Ricordi d’estate/ Nella Londra pre Brexit c’è guerra tra populisti e Parlamento. Ricorda qualcosa? (da Il Foglio del 15 agosto 2019)

Londra. Mentre il resto del mondo legge romanzi gialli a pancia all’aria sulla spiaggia o in giardino, a Londra e in poche altre selezionate capitali è il manuale di procedura parlamentare il vero libro dell’estate (continua qui)

Middle England di Jonathan Coe, anatomia di un paese senza più cuore (da Il Foglio del 25 novembre 2018)

Londra. L’unica strada per raccontare l’intricatissima Brexit è quella di affidarsi a una favoletta allegorica, e Jonathan Coe, massimo artigiano del genere, si è mosso così nella sua indagine sull’odio che ha spaccato il Regno Unito. Non è un odio grande (continua qui)

Molto poveri, molto ricchi (da Il Tascabile del 30 gennaio 2018)

LONDRA – Basta guardare la città: nei vuoti lasciati dalle bombe tedesche nella seconda guerra mondiale sono sorte case popolari, e non conta che siano a Chelsea o in periferia, a Londra più ancora che nel resto del paese i poveri e i ricchi vivono molto spesso fianco a fianco. Molto poveri, molto ricchi. (continua a leggere qui)

Anna Soubry, la Tory anti-Brexit meno mansueta di Westminster (da ‘Il Foglio’ del 19 gennaio)

LONDRA – Il ritratto della Thatcher in stile Andy Warhol appeso nell’ufficio di Anna Soubry ha i colori più tenui dell’originale, quasi zuccherini. «Non dobbiamo mai farci bullizzare», trilla allegra la deputata conservatrice aguzzando gli occhi azzurri, e per un momento sembrerebbe quasi alludere al fatto di essere donna. In realtà si riferisce ad un’altra categoria che sta vivendo una gloriosa stagione di riscatto: gli europeisti britannici. (Continua a leggere qui)

Le ginocchiate di Westminster, arma segreta di un cambio della guardia (da Il Foglio del 3 novembre)

LONDRA – L’asticella della morale è ferma all’altezza del ginocchio e questa è una delle due conseguenze gravi delle dimissioni di Michael Fallon, ministro della difesa che non ha retto la tensione di sapere che ci sono così tante storie in giro su di lui, scorribande che complice una simpatia per l’alcol avrebbero rischiato di far apparire la vicenda della giornalista, peraltro ironica e pugnace, approcciata nel 2002 per quello che è: ben poca cosa. (continua a leggere qui)

Filippo, re della gaffe vecchio stile, va in pensione e apre una stagione nuova a palazzo (da ‘Il Foglio’ del 5 maggio)

LONDRA – Da professionista dell’inaugurazione qual è – una volta si è definito «lo svelatore di targhe più esperto del mondo» – Filippo d’Edimburgo, principe greco di sangue danese e tedesco, un modello per le first ladies di tutto il mondo, si è cavallerescamente preso il compito di aprire una stagione nuova per se stesso e per il paese: lui se ne va in pensione a 96 anni, il paese dopo quarant’anni esce da quell’Unione europea di cui il consorte della regina, un Battenberg trasformato in Mountbatten da parenti saggi, è una delle importazioni più vistose. Niente di definitivo, solo un piccolo cambio della guardia del tutto prevedibile che crei un po’ di azione e prepari gli animi alle numerose svolte all’orizzonte prima che la lunga era di Elisabetta II si vada a chiudere per ragioni naturali e lasci, inevitabilmente, il paese un po’ spaesato. Tanto più che a un certo punto la Brexit inizierà a farsi sentire e chi lo sa come andrà, se spaccherà il Regno Unito, se lo renderà piccolo piccolo, isolato, insignificante, senza Scozia, senza Irlanda del Nord, senza City. Anche se dalle parti di Buckingham Palace negli ultimi anni è arrivata più di qualche folata di simpatia per l’indipendenza Brit, nessuno si illude che sia tutto un grande letto di rose e bisogna prepararsi nel modo migliore, con anticipo, non si può permettere che l’addio al continente sia solo l’ultimo capitolo di un grande processo di ridimensionamento nazionale in cui i britannici vivono da quando la ragazza Elisabetta è salita al trono nel 1952.

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Ci vuole un po’ di pompa magna per accogliere una nuova leva di simboli e il taglianastri Filippo si è fatto da parte per primo, come se a quell’età avesse ancora la scelta. La decisione l’ha presa lui, dicono da palazzo, dandogli l’onore delle armi di un’autonomia che pare non abbia mai avuto, almeno stando alla ricostruzione fatta in The Crown, in cui viene descritto come superficiale, donnaiolo e con l’ego ferito dall’inappuntabile consorte: la sua inadeguatezza è uno dei principali motori narrativi di una serie con degli evidenti vincoli di sceneggiatura, e chissà perché tutta questa irriverenza tocca a lui. Fatto sta che vederlo nella fiction, aitante e frustrato, rende bene l’idea di quello che possono essere stati questi settant’anni sotto i riflettori pubblici per l’unico uomo della sua generazione a non poter dare il suo cognome ai figli, sovrano mondiale indiscusso della gaffe vecchio stile dal retrogusto razzista, bell’uomo apprezzato dalla moglie soprattutto per la capacità di farla ridere. Se ne andrà in autunno, forse dopo che a novembre lui e Elisabetta avranno festeggiato i settant’anni di matrimonio, dando il tempo al paese di abituarsi anche a questo, al più ovvio dei cambiamenti. Nel frattempo un’altra donna avrà probabilmente preso in mano in modo più saldo le redini del paese e Queen Theresa e Queen Elisabeth potranno lavorare insieme al modo per trovare la stabilità necessaria prima dei grandi salti. 

Solo così si sopravvive, nella dialettica tutta britannica tra conservazione e rinnovo, seguendo quella ‘Strategia del vasetto di Marmite’ che a detta degli esperti di cose reali avrebbe permesso a casa Windsor di restare importante: come le confezioni del colloso estratto di lievito da spalmare sul pane, ci si finge statici e senza tempo mentre si continua incessantemente a cambiare. La tempistica dell’annuncio, poi, è cosa da gentiluomi: distogliere l’attenzione dalla May, alle prese con uno scontro dai toni poco regali con Bruxelles, ridà al paese un po’ di senso di sé in vista di quello che lo aspetta, di questo destino scelto d’impeto e degli scossoni che porterà. Come ebbe a dire lui stesso in uno dei suoi massimi momenti di grazia tra nastri, targhe e buone cause: «Dichiaro questa cosa aperta, di qualunque cosa si tratti.»