La brutta settimana dei Citizens of Nowhere, tra hard Brexit e sad Brexit.

In questi giorni stiamo un po’ così, noi europei che viviamo nel Regno Unito. Quasi come la mattina del 24 giugno scorso, quando ci siamo risvegliati storditi in un paese che non voleva più essere parte dell’Unione europea, ma con una grande differenza: l’interpretazione che la politica ha dato del voto è peggiore del voto stesso. Chiariamo subito una cosa: il Regno Unito negli ultimi anni, soprattutto dal 2004 ad oggi, ha assistito ad un afflusso monumentale di persone ed è comprensibile che ci si chieda se questo abbia reso irriconoscibile il paese. Ma il fatto che al congresso dei Tories di Birmingham, teatro di un crescendo di dichiarazioni sconcertanti, nessuno abbia fatto presente come se il Regno Unito è competitivo, cresce e ha una disoccupazione del 4,9%, è anche grazie ad un’economia aperta in cui gli investimenti europei hanno avuto un ruolo cruciale e in cui una gioventù a corto di prospettive future è venuta a riversare una quantità impressionante di energie, progetti, fondi, è a dir poco grave. Dei cittadini del mondo – che Theresa May ha definito con tono sprezzante “cittadini di nessun posto” – Londra e il sud est del paese hanno beneficiato come nessun luogo al mondo. Siamo sicuri che sia una buona idea trattarli così?

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“Dalla Brexit non sento più questo posto come casa mia, prima sì” è la frase che si sente più spesso in giro in questi giorni e che tradotta vuol dire: magari resto altri 10 anni, ma non mi impegnerò più così tanto nella società, da straniero mi trattano e da straniero mi comporto. Amici che stanno sospendendo progetti e investimenti, che stanno iniziando a dare un’occhiata ad altre capitali, ad altre prospettive, magari proprio in Italia, che si sentono francamente offesi perché dopo anni e anni di tasse religiosamente versate all’erario di Sua Maestà sono spariti dalla cartina politica – ma non era No Taxation without Representation? – e che non si capacitano di dover assistere al susseguirsi di dichiarazioni surreali di queste settimane, tutte volte a incidere nella mente degli elettori ex Ukip e ex Labour il nuovo, sfavillante brand dei Tories, che finalmente hanno capito di dover far qualcosa per colmare le disuguaglianze vertiginose che esistono nel paese ma hanno deciso di farlo abbracciando la linea del tabloids. E creando una retorica incendiaria fondata sulla distinzione ripetuta all’infinito tra gli “onesti lavoratori britannici” e gli immigrati, descritti alla stregua di parassiti o, nel migliore dei casi, come un male necessario da accettare temporaneamente fino a quando il sistema britannico non sarà in grado di formare abbastanza medici, per dirne una (parole di Jeremy Hunt, ministro della Sanità).

Retorica da congresso, dicono gli amici inglesi, non ci fate caso. Un voto che cambierà poco, auspicano altri, vedrete che il governo non farà un autogol così clamoroso. E’ tutta una strategia negoziale, si consola qualcuno. Nel frattempo l’atmosfera va peggiorando e la minaccia di chiedere alle aziende di schedare i lavoratori stranieri avanzata da Amber Rudd, ministro degli Interni che durante la campagna referendaria era stata una vigorosa e lucida sostenitrice del ‘Remain’, ha dato la misura di quanto il ‘common sense’ sia una cosa del passato, nel Regno Unito di oggi. Chiunque abbia avuto a che fare con le risorse umane di un’azienda racconta la stessa storia: arrivano stranieri preparatissimi, il più delle volte molto più dei candidati britannici. Che questo sia problematico non c’è dubbio, ma il pubblico dovrebbe essere informato sul fatto che se poi quelle stesse aziende vanno bene e sostengono la crescita, grazie ad una forza lavoro straniera, questo va a vantaggio di tutti. Un punto di vista che i tabloids, giornali scritti dalle elites ad uso e consumo del popolo, non raccontano mai. Perfino il fratello del ministro degli Interni Amber Rudd, che si chiama Roland e ha fondato il colosso della comunicazione Finsbury, ha criticato la sorella scrivendo sull’Evening Standard che non si possono “vilipendere gli stranieri” nel Regno Unito di oggi. Eppure sta avvenendo. E visto che la comunità dei “cittadini del mondo/cittadini di nessun posto” è per definizione fluida e mobile, non è detto che accetti di respirare quest’ariaccia per altri due anni e mezzo, il tempo che finisca il negoziato della Brexit. Che sia proprio la strategia che Theresa May ha in mente, ossia far scappare più gente possibile adesso per poi tutelare i diritti di chi resta e tenersi il mercato interno in un secondo momento?

Nigel Farage, gatto del Cheshire della politica inglese, gioca col passato e si gode gli avversari da sogno (da ‘Il Foglio’ del 17 ottobre)

Chi lo aveva bollato come la figurina bidimensionale dell’euroscetticismo da pub si ritrova ora a inseguirlo e addirittura a dover pensare a un’alleanza con lui. Con l’eterno sorrisone da gatto del Cheshire, Nigel Farage detta l’agenda politica britannica, manda nel panico gli avversari, guadagna elettori a un ritmo inesorabile e si è accaparrato l’esclusiva di “quello che ha il polso del paese” e interpreta gli umori della gente comune. Glielo dicono i sondaggi, e se lo dice da solo. E lui, ovviamente, gongola. “L’Ukip è attualmente ai massimi storici secondo tutti i sondaggisti. La società che ci segue con più attenzione, stando ai risultati delle elezioni europee e locali, Survation, domenica scorsa ci dava al 25 per cento, mentre Labour e Tory erano al 30 ciascuno”, dice Farage al Foglio. Parla poco prima che arrivi la notizia che il suo gruppo al Parlamento europeo, l’Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd), è imploso dopo la defezione di un’eurodeputata del partito lettone degli agricoltori, Iveta Grigule, che ha fatto venire meno la settima nazionalità necessaria per costituire un gruppo a Strasburgo.

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In attesa di una soluzione, questo collasso lascia l’Ukip a corto di un bel po’ di sovvenzioni, 3,8 milioni di euro l’anno per tutto il gruppo secondo i calcoli di OpenEurope – e soprattutto col rompicapo di decidere quel che sarà della strana coppia Farage e Beppe Grillo, di quell’unione vagamente contronatura tra un elettorato di vecchiette britanniche nostalgiche ma pro business e un gruppo di ragazzotti italiani tutti tecnologia e democrazia digitale. Però il Movimento 5 stelle e l’Ukip “hanno un radicato sostegno per la democrazia diretta”, filosofeggia Nigel, “la gente deve poter dire la sua e ha il diritto di difendere il proprio futuro”. Futuro che, nei piani di Nigel, ogni tanto sembra somigliare al passato: “Tanta gente in Gran Bretagna è sempre meno a suo agio con un paese che sta diventando un posto diverso, quasi irriconoscibile, senza che venga mai chiesto il permesso di cambiare radicalmente una cultura e un modo di vita. L’Ukip vorrebbe riprendersi il potere dal centro, che sia Bruxelles o Westminster, e riportarlo il più vicino possibile alla gente”.

Il messaggio rassicurante spopola nei paesini della costa inglese come Clacton, dove gli indipendentisti inglesi hanno ottenuto il loro primo deputato, e secondo Farage combacia con quello del M5S. “Un’élite politica che non ha contatto con la realta ha controllato le cose troppo a lungo, e con Grillo credo che la gente voglia un cambiamento e abbia il diritto di essere ascoltata”. E poi quella del referendum sull’euro è proprio una bella idea, perché “l’euro è stato un disastro economico e sociale per la popolazione italiana” e “la gente deve comandare, non i burocrati di Bruxelles né la vecchia guardia corrotta in Italia”. Referendum nazionali, locali, la promessa di una consultazione continua è parte anche della sua, di storia. Ma se l’asse Nigel-Beppe, questa “voce autentica di opposizione nel Parlamento europeo”, è in pericolo, non c’è niente di meglio dell’ombra di un complotto da parte del presidente del Parlamento, Martin Schulz, per rinfocolare quella ficcante retorica antieuropea di cui Farage è da sempre paladino e che i britannici adorano. “Se abbiamo una lettura corretta degli eventi, Schulz sarebbe più adatto a essere il presidente di un Parlamento nella repubblica delle banane”, ha spiegato ieri in un comunicato con una certa flemma, ben sapendo che non ha più bisogno di urlare, che il 25 per cento nei sondaggi britannici ce l’ha lui e che tutto può essere rigirato a suo favore.

“L’euroscetticismo è in aumento in tutto il continente, gli eventi sono dalla nostra”, dice Farage, registrando il “momento molto emozionante” per tutti quelli che ce l’hanno con l’Europa. Ma con le politiche in calendario tra poco più di sei mesi, allo spauracchio di Bruxelles si affianca quello di Westminster, fortino in cui il partito ormai è entrato, perché l’Ukip è a tutti gli effetti un’alternativa, o almeno così la considerano gli elettori, che pensano di poterlo scegliere, a maggio, senza il timore del voto perso. “Stiamo dando molti guai al Labour nel nord dell’Inghilterra e ai Tory nel sud e in Galles”, e i conservatori reagiscono come possono. C’è chi mette l’accento sulle somiglianze, come Boris Johnson che sostiene che lottare contro Farage sia come avere a che fare con un “doppelgänger”, un doppio fatto degli stessi valori e delle stesse priorità, e chi come il premier, David Cameron, prende le distanze in apparenza salvo poi seguirne affannosamente i programmi.

Dice Farage: “Il nostro partito sta fissando tutta l’agenda della scena politica britannica, che sia sull’immigrazione, sulla posizione rispetto alla Corte europea dei diritti umani, oppure sugli aiuti internazionali e sull’approccio rispetto ai sussidi dei contribuenti al settore delle energie rinnovabili”. Innegabile. “Gli altri partiti non fanno che seguire o reagire”. Possibile. “Possiamo dichiarare serenamente che l’Ukip sta causando panico nel Labour e nel Partito conservatore”, prosegue soddisfatto aggiungendo perfido che gli invisi europeisti Lib-Dem ormai “contano appena”, visto che i loro elettori “danno ratings così bassi”. Il fatto di essere stato invitato a partecipare ai dibattiti televisivi tra i leader dei principali partiti sembra a Farage più un atto dovuto che una conquista. Non ci sarà più soltanto Nick Clegg a dover affrontare la sua retorica efficace e la sua lingua tagliente. “E’ giusto e basta che io appaia nei dibattiti dei leader di partito, visto che sono al 25 per cento dei sondaggi”, assicura, forte del suo potere: “Se non dovessi andare in onda con Ed Miliband e Cameron, la gente penserebbe giustamente a una fregatura da parte dell’establishment per escludere in maniera scorretta il nostro partito”.

I due leader dei principali partiti del Regno Unito lo temono, lui lo sa. “Penso che tenteranno tutti i trucchi da manuale per limitare al minimo i confronti faccia a faccia con me, e spetta alle emittenti televisive prendere misure perché ciò non avvenga”, osserva, lasciando intendere una sarcastica gratitudine nei confronti dell’inettitudine oratoria dei suoi rivali. “Se le loro politiche e le loro performance sono così buone, perché vogliono escludermi?”, chiede con finta innocenza, ricordando i due confronti televisivi avuti in primavera con il leader dei liberaldemocratici nonché vicepremier, Nick Clegg, subito prima delle elezioni europee. “Ero felice che il pubblico vedesse una discussione pubblica equa sulle questioni”, asserisce ricordando con piacere gli episodi.

Forse il sindaco di Londra Boris Johnson, parlando di doppelgänger, non si riferiva tanto ai due partiti, i Tory e l’Ukip, ma a lui e Nigel, due posh sornioni che hanno saputo mettere a punto un linguaggio popolare e si nutrono delle loro gaffe, dei loro errori, della loro ironia, mentre i rigidi Cameron e Miliband, come si è visto nel caso del referendum scozzese, sono spesso costretti a mettersi in ginocchio e implorare l’elettorato per non finire troppo male. “Anche se entrambi stanno subendo una pressione notevole all’interno dei rispettivi partiti, sospetto che i due leader saranno ancora al loro posto alle elezioni del prossimo maggio – scommette Farage – Anche se sembrano entrambi incapaci di attirare sostegno da parte degli elettori e non riescono a entrare in contatto con le persone normali nella maniera in cui invece riesce a farlo l’Ukip” – rendendo “tutto così facile per noi”.

Non richiede sforzi agli elettori, Nigel Farage, sulle cui spalle non gravano responsabilità di governo. “La ragione per la quale l’Ukip ha avuto successo negli ultimi due anni in particolare è che la gente ragionevole ha capito che la nostra analisi del deficit democratico dell’Unione europea e della situazione economica si è dimostrata corretta”, spiega, indicando il cavallo di battaglia del suo consenso elettorale: una lotta all’immigrazione tagliata su misura sulla psiche dei britannici, più abituati di altri al multiculturalismo e all’apertura, per via dell’impero e del commonwealth. “La gente normale, che ha gli occhi ben aperti, vede da sola che l’immigrazione di massa dall’Europa dell’est sta mettendo una grande pressione sui servizi pubblici e sui conti del welfare”. L’idraulico polacco, qui, fa ancora paura come in Francia nel 2005. “Molti britannici stanno perdendo i loro posto di lavoro e accettando tagli degli stipendi reali perché il mercato è saturo”, osserva.

Per Nigel, ex uomo della City, è in corso una rivoluzione culturale nel Regno Unito, “dove molte persone sono sempre più stanche di avere la loro vita indebitamente influenzata dalle grandi banche, dalle grandi aziende e dalla burocrazia sia del governo inglese sia dell’Unione europea”. Il suo programma è fatto apposta per intercettare la stanchezza degli elettori, e promette di rimuovere tutte le cose di cui possono essere stanchi, ma senza proporre un vero modello di sviluppo. “Sempre più persone vogliono poter dire la loro e riportare il potere a un livello più locale. Vorrebbero avere maggiore controllo sui loro confini, maggiore controllo sul modo in cui vengono spesi i loro soldi e avere meno interferenza dallo stato sul modo in cui dovrebbero vivere le loro vite”.

Se funzionava in passato, funzionerà in futuro? “Continueremo ad attaccare l’Europa, l’euro e il big state. Continueremo a lottare per uno stato più snello con tasse più basse, in cui ci sia un sostegno sia per l’istruzione selettiva sia per quella vocazionale in modo da dare ai giovani delle possibilità nella vita, di aumentare la mobilità sociale per il bene della società nel suo complesso”. Se va avanti così, c’è la possibilità che riesca anche a mostrare come.

Nostalgia, italofobia e ballata dell’expat

Giugno è il mese più crudele per chi vive all’estero. Tutto l’entusiasmo per un anno produttivo e ricco, ma anche l’eventuale sollievo per la fine di un inverno impegnativo di solito vanno a schiantarsi contro le nuvole di un’incerta primavera belga, di un’umida estate inglese, di un plumbeo cielo tedesco. Nel giro di poco tempo, l’articolato trascorso esistenziale e professionale dei mesi precedenti si riduce ad un “voglio una fetta di cocomero, voglio tre mesi di caldo, voglio correre con i sandaletti sulla spiaggia, mi manca l’Italia”. E ci si sente un po’ riportati alla casella di partenza dell’integrazione, allo smarrimento dello sbarco all’aeroporto estero, alla goffaggine del primo caffé ordinato in un bar (Pagare prima? Dopo? Prendo il cornetto mentre mi fanno il caffè, dove sta il vassoio? Ma perché non c’è il bancone?).

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Giugno di solito è il momento più duro perché è quello in cui è più facile cadere in un cliché, e il cliché dell’italiano all’estero a cui manca il sole è uno dei più tristi dell’ultimo decennio (anche dell’ultimo secolo, ma le ragioni sono così diverse che è inutile fare paragoni). Ed è brutto fare tanta fatica per poi ritrovarsi ad essere un cliché. Tanto più che da quando i media hanno deciso di prestare attenzione al fenomeno, la ricchezza del panorama di coloro che per un motivo o per l’altro vivono all’estero è stata spinta a forza nello stampino della lamentela nei confronti della madrepatria oppure, peggio ancora, del lirismo dell’esiliato, con titoli tipo “All’estero da 25 anni, ma la vecchiaia la sogno in Italia”. Negli anni d’oro del berlusconismo, lo stereotipo si era arricchito di un romantico côté da rifugiato politico e l’intellettuale italiano era diventato un pezzo immancabile della batteria dei dissidenti. Invece di cogliere l’occasione per cercare di capire quali fossero e siano ancora oggi le potenzialità del fenomeno, la stampa è andata soprattutto a ritagliare la figurina bidimensionale di chi non è partito perché curioso, ma è partito perché triste, facendo dell’estero tutto una sorta di grande salon des refusés alla riscossa.

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Quando sono andata a Bruxelles, più di otto anni fa, tutto mi sentivo tranne che un cervello in fuga (su quanto sia brutta questa definizione è stato detto già tutto). Me ne sono andata perché mi sembrava ovvio andare a provare nuove strade e vedere posti diversi. Più che essere insofferente verso i difetti dell’Italia, riservavo la mia stanchezza a certe dinamiche un po’ stantie da ufficio e, non intravedendo grandi prospettive a breve, un bel giorno sono partita, andando a raggiungere un manipolo (relativamente sparuto ai tempi) di italiani. Associavo alla parola ‘expat’ le famigliole fiche con i bambini biondi negli aeroporti, non pensavo che l’Italia fosse un posto invivibile e non scorgevo nessun sintomo di una particolare tendenza storica nella mia scelta molto personale di andare a prendere un po’ di pioggia al Nord. Sei anni di crisi della zona euro e la situazione non potrebbe essere più diversa. Camminando per Londra ci si rende conto di essere davanti ad un esodo biblico di italiani di ogni provenienza ed educazione che vengono qui per fare anche lavori umilissimi ed è difficile, tornando in Italia, non essere avvicinati da qualcuno che chiede: “Ma è vero che all’estero ci sono molte più opportunità?”

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Le opportunità ci sono, come dimostrano i connazionali che lavorano nella City o che popolano le università. Poi, certo, tanta gente finisce a lavorare da Costa, da Starbucks o nei ristoranti, e chiamarlo passo avanti può sembrare difficile. Però intanto si impara l’inglese, si vede come funziona un’organizzazione efficiente, si vive in un posto diverso e vivace, si hanno colleghi di tutte le nazionalità e magari si scopre pure di avere un po’ di spirito imprenditoriale. Condizioni dure, ma non asfissianti come quelle da cui si fugge, e che ad ogni modo consentono di diventare più realisti, di emanciparsi dalla famiglia e dallo stallo esistenziale, di mettersi alla prova in un posto diverso, organizzato e prevedibile, e di prendere le misure di cosa si può riuscire a fare nella vita. Mica poco.

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L’ironia su chi va a Londra e finisce magari a fare il cameriere è una delle cose più squallide e meschine di questi anni. Nei bar e nei ristoranti ho incontrato ingegneri aeronautici ed economisti, appena arrivati. Magari sono ancora lì a servire pizze, ma se non hanno trovato un lavoro migliore forse possono farsi quell’esame di coscienza che in Italia si rimanda all’infinito, perché ci sono sempre troppe ragioni obiettive che nulla hanno a che vedere le proprie qualità per le quali si rischia di non fare carriera. Londra te lo dice subito se non sei un ingegnere aeronautico bravo, se un certo settore sta morendo, e non ti inganna per anni trascinandoti nelle sabbie mobili dell’incertezza. E’ dura e brutale, ma mai disperata: se non riesci da una parte, vai a cercare altrove. 

La capoeira di euroscettici e europeisti, o del come litigare senza sfiorarsi mai (pensieri del 2012 ancora un po’ attuali)

Questo intervento è un riassunto e una traduzione del mio lavoro per il Reuters Institute for the Study of Journalism, ‘Does the Watchdog Bark‘. E’ del 2012 e ho preferito non aggiornarlo, perché continuo a credere che l’euroscetticismo non si combatta con l’eurodogmatismo.

Il progetto europeo, per lungo tempo, è stato il bene. E’ stato il bene quando ha fornito un ideale per “esorcizzare la storia”, come diceva Jean Monnet, è stato il bene quando ha portato prosperità e sviluppo ai suoi Stati membri ed è stato il bene in molti paesi malgovernati – non ultima l’Italia berlusconiana – i cui cittadini vedevano in Bruxelles un’autorità seria, affidabile, animata da ideali alti e gestita con una dose ragionevole di trasparenza. Non ci ha messo però molto ad erodersi, questo capitale, e negli due anni e mezzo la situazione è radicalmente cambiata. Le prime a voltare le spalle all’Europa sono state le ultime generazioni, quelle più poliglotte, viaggiatrici e meno nazionaliste. Poi è andato via l’uomo comune, lo stesso che per anni aveva accettato l’idea che l’Europa fosse il bene proprio perché il governo nazionale era il male, ma che con la crisi ha progressivamente identificato l’Europa solo con i rumori metallici delle austere forbici di Bruxelles. Infine qualche frangia delle elites, sia di destra che di sinistra, ha iniziato a vacillare in tutta Europa, magari ispirata dai discorsi abrasivi provenienti dal Regno Unito. Col risultato che questa crisi ha rinverdito uno dei dibattiti più sterili degli ultimi decenni, ossia quello tra europeismo e anti-europeismo, in cui i due termini sono, per i motivi che andremo a vedere, congelati e immobili. A scapito dell’euroriformismo responsabile e propositivo che servirebbe a tutti1.

Facciamo un passo indietro. In tempi di indignazione generalizzata verso la classe politica, quella europea rischia di essere ancora più penalizzata di quella nazionale, perché la sua reputazione è peggiorata dall’oggi all’indomani. La crisi greca ha dato ai cittadini la sensazione di un’Europa alla quale non è possibile obiettare nulla, un’Europa che va avanti senza fare ammenda degli errori commessi. Soprattutto quando un errore c’è stato, e grande: non verrà mai ricordato abbastanza quanto il tema della manipolazione dei dati sui conti pubblici greci fosse all’ordine del giorno già nel 2004, quando il Financial Times e tutta la stampa internazionale si chiedevano se la Grecia sarebbe uscita dall’euro e Eurostat decideva di non certificare i dati statistici provenienti da Atene, ritenendoli inaffidabili. Cosa è successo in quei cinque anni tra il 2004 e l’ottobre del 2009, quando il Pasok di George Papandreou vinse le elezioni e, poco dopo, fu costretto ad ammettere che lo stato dei conti pubblici greci era non solo desolante, ma potenzialmente esplosivo? Com’è stato possibile convivere con questo ‘elephant in the room’, l’elefante nella stanza, senza fare niente? Mario Monti, prima di diventare presidente del Consiglio, ha dato una spiegazione semplice, disarmante e forse vera al fenomeno, scrivendo un articolo dal titolo “L’Europa, troppo deferente e troppo educata” in cui illustrava come, durante le riunioni a Bruxelles, prevalesse spesso la tendenza a non alzare la voce con gli altri governi. Con le conseguenze che sappiamo.

Quale che sia l’origine di questa svista da parte delle istituzioni, è stato un male ignorarla, perché è venuto a mancare un passaggio fondamentale per creare un clima di fiducia a tra le autorità europee e i cittadini: un’assunzione di responsabilità. La mancata sorveglianza su un paese di 11 milioni di abitanti finito sul lastrico per colpa di una classe politica che una volta al mese va a Bruxelles a confrontarsi con i colleghi europei ha portato solo il loquace presidente lussemburghese dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker ad ammettere che Bruxelles poteva fare di più, senza però suscitare il dibattito che ci si sarebbe potuti aspettare. Questo silenzio ha proiettato Bruxelles nel mondo delle grandi istituzioni sovranazionali lontane da tutto, impermeabili alle critiche e, in molti casi, destinate all’estinzione. Con la sola differenza che, rispetto ad altri, l’Unione europea è andata chiedendo tagli e sacrifici agli europei, trasformandosi in un’Europa-matrigna che rischia di essere invisa agli elettori ancora più della ‘casta’ dei rispettivi stati membri.

Per questo l’atteggiamento dei media, che non sempre hanno messo le istituzioni con le spalle al muro, è stato fondamentale: non ha consentito di dare dell’Europa un’immagine familiare e viva, facendone un minerale burocratico e severo che pontifica in materia economica senza ammettere i propri errori. Ripercorrendo i primi mesi della crisi del debito così come sono stati raccontati dalla stampa europea, balzano agli occhi due tendenze. La prima è quella a dare tutta la colpa alla Grecia (e agli altri paesi indisciplinati) come se ogni stato membro dell’Unione europea, e della zona euro a maggior ragione, non fosse sottoposto da sempre ad una valutazione approfondita sui conti pubblici e lo stato dell’economia ogni tre mesi circa da parte della Commissione UE. La seconda è stata quella di fare della storia di Atene un’emergenza finanziaria, in cui la legittimità delle misure adottate non poteva essere messa in dubbio se queste erano poi efficaci nel sedare i mercati. Del dramma sociale, politico e culturale di cui non si vede ancora la fine inizialmente si sono accorti in pochi, per non parlare dei danni alla costruzione della Ue, che si sarà pure rafforzata, ma in modo accidentale e in sordina, sotto la dettatura del ricatto dei mercati, senza sostegno popolare. Che alla fine di questo processo possa esserci un’Europa migliore, più forte e più consapevole non è escluso, ma sicuramente questo progresso è avvenuto a colpi di governi caduti, di imposizioni esterne, di voti negati.

Da anni Juergen Habermas punta l’indice sull’urgenza di creare una ‘sfera pubblica’ europea che serva alla “legittimazione democratica dell’azione dello Stato, scegliendo gli oggetti politicamente rilevanti sui quali decidere, elaborarli su un piano problematico e, attraverso opinioni più o meno informate e fondate, legarle ad opinioni pubbliche in competizione tra di loro”. Nel corso della crisi, questi oggetti rilevanti al centro della discussione sono esistiti, ovviamente, ma sono stati e sono talmente tecnici da poter difficilmente coinvolgere i cittadini, che hanno imparato cos’è lo spread, ma non hanno sempre capito a cosa serva l’Europa, che si è trasformata da casa di vetro a marsina stretta degli elettori, non più disposti a sentirsi dare pagelle da Bruxelles senza nulla in cambio. Ondate di anti-europeismo c’erano già state, con i referendum del 2005 in Olanda e Francia, ma quei ‘no’ avevano ancora un sapore costruttivo, c’era un dibattito sulla UE, la gente leggeva il progetto di costituzione e lo discuteva, diceva la sua. Oggi non è così: l’Europa piace o non piace, senza vie di mezzo. E alcuni politici stanno già cavalcando i sentimenti negativi. Come ribadisce Hans Magnus Enzensberger in ‘Brussels, the gentle monster’, ossia ‘Il mostro gentile’, “è una dolorosa ma inoppugnabile evidenza che non esiste una sfera pubblica europea di dibattito degna di questo nome” e che il battage comunicativo europeo è tanto più insistente e massiccio quanto “la legittimità è fragile”. Senza uno sforzo per dialogare seriamente con l’opinione pubblica, il progetto europeo non sarà mai veramente legittimo, e democrazia e tecnocrazia continueranno a scontrarsi fragorosamente tra di loro in modo regolare e inesorabile.

Il paradosso è che invece esiste, ed è fortissima, una ‘sfera pubblica anti-europea’. Un continentale che si trovasse a leggere per la prima volta un libro fondamentalmente euroscettico, come ad esempio Democrazia in Europa dell’americano Larry Siedentop, avrebbe davanti a sé due reazioni possibili: potrebbe arrabbiarsi davanti alle critiche alle fragili fondamenta costituzionali dell’Unione, certo, ma potrebbe anche trovare la sua nuova lettura molto liberatoria. In prospettiva, questo può spiegare le reazioni estatiche registrate sempre più spesso delle abituali serie di insulti che l’eurodeputato nazionalista britannico Nigel Farage riserva alle istituzioni europee dal suo scranno di Strasburgo. Un bel giorno qualuno in Italia iniziò a far circolare alcune immagini su YouTube in cui lo sfrontato Farage definiva il presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy uno “straccio bagnato”, chiedendogli “Ma lei chi è?” e in molti, sui social networks, lo condivisero e agggiusero il loro ‘like’. Inutile spiegare che è consuetudine per Farage fare discorsi xenofobi e offensivi: il suo parlar chiaro sull’Europa aveva conquistato molte persone, facendone una sorta di euro-Grillo. E se un po’ di parrhesia di bassa lega ha generato tanto entusiasmo, forse bisogna capire come si sia arrivati a percepire un dogma così pesante su qualcosa che, come l’Europa, doveva evocare solo stabilità, progresso, opportunità. Le ragioni, si scopre, sono diversissime da paese a paese e si sono andate rafforzando con un bel po’ di complicità da parte, ancora una volta, dei media.

Prendiamo l’esempio dell’Italia, paese dalla fortissima tradizione europeista che ha sempre voluto l’Europa proprio perché era diversa da sé, al contrario della Francia che l’ha sempre immaginata più come una propria estensione. In generale nessun politico, prima di Bossi, si era mai avventurato a parlarne male, proprio perché l’Europa ha sempre rimandato dell’Italia l’immagine migliore di sé, tanto che raramente la stampa ha cercato o sentito il bisogno di argomentare o difendere Bruxelles. Frequente, quasi infinita, è stata la serie di editoriali e commenti in cui negli ultimi anni è stata chiesta ‘più Europa’, spesso adducendo ragioni espresse in modo oscuro e contorto. Da sempre l’Europa ha ricevuto come critica principale quella di essere un progetto elitista e stupisce come non sia stato mai fatto un tentativo, se non da qualche coraggioso singolo, di creare un supporto popolare, che c’era solo quando si creavano imbarazzanti teatrini tra Bruxelles e il governo Berlusconi. La vistosa sintonia tra Mario Monti e l’UE è rassicurante in tempi di emergenza, ma ha anche contribuito ad accrescere la diffidenza verso l’attuale presidente del Consiglio, associato ad un’idea di austerità insensibile ai problemi reali di un paese. In mancanza di una spiegazione sul perché, sul modo e in nome di cosa questa Europa si dovrà espandere, rafforzare, è talvolta difficile non dare almeno un po’ di ragione a qualche brutto giornale britannico quando scrive che l’Europa è fatta per le élites e rifugge come la peste dal voto popolare.

Se gli ottimisti eurofili hanno visto la crisi come l’opportunità per accelerare l’integrazione europea, hanno però dovuto fare i conti con una realtà cambiata: la Commissione europea, vero governo europeo secondo i puristi, è progressivamente scomparsa dai radar per fare spazio, sulla stampa e nelle chiacchiere da bar, all’asse germano-francese, che ha tenuto banco fino a quando ad accompagnare le decisioni della tedesca Angela Merkel è stato l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy (che ha infatti pagato con la mancata rielezione anche l’eccessivo coordinamento con Berlino) e prima dell’arrivo di Monti in Italia. Comunque un’Europa integovernativa dominata dai paesi più grandi e con poco o nessuno spazio per quelli piccoli ha finito col sollevare gravi problemi di convivenza. Nel giro di pochi mesi il confronto tra Stati membri si è inasprito e ha fatto venire fuori antichi rancori storici, razzismo, toni da stadio, proposte inconcepibili per il rispetto della sovranità nazionale. Gli europei hanno preso a darsi colpe a vicenda, senza guardare al funzionamento di quello che hanno veramente in comune: Bruxelles.

Un’emergenza che dura da tre anni non può più essere definita tale, e se vuole crescere in termini di forza e di prestigio, l’Unione europea ha bisogno di entrare in una fase più matura e di accettare di correre dei rischi per contrastare questa folata di disamore che ha portato in ogni paese i movimenti anti-euro a spuntare come funghi e ad essere presi molto sul serio dai cittadini. E per farlo ha bisogno di un sistema di media che agiscano più che mai da ‘cane da guardia’ e che non abbiano paura di avanzare critiche anche forti e di proporre riforme vere. Nella formazione di una ‘sfera pubblica europea’ Bruxelles deve cercare di essere più trasparente e a rispondere alle critiche in maniera eloquente, e la stampa deve più che mai sforzarsi di spiegare in termini comprensibili delle decisioni molto complesse, frutto di compromessi che, per definizione, non sono sentiti come propri da nessun paese. E soprattutto occorre che il dibatitto tra euroscettici ed europeisti diventi un confronto vero, e non una sorta di capoeira in cui si combatte a colpi di grandi proclami senza mai neppure sfiorarsi.

Londra-Bruxelles, o del perché non basta essere un treno per unire due città

Bruxelles è la città perfetta. Ha le dimensioni ideali, mantiene un suo mistero pur essendo levigata e cosmopolita, costa poco e permette di vivere in appartamenti splendidi, di viaggiare per l’Europa come fosse il giardino di casa e di lavorare tanto e uscire ogni sera senza rischiare l’esaurimento fisico e nervoso. Chi pensa che sia solo un pascolo per euroburocrati annoiati fa un grande errore, perché Bruxelles è la capitale di molte cose oltre alla UE, e non parlo solo della Nato e di qualche multinazionale. La sua scena artistica ha una spontaneità che altri posti, Parigi compresa, hanno perso da tempo, la moda belga è tra le più ricercate del mondo, come dimostrano le botte da orbi che si sono date le clienti di H&M per accaparrarsi la collezione di Martin Margiela, e l’antiquariato, per chi ha la pazienza di andarsi a spulciare le polverose Wunderkammern piene di oggetti strani e meravigliosi nella città vecchia, garantisce grandi soddisfazioni. Questo per rispondere a tutti quelli che dal 2006 al 2011 mi hanno spesso chiesto: ma abiti davvero in quella palla di città?

Per completezza di cronaca vanno naturalmente menzionati anche il tempo infame, il dibattito politico sconfortante, le strade un po’ sporche le cui notevoli bellezze sono inframmezzate da una serie di mostri architettonici e il rapporto non sempre semplicissimo con la popolazione locale, naturalmente tendente al burbero. Tuttavia, nella lista dei difetti, ho sempre pensato che l’unico veramente intollerabile fosse l’imponente bruttezza del quartiere europeo e la totale mancanza di volontà (o di capacità) di dare all’ambizioso progetto comunitario una rappresentazione architettonica più serena e vivibile. Dalla metro sciatta con l’odore di gauffre rancida all’inospitale rotatoria circondata da palazzi dallo stile confuso e dall’eterno cantiere accanto al Consiglio aperto da almeno 7 anni (somiglia tanto a certe immagini di Beirut), l’Europa, vista da Rond-point Schuman, dimostra scarsa autostima e rischia di impressionare in maniera negativa le scolaresche che ne visitano il quartier generale. Non so chi dovrebbe rendersene conto per cambiare le cose, ma spero sempre che un giorno qualcuno apra la finestra e decida di fare qualcosa. Basterebbero due alberi e una bella ramazzata, veramente.

Il motivo per cui sto scrivendo di Bruxelles è che ieri ci sono tornata per qualche giorno da turista e, lontana dalle ragioni e passioni che mi hanno portata a starci molto a lungo e poi ad andare via in poco tempo, ho cercato di analizzarla per quello che è, forte di 14 mesi di distanza e dell’esperienza di una città universalmente considerata molto cool, ossia Londra. Su quest’ultimo punto c’è poco da dire, anche se non è necessariamente uno svantaggio per l’eurocapitale: Bruxelles è la città più tollerante d’Europa, una tela bianca sulla quale scrivere quello che si vuole. Non influenza chi ci abita con mode, comportamenti, abitudini. Ciò detto non lancia una tendenza globale dai tempi in cui venne fritta la prima patatina della storia. Ma a pensarci bene è una caratteristica commovente della città quella di non indurti a indossare strani cappelli o ad andare a dormire alle 11 o a fare, in generale, come tutti gli altri. Perché a Bruxelles ciascuno fa a modo suo, fieramente o timidamente, senza che questo sconvolga nessuno. C’è un però: per godersi tutto questo potenziale ci vogliono grandi progetti e una grande energia, o si rischiano noia e ripetizione.

Londra è una città che ti entra dalla finestra ogni mattina e ti viene a cercare, che chiede tanto e dà tanto, ma dove tutto ha un prezzo e dove il lato incontaminato, anche esteticamente, è pressoché inesistente. Questo può essere molto bello o molto brutto, a seconda del punto di vista. A Bruxelles però bisogna ricordarsi di rovistare in ogni angolo per trovare quello che si cerca, perché quando si smette di essere attivi la città si scolorisce presto. Alla fine ho fatto la mia scelta, e me ne sto felice a Londra dopo aver chiuso un lungo, bellissimo capitolo. Ma un posto così divertente come Bruxelles dove essere giovani adulti liberi, coltivare sé stessi e le proprie passioni e condividere il tutto con orde di persone animate dalla stessa curiosità, io non l’ho mai visto.

La ragazza milanese “adottata” dai socialisti belgi – da ‘Pubblico’ del 10 ottobre

Attenzione ai bambini e alle loro esigenze, aiuti alla mobilità sostenibile e lotta senza quartiere contro ogni forma di discriminazione. Sono questi i punti centrali del programma con cui la milanese Francesca Lazzaroni, classe 1978, laureata in psicologia a Padova, un passato nell’associazionismo e nella cooperazione e dal 2005 profonda conoscitrice degli arcani dell’Unione europea e dei suoi bilanci, spera di vincere le prossime elezioni amministrative nella lista del candidato sindaco socialista. Lo straniamento che si prova leggendo queste righe viene superato pensando che tutto ciò avviene a Saint-Gilles, Bruxelles, Belgio, e che il socialista in questione, Charles Picqué, per puntare alla sua riconferma alla guida di uno dei 19 comuni della capitale belga ha dispiegato una squadra multietnica, specchio perfetto della realtà già amministra. E siccome nelle belle case ariose che popolano le strade chiare di Saint-Gilles gli italiani sono ben 1.800, Picqué ha chiesto a Francesca di provare a rappresentarli e a cercare di coinvolgerli di più nella vita cittadina, visto che solo 400 di loro sono registrati e possono quindi votare.

“Quello che ha voluto fare il sindaco con la sua lista è aprire alla realtà delle famiglie politiche vicine alla sua in modo da dare voce anche gli altri abitanti della commune”, spiega Lazzaroni dal suo ufficio al Parlamento europeo, dove lavora da anni come assistente di Francesca Balzani, pugnace avvocatessa ligure eletta nelle file del PD. “Alle scorse comunali era stata aperta la possibilità di candidarsi ai cittadini europei non belgi, e da candidata non ho dovuto prendere la nazionalità belga”, racconta Francesca, notando il divario tra il suo lavoro in Parlamento, “dove si sta chiusi in ufficio fino a tardi”, e “questo tipo di campagna elettorale in cui si fa il vero porta a porta, si ascolta la gente, ci si rimboccano le maniche”.

Tra gli italiani di Saint-Gilles ci sono due categorie con esigenze e sensibilità ben distinte, ossia i funzionari europei arrivati da una pochi anni e la vecchia guardia degli emigrati. Tutte e due le comunità, per ragioni molto diverse, sono poco integrate con la vita del loro quartiere. “Andando a bussare a casa della gente ho visto che la prima immigrazione è un po’ abbandonata e che non è stato ricreato fino ad ora quel senso di comunità che esiste ad esempio tra i portoghesi, o tra i francesi. Bisogna pensare a degli eventi per tutti, dagli anziani che si vogliono ritrovare in una festa di piazza ad un centro culturale per proiettare i grandi film italiani”,  ragiona Francesca, che nel rispetto delle leggi belghe sta procedendo all’insegna di una frugalità quasi maniacale.

“Me la pago da sola la campagna, me la pago assolutamente da sola”, spiega con il tono di chi sta per raccontare qualcosa di divertente: “Pure il capolista ha un tetto massimo di spesa di 1.800 euro, perché c’è un regolamento che vieta di superarlo. Io sto pagando tutto, e di tutto devo presentare la ricevuta. Niente fotocopie dei volantini da un’amica o al lavoro: se ne faccio 100, devo avere la fattura. Tra una cosa e l’altra, benzina e fotocopie, avrò speso 400 euro. Il mio evento di campagna elettorale è stato l’8 ottobre, nella pizzeria Momo, che è di un amico che me l’ha messa gentilmente a disposizione. Io ho cercato di raccogliere tutti gli italiani e i possibili elettori, che sono i 25-40enni del quartiere. Momo ha aperto la pizzeria e c’è stato un dibattito con il sindaco Picqué, ma chi voleva la pizza se l’è dovuta pagare da solo. Se gliela avessi offerta io sarebbe stato come se avessi comprato un voto”. Ovvio, no?

E non che una volta eletti si entri in chissà che casta. “Come semplice consigliere comunale prenderei qualcosa tipo 45 euro al mese. Un assessore credo sia sui 1.700 euro, ma tutto ovviamente dipende dal ruolo che ti danno”. Se in Italia ci lamentiamo delle preferenze, nel Belgio trasparente ma anch’esso imperfetto il problema è quasi l’opposto: “Ogni lista ha 35 candidati, e ogni elettore può dare 35 preferenze. Vedremo…”. Visto che non c’è alcun conflitto d’interessi, Lazzaroni potrebbe comunque mantenere il suo posto di lavoro come assistente parlamentare. Lavoro che le ha dato molte soddisfazioni, dal negoziato sulle emissioni di Co2 delle auto con Guido Sacconi, ex eurodeputato del DS, a quello sul bilancio europeo, di cui la Balzani era relatrice e che Francesca conosce come le sue tasche.

C’è però un forte arricchimento personale a fare quello che sta facendo questa trentaquattrenne milanese, ed è quello di superare lo stadio dell’expat e guardare da un’altra prospettiva la città in cui vive da 7 anni. “La mia campagna elettorale, iniziata a giugno, mi ha fatta sentire più integrata, in particolare vista la mia situazione: lavoriamo fino a tardi e viviamo Bruxelles solo dopo le 8 di sera”, spiega. Forse proprio per questo Francesca ha cercato un modo per migliorare la vita di una comunità, andando a toccare quella realtà sociale che le è mancata per anni. Ma per ora è felice di limitare la sua esperienza politica al Belgio. “Una carriera nazionale non mi interesserebbe”, spiega. “Il valore aggiunto che mi dà questa esperienza rispetto al mio lavoro è il contatto con le persone. Lo sento più bello ed interessante al confronto con i toni della politica italiana, ma magari sbaglio”, aggiunge. E conclude, con tocco brussellese: “A livello nazionale, se ne avessi la possibilità, preferirei contribuire da tecnico”.