Nigel Farage, gatto del Cheshire della politica inglese, gioca col passato e si gode gli avversari da sogno (da ‘Il Foglio’ del 17 ottobre)

Chi lo aveva bollato come la figurina bidimensionale dell’euroscetticismo da pub si ritrova ora a inseguirlo e addirittura a dover pensare a un’alleanza con lui. Con l’eterno sorrisone da gatto del Cheshire, Nigel Farage detta l’agenda politica britannica, manda nel panico gli avversari, guadagna elettori a un ritmo inesorabile e si è accaparrato l’esclusiva di “quello che ha il polso del paese” e interpreta gli umori della gente comune. Glielo dicono i sondaggi, e se lo dice da solo. E lui, ovviamente, gongola. “L’Ukip è attualmente ai massimi storici secondo tutti i sondaggisti. La società che ci segue con più attenzione, stando ai risultati delle elezioni europee e locali, Survation, domenica scorsa ci dava al 25 per cento, mentre Labour e Tory erano al 30 ciascuno”, dice Farage al Foglio. Parla poco prima che arrivi la notizia che il suo gruppo al Parlamento europeo, l’Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd), è imploso dopo la defezione di un’eurodeputata del partito lettone degli agricoltori, Iveta Grigule, che ha fatto venire meno la settima nazionalità necessaria per costituire un gruppo a Strasburgo.

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In attesa di una soluzione, questo collasso lascia l’Ukip a corto di un bel po’ di sovvenzioni, 3,8 milioni di euro l’anno per tutto il gruppo secondo i calcoli di OpenEurope – e soprattutto col rompicapo di decidere quel che sarà della strana coppia Farage e Beppe Grillo, di quell’unione vagamente contronatura tra un elettorato di vecchiette britanniche nostalgiche ma pro business e un gruppo di ragazzotti italiani tutti tecnologia e democrazia digitale. Però il Movimento 5 stelle e l’Ukip “hanno un radicato sostegno per la democrazia diretta”, filosofeggia Nigel, “la gente deve poter dire la sua e ha il diritto di difendere il proprio futuro”. Futuro che, nei piani di Nigel, ogni tanto sembra somigliare al passato: “Tanta gente in Gran Bretagna è sempre meno a suo agio con un paese che sta diventando un posto diverso, quasi irriconoscibile, senza che venga mai chiesto il permesso di cambiare radicalmente una cultura e un modo di vita. L’Ukip vorrebbe riprendersi il potere dal centro, che sia Bruxelles o Westminster, e riportarlo il più vicino possibile alla gente”.

Il messaggio rassicurante spopola nei paesini della costa inglese come Clacton, dove gli indipendentisti inglesi hanno ottenuto il loro primo deputato, e secondo Farage combacia con quello del M5S. “Un’élite politica che non ha contatto con la realta ha controllato le cose troppo a lungo, e con Grillo credo che la gente voglia un cambiamento e abbia il diritto di essere ascoltata”. E poi quella del referendum sull’euro è proprio una bella idea, perché “l’euro è stato un disastro economico e sociale per la popolazione italiana” e “la gente deve comandare, non i burocrati di Bruxelles né la vecchia guardia corrotta in Italia”. Referendum nazionali, locali, la promessa di una consultazione continua è parte anche della sua, di storia. Ma se l’asse Nigel-Beppe, questa “voce autentica di opposizione nel Parlamento europeo”, è in pericolo, non c’è niente di meglio dell’ombra di un complotto da parte del presidente del Parlamento, Martin Schulz, per rinfocolare quella ficcante retorica antieuropea di cui Farage è da sempre paladino e che i britannici adorano. “Se abbiamo una lettura corretta degli eventi, Schulz sarebbe più adatto a essere il presidente di un Parlamento nella repubblica delle banane”, ha spiegato ieri in un comunicato con una certa flemma, ben sapendo che non ha più bisogno di urlare, che il 25 per cento nei sondaggi britannici ce l’ha lui e che tutto può essere rigirato a suo favore.

“L’euroscetticismo è in aumento in tutto il continente, gli eventi sono dalla nostra”, dice Farage, registrando il “momento molto emozionante” per tutti quelli che ce l’hanno con l’Europa. Ma con le politiche in calendario tra poco più di sei mesi, allo spauracchio di Bruxelles si affianca quello di Westminster, fortino in cui il partito ormai è entrato, perché l’Ukip è a tutti gli effetti un’alternativa, o almeno così la considerano gli elettori, che pensano di poterlo scegliere, a maggio, senza il timore del voto perso. “Stiamo dando molti guai al Labour nel nord dell’Inghilterra e ai Tory nel sud e in Galles”, e i conservatori reagiscono come possono. C’è chi mette l’accento sulle somiglianze, come Boris Johnson che sostiene che lottare contro Farage sia come avere a che fare con un “doppelgänger”, un doppio fatto degli stessi valori e delle stesse priorità, e chi come il premier, David Cameron, prende le distanze in apparenza salvo poi seguirne affannosamente i programmi.

Dice Farage: “Il nostro partito sta fissando tutta l’agenda della scena politica britannica, che sia sull’immigrazione, sulla posizione rispetto alla Corte europea dei diritti umani, oppure sugli aiuti internazionali e sull’approccio rispetto ai sussidi dei contribuenti al settore delle energie rinnovabili”. Innegabile. “Gli altri partiti non fanno che seguire o reagire”. Possibile. “Possiamo dichiarare serenamente che l’Ukip sta causando panico nel Labour e nel Partito conservatore”, prosegue soddisfatto aggiungendo perfido che gli invisi europeisti Lib-Dem ormai “contano appena”, visto che i loro elettori “danno ratings così bassi”. Il fatto di essere stato invitato a partecipare ai dibattiti televisivi tra i leader dei principali partiti sembra a Farage più un atto dovuto che una conquista. Non ci sarà più soltanto Nick Clegg a dover affrontare la sua retorica efficace e la sua lingua tagliente. “E’ giusto e basta che io appaia nei dibattiti dei leader di partito, visto che sono al 25 per cento dei sondaggi”, assicura, forte del suo potere: “Se non dovessi andare in onda con Ed Miliband e Cameron, la gente penserebbe giustamente a una fregatura da parte dell’establishment per escludere in maniera scorretta il nostro partito”.

I due leader dei principali partiti del Regno Unito lo temono, lui lo sa. “Penso che tenteranno tutti i trucchi da manuale per limitare al minimo i confronti faccia a faccia con me, e spetta alle emittenti televisive prendere misure perché ciò non avvenga”, osserva, lasciando intendere una sarcastica gratitudine nei confronti dell’inettitudine oratoria dei suoi rivali. “Se le loro politiche e le loro performance sono così buone, perché vogliono escludermi?”, chiede con finta innocenza, ricordando i due confronti televisivi avuti in primavera con il leader dei liberaldemocratici nonché vicepremier, Nick Clegg, subito prima delle elezioni europee. “Ero felice che il pubblico vedesse una discussione pubblica equa sulle questioni”, asserisce ricordando con piacere gli episodi.

Forse il sindaco di Londra Boris Johnson, parlando di doppelgänger, non si riferiva tanto ai due partiti, i Tory e l’Ukip, ma a lui e Nigel, due posh sornioni che hanno saputo mettere a punto un linguaggio popolare e si nutrono delle loro gaffe, dei loro errori, della loro ironia, mentre i rigidi Cameron e Miliband, come si è visto nel caso del referendum scozzese, sono spesso costretti a mettersi in ginocchio e implorare l’elettorato per non finire troppo male. “Anche se entrambi stanno subendo una pressione notevole all’interno dei rispettivi partiti, sospetto che i due leader saranno ancora al loro posto alle elezioni del prossimo maggio – scommette Farage – Anche se sembrano entrambi incapaci di attirare sostegno da parte degli elettori e non riescono a entrare in contatto con le persone normali nella maniera in cui invece riesce a farlo l’Ukip” – rendendo “tutto così facile per noi”.

Non richiede sforzi agli elettori, Nigel Farage, sulle cui spalle non gravano responsabilità di governo. “La ragione per la quale l’Ukip ha avuto successo negli ultimi due anni in particolare è che la gente ragionevole ha capito che la nostra analisi del deficit democratico dell’Unione europea e della situazione economica si è dimostrata corretta”, spiega, indicando il cavallo di battaglia del suo consenso elettorale: una lotta all’immigrazione tagliata su misura sulla psiche dei britannici, più abituati di altri al multiculturalismo e all’apertura, per via dell’impero e del commonwealth. “La gente normale, che ha gli occhi ben aperti, vede da sola che l’immigrazione di massa dall’Europa dell’est sta mettendo una grande pressione sui servizi pubblici e sui conti del welfare”. L’idraulico polacco, qui, fa ancora paura come in Francia nel 2005. “Molti britannici stanno perdendo i loro posto di lavoro e accettando tagli degli stipendi reali perché il mercato è saturo”, osserva.

Per Nigel, ex uomo della City, è in corso una rivoluzione culturale nel Regno Unito, “dove molte persone sono sempre più stanche di avere la loro vita indebitamente influenzata dalle grandi banche, dalle grandi aziende e dalla burocrazia sia del governo inglese sia dell’Unione europea”. Il suo programma è fatto apposta per intercettare la stanchezza degli elettori, e promette di rimuovere tutte le cose di cui possono essere stanchi, ma senza proporre un vero modello di sviluppo. “Sempre più persone vogliono poter dire la loro e riportare il potere a un livello più locale. Vorrebbero avere maggiore controllo sui loro confini, maggiore controllo sul modo in cui vengono spesi i loro soldi e avere meno interferenza dallo stato sul modo in cui dovrebbero vivere le loro vite”.

Se funzionava in passato, funzionerà in futuro? “Continueremo ad attaccare l’Europa, l’euro e il big state. Continueremo a lottare per uno stato più snello con tasse più basse, in cui ci sia un sostegno sia per l’istruzione selettiva sia per quella vocazionale in modo da dare ai giovani delle possibilità nella vita, di aumentare la mobilità sociale per il bene della società nel suo complesso”. Se va avanti così, c’è la possibilità che riesca anche a mostrare come.

Tutti contro Cameron, e lo Spectator paragona il Regno Unito a Cipro (Da ‘Il Foglio’ del 29 marzo 2013)

Essere un’isola, essere intrappolati tra Berlino, Mosca e Bruxelles, avere un settore bancario dalle dimensioni smodate e essere alle prese con uno “stato borseggiatore”. La mente vola subito alle recenti vicende di Cipro, certo, teatro di una ridefinizione brusca e plateale dei diritti dei cittadini-correntisti. Ad un secondo sguardo questa si rivelerebbe però, a sorpresa, descrizione calzante anche della Gran Bretagna, “anche se nessuno lo vuole ammettere”. Lo scrive lo Spectator, storico settimanale conservatore diretto da un vigoroso quarantenne scozzese che ha evidentemente deciso di dare un giro di vite alla sua missione di fare da spina nel fianco dei conservatori, pubblicando negli ultimi tempi articoli sempre più impietosi verso la gestione di partito e paese portata avanti da David Cameron.

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“Non abbiamo una particolare animosità nei confronti di Cameron, se facesse qualcosa di giusto lo racconteremmo”, osserva Freddy Gray, giovane vice del giovane editor Fraser Nelson, il quale però, alla richiesta di citare l’ultimo articolo positivo sull’inquilino di Downing Street esordisce con un poco promettente “si’, quando è stato eletto abbiamo fatto una copertina che…” La prima pagina di oggi rappresenta invece un uomo il cui portafogli viene sottratto dalla mano grandissima dello Stato e, facendo leva sul paragone con l’altra isola, Cipro, espone il ragionamento seguente: il quantitative easing rende la vita più facile al governo e al cancelliere dello Scacchiere George Osborne – ex Wunderkind a cui lo Spectator dedica ora più frecciate che a Cameron – ma aumenta l’inflazione e rende i britannici più poveri. Dati alla mano, questo corrisponde ad un furto di entità superiore all’ormai leggendario 6,75% proposto ai ciprioti e poi sventato dal Parlamento (le misure pensate per i patrimoni sopra i 100mila euro sono roba da francesi, invece).

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Certo, sottolinea Louise Cooper, ex banchiera da Goldman Sachs, ora giornalista per BBC e autrice del pezzo, ‘stiamo sostenendo l’economia con altri 50 miliardi di sterline di quantitative easing’ e ‘Vogliamo che la Banca d’Inghilterra stimoli la crescita’ suona meglio di ‘Dacci I tuoi soldi’, ma alla fine dei conti è la stessa cosa“. Come Cipro, anche nel Regno Unito “c’e’ stato il boom, e poi il crash, e ora abbiamo lo stato scippatore. E stiamo tutti sentendo il suo tocco”. Per un paese dove la performance economica riceve gradi di attenzione altissimi da parte dell’opinione pubblica, il fatto che la situazione non accenni a migliorare sta portando lo Spectator a spazientirsi sempre più. “Abbiamo fatto un sacco di articoli contro il quantitative easing e i tassi d’interesse bassi, Fraser ci tiene che la gente sappia quali sono i meccanismi  dei quali è vittima, è giusto che sappiano che cosa succede loro”, prosegue Gray, facendo dell’articolo una questione di informazione finanziaria e non, come pure appare, una stroncatura politica come ce ne sono state poche. “Noi vogliamo essere i critici più severi del nostro governo e del nostro partito”, e non c’è modo di ignorare la “delusione generalizzata” nei confronti di Cameron e del suo governo di coalizione, “che ha provocato scontento non solo a sinistra, ma pure a destra”.

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Affezionato alle soluzioni grafiche, lo Spectator ha commentato il budget presentato da Osborne innanzi tutto con l’impietosa immagine di un Osborne nascosto nell’angolo di una valigetta vuota in copertina, mentre ora arriva il paragone con Cipro a dire ancora una volta basta, basta con questi trucchetti, basta con le iniezioni di denaro nel sistema che rendono la vita del governo più facile e quella di tutti i cittadini più difficile. “Quello che ha fatto il governo cipriota è inqualificabile, ma che il quantitative easing sia un furto lo dice pure John Maynard Keynes”, spiega Gray, affidandosi alla citazione dell’economista britannico: “Attraverso un continuo processo di inflazione, i governi possono confiscare, segretamente e inosservati, una parte importante della ricchezza dei loro cittadini (…) Il processo (…) avviene in un modo che neanche un uomo su un milione è in grado di diagnosticare”.

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I britannici, che fuori dalla zona euro fanno quello che gli altri vorrebbero poter fare in un momento come quello attuale, controllano la loro moneta e ne stampano di nuova, portando ad un aumento dei prezzi senza aumentare salari e interessi bancari. E come dimostra la situazione attuale, alla lunga non serve. “Nel corso della storia, quando i governi hanno incontrato una crisi del debito che non erano in grado di risolvere, i politici hanno ceduto alla tentazione di inflazionarla via”, sentenzia la Cooper, ricordando come Sir Mervyn King, governatore uscente della Banca d’Inghilterra, abbia ricordato ad ogni pie’ sospinto come l’inflazione debba restare sotto controllo, intorno al livello di riferimento del 2%, salvo poi lasciarla correre liberamente. Ora arriva il canadese Mark Carney, a giugno, e speriamo che la musica sia diversa.

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Ma basterà che cambi quella poltrona o ci vuole dell’altro? “Boris Johnson è visto come uno dei politici più promettenti del panorama attuale, e soprattutto è percepito come lontano da quell’establishment, è normale che lo seguiamo con attenzione”, garantisce Gray. Il biondo sindaco di Londra, predecessore di Nelson alla guida dello Spectator, porterebbe il partito a guadagnare 6 punti percentuali rispetto alla attuale leadership di Cameron, recuperando rispetto al Labour: 37 per tutti e due. Lo dice YouGov, e al settimanale sembrano pensarlo tutti. “Non è la linea ufficiale del giornale”, mette le mani avanti il vicedirettore, mentre il sito titola “Boris salverebbe fino a 50 seggi” e i commentatori corroborano l’immagine di un Boris antisistema e lo difendono dagli attacchi dell’ultimo nato della dinastia dei Torquemada della BBC, Eddie Meir, che lo ha fatto nero domenica sera in Tv interpellandolo sui suoi (deludenti) scheletri nell’armadio. Fedele all’idea di salvare il partito per il quale parteggia dai suoi stessi errori attraverso una critica continua – è giornale molto più feroce di Guardian e Independent nei confronti del governo – lo Spectator arriva a livelli di soulsearching non comuni, con articoli come “I Tories vogliono che Cameron perda?”. Conclude Gray: “Non siamo un giornale ideologico, siamo pragmatici”. E sì, ammette, “non mi viene in mente una storia così dura nei confronti del governo”, niente peggio del confronto tra la noia depressa dell’economia britannica e l’orrore puro che sta andando in scena a Cipro.

La rassegna stampa quotidiana – Day 6

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La notizia è seria: Rupert Murdoch starebbe “considerando” di eliminare la famosa terza pagina del tabloid The Sun, quella in cui c’e’ sempre una nuova lasciva bellezza a torso nudo e che da sempre fa infuriare le femministe. Lo ha dichiarato il tycoon australiano su Twitter rispondendo a qualcuno che gli diceva che la famosa pagina, che esiste da una quarantina d’anni, “fa un po’ secolo scorso”. Dopo settimane di dibattiti su come tenere i romeni fuori dal Regno Unito una volta che le quote migratorie saranno abolite, la Romania ha risposto con una pagina sui maggiori quotidiani britannici in cui, rivolgendosi al premier David Cameron, invita ad aprire un dibattito sulla questione (e implicitamente, forse, anche a moderare i toni). E cita un sito, whydontyoucomeover.co.uk, che sembra un invito a farsi invadere e che invece è un portale di informazioni per invogliare i britannici ad andare in Romania. Va detto che il tema sta alimentando discussioni dai toni veramente sgradevoli, come notato dall’Independent: oggi il Times scrive un articolo intitolato ‘i flussi di migranti romeni rischia di provocare disordini sociali’, citando “i tedeschi” che dicono che “la pace sociale” e’ a rischio per via dell’arrivo di un numero stimato intorno ai 50mila migranti all’anno da Romania e Bulgaria. Il caso della carne di cavallo proveniente dalla Romania non sta aiutando certo l’immagine del paese. Oggi i giornali riferiscono che potrebbe essersi trattato addirittura di carne di asino oppure, come spiegato da José Bové al Parlamento europeo, dei “milioni di cavalli messi al bando dalle strade romene e mandati al macello”.

Cameron, perche’ chi di euroscetticismo ferisce di euroscetticismo perisce (da ‘Il Foglio’, venerdi’ 2 novembre 2012)


La mossa “alla John Smith” consiste in questo: un leader laburista all’opposizione mette da parte le sue credenziali europeiste e, per spaccare il governo, si schiera a favore di una posizione molto più rigida di quella tenuta dall’esecutivo nei confronti di Bruxelles in modo da rafforzare la frangia più euroscettica dei Tories. La strategia era stata messa in atto per la prima volta negli anni Novanta da Smith per indebolire ulteriormente l’allora primo ministro conservatore John Major. L’argomento era il trattato di Maastricht, tra i ribelli c’era anche Margaret Thatcher e il risultato fu che la leadership di Major – “in carica ma non al potere” secondo la definizione dell’allora cancelliere Norman Lamont – fu costantemente messa in discussione fino alla sonora sconfitta elettorale del 1997.

Mercoledì la mossa è stata riproposta con sorprendente freddezza dal leader laburista Ed Miliband, che ha detto ai suoi di votare in blocco un emendamento sul bilancio europeo proposto da un manipolo di conservatori ribelli. Capitanati da un deputato con un nome da fumetto, Mark Reckless – “avventato”, “imprudente” – i 53 frondisti Tories hanno approvato una mozione non vincolante in cui si chiede a Cameron di negoziare un taglio del bilancio europeo al prossimo vertice che si terrà a Bruxelles il 22 e 23 novembre prossimi. Nella sua proposta di bilancio per il 2014-2020, la Commissione Ue esorta a un aumento del 5 per cento dei fondi a disposizione per i prossimi sette anni (circa mille miliardi di euro). Il governo britannico contava di tenere una posizione negoziale comunque durissima chiedendo un congelamento del bilancio “in termini reali”, ovvero in linea con l’aumento dell’inflazione del 2 per cento l’anno, ma questo, evidentemente, non basta a placare il fronte interno. Il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, ha fatto presente che tutti vorrebbero una riduzione del bilancio europeo e che il governo “accetterà un accordo solo se questo sarà positivo per il paese”, ventilando l’ipotesi di un veto. Nel tentativo di allentare la pressione sull’appuntamento di novembre, il cancelliere ha fatto presente che i deputati dei Comuni saranno messi davanti a una decisione vera tra circa un anno, quando dovranno scegliere se accettare o meno l’accordo raggiunto.

Se per Cameron quella di mercoledì sera è la peggiore sconfitta da quando è stato eletto nel maggio del 2010, il voto rischia di essere l’annientamento definitivo per il vice primo ministro e leader dei Lib Dem, Nick Clegg. Ieri l’inascoltato europeista si è scagliato contro i laburisti, definendoli “ipocriti e disonesti” e, pur schierandosi formalmente a sostegno della proposta di Cameron di cercare di contenere l’aumento di bilancio, ha accusato con vigore il primo ministro di avere venduto illusioni al suo elettorato. L’idea di poter riportare a Londra poteri ormai nelle mani di Bruxelles, rinegoziando il ruolo britannico nella Ue, è “molto seducente”, secondo Clegg, ma è “una falsa promessa avvolta in una Union Jack” e rischia di lasciare molti delusi, oltre che tradursi in un aumento dei costi.

Il portavoce di Cameron ha cercato di minimizzare la sorpresa per l’esito del voto di mercoledì sera, e stando ai resoconti, potrebbe essere sincero. Già martedì sera girava la voce di un Cameron furioso che tuonava parolacce a uno dei ribelli durante un evento pubblico e del lavoro incessante del nuovo “chief whip” George Young per ridurre le file dei frondisti. L’approvazione della mozione ribelle con 307 voti favorevoli contro 294 è l’inizio più negativo possibile per il nuovo capogruppo dei Tories, andato a sostituire due settimane fa il più focoso Andrew Mitchell, costretto a dimettersi per aver dato del “fottuto plebeo” a un poliziotto. Secondo un membro del governo, Young, grazie alle maniere miti, ha evitato che la sconfitta arrivasse con uno stacco di 40 voti invece che di 13, ma un deputato euroscettico definisce il suo modo di esercitare il controllo sul gruppo parlamentare “il più soporifero mai visto”.

L’argomento ufficiale dei ribelli è che quando Cameron andrà a Bruxelles potrà usare la minaccia del Parlamento per ottenere un accordo migliore, coerente con l’austerità che i cittadini britannici hanno dovuto accettare negli ultimi anni. La realtà è che Cameron si presenterà all’appuntamento ancora più indebolito dopo la umiliazione subita. Un anno fa 81 deputati Tories gli avevano chiesto un referendum sull’Europa, ma al confronto non era niente: con il voto dei Comuni Cameron sembra aver perso il controllo della spirale euroscettica che lui stesso ha alimentato.