Young, promotore della dieta alcalina, il quale sostiene che i germi, così come i tumori, non esistono in quanto tali ma sono prodotti di un organismo intossicato dall’acido. “Tutte le malattie e i disturbi possono essere evitati gestendo il delicato pH dei fluidi del corpo”, ha spiegato Young, intervistato nel suo lussuoso ranch appena prima che andasse a rinfrescarsi le idee per tre anni in un carcere californiano. Davanti ad un Dr Yeo esterrefatto, il naturopata ha spiegato come da anni ospiti malati di cancro a cui somministra le sue cure e la sua dieta: i suoi 81 pazienti, però, sono morti tutti. Tra questi c’era la ventisettenne Naima Houder-Mohammed, capitano dell’esercito britannico colpita da un tumore al seno e mancata a 27 anni dopo aver speso 77mila dollari per andare da Young nella speranza di salvarsi a colpi di trasfusioni di bicarbonato. “Il dolore è acido e l’acido è dolore”, aveva sentenziato Young dopo che lei si era lamentata della sofferenza.

Tale Natasha Corrett, autrice di un libro il cui titolo si potrebbe tradurre come ‘Una purificazione onestamente sana’, è una seguace di Young ma in questi giorni, tra le homepage di questi siti accattivanti e levigati, è una gara a chi prende per primo le distanze dal #cleaneating e dalle sue promesse taumaturgiche. Anche Deliciously Ella, come tutte le sante, ha un miracolo all’attivo: si è curata da sola da una rara malattia che l’aveva resa gonfia e stanca – riusciva ad entrare solo nei vestiti del corpulento padre, narra la leggenda – eliminando i latticini, la carne, gli zuccheri raffinati e ovviamente l’inviso glutine. Nel suo tentativo di far risuonare la voce della scienza, Yeo intervista il dr Alessio Fasano, direttore del dipartimento di ricerca sulla celiachia a Boston, che non sa più come ripeterlo che il glutine fa male solo a chi è celiaco e non a tutti gli altri.

E pazienza che i carboidrati dovrebbero coprire la metà dell’apporto calorico di ognuno: basta comprare uno ‘spiralizzatore’ che taglia le zucchine a forma di spaghetti e non bisogna neppure rinunciare alla gioia di arrotolare qualcosa intorno alla forchetta. Ora Ella è sottile come un giunco, le sue ricette a occhio non contengono più di 200 calorie e i piaceri della gola sono tutti racchiusi nell’evanescente pizzicore di una marinatura leggera. Nonostante dichiari di “non contare le calorie”perché “mangiare non è una questione di limitazione e sensi di colpa”, il suo approccio è costantemente accusato di fornire solidissimi alibi all’anoressia e ai disturbi alimentari. Ma quando si tratta di fatturare, Deliciously Ella non si fa scrupoli: le pallette energetiche che vende nei suoi locali hanno più calorie e soprattutto più grassi di un più ruspante Mars, visto che contengono datteri, cocco, noci, per dire.

L‘ortoressia’, ossia l’ossessione di mangiare seguendo delle regole, è un terreno fertile per chi vuole fare soldi sfruttando le mode e va al di là della questione del vegetarianesimo o del veganesimo. Per le Hemsley Sisters, ad esempio, la panacea non è il kale ma una ricetta antica, fatta con due ossa di carne proveniente da una macelleria buona laciate cuocere per qualche ora nell’acqua: signore e signori, ecco a voi il brodo.

La strategia rischiosa dei media britannici: prendere in giro gli elettori di Farage per contrastare UKIP (da ‘Il Foglio’ del 26 febbraio)

L’Ukip non è mai stato così impresentabile, l’Ukip non è mai stato così forte. A poco più di due mesi dalle elezioni, la scena politica britannica è più frammentata che mai e quello che cinque anni fa era un abbozzo di tripartitismo ora sta diventando qualcosa di molto più complesso. Philip Stephens scrive sul Financial Times che l’establishment inglese, così come lo conosciamo, è finito, e che la “colla della Britishness” che teneva unito il paese si è persa, lasciando soltanto un “vuoto di legittimità”, in cui vincono gli “anti: gli anti elite, gli anti Europa, gli anti immigrati e gli anti capitalismo”. Nel verdeggiante panorama campestre e spaccato disegnato dall’Economist nella sua copertina di questa settimana, le due zolle di terra più grandi sono occupate dal Labour e dai Tory, ma se l’attuale premier Tory David Cameron sembra soprattutto soddisfatto di vedere il suo vice liberaldemocratico, Nick Clegg, cadere giù nel burrone, il troppo laburista Ed Miliband rischia di fare la stessa fine per mano di una inflessibile Nicola Sturgeon dello Scottish National Party. In tutta questa violenza, le due figure più ottimiste sono quella della leader dei Verdi Natalie Bennett che avanza serena in bicicletta, e del sardonico Nigel Farage con la sua tazza di té in mano.

Perché se l’Ukip non ha colpito il paese al cuore, ne sta sicuramente rosicchiando i bordi. Oltre alle due costituencies già conquistate, Rochester e Clacton, i sondaggi danno il partito in avanzata in altre tre circoscrizioni, Castle Point e South Basildon&East Thurrock, entrambe in Essex, e Boston&Skegness, in Lincolnshire. Tutte città costiere, con l’eccezione di Rochester che è fluviale, tutti luoghi che faticano a trovare una loro strada verso il futuro, come tanti loro abitanti di una certa età che con il mondo contemporaneo non sanno fare pace e che non si adeguano al linguaggio progressista dei media. I quali già da tempo vanno a caccia dell’ultima gaffe, della parola irripetibile, della battuta stantia e razzista, della scivolatura antisemita. “E’ molto facile tendere tranelli a questi elettori e portarli a infrangere l’ultimo tabù di questo paese: il razzismo”, spiega al Foglio David Goodhart, direttore del think tank Demos e autore di “The British Dream”, un libro sull’immigrazione in cui sostiene che sia ingiusto accusare di razzismo chi è preoccupato dei cambiamenti che l’accoglientissima Gran Bretagna sta attraversando.

“Ogni forma di preoccupazione di natura demografica è diventata razzismo, e questo svuota la parola stessa”, prosegue Goodhart, inviso ai liberali da quando nel 2004 pubblicò sul Prospect Magazine da lui fondato un articolo intitolato “Too diverse?” in cui iniziava ad enunciare le sue teorie. “Ci saranno anche dei razzisti dentro Ukip, ma ci sono soprattutto persone preoccupate, e il partito è diventato il grande campo di battaglia in cui stiamo lottando contro il tabù di cui sopra, il razzismo”, col risultato, spiega, che “i media liberali stanno facendo involontariamente da sergente reclutatore per conto dell’Ukip”.

Il risultato, a qualche mese dalla conquista dei primi due seggi a Westminter – l’augusto palazzo, peraltro, ha seri cedimenti strutturali e ha scelto questa campagna elettorale imprevedibile per manifestarli – è che gli Ukippers hanno guadagnato in sicurezza e a ogni nuovo errore sembrano fare più cerchio intorno ai propri membri, sembrano sentirsi meno in dovere di scusarsi. Al momento l’elettore Ukip sta avendo più successo e più visibilità di Nigel Farage stesso, che in attesa della stagione a lui propizia dei dibattiti televisivi non tocca quasi palla mentre cerca di avventurarsi con passo incerto al di fuori del suo binomio tematico classico immigrazione-Europa, Europa-immigrazione.

La Bbc ha trasmesso “Meet the Ukippers”, cinquanta minuti di documentario in cui si racconta il partito nel Thanet, penisola del Kent baciata da un sole impareggiabile per gli standard britannici ma il cui appeal turistico è stato spolpato dall’arrivo di Ryanair e dalla concorrenza del più tenace beltempo spagnolo. Intervistando anziani sostenitori nelle strade decadenti e multietniche di Ramsgate e Cliftonville, la Beeb ha tracciato un ritratto vivace ma certo non lusinghiero di militanti di mezza età – una consigliera dell’Ukip di nome Rozanne Duncan, prontamente espulsa dal partito – che parlano del fatto che hanno “un vero problema ad accettare le persone con tratti negroidi” e della legittimità di descrizioni come quella secondo cui gli ebrei hanno il naso adunco e le loro mogli portano la parrucca.

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Channel4, canale pubblico ma finanziato con la pubblicità e quindi non vincolato al leggendario equilibrio della Bbc, è andato un po’ oltre, con una docu-fiction dal sapore distopico in cui un improbabile presentatore anziano annuncia i risultati delle elezioni 2015: con un twist che si vuole quasi fantascientifico, il partito di Nigel Farage è in grado di formare un governo.

“Ukip, I primi 100 giorni” è raccontato dal punto di vista di un’ambiziosa deputata di origine asiatica, volto di punta del partito per fugare ogni accusa di razzismo. Alla seconda settimana, il Regno Unito esce dall’Unione europea, poi la deputata piange per la chiusura di aziende e la perdita di posti di lavoro, e infine iniziano gli episodi di razzismo, di espulsioni di immigrati. Il tutto filmato con interviste, finti notiziari e un lieto fine in cui lei se ne va dall’Ukip finalmente rinsavita. E la gente ha protestato. Molto. Il media watchdog Ofcom ha ricevuto 6.500 segnalazioni e ha aperto un’inchiesta per vedere se tutto quell’uso di immagini di archivio di sostenitori dell’Ukip che applaudono montate insieme a finti discorsi di leader del partito siano o no “misleading”, ingannevoli. E se la storia della finta deputata indiana sia anch’essa tendenziosa. Fatto sta che già a febbraio Channel 4ha superato per numero di proteste tutti i programmi del 2014, dando un grande assist a Farage, che ha twittato serafico: “Sembra che 100DaysOfUkip stia sortendo l’effetto opposto. Una visione distorta e di parte dell’Unico partito che crede nella Gran Bretagna”.

Il Telegraph, che sta facendo una campagna anti Ukip che neanche il Socialist Workers’ Party, cita da giorni un sondaggio commissionato da Lord Ashcroft secondo cui l’Ukip è ai minimi, appena all’11 per cento dei consensi, dopo che la gente ha capito grazie ai recenti programmi tv quanto siano razzisti e retrogradi. YouGov chiede a chi passa sul suo sito di rispondere alla domanda: cosa ne sarà dell’Ukip tra 10 anni. La maggioranza sostiene che sparirà. Possibile. Ma l’Ukipper ormai è nato e non sarà facile demolirlo.

La BBC s’interroga sul futuro e soprattutto sul canone: retaggio del passato o strumento irrinunciabile? (da ‘Il Foglio’ del 14 novembre)

Vuoi più bene al mercato o alla BBC? Non è un dilemma da poco per i britannici, che a due anni dall’introduzione della nuova Charter, ossia quel documento decennale che definisce ragion d’essere e finanziamenti del colosso pubblico, stanno mettendo sempre più in discussione il sistema del canone da 145,50 sterline che ogni nucleo familiare, anche il più indigente, è tenuto a pagare ogni anno, pena, fino a poco tempo fa, la galera. Ai conservatori non piace, ma a pochi mesi dalle elezioni i veri negoziati non sono ancora iniziati e il parere dell’attuale governo per ora conta relativamente poco. Il presidente della commissione Cultura di Westminster, John Whittingdale ha definito il canone “peggio della poll tax” che almeno teneva conto della situazione di ciascuno, sostenendo che resterà comunque in vigore ancora per un po’, mentre il ministro per la Cultura Sajid Javid ha sottolineato che dopo il voto di maggio “nessuna opzione” verrà scartata qualora i Tories rimanessero al governo.

BBC news logo in 1954 - The Guardian
BBC news logo in 1954 – The Guardian

Mentre il Labour fa sostanzialmente melina, un messaggio chiaro è giunto da Rona Fairhead, ex manager del Financial Times da poco a capo del Trust della BBC. Cortese e tassativa, ha dichiarato che il sistema che porta 3,7 miliardi di sterline all’anno nelle casse della Corporation (sui circa 5 miliardi totali) “non è un problema che deve essere risolto”, che il pubblico “in generale” è a favore del canone e tutte le alternative rischiano di “cambiare la natura” del servizio “in maniera non certo positiva”.

Alistair Cooke on air in 1946. BBC/Corbis
Alistair Cooke on air in 1946. BBC/Corbis

Il fatto è che il servizio, di suo, è già cambiato e deve fare i conti con il fatto che i britannici guardano sempre più EastEnders o Newsnight sul computer, sugli smartphone, sui tablet, sfuggendo ai controlli che sono invece severissimi per chi in salotto ha un televisore: 200.000 telespettatori abusivi finiscono in tribunale ogni anno per non aver pagato le 145,50 sterline e chi si rifiuta di pagare la multa rischia il carcere, come è capitato fino ad ora a circa 50 o 70 persone (sempre all’anno). Ma si calcola che siano 1 milione e mezzo gli evasori, e ora che il mancato pagamento sta per essere depenalizzato diventeranno sicuramente di più, portando circa 200 milioni di sterline in meno al bilancio.

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“Il canone ha servito la BBC molto bene per molti anni senza resistenza da parte del pubblico”, spiega al Foglio David Elstein, ex manager TV, presidente di openDemocracy e del Broadcasting Policy Group, aggiungendo che il sistema ha però il grave difetto di fornire ai politici un bilancio stabile sul quale far pesare le loro esigenze e le loro stravaganze a scapito di quello che la BBC dovrebbe fare: ‘informare, educare, intrattenere’, come da motto. “L’abbonamento sarebbe un sistema molto più sano, anche perché grazie alla tecnologia si potrebbero evitare le truffe, si avrebbe più indipendenza dalla politica e entrate più sicure, con maggiore giustizia sociale”, prosegue Elstein con empito riformista. “BBC piace molto, non dovrebbe cambiare i contenuti, la gente si abbonerebbe”, risponde a chi teme di vedere la Corporation rinunciare al livello stellare dei suoi programmi per assecondare il pubblico. “Guarda HBO o AMC in America, con l’abbonamento hanno migliorato la qualità”, osserva. Ma sarebbe il cambiamento più grande nella storia della BBC e in molti hanno paura.

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“Il canone non è perfetto, ma prova a farne a meno?”, controbatte al Foglio la storica ufficiale della Corporation, Jean Seaton, secondo cui è discutibile che i britannici debbano pagare per il World Service e compensare con notiziari impeccabili le falle del sistemi d’informazione di mezzo mondo (fino a poco fa le spese erano a carico del Foreign Office), ma questo non vuol dire che la “gemma” del paese non debba essere difesa. “Per la gente la BBC è come l’acqua” e arriva gratis, “ma mantenere questo livello costa caro” nonostante i tagli del 27% già subiti, oltre al fatto che “è il collante culturale che tiene insieme il paese” e che nonostante tutto, a differenza delle TV commerciali, “non produce ciò che la gente vuole, ma quello che la gente ancora non sa di volere”. Punto di vista diffuso tra gli intellettuali e intollerabile “marxismo culturale” secondo il Daily Mail, che non perde occasione di attaccare la Beeb per i suoi scandali, i suoi stipendi d’oro e per le deviazioni dalla proverbiale imparzialità, nonostante l’eloquenza con cui nel 1951 ne catturò l’aura internazionale scrivendo che se la voce dell’America tuona, quella “della Gran Bretagna sussurra” in un microfono.

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Ma la BBC non è solo giornalismo d’alto bordo e fictions storiche, e la programmazione – ci mancherebbe altro, con quello che costa – prevede anche una solida offerta nazionalpopolare, che fa infuriare le emittenti commerciali, Sky in testa, le quali vedono BBC come un monopolista, un incumbent sussidiato che fa concorrenza sleale in territori che non gli competono. Una serie di problemi teorici e pratici non da poco, a cui si sommano le critiche al sistema di governance introdotto nel 2006, il Trust, accusato di aver chiuso un occhio su scandali vari, da Jimmy Savile in giù, di aver avallato 60 milioni di sterline di buonuscite e di non aver saputo evitare il fallimento da 100 milioni del progetto IT. Si parla di sostituirlo con un board normale oppure, come suggerisce Javid, di dare al parlamento un ruolo maggiore “nel valutare l’operato della BBC”, anche se questo potrebbe avere “un forte impatto sulla sua indipendenza”.

Intanto i fondi sono diminuiti e a Broadcasting House ci si arrabbatta come nel resto del mondo. BBC3, il canale giovane, verrà trasferita direttamente online, visto che è proprio tra i 16 e i 34 anni che è difficile trovare il telespettatore classico, quello con la TV. Dopo che il 49,9% di BBC America è stato venduto a AMC Networks, si pensa anche a quale dovrà essere il raggio d’azione di BBC. E non si esclude proprio nulla, neppure uno spin off di BBC Worldwide, il braccio commerciale della Corporation, quello che porta l’altro miliardo e tre di sterline necessarie per mandare avanti la splendida baracca.

Il piccolo mondo antico di Martin Amis, dove gli inglesi affondano nell’alcol la nostalgia per l’impero e la rabbia per la pioggia

Ipnotico e già datato, il documentario ‘Martin Amis’s England’ andato in onda domenica sera su BBC è uno di quei rari lavori dove il fatto che siano un po’ stupidi risulta, alla fin fine, un pregio. Dando risposte profonde ma più che discutibili a molti dei temi affrontati, il film è l’esatto contrario di quei prodotti levigati e inoppugnabili in cui tutto è ridotto ad un microcosmo ideologico coerente e privo di sfumature. Affronta serenamente l’ovvio, non ha paura della nostalgia, fa quasi tenerezza nella sua ricerca del fondo di verità negli stereotipi e dice cose inutilmente scomode con la serietà un vecchio zio che racconta barzellette innocue ma imbarazzanti e che nessuno vuol più sentire. Con il suo viso ancora bellissimo, un po’ lucido per lo sforzo e per le luci, e gli occhi profondi e mesti, Martin Amis ci dice che le donne, come la Clarissa di Richardson, coltivano il desiderio segreto di essere violate – alcune glielo hanno confermato – ci racconta con semplicità della prima volta che ha visto un uomo nero, da piccolo, ed è scoppiato a piangere, e ci parla degli Stati Uniti, dove una persona di origine pakistana può dirsi americano senza che la cosa susciti sorpresa, diversamente che in Inghilterra. Salvo poi definire lui per primo il multiculturalismo come un lusso che non ci si può più permettere in tempi di crisi. 

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Lasciando che le immagini di repertorio splendide e la musica facciano il loro lavoro sulla psiche dello spettatore, il regista Mark Kidel confeziona un documentario che potrebbe essere stato girato, e pensato, nei tardi anni ’90. La Londra distrutta del dopoguerra fa dire a Amis che nessun popolo è uscito dalla guerra con una coscienza pulita come quella degli inglesi, così sicuri – e a ragione – di essersi comportati in maniera onorevole, vincitori eppure modesti, in ginocchio ma ottimisti. Le foto di famiglia, in cui lui appare come un Mick Jagger in miniatura accanto all’enorme padre Kingsley, sono l’occasione per parlare del sistema delle classi sociali – da cui Amis senior si sentiva al di fuori in quanto ‘troppo intelligente’ – per concludere, come se fosse una novità, che ormai a Eton ci vanno quelli coi soldi, e non per forza i membri dell’upper class. Parlando della famiglia reale – la sua analisi è ferma alla morte di Diana, angelicata sulle prime pagine di quei tabloids che poi, all’interno del giornale, dedicavano articoli e articoli ai suoi peccati – racconta che Kingsley faceva fantasie erotiche sulla regina, con lei che gli si sedeva sulle ginocchia. (Parlando della sua smodata voracità sessuale, una volta il padre di Amis disse che era stato come vivere per 50 anni incatenato ad un idiota). 

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Mentre scorrono filmati meravigliosi di maestose coste inglesi, di vivaci bellezze anni ’60 che si rincorrono sulla spiaggia, di uomini e donne allegri che bevono birra al pub, di sorelle Bennett in versione BBC e di autobus rossi, addirittura dello speaker’s corner, istituzione che ha perso molto del suo smalto, Amis parla lento, magnetico, dà risposte intempestive a domande che non ci sono più, come la violenza negli stadi, tenta un’incursione nella contemporaneità affontando la questione dei giovani che si ubriacano, forse per sanare la frustrazione di non avere più un impero, forse per sopravvivere alla scoperta che il resto del mondo non è male, che anche in Grecia e in Spagna si vive bene, anche senza tutta quella pioggia. Amis lo dice chiaro e tondo, senza ironia: il fatto che il tempo in Inghilterra sia cosi’ brutto influenza il carattere nazionale, eh già.

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Non sono neanche tanto i 64 anni dello scrittore – sublime, inarrivabile, implacabile – che si sentono. Amis sembra proprio uscito da un paio di decenni su un’isola sì, ma deserta, dove non ha avuto accesso né a libri né ai giornali e dove, soprattutto, non si è confrontato con nessuno. Il modo in cui parla dell’Inghiltera bianca e dell’arrivo della “ideologia del multiculturalismo, dell’anti-imperialismo e del livellismo” sembrerebbe un discorso da Ukip se non per l’innocenza con cui viene pronunciato. “E’ un lusso”, “una cosa che fai quando hai i soldi in banca, ma è troppo altruistica per i tempi duri”, spiega lo scrittore mentre scorrono delle immagini di un corteo danzante di donne in sari a Londra e non, come farebbe chiunque avesse il serio intento di raccontare il 2014, su quelle di un gruppo di avvocatesse indiane in un ristorante di lusso nella City.

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Ma Amis è Amis, e la sua descrizione ‘vintage’ dell’Inghilterra non è priva né di fascino, né di verità e amore. Forse ha scelto di fare l’ingenuo per ricordare agli inglesi da dove vengono, nel bene e nel male, per non farli sentire giudicati, per esprimere le sue teorie senza farsi prendere troppo sul serio proprio grazie a qualche dichiarazione un po’ azzardata. Forse non conosce semplicemente più suo paese, dopo tanti anni in America. Fatto sta che un’ora di descrizione dell’Inghilterra di Martin Amis è un bello spettacolo, nonostante tutto. Si attraversa luogo dell’anima dove il politicamente corretto non ha preso mai veramente piede e dove il confronto con il padre non ha mai smesso di andare avanti. Per questo anche se punti deboli ci sono, le polemiche del Guardian sono noiose e prevedibili, soprattutto davanti ad un’analisi così personale, senza nessuna ambizione politica. Raccontandoci il suo paese tra tanti stereotipi ‘statici’, Amis si scorda però lo stereotipo piu’ importante, quello che dà vita a tutti gli altri e che rende l’isola del Marmite e delle vecchiette che bevono il tè il posto straordinario che è, il posto spiazzante che è: quella grande apertura che fa sì che l’identità inglese non solo si sia adattata al cambiamento, ma che lo abbia proprio inventato, promosso, prodotto, abbracciato. Un’Inghilterra che non fosse multietnica non sarebbe proprio Inghilterra, e paradossalmente questo documentario lo dimostra molto meglio di ogni altra cosa. 

 

La rassegna stampa quotidiana – Day 4

Dopo le dimissioni da direttore generale della BBC di George Entwistle – un uomo con “le doti di leadership di Winnie the Pooh” secondo un ex ministro della cultura – i giornali inglesi sono comprensibilmente dominati da articoli sul futuro della Corporation. Il Guardian ci informa pero’ che il sidro al gusto di frutta sta andando forte, e che le vendite sono aumentate dell’80% in un anno. C’e’ poi il caso di un certo Mr Brown, convinto di essere il figlio segreto della principessa Margaret, sorella ormai defunta della regina, pronto a dare battaglia per sapere la verita’ sulla sua nascita. Una donna, secondo il Telegraph, avrebbe chiesto il divorzio dal marito banchiere dopo aver letto ‘Cinquanta sfumature’ e aver capito che lui era ‘noioso’ a letto nonostante le 400mila sterline all’anno. Camilla, la moglie del principe Carlo, continua a girare per il mondo: stavolta e’ in Nuova Zelanda, e la foto di oggi la ritrae mentre fa naso-naso con un Maori. Il Daily Mail, nella sua fenomenale edizione online, apre opportunamente con la storia e le foto di un uomo in calzamaglia a righe rosse, parrucca e corna che ieri ha disturbato le celebrazioni per il Remembrance Day. La domanda nel titolo suona retorica: “Non ha alcun rispetto?”

La rassegna stampa quotidiana – Day 3

La giornata di oggi sui giornali inglesi offre tutta una serie di spunti riguardanti i parlamentari. Un deputato laburista, Jamie Reed, ha dovuto rispondere alle accuse di sessismo per aver twittato, durante un viaggio in treno, che una delle sue vicine di sedile era una donna “odiosa, con tante opinioni” e soprattutto con un vistoso paio di baffi. Che se li fosse fatti crescere per il Movember (novembre e’ il mese della sensibilizzazione sul cancro alla prostata e molti uomini si fanno crescere I baffi per fare fundraising). Sempre dal mondo dei parlamentari, lo speaker dei Comuni John Bercow ha fatto sapere che le donne, in Parlamento, si comportano meglio degli uomini e urlano di meno. Non e’ il caso dell’indisciplinata Nadine Dorries, la deputata Tory sospesa dal partito per aver voluto partecipare ad un reality show girato nella giungla australiana: si e’ difesa dalle accuse dicendosi certa che il suo gesto contribuirà a rendere la gente più’ appassionata e vicina alla politica. Poi c’e’ la storia di una donna di 86 anni attaccata da un furetto mentre guidava la vetturina elettrica che le serve per muoversi: mezza pagina sul Telegraph con foto della signora e box informativo sulla natura imprevedibile dei furetti. Uno studio rivela finalmente perche’ in Gran Bretagna ci sono molte persone coi capelli rossi: il fenomeno sarebbe strettamente legato alla pioggia e al brutto tempo. Camilla, la Duchess of Cornwall, continua a sgambettare felice per l’Australia insieme a Carlo e oggi una foto la ritrae con in braccio una koaletta di nove mesi, Matilda, e la stessa faccia disgustata che aveva quando teneva il canguro cucciolo. Il Daily Mail ci racconta infine l’ennesima storia tremenda sulla BBC: oltre ad aver ostacolato l’emergere della verita’ sul caso Savile, avrebbe anche proibito ad uno dei suoi giornalisti di parlare con gli alieni. ‘La richiesta del presentatore Cox di entrare in contatto con un nuovo pianeta e’ stata bloccata… nel caso qualcuno avesse risposto’, spiega il giornale.