Anna Soubry, la Tory anti-Brexit meno mansueta di Westminster (da ‘Il Foglio’ del 19 gennaio)

LONDRA – Il ritratto della Thatcher in stile Andy Warhol appeso nell’ufficio di Anna Soubry ha i colori più tenui dell’originale, quasi zuccherini. «Non dobbiamo mai farci bullizzare», trilla allegra la deputata conservatrice aguzzando gli occhi azzurri, e per un momento sembrerebbe quasi alludere al fatto di essere donna. In realtà si riferisce ad un’altra categoria che sta vivendo una gloriosa stagione di riscatto: gli europeisti britannici. (Continua a leggere qui)

Le ginocchiate di Westminster, arma segreta di un cambio della guardia (da Il Foglio del 3 novembre)

LONDRA – L’asticella della morale è ferma all’altezza del ginocchio e questa è una delle due conseguenze gravi delle dimissioni di Michael Fallon, ministro della difesa che non ha retto la tensione di sapere che ci sono così tante storie in giro su di lui, scorribande che complice una simpatia per l’alcol avrebbero rischiato di far apparire la vicenda della giornalista, peraltro ironica e pugnace, approcciata nel 2002 per quello che è: ben poca cosa. (continua a leggere qui)

Filippo, re della gaffe vecchio stile, va in pensione e apre una stagione nuova a palazzo (da ‘Il Foglio’ del 5 maggio)

LONDRA – Da professionista dell’inaugurazione qual è – una volta si è definito «lo svelatore di targhe più esperto del mondo» – Filippo d’Edimburgo, principe greco di sangue danese e tedesco, un modello per le first ladies di tutto il mondo, si è cavallerescamente preso il compito di aprire una stagione nuova per se stesso e per il paese: lui se ne va in pensione a 96 anni, il paese dopo quarant’anni esce da quell’Unione europea di cui il consorte della regina, un Battenberg trasformato in Mountbatten da parenti saggi, è una delle importazioni più vistose. Niente di definitivo, solo un piccolo cambio della guardia del tutto prevedibile che crei un po’ di azione e prepari gli animi alle numerose svolte all’orizzonte prima che la lunga era di Elisabetta II si vada a chiudere per ragioni naturali e lasci, inevitabilmente, il paese un po’ spaesato. Tanto più che a un certo punto la Brexit inizierà a farsi sentire e chi lo sa come andrà, se spaccherà il Regno Unito, se lo renderà piccolo piccolo, isolato, insignificante, senza Scozia, senza Irlanda del Nord, senza City. Anche se dalle parti di Buckingham Palace negli ultimi anni è arrivata più di qualche folata di simpatia per l’indipendenza Brit, nessuno si illude che sia tutto un grande letto di rose e bisogna prepararsi nel modo migliore, con anticipo, non si può permettere che l’addio al continente sia solo l’ultimo capitolo di un grande processo di ridimensionamento nazionale in cui i britannici vivono da quando la ragazza Elisabetta è salita al trono nel 1952.

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Ci vuole un po’ di pompa magna per accogliere una nuova leva di simboli e il taglianastri Filippo si è fatto da parte per primo, come se a quell’età avesse ancora la scelta. La decisione l’ha presa lui, dicono da palazzo, dandogli l’onore delle armi di un’autonomia che pare non abbia mai avuto, almeno stando alla ricostruzione fatta in The Crown, in cui viene descritto come superficiale, donnaiolo e con l’ego ferito dall’inappuntabile consorte: la sua inadeguatezza è uno dei principali motori narrativi di una serie con degli evidenti vincoli di sceneggiatura, e chissà perché tutta questa irriverenza tocca a lui. Fatto sta che vederlo nella fiction, aitante e frustrato, rende bene l’idea di quello che possono essere stati questi settant’anni sotto i riflettori pubblici per l’unico uomo della sua generazione a non poter dare il suo cognome ai figli, sovrano mondiale indiscusso della gaffe vecchio stile dal retrogusto razzista, bell’uomo apprezzato dalla moglie soprattutto per la capacità di farla ridere. Se ne andrà in autunno, forse dopo che a novembre lui e Elisabetta avranno festeggiato i settant’anni di matrimonio, dando il tempo al paese di abituarsi anche a questo, al più ovvio dei cambiamenti. Nel frattempo un’altra donna avrà probabilmente preso in mano in modo più saldo le redini del paese e Queen Theresa e Queen Elisabeth potranno lavorare insieme al modo per trovare la stabilità necessaria prima dei grandi salti. 

Solo così si sopravvive, nella dialettica tutta britannica tra conservazione e rinnovo, seguendo quella ‘Strategia del vasetto di Marmite’ che a detta degli esperti di cose reali avrebbe permesso a casa Windsor di restare importante: come le confezioni del colloso estratto di lievito da spalmare sul pane, ci si finge statici e senza tempo mentre si continua incessantemente a cambiare. La tempistica dell’annuncio, poi, è cosa da gentiluomi: distogliere l’attenzione dalla May, alle prese con uno scontro dai toni poco regali con Bruxelles, ridà al paese un po’ di senso di sé in vista di quello che lo aspetta, di questo destino scelto d’impeto e degli scossoni che porterà. Come ebbe a dire lui stesso in uno dei suoi massimi momenti di grazia tra nastri, targhe e buone cause: «Dichiaro questa cosa aperta, di qualunque cosa si tratti.»

Citizens of somewhere, o del perché le colpe delle élites liberal hanno provocato la Brexit (da ‘Il Foglio’ del 30 marzo)

LONDRA – Da quando ha preso a “trascendere gli interessi di classe borghesi per parlare di quello che preoccupa le masse”, David Goodhart si sente libero, molto più di quando, da giovane studente di Eton figlio di un deputato Tory, si imponeva i panni stretti dell’intellettuale marxista. Certo, ha dovuto rinunciare alla sua tribù di adozione – quella sinistra intellettuale di cui lui, fondatore ed ex direttore della rivista Prospect, è stato uno degli astri più brillanti – e ha dovuto intraprendere un percorso impopolare di allontanamento dal “liberalismo moderno” iniziato lentamente dopo aver scritto un lungo articolo intitolato ‘Too diverse?’, ‘Troppo diverso’, in cui si avventurava a formulare un discorso di sinistra contro gli eccessi dell’immigrazione. Era il 2004, tempi di allargamento a Est dell’Unione europea e di 582mila arrivi in un anno, e la pioggia di critiche che gli sono piovute addosso gli ha dato la misura “dell’intolleranza della sinistra”, come ha raccontato in un lungo pezzo sull’edizione del weekend del Financial Times.

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“Cerco di rappresentare gli interessi trascurati dalla politica”, spiega Goodhart al Foglio, aggiungendo che “ci vuole un approccio più moderato e intelligente da un punto di vista emotivo” alle istanze delle masse, che invece di “pane e terra” sono soprattutto preoccupate di “riconoscimento e radicamento” e questo a prescindere del loro orientamento politico: per questo l’autore propone una suddivisione dell’elettorato britannico in due tribù principali, ossia i ‘Somewheres’, i ‘Da qualche parte’, quel 50% che vive dov’è nato, che pensa prima ai vicini di casa che ai rifugiati e che non ha qualifiche particolari, ma che un tempo aveva una dignità e che ora si ritrova continuamente vilipeso dall’altra tribù, gli aristocratici ‘Anywheres’, ‘Da qualunque parte’, quelli che hanno i diplomi e la conoscenza per stare bene ovunque e che, pur rappresentando solo il 20-25% della popolazione, dettano l’agenda politica essendo loro stessi politici, giornalisti, intellettuali. Esperti, come direbbe Michael Gove, che però hanno perso il contatto con la realtà al punto di portare ad una reazione violenta come nel caso della Brexit, che Goodhart spiega di non aver votato, e in quello più grave di Donald Trump.

‘The Road to Somewhere: The Populist Revolt and The Future of Politics’ segue di quattro anni il densissimo  ‘The British Dream’, in cui metteva in guardia, così come in un’intervista al Foglio, dagli eccessi di disprezzo verso la sensibilità degli elettori Ukip. “Essere molto attaccati al tuo gruppo di origine non è per forza razzismo”, osserva, “e non si può continuare a negare che la maggioranza delle persone nutra questo sentimento”. Ma chi osa più negarlo, nel Regno Unito della Brexit e delle spinte indipendentiste? L’aria è cambiata e al potere c’è una Theresa May che sembra pensarla esattamente come Goodhart e che anzi, grazie ad un consigliere esperto di ‘Somewheres’ come Nick Timothy – citato nei ringraziamenti – ha davanti a sé praterie elettorali da conquistare promettendo di operare con “legittimità e supporto” nei confronti dei “cittadini di un qualche luogo”.

Per Andrew Marr, che ha scritto una recensione del libro sul sinistrosissimo New Statesman, è “sicuro” che il libro si avvia a diventare “il manuale privato sulla linea conservatrice di Mrs May”, ma “certo, sarebbe stato meglio che le cose si riequilibrassero senza bisogno della Brexit”, aggiunge Goodhart. La Brexit, si sa, è una questione di classe sociale – la vecchia élite ha assorbito l’élite meritocratica e ‘cognitiva’, a volte working class, a volte migrante – e soprattutto di istruzione: solo l’11% degli accademici l’ha votata, mentre tra i suoi sostenitori ce ne sono molti che rivorrebbero la pena di morte, ma anche più severità nell’educazione dei bambini. “Se vogliamo essere duri sul populismo, dobbiamo essere duri anche sulle cause del populismo, e una di queste cause è stato l’eccesso di potere degli Anywheres”, prosegue Goodhart, secondo cui il leggendario ‘common sense’ britannico un tempo era tutto ‘somewhere’, mentre ora parlare di cose come il senso del sacro, della comunità, è diventato una roba un po’ volgare.

E se invece quella liberale fosse una forma di ottusità? “Il liberalismo è stupido sulla cultura”, diceva il teorico di origine giamaicana Stuart Hall, mentre per Jonathan Haidt, “è come se i conservatori potessero sentire otto ottave di musica, e i liberali solo due, ma su quelle sono diventati particolarmente attenti”. Gli uomini bianchi working class si ritrovano ad avere opinioni impresentabili e l’idea che una società coesa sia più forte e funzionante di una in cui gli abitanti sono troppo diversi per cultura e abitudini non è alla moda, anche se basterebbe Darwin a dire che è così. “Le persone amano la stabilità e sono socialmente conservatrici, perché bisogna negarlo?”, osserva facendo l’esempio provocatorio della suddivisione tradizionale dei ruoli tra uomo e donna tanto caro ai ‘somewheres’, proprio lui che è stato sposato una vita con Lucy Kellaway, arcifamosa columnist del Financial Times con quattro figli.

“Entrambi i gruppi hanno opinioni oneste e rispettabili, il mio problema è che uno è troppo dominante”, spiega Goodhart, il cui percorso lo ha portato ad essere “più generoso verso le intuizioni” degli altri e che invita gli “anywheres” a pentirsi, almeno un po’, a riconoscere che “una società che si sta lentamente disconnettendo” rientra nella definizione di ‘danno’ di Stuart Mill e per questo ha diritto di proteggersi, ma il liberalismo, che trova le norme comuni troppo arbitrarie, lo impedisce. Uno dei punti su cui gli Anywheres e i Somewheres non sono d’accordo è “l’erosione del favoritismo nei confronti dei cittadini nazionali”, ma secondo Goodhart “una globalizzazione migliore è possibile, e un ordine mondiale basato su molti stati nazioni Somewhere che cooperano insieme è di gran lunga preferibile ad un grande unico Anywhere sovranazionale”. Tecnocrati e global elites, insomma, e tre milioni di cittadini europei “che non avrebbe senso integrare perché molti di loro non resteranno”.

Maggie Thatcher è una che l’immigrazione sotto sotto l’ha ridotta – a metà anni ’90 il netto era sotto zero – ed era ‘somewhere’ nell’animo, ma le sue politiche, ammette, hanno aperto le strade a molti ‘anywhere’ di successo e anche, purtroppo, al crollo della formazione dei lavoratori britannici, su cui nessuno ha più investito preferendo assumere direttamente stranieri preparati. Goodhart sostiene di non volere un ritorno al passato, a quello che Jeremy Paxman chiama “necrofilia sociale”, ma avvisa: o si cambia strada o quello che stiamo vedendo sarà solo l’inizo. La mattina dopo la Brexit molti dicono di essersi svegliati con la sensazione di essere in un luogo nuovo, sconosciuto. Secondo Goodhart stavano facendo l’esperienza, “opposta politicamente”, di quello che succede ogni giorno a quel 50% e passa di cittadini che nei sondaggi dice da anni che il Regno Unito “spesso sembra un paese straniero”. Non mi sento a mio agio, non lo riconosco più.

Quanta Brexit c’e’ nella fabbrica dei sogni che ha fatto grande il ‘Made in Britain’ (da ‘Il Foglio’ del 7 ottobre)

Il Regno Unito è un brand in perfetta salute e non potrebbe essere altrimenti. D’altra parte quando il paese vende se stesso all’estero, vende il suo passato e una certa idea della sua tradizione, l’immaginario conservatore dei grandi prati delle scuole private, del té con la regina o con una qualunque altra anziana di belle maniere, e della voglia di autodeterminazione, politica o personale, degli abitanti della piccola isola pop, negozianti nell’anima, capaci di grandi intuizioni culturali ma soprattutto di grande scaltrezza commerciale. “Non penso che la Brexit cambierà il prestigio dell’industria culturale britannica, anzi, il Regno Unito vende materiale ‘brexiter’ da molto prima che ci fosse il referendum, addirittura da prima che entrasse nell’Unione europea”, spiega ottimista Dominic Sandbrook, storico e giornalista che nel suo divertentissimo ‘The Great British Dream Factory’, ‘La grande fabbrica dei sogni britannica’, racconta come i britannici siano passati da superpotere imperiale a superpotere nella cultura di massa in pochissimi anni, giusto il tempo di capire quanto il mercato americano fosse assetato di cliché intelligentemente rielaborati e di prodotti dal vago sapore storico.

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“Nessuno guarda alle cose inglesi pensando che siano futuristiche come quelle scandinave, per dire. Qui si commercia in tradizione, in senso di eccezionalità, nell’idea che la Gran Bretagna abbia un destino storico straordinario e diverso da tutti gli altri: un impermeabile Burberry si porta con sé tutto questo, per non parlare del prodotto di maggiore successo degli ultimi anni, Downton Abbey, il programma più brexiter che si possa immaginare, conservatore, gerarchico, nostalgico. Il Regno Unito che piace è da sempre quello che si sente un’eccezione rispetto all’Europa, e lo dico da elettore deluso che ha votato ‘remain’”, prosegue lo storico, che nel suo libro va al fondo delle radici culturali di quel “trionfalismo figlio dell’insicurezza” alla base dell’impenetrabile psiche britannica. “Il carattere nazionale non è definito dai politici, ma dalla musica, dalla televisione, dai romanzi” e Sandbrook ne passa in rassegna moltissimi, mettendo in risalto i legami tra i prodotti di cultura popolare e i loro antecedenti vittoriani da cui traggono forza e incisività, come ad esempio Harry Potter, che altro non è se non una rivisitazione del classico racconto scolastico vittoriano in cui il protagonista assimila la norma e realizza al tempo stesso il suo potenziale.

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Partendo dal presupposto che il ‘Made in Britain’ avrebbe incontrato molta più resistenza se fosse stato ancora associato all’imperialismo, Sandbrook sottolinea come abbia invece beneficiato dell’immagine del paese come “polveroso e fuori moda” e cita una serie di esempi a sostegno di questa tesi: i Beatles iniziano ad avere un successo globale nel momento in cui il loro impresario Brian Epstein gli fa togliere i giubotti di pelle e li veste come ragazzotti ad un matrimonio, il cinema britannico conquista gli Usa quando racconta in grande pompa le gesta di Enrico V e smette di fare filmetti (per quanto profetici) come Passport to Pimlico – il quartiere diventa stato indipendente e forma un governo con il pizzicagnolo come primo ministro – e televisione e letteratura diventano prodotti di esportazione di massa quando raccontano la vita degli artistocratici tormentati in manieri pieni di armature e domestici onniscienti, con una particolare attenzione alle infinite sfumature sociali. Uno dei più sapienti miscelatori di questi ingredienti è Richard Curtis, che con il suo Quattro matrimoni e un funerale ha raccontato al mondo esattamente quello che il mondo voleva sapere degli inglesi, con un successo astronomico.

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Ma la chiave di tutto non è tanto la creatività, quanto la meno poetica capacità di vendere qualunque prodotto e far tornare i conti, caratteristica comune a tutte le grandi icone britanniche, da Mary Quant a Ian Fleming fino alle anime delicate e un po’ ribelli come Kate Bush. Sandbrookdedica le pagine più gustose a raccontare come dietro l’immagine maledetta e rivoluzionaria, molte rockstar fossero decise a salire sulla scala sociale e ad accaparrarsi i simboli dell’aristocrazia, succubi della “mistica della casa di campagna”. Dai Rolling Stones, che spesero i primi soldi per comprare un maniero con terreno, Redlands, fino al più venale di tutti, John Lennon, che mentre cantava al mondo ‘Imagine no possessions’ – una canzone il cui testo sembra una risposta di una candidata a Miss Mondo, spiega perfido – andava accumulando il suo patrimonio immobiliare per realizzare il suo più grande sogno, ossia lavorare il meno possibile, tutti hanno ceduto alla tentazione di giocare alla Royal Family. Seguendo quel concetto di Self Help messo a punto già in età vittoriana, gli artisti pop britannici hanno scalato il mondo, rimanendo kitsch e nazionalpopolari come Elton John, massima autorità del pop, uno che quando ha cantato Candle in the Wind a Westminster ha segnato la storia, oppure ultraterreni e imprendibili come David Bowie, sempre nel segno della fuga, dell’eccezionalità. E’ una storia raccontata troppe volte perché la gente non ci creda nel profondo.

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“Il Regno Unito ha un’immagine di sé che di fondo non è compatibile con il progetto europeo e qualunque cosa un politico dica o faccia, non può disfarla in una notte”, spiega Sandbrook. “L’esperienza del Regno Unito in Europa dimostra che c’e’ un sacco di gente che pensa ‘Ho bisogno di più tempo’ o ‘Non mi sento europeo’, e questo credo risalga alla fabbrica dei sogni e alle storie con cui siamo cresciuti, che dicono tutte che il Regno Unito non è europeo”. Più ci pensa e più gli sembra inevitabile, che il 52% dei britannici abbia deciso di uscire dalla Ue. “Ho votato per Remain senza tanto entusiasmo, temevo soprattutto per l’assenza di un piano definito. Ho sentito tanta gente disperata dire che questo voto ci mette con le spalle al muro, ma penso che sia esagerato. Il Regno Unito era molto aperto prima del 1973, penso che ci sarà un divorzio complicato, confuso, noioso, ma non credo cambierà molto”.

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Al tema euroscettico classico dell’indipendenza, della libertà, del destino straordinario ed eccezionale dei britannici si associa quello dell’avversione all’immigrazione, vero protagonista del dibattito sull’Europa. “L’immigrazione è stata molto impopolare fin dagli anni ’60, la gente non la ama perché c’è l’idea che tenga bassi i salari e peggiori il tenore di vita, ma negli anni ’60 l’economia stava migliorando per tutti, l’occupazione era ai massimi, c’erano salari in netta crescita. Eppure erano gli anni di Enoch Powell” e del suo famoso discorso sui ‘fiumi di sangue’, spiega lo scrittore, secondo cui l’establishment politico sta scoprendo a proprie spese come sia inutile, se non controproducente, cercare di far cambiare idea alla gente sui benefici dell’apertura.

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“Puoi dare lezioni su come ci sia bisogno di essere più tolleranti, ma se i cittadini pensano che l’immigrazione sia un attacco a quello che li rende unici, non ci si può fare niente”, e quanto sia radicata questa idea utopistica di una comunità stretta e solidale si capisce dal successo di prodotti televisivi come Coronation Street e East Enders, programmi fiume durati per decenni e fondati sull’idea di mostrare la Gran Bretagna come la gente vorrebbe che fosse, un luogo utopico in ci si conosce tutti e in cui ci si aiuta a vicenda. “Può non essere interamente realistica, ma per molti appare verosimile”, scrive Sandbrook, secondo cui l’uccisione della deputata quarantenne Jo Cox, in un paese capace di creare icone dal nulla, “è stata dimenticata subito perché è un tema che mette a disagio, pone delle domande sulla rabbia che esiste sotto la superficie delle comunità piccole, e la gente non ci vuole pensare”.  L’immigrazione, in un paese che ha dimostrato di avere più nostalgia di Coronation Street di quanto si pensasse, “non si può spiegare in termini di costi e benefici”, non è facile raccontare che con l’arrivo degli operai polacchi la comunità starà meglio. “Ma questo non significa che i britannici si metteranno a lanciare i pogroms”, assicura, convinto che il moltiplicarsi degli episodi di razzismo dopo il referendum sia dovuto solo ad un aumento dell’attenzione dopo il referendum. “Non credo che Londra cambierà, è già cambiata abbastanza. Chi non ci vive non la percepisce più come una città inglese”, prosegue Sandbrook, sottolineando come gli elementi di cosmopolitismo del passato si siano espansi fino a rendere la capitale quasi irriconoscibile.

“Questo non è mai stato il paese dei cosmpoliti, è sempre stato molto euroscettico, ma è un grande paese e di grande successo. L’idea che possa non sopravvivere al 23 giugno è assurda”. La finanza e le industrie creative hanno sempre attirato talenti stranieri e negli anni ’80, quando c’era Margaret Thatcher, è diventata un vero e proprio magnete, un polo d’attrazione che nessuna capitale europea è ancora riuscita a mettere in discussione. “Sicuramente sarà più difficile per i nuovi arrivati venire a Londra, ma il suo essere aperta ha sufficiente slancio, massa critica, non diventerà un deserto da un giorno all’altro”. Magari qualche giovane europeista si sentirà offeso dalla Brexit e non ascolterà band britanniche, forse il boom dei pezzi d’arredamento con la Union Jack avrà una brusca frenata, ma se le esportazioni culturali americane hanno continuato a prosperare anche durante la guerra in Vietnam, per Sandbrook, non c’è nulla da temere. “Che ci sia un legame tra la disapprovazione di una cultura politica e la disapprovazione dei prodotti d’intrattenimento è tutto da dimostrare”, aggiunge lo storico. James Bond e Agatha Christie, l’ossessione per le classi sociali, le case di campagna simbolo di un passato mitico di cui impossessarsi, l’universo tolkieniano che riprende le leggende arturiane, tutto parla di fuga, tutto parla di evasione e libertà, e pazienza se l’invasore questa volta non solo era gentile, ma non era neanche un invasore. A ragione o no, dice Sandbrook, “non mi spezza il cuore vederci andare via”.

La brutta settimana dei Citizens of Nowhere, tra hard Brexit e sad Brexit.

In questi giorni stiamo un po’ così, noi europei che viviamo nel Regno Unito. Quasi come la mattina del 24 giugno scorso, quando ci siamo risvegliati storditi in un paese che non voleva più essere parte dell’Unione europea, ma con una grande differenza: l’interpretazione che la politica ha dato del voto è peggiore del voto stesso. Chiariamo subito una cosa: il Regno Unito negli ultimi anni, soprattutto dal 2004 ad oggi, ha assistito ad un afflusso monumentale di persone ed è comprensibile che ci si chieda se questo abbia reso irriconoscibile il paese. Ma il fatto che al congresso dei Tories di Birmingham, teatro di un crescendo di dichiarazioni sconcertanti, nessuno abbia fatto presente come se il Regno Unito è competitivo, cresce e ha una disoccupazione del 4,9%, è anche grazie ad un’economia aperta in cui gli investimenti europei hanno avuto un ruolo cruciale e in cui una gioventù a corto di prospettive future è venuta a riversare una quantità impressionante di energie, progetti, fondi, è a dir poco grave. Dei cittadini del mondo – che Theresa May ha definito con tono sprezzante “cittadini di nessun posto” – Londra e il sud est del paese hanno beneficiato come nessun luogo al mondo. Siamo sicuri che sia una buona idea trattarli così?

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“Dalla Brexit non sento più questo posto come casa mia, prima sì” è la frase che si sente più spesso in giro in questi giorni e che tradotta vuol dire: magari resto altri 10 anni, ma non mi impegnerò più così tanto nella società, da straniero mi trattano e da straniero mi comporto. Amici che stanno sospendendo progetti e investimenti, che stanno iniziando a dare un’occhiata ad altre capitali, ad altre prospettive, magari proprio in Italia, che si sentono francamente offesi perché dopo anni e anni di tasse religiosamente versate all’erario di Sua Maestà sono spariti dalla cartina politica – ma non era No Taxation without Representation? – e che non si capacitano di dover assistere al susseguirsi di dichiarazioni surreali di queste settimane, tutte volte a incidere nella mente degli elettori ex Ukip e ex Labour il nuovo, sfavillante brand dei Tories, che finalmente hanno capito di dover far qualcosa per colmare le disuguaglianze vertiginose che esistono nel paese ma hanno deciso di farlo abbracciando la linea del tabloids. E creando una retorica incendiaria fondata sulla distinzione ripetuta all’infinito tra gli “onesti lavoratori britannici” e gli immigrati, descritti alla stregua di parassiti o, nel migliore dei casi, come un male necessario da accettare temporaneamente fino a quando il sistema britannico non sarà in grado di formare abbastanza medici, per dirne una (parole di Jeremy Hunt, ministro della Sanità).

Retorica da congresso, dicono gli amici inglesi, non ci fate caso. Un voto che cambierà poco, auspicano altri, vedrete che il governo non farà un autogol così clamoroso. E’ tutta una strategia negoziale, si consola qualcuno. Nel frattempo l’atmosfera va peggiorando e la minaccia di chiedere alle aziende di schedare i lavoratori stranieri avanzata da Amber Rudd, ministro degli Interni che durante la campagna referendaria era stata una vigorosa e lucida sostenitrice del ‘Remain’, ha dato la misura di quanto il ‘common sense’ sia una cosa del passato, nel Regno Unito di oggi. Chiunque abbia avuto a che fare con le risorse umane di un’azienda racconta la stessa storia: arrivano stranieri preparatissimi, il più delle volte molto più dei candidati britannici. Che questo sia problematico non c’è dubbio, ma il pubblico dovrebbe essere informato sul fatto che se poi quelle stesse aziende vanno bene e sostengono la crescita, grazie ad una forza lavoro straniera, questo va a vantaggio di tutti. Un punto di vista che i tabloids, giornali scritti dalle elites ad uso e consumo del popolo, non raccontano mai. Perfino il fratello del ministro degli Interni Amber Rudd, che si chiama Roland e ha fondato il colosso della comunicazione Finsbury, ha criticato la sorella scrivendo sull’Evening Standard che non si possono “vilipendere gli stranieri” nel Regno Unito di oggi. Eppure sta avvenendo. E visto che la comunità dei “cittadini del mondo/cittadini di nessun posto” è per definizione fluida e mobile, non è detto che accetti di respirare quest’ariaccia per altri due anni e mezzo, il tempo che finisca il negoziato della Brexit. Che sia proprio la strategia che Theresa May ha in mente, ossia far scappare più gente possibile adesso per poi tutelare i diritti di chi resta e tenersi il mercato interno in un secondo momento?