Per il ‘Sun’ quel maleducato di Nigel ha qualcosa da insegnare ai politici, ma quello tra lui e Grillo è solo un incontro tra clowns (da ‘il Foglio’ del 5 giugno)

Da lontano sembrano tutt’uno, il Sun e l’Ukip: sfumature di populismo che si distinguono appena, in un urlo sguaiato che attraversa non soltanto il Regno Unito, ma tutta l’Europa. La sovrapposizione però non c’è, spiega al Foglio Tom Newton Dunn, capo della politica del tabloid di Rupert Murdoch, più di 2 milioni di copie vendute, 5 milioni e mezzo di lettori, il giornale che sa fare la fortuna dei politici inglesi. Newton Dunn non è sorpreso: fa un sondaggio al giorno per capire cosa pensa il popolo britannico, ma non vuole sbilanciarsi sul contributo dato dal Sun all’avanzata dell’ex broker Nigel Farage: “Forse c’è stato, forse no”. E ribadisce che l’endorsement ufficiale al partito indipendentista non c’è stato, né ci sarà, soprattutto se in Europa l’Ukip va assieme ad altri populisti a grande rischio buffonata: l’incontro con Beppe Grillo, per dire, è stato salutato dal titolo giocherellone del Sun: “Un clown incontra un altro clown”.

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C’è populismo e populismo. “La storia che raccontiamo noi e quella che racconta l’Ukip non saranno tanto diverse, ma i nostri lettori sono più giovani e più proletari dei loro elettori, noi non vogliamo neppure uscire dall’Unione europea ma solo riformarla e, soprattutto, al Sun non facciamo politica, non siamo un partito, non vogliamo candidarci”, osserva Newton Dunn, il cui padre, Bill, ha appena visto il suo seggio a Strasburgo travolto dal rovinoso crollo dei LibDem. Non farà politica, il Sun, ma di certo lì sanno cosa serve a un politico per avere successo oggi: occorre superare il modello perfettino à la Tony Blair, politico bravissimo e irripetibile, che ha però generato epigoni noiosi e insipidi come la triade DavidCameron-Nick Clegg-Ed Miliband, tutti presi dal non esporsi mai e dal non dire nulla di controverso. “I nostri sondaggi dicono che la metà dei britannici pensa che i politici di oggi mentano sempre, tutti i giorni”, prosegue Newton Dunn con l’eloquio pacato di chi ha studiato a Eton. “I principali media, la Bbc compresa, non fa che ripetere quel che questi politici dicono, senza alcun contrasto”.

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Ci sono due politici in particolare che invece parlano agli inglesi: i “maleducati” Boris Johnson e Nigel Farage, che sudano, si spettinano, parlano semplice, non vedono l’ora di fare figuracce per potersi scusare con una battuta, per mostrarsi ironici, uomini del popolo, simpatici e imperfetti.
“Né l’uno né l’altro trasmettono un messaggio elitario”, secondo Newton Dunn, secondo cui entrambi appaiono onesti e sinceri: “Non che siano incapaci di mentire, tutt’altro”, perché sanno che il loro fascino dipende da quello. Ma non sono loro due i duellanti politici del futuro: Farage a Westminister non ci arriverà, secondo l’editor politico del Sun, poiché al momento delle elezioni politiche l’elettore ragiona diversamente: una previsione coraggiosa in vista delle suplettive di Newark di oggi: i conservatori, nonostante una campagna elettorale a suon di grandi nomi in visita e imponente dispiegamento di mezzi, sono alle prese con sondaggi che vedono il candidato dell’Ukip, lo scoppiettante settantenne ex Tory Roger Helmer, in vantaggio di due punti (alla fine i conservatori hanno vinto con un ampio margine, ndr).

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Il fatto è – e questo Newton Dunn non si stanca di sottolinearlo – che l’Ukip ha capito il problema, ma non ha dimostrato di avere una soluzione. “Le elezioni ci dicono due cose diverse, due temi che sono cresciuti come funghi nelle pance degli elettori” e la prima, con un netto distacco rispetto alla seconda, è l’immigrazione. “Secondo i sondaggi l’immigrazione ha superato, in importanza, l’economia, e questo spiega l’immenso successo di Farage”. L’immigrazione che spaventa “è il lavoro a basso costo di massa dal sud e dall’est Europa” e quella che mina la coesione sociale. I polacchi sono un milione, c’è un negozio di alimentari su ogni via principale, spesso non parlano la lingua e il tutto “toglie via il caro vecchio sapore Brit”. Poi, ma molto dopo, secondo Tom Newton Dunn, c’è “l’insoddisfazione con l’Unione europea, che dura anch’essa da molto ma è dovuta soprattutto alla libera circolazione dei lavoratori”, oltre al fatto che l’idea che “il continente sia governato da una élite fuori contatto con la realtà, poco connessa con la gente”, simile in questo alla triade di leader dei principali partiti, va contro il sentire britannico.

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L’emozione, quando si fa una campagna di stampa o una campagna politica, va tenuta sempre presente. Newton Dunn fa l’esempio della Scozia, che a suo avviso al referendum del 18 settembre non si staccherà. “Ma c’è un problema: i fatti vanno contro l’indipendenza, mentre le emozioni sono a favore. La campagna per il ‘no’ deve uscirsene con un po’ di passione, e forse gli europeisti dovrebbero fare la stessa cosa”. Ma anche il populismo deve stare attento, perché il passaggio dal linguaggio semplice alla barzelletta è piuttosto breve, è il motivo per cui anche il Sun sorride di Farage ma non vuole avvicinarsigli troppo. E’ un attimo che si lavora insieme sulle politiche anti sistema e si finisce a discutere di grano saraceno.

Tutti contro Cameron, e lo Spectator paragona il Regno Unito a Cipro (Da ‘Il Foglio’ del 29 marzo 2013)

Essere un’isola, essere intrappolati tra Berlino, Mosca e Bruxelles, avere un settore bancario dalle dimensioni smodate e essere alle prese con uno “stato borseggiatore”. La mente vola subito alle recenti vicende di Cipro, certo, teatro di una ridefinizione brusca e plateale dei diritti dei cittadini-correntisti. Ad un secondo sguardo questa si rivelerebbe però, a sorpresa, descrizione calzante anche della Gran Bretagna, “anche se nessuno lo vuole ammettere”. Lo scrive lo Spectator, storico settimanale conservatore diretto da un vigoroso quarantenne scozzese che ha evidentemente deciso di dare un giro di vite alla sua missione di fare da spina nel fianco dei conservatori, pubblicando negli ultimi tempi articoli sempre più impietosi verso la gestione di partito e paese portata avanti da David Cameron.

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“Non abbiamo una particolare animosità nei confronti di Cameron, se facesse qualcosa di giusto lo racconteremmo”, osserva Freddy Gray, giovane vice del giovane editor Fraser Nelson, il quale però, alla richiesta di citare l’ultimo articolo positivo sull’inquilino di Downing Street esordisce con un poco promettente “si’, quando è stato eletto abbiamo fatto una copertina che…” La prima pagina di oggi rappresenta invece un uomo il cui portafogli viene sottratto dalla mano grandissima dello Stato e, facendo leva sul paragone con l’altra isola, Cipro, espone il ragionamento seguente: il quantitative easing rende la vita più facile al governo e al cancelliere dello Scacchiere George Osborne – ex Wunderkind a cui lo Spectator dedica ora più frecciate che a Cameron – ma aumenta l’inflazione e rende i britannici più poveri. Dati alla mano, questo corrisponde ad un furto di entità superiore all’ormai leggendario 6,75% proposto ai ciprioti e poi sventato dal Parlamento (le misure pensate per i patrimoni sopra i 100mila euro sono roba da francesi, invece).

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Certo, sottolinea Louise Cooper, ex banchiera da Goldman Sachs, ora giornalista per BBC e autrice del pezzo, ‘stiamo sostenendo l’economia con altri 50 miliardi di sterline di quantitative easing’ e ‘Vogliamo che la Banca d’Inghilterra stimoli la crescita’ suona meglio di ‘Dacci I tuoi soldi’, ma alla fine dei conti è la stessa cosa“. Come Cipro, anche nel Regno Unito “c’e’ stato il boom, e poi il crash, e ora abbiamo lo stato scippatore. E stiamo tutti sentendo il suo tocco”. Per un paese dove la performance economica riceve gradi di attenzione altissimi da parte dell’opinione pubblica, il fatto che la situazione non accenni a migliorare sta portando lo Spectator a spazientirsi sempre più. “Abbiamo fatto un sacco di articoli contro il quantitative easing e i tassi d’interesse bassi, Fraser ci tiene che la gente sappia quali sono i meccanismi  dei quali è vittima, è giusto che sappiano che cosa succede loro”, prosegue Gray, facendo dell’articolo una questione di informazione finanziaria e non, come pure appare, una stroncatura politica come ce ne sono state poche. “Noi vogliamo essere i critici più severi del nostro governo e del nostro partito”, e non c’è modo di ignorare la “delusione generalizzata” nei confronti di Cameron e del suo governo di coalizione, “che ha provocato scontento non solo a sinistra, ma pure a destra”.

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Affezionato alle soluzioni grafiche, lo Spectator ha commentato il budget presentato da Osborne innanzi tutto con l’impietosa immagine di un Osborne nascosto nell’angolo di una valigetta vuota in copertina, mentre ora arriva il paragone con Cipro a dire ancora una volta basta, basta con questi trucchetti, basta con le iniezioni di denaro nel sistema che rendono la vita del governo più facile e quella di tutti i cittadini più difficile. “Quello che ha fatto il governo cipriota è inqualificabile, ma che il quantitative easing sia un furto lo dice pure John Maynard Keynes”, spiega Gray, affidandosi alla citazione dell’economista britannico: “Attraverso un continuo processo di inflazione, i governi possono confiscare, segretamente e inosservati, una parte importante della ricchezza dei loro cittadini (…) Il processo (…) avviene in un modo che neanche un uomo su un milione è in grado di diagnosticare”.

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I britannici, che fuori dalla zona euro fanno quello che gli altri vorrebbero poter fare in un momento come quello attuale, controllano la loro moneta e ne stampano di nuova, portando ad un aumento dei prezzi senza aumentare salari e interessi bancari. E come dimostra la situazione attuale, alla lunga non serve. “Nel corso della storia, quando i governi hanno incontrato una crisi del debito che non erano in grado di risolvere, i politici hanno ceduto alla tentazione di inflazionarla via”, sentenzia la Cooper, ricordando come Sir Mervyn King, governatore uscente della Banca d’Inghilterra, abbia ricordato ad ogni pie’ sospinto come l’inflazione debba restare sotto controllo, intorno al livello di riferimento del 2%, salvo poi lasciarla correre liberamente. Ora arriva il canadese Mark Carney, a giugno, e speriamo che la musica sia diversa.

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Ma basterà che cambi quella poltrona o ci vuole dell’altro? “Boris Johnson è visto come uno dei politici più promettenti del panorama attuale, e soprattutto è percepito come lontano da quell’establishment, è normale che lo seguiamo con attenzione”, garantisce Gray. Il biondo sindaco di Londra, predecessore di Nelson alla guida dello Spectator, porterebbe il partito a guadagnare 6 punti percentuali rispetto alla attuale leadership di Cameron, recuperando rispetto al Labour: 37 per tutti e due. Lo dice YouGov, e al settimanale sembrano pensarlo tutti. “Non è la linea ufficiale del giornale”, mette le mani avanti il vicedirettore, mentre il sito titola “Boris salverebbe fino a 50 seggi” e i commentatori corroborano l’immagine di un Boris antisistema e lo difendono dagli attacchi dell’ultimo nato della dinastia dei Torquemada della BBC, Eddie Meir, che lo ha fatto nero domenica sera in Tv interpellandolo sui suoi (deludenti) scheletri nell’armadio. Fedele all’idea di salvare il partito per il quale parteggia dai suoi stessi errori attraverso una critica continua – è giornale molto più feroce di Guardian e Independent nei confronti del governo – lo Spectator arriva a livelli di soulsearching non comuni, con articoli come “I Tories vogliono che Cameron perda?”. Conclude Gray: “Non siamo un giornale ideologico, siamo pragmatici”. E sì, ammette, “non mi viene in mente una storia così dura nei confronti del governo”, niente peggio del confronto tra la noia depressa dell’economia britannica e l’orrore puro che sta andando in scena a Cipro.

La caccia alla volpe continua in città (da ‘Il Messaggero’ dell’11 febbraio)

Non tutti lo sanno, ma sono più di 10.000 le volpi che vivono nelle strade, nei parchi e nei giardini della capitale britannica. Appaiono all’improvviso per le strade, scorrazzano nei parchi e si nascondono volentieri nei giardini dei londinesi, che per ora hanno tollerato piuttosto bene la convivenza con gli animali dal pelo rossastro. Un quieto vivere che potrebbe essere definitivamente finito la settimana scorsa quando una bestiola è entrata in una casa nella zona sud della città e ha attaccato un neonato, mordendogli un dito fino a staccarlo (fortunatamente i chirurgi sono riusciti a rimetterlo a posto) e lasciandogli numerose ferite sul viso. Un incidente che ha subito riportato alla memoria quello, anch’esso gravissimo, avvenuto nel 2010, quando due gemelline di nove mesi furono aggredite da una volpe entrata nella loro stanzetta che le aveva morse e aveva lasciato a tutte e due ferite profonde che ci metteranno anni a rimarginarsi.

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“Possono sembrare tenere e romantiche, ma le volpi sono anche una piaga e una minaccia, soprattutto nelle nostre città”, ha dichiarato il sindaco Boris Johnson, chiedendo alle autorità locali di raccogliere dati e agire, con l’idea di procedere se necessario ad un abbattimento selettivo. Gli animalisti, da parte loro, minimizzano. “E’ estremamente raro che una volpe attacchi un bambino piccolo o qualunque altra persona”, ha puntualizzato la portavoce di una importane charity animalista, osservando che solo la paura può rendere gli animali aggressivi. Resta il fatto che la volpe rossa urbana, seppur bella a vedersi, è un animale sporco, sempre più sfrontato e aggressivo, che si nutre di avanzi, di insetti e di animaletti, porta malattie come la rabbia e distrugge i giardini. Secondo molti attacca anche cani e gatti, ma anche su questo le opinioni sono divergenti. Una delle raccomandazioni principali delle autorità è quella di fare attenzione che la spazzatura non sia lasciata in giro e che tutti gli alimenti che possono fare gola alle volpi cittadine, brutta copia delle eleganti cugine campagnole, siano tenuti al riparo dalle loro grinfie.

Boris, il rottamator cortese

Entra nella stanza camminando a testa bassa, tanto la zazzera albina la vedono tutti. Il completo che ha indosso è probabilmente il più brutto di Londra, a scacchi color fanghiglia e con l’orlo semi-sfatto. Ma anche nella sua mediocrità quasi ipnotica, la giacca di Boris Johnson ha senz’altro visto giorni migliori, visto che oggi ha un grande alone di sudore che ne segna tutta la parte posteriore. Ah, e il taglio di capelli sembra fatto con una scodella, mentre la pelle è sudaticcia e rubizza e le scarpe di ottima fattura sono vecchie e sformate. Ma il sindaco di Londra, quintessenza del “too posh to wash” – troppo elegante per lavarsi – ha tutto sotto controllo quando entra nell’auditorium nuovo e scintillante della Pimlico Academy, istituto che per brevità chiameremo sperimentale e che accoglie studenti di ogni provenienza sociale con l’obiettivo di dar loro la migliore istruzione possibile. Alone a parte, che alla fine fa simpatia, Boris ha un perfetto dominio di se stesso e delle proprie gaffes, della platea e delle sue reazioni e, sempre di più, del dibattito all’interno del partito conservatore, costretto a tenere il passo con quest’uomo che, osservato da vicino per una mattinata intera, è un vulcano.

Sono lontani i tempi in cui Boris si faceva prendere in contropiede dai riots e annaspava tra un silenzio e una mezza risposta. Da quando è stato rieletto, e soprattutto da quando le Olimpiadi sono state il successo che sono state, può permettersi di fare quello che vuole, suscitando simpatie a destra e a sinistra. Il suo discorso alla convention dei Tories è stato il più acclamato, ma il sindaco di Londra non fa l’errore di rendere troppo frontale la sua rivalità con l’opaco primo ministro David Cameron. Una presentazione qui, un’intervista lì, un successo qua, Boris sa che di tutto ha bisogno tranne che di mettersi sullo stesso piano dei rivali. Vola alto come quando è rimasto sospeso con l’imbragatura e il casco facendo Tarzan sulla fune di Victoria Park. Però questa volta non si ferma, e scivola via che è una bellezza.

Alla Pimlico Academy è andato a fare una cosa che c’entra poco con i Tories e soprattutto non c’entra niente con il suo ruolo di sindaco: presentare un programma per migliorare l’istruzione nelle scuole londinesi. “Voglio innanzi tutto ringraziare e rendere onore agli insegnanti di Londra”, ha esordito con una schiettezza quasi da laburista, per poi aggiungere: “Ma dobbiamo vedere se riusciamo ad fare ancora di meglio. Le altri capitali del mondo ci stanno superando. Formiamo pochi fisici, non avremmo nessuno capace di costruire un impianto nucleare e se continuiamo così, toccherà che ci affidiamo ai fisici coreani che sono un po’ Gangnam style”. La platea di studenti, professori e esperti di istruzione viene giù dalle risate, ma l’atmosfera era allegra già da prima: Boris fa ridere, fa sorridere, è carismatico nonostante le vocali aristocratiche, nonostante l’aria da orso, e in quest’occasione ha trovato una spalla ideale, un omaccione corpulento e carismatico come lui, ma nero, che si chiama Tony Sewell, è un ex insegnante e fondatore di una charity che si chiama ‘Generating Genius’, e dice che lui e Boris sono come Rooney e un altro calciatore di cui non ho colto il nome perché queste cose, ahimé, non le so.

Il sindaco biondo non si butta nelle paludi di certi dibattiti che avvelenano la vita dei conservatori, ma le scansa a costo di sembrare un po’svampito, come quando disse a proposito dei matrimoni gay: “Un paio di anni fa qualcuno mi chiese se fossi a favore e io rimasi stupito, perché pensavo che fosse già legale”. Oggi, di fatto, è andato ad appropriarsi di uno degli ambiti politici più delicati per i conservatori, ossia la parità nella pubblica istruzione, che nel Regno Unito è notoriamente debole. Ed è riuscito a farlo senza sembrare minimamente critico verso il governo (anche se gli osservatori non hanno molti dubbi sul fatto che questo sia il primo passo verso la scalata del partito). “Tanti ragazzi dei riots erano tra quelli che restano indietro a scuola”, ha spiegato, aggiungendo civetto: “Sono una mezza calzetta, un novizio dell’istruzione, ma penso che ci sia un ruolo da svolgere per il sindaco, perché io posso migliorare tutto in questa città, ma che senso ha se poi i lavori non vanno ai giovani londinesi perché questi non sono abbastanza qualificati?”

A chi gli fa notare che è una campagna molto labour, lui risponde: “Ah sì, siamo stati educati nella stessa scuola, io e il leader del Labour, alla Primrose School, con delle grandi finestre”. Come a dire: sono quello che sono, e non venitemi a dire che non sono titolato a parlare di queste cose in quanto vengo da una famiglia privilegiata perché non sono il solo e non mi troverete mai ad arrampicarmi sugli specchi per tentare di descrivere il mio ambiente familiare come difficile (lo ha fatto Cameron due settimane fa ed era un discorso molto scivoloso e molto poco convincente, a mio avviso). Poco dopo aggiunge: “Non ho alcun orgoglio né vergogna a prendere le buone idee dai laburisti”. E il governo? “Ah, il segretario di Stato all’Istruzione è stato incredibilmente di sostegno, sono un grande ammiratore di quello che fa, e sto agendo in continuità con la sua azione”. Ma sta quindi realizzando l’ordine di scuderia di Cameron di “spread the privilege”, di “estendere il privilegio”. Su questo cala il primo no comment, scontato: è ovvio che Boris non porta avanti gli ordini di nessuno.