The Girls di Emma Cline,romanzo di deformazione di una quattordicenne tra le seguaci di Charles Manson (da ‘Il Messaggero’ del 25 settembre)

LONDRA – Mai sottovalutare i legami tra ragazze. Che si tratti di ammirazione, di amicizia, di amore, di odio o di una combinazione di questi elementi, il modo in cui una giovane donna risponde alla presenza di altre giovani donne può avere conseguenze inaspettate e drammatiche, come nel caso di Evie Boyd, l’adolescente protagonista del fortunato ‘The Girls’, romanzo d’esordio della ventisettenne Emma Cline, che riprende uno dei fatti di cronaca più cruenti della storia americana, ossia l’uccisione della moglie di Roman Polanski, incinta di quasi nove mesi, e di alcuni suoi amici in una villa in California da parte dei seguaci di Charles Manson, leader carismatico di un culto hippy e aspirante cantante, e lo usa come sfondo di un’analisi sottile della psicologia femminile.

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E’ l’estate del 1969 e Evie, ragazzina borghese trascurata dai genitori e insicura come tutte le quattordicenni, si imbatte in Suzanne, giovane hippy selvaggia e sfrontata che vive in una comunità che ruota intorno a Russell Hadrick, uomo che secondo le parole di una delle sue adepte “vede ogni parte di te”. Evie riconosce in Suzanne e nelle sue belle e derelitte amiche un modello di libertà dagli schemi che condizionano una donna come sua madre, ossessionata dal piacere agli altri, e fa di tutto per essere accettata in una comunità di cui non riesce a cogliere gli evidentissimi aspetti marci, che vanno dalla promiscuità sessuale tutta a vantaggio di Russell alla cronica mancanza di soldi risolta con furti e violenze. “Stavamo, ci aveva spiegato Russell, iniziando un nuovo tipo di società. Libera dal razzismo, libera dall’esclusione, libera dalle gerarchie. Eravamo al servizio di un amore più profondo”, spiega la narratrice.

Grazie ad una scrittura estremamente ricercata, fatta di frasi brevi e spesso acute – “più tardi pensai che forse non era tanto gentilezza, quanto uno spazio muto laddove la gentilezza avrebbe dovuto essere” – e che già guarda alla trasposizione cinematografica, Emma Cline racconta la lenta discesa agli inferi di Evie e la maniera in cui la sua ossessione per Suzanne rischia di portarla ad una distruzione da cui solo quest’ultima la salva, forse per sprezzo o forse per un gesto estremo di premura. “Nessuno mi aveva mai guardato prima di Suzanne, non veramente, cosicché lei era diventata la mia definizione”, racconta Evie, che diventata una donna di mezza età disillusa e triste, osserva: “Povere ragazze. Il mondo le ingrassa a furia di promesse d’amore. Quanto ne hanno bisogno e quanto poco molte di loro ne avranno”.

Nella realtà l’efferato omicidio della giovane attrice Sharon Tate e dei suoi amici fu eseguito materialmente da un ragazzo e da tre ragazze della Manson Family, rimasti a piede libero per molti mesi e scoperti solo dopo che una di loro, Susan Atkins, a cui il personaggio di Suzanne è chiaramente ispirato, era finita in carcere per furto e aveva raccontato tutto ad una compagna di cella. L’opinione pubblica americana era rimasta sconvolta davanti a queste ragazze giovanissime, appariscenti – “i suoi lineamenti avrebbero potuto essere un errore, ma c’era un altro processo in atto, era meglio della bellezza”, scrive Cline – e totalmente prive di rimorso o di senso morale.

La fascinazione per le ragazze della Manson Family non e’ cosa nuova, tanto che anche band rock Kasabian prende il nome da una di loro, ma nel romanzo della Cline – che in Italia uscirà il 27 settembre per Einaudi – il fatto di cronaca è uno spunto per parlare di qualcosa di eterno e attuale, ossia, nelle parole dell’autrice, “quel momento alla soglia dell’età adulta, quanto ci imbattiamo nel modo in cui il mondo tratta le donne e le ragazze, e quello che significa essere una ragazza nel mondo”.

I soliti ribelli. Al V&A di Londra in mostra la rivoluzione 1966-1970, tra pantaloni a zampa, frammenti di luna e nascita dell’individualismo. (da ‘Il Foglio’ del 17 settembre)

LONDRA – Attraversi sei saloni del Victoria&Albert di Londra tutti dedicati a spiegarti quanto è stata libera, rivoluzionaria e anticonformista la gioventù del 1966-70 e ti ritrovi direttamente laddove quella stessa generazione, appena è diventata maggiorenne, ha sperato che finissi: nel negozio del museo, circondata da riproduzioni costosette di quello che si indossava, leggeva, ascoltava, teneva in casa mentre tra una rivoluzione e l’altra si andava definendo la vera eredità indelebile di quegli anni, ossia il culto dell’invidualità. E un certo senso degli affari che non manca né ai baby-boomers né a chi li ha seguiti nella terra in cui tutto è nato, quella California che oggi ospita le aziende più dinamiche e innovative del mondo nonché molto rivoluzionarie nell’approccio con il fisco.

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Che la Summer of Love del 1967 abbia avuto tante conseguenze, tra cui quella, inconfessabile, del neoliberismo, figlio illegittimo dei figli dei fiori, lo ha riconosciuto anche la gran sacerdotessa della sinistra britannica Polly Toynbee sul Guardian, in un articolo dal titolo interrogativo – “abbiamo fatto la rivoluzione o solo aperto le porte al neoliberismo?” – e dal contenuto perentorio. “Da tutta questa rivoluzione contro ‘il sistema’ è venuto un individualismo centrato sul “me’ evoluto poi in neoliberismo”, scrive la Toynbee nel suo pezzo vezzosamente corredato da ben due foto di lei ventenne pettinata come Marianne Faithfull. “I primi ideali hippy della Silicon Valley si sono presto trasformati in ciascuno per sé”, prosegue amara l’editorialista, ricordando come molte delle vere conquiste dei tardi anni ’60 nel Regno Unito siano da attribuire più al laburista Harold Wilson, che proprio hippy non era, che ai concerti, pur meritevoli di sospiri nostalgici, all’Isola di Wight.

‘You say you want a revolution?’, ‘Dici che vuoi una rivoluzione?’ prende il titolo da un verso della canzone dei Beatles e come tutte le iniziative del V&A di Londra è una mostra piacevole e innovativa – l’audioguida compresa nelle 16 sterline di biglietto consente di ascoltare musica abbinata agli oggetti esposti, per calarsi meglio nell’atmosfera di chi la rivoluzione la faceva e non stava a guardarla – e che dedica grande spazio al ‘core business’ del museo, ossia la storia del costume.  Ma tra un vestito di scena luccicante di Mick Jagger e un tailleurino con minigonna di Mary Quant ci si chiede quanto di quello che è esposto sia uscito dalla circolazione per un numero di anni sufficiente da essere riproposto in una mostra, e questo vale anche per i dischi di Bob Dylan, per le foto di David Bailey o per gli slogan contro la guerra in Vietnam, per i testi di Kerouac e di Burroughs, o per l’estetica psichedelica di Carnaby Street.

Di quella cultura non si è perso niente, se non il momento in cui non era ancora mainstream, un attimo fuggente che la mostra cerca di catturare senza riuscirci. E’ un passato rivisitato ad uso del consumatore di oggi, che sia visitatore del V&A oppure lettore di The Girls, fortunato romanzo dell’esordiente ventisettenne Emma Cline su una ragazza che si unisce ad un gruppo molto simile al culto di Charles Manson, scritto con lo stile lucido, evocativo ed efficace di un filtro Instagram e esibito sugli scaffali del negozio del V&A insieme ai modelli Levi’s vintage.

Paradossalmente la parte più interessante della mostra è quella sulla rivoluzione consumista guidata dalla crescita economica e dalla diffusione della carta di credito, con una serie di splendide campagne pubblicitarie alla Mad Men dietro le quali si sente il respiro di un mondo che cresceva e si beava del suo progresso economico, spingendosi fin sulla Luna, di cui un frammento è esposto in una piramide di cristallo accanto alla tuta di uno degli astronauti dell’Apollo 8. Poi si torna alle avanguardie e ai micidiali film di Yoko Ono e si finisce sdraiati su grandi cuscinoni a guardare vecchi filmati di Woodstock, con le sue 400mila persone radunate per celebrare un mondo migliore.

Che quegli anni abbiano creato il modello estetico di ogni rivoluzione – togli Vietnam metti Iraq, tieni l’ecologismo e aggiungi un po’ di cibo biologico, taglia un po’ i capelli e punta tutto sulla barba – è fuori di dubbio. Che questo sia diventato una scatola vuota che ha sostituito un vero ragionamento politico su come cambiare il mondo, o risolverne un problema o due, è anche questo vero. Ma mentre quella generazione continua a celebrarsi e a raccontare che com’e’ stata giovane lei, nessuno mai, i suoi inibiti nipotini hipster ne raccolgono i feticci e fanno diligentemente girare l’economia.