Nel valzer degli addii della vecchia guardia New Labour, anche Gordon lo Scontroso lascia la politica (da ‘Il Messaggero’ del 2 dicembre)

Dopo 32 anni trascorsi a Westminster, Gordon Brown se ne va, lascia la politica, interrompe il corso che l’ha portato ad essere bellicoso e inflessibile cancelliere dello Scacchiere prima, poi sfortunato primo ministro, infine voce autorevole e ascoltata della campagna pro-unione con la Scozia. Rimanendo sempre una delle colonne portanti del Labour, partito che nelle mani sue e dell’eterno rivale Tony Blair è stato per alcuni fulgidi anni ‘New Labour’, architrave politica del dinamismo culturale ed economico della ‘Cool Britannia’, prima di appannarsi considerevolemente sotto la leadership di Ed Miliband. Scozzese, ruvido, rimasto cieco da un occhio dopo un incidente di rugby quando aveva 16 anni, Brown è sempre stato un personaggio cupo, serio e vagamente tragico, poco incline al sorriso, soprattutto se confrontato con l’inossidabile Blair dall’eterno ghigno e dalla scaltrezza comunicativa inarrivabile.

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Ma per i britannici, che non hanno mai amato Brown come primo ministro, la sua gestione dell’economia rimane associata a un decennio di crescita e alla prontezza con cui ha gestito la crisi bancaria esplosa nel 2007, anno in cui è andato a Downing Street succedendo ad un Blair irreparabilmente danneggiato dalla guerra in Iraq. Prima di perdere malissimo, nel 2010, le elezioni contro David Cameron che all’epoca contava sull’effetto novità dovuto a 13 anni di governo laburista e che appariva, in sella alla sua biciletta, come la scintillante risposta conservatrice al primo Blair. Un uomo, quest’ultimo, che a Brown deve molto: la leggenda narra che dopo la morte di John Smith nel 1994 i due si incontrarono al ristorante ‘Granita’ di Islington (non esiste più) e stabilirono che Brown avrebbe rinunciato alla leadership del partito e, nel caso, a Downing Street per lasciare spazio a Blair in cambio di ampi poteri e della possibilità, in futuro, di succedergli.

Quando nel 2002 Brown e la moglie Sarah, elegante, sobria e schiva come lui, persero la loro prima figlia di appena 10 giorni per via di un’emorragia cerebrale, la visione di quest’uomo poco portato alle emozioni e così provato dal dolore commossero il paese, che però non gli perdonò mai errori banali e catastrofici come quella volta che, credendosi fuorionda, definì ‘bigotta’ una signora, peraltro sostenitrice del Labour, che lo aveva bombardato di domande sull’invasione degli immigrati dell’Est Europa. Una carriera solida, fatta di alti e bassi, che Brown ha deciso di interrompere su una nota positiva, ossia l’aver contribuito in maniera a detta di molti fondamentale alla decisione degli scozzesi di non separarsi dal resto del paese, andando a correggere con la sua voce autorevole le esitazioni di Miliband, uno che di rivalità fraterne ne sa qualcosa, non essendosi ancora liberato dal ricordo del fratello David.

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“Una figura torreggiante”, lo ha definito il leader del Labour, a cui proprio ieri una ricerca universitaria consigliava di fare pace con il dinamismo riformista del ‘New Labour’ per riuscire a portare a casa un’elezione per ora molto in bilico. In uno scenario politico i cui protagonisti cambiano e rinunciano alle ambizioni di leadership per andare a ricoprire ruoli nuovi, il sessantaquattrenne Brown non è il primo politico dell’era blairiana a decidere di non ricandidarsi: Alistair Darling, David Blunkett, Jack Straw, Tessa Jowell, Peter Hain, Hazel Blears e Frank Dobson hanno fatto lo stesso. D’altra parte il suo ultimo mandato come MP di Kirkcaldy e Cowdenbeath non lo ha visto presente come al solito nei corridoi di Westminster, austeri e solidi, un po’ come lui.

Per il ‘Sun’ quel maleducato di Nigel ha qualcosa da insegnare ai politici, ma quello tra lui e Grillo è solo un incontro tra clowns (da ‘il Foglio’ del 5 giugno)

Da lontano sembrano tutt’uno, il Sun e l’Ukip: sfumature di populismo che si distinguono appena, in un urlo sguaiato che attraversa non soltanto il Regno Unito, ma tutta l’Europa. La sovrapposizione però non c’è, spiega al Foglio Tom Newton Dunn, capo della politica del tabloid di Rupert Murdoch, più di 2 milioni di copie vendute, 5 milioni e mezzo di lettori, il giornale che sa fare la fortuna dei politici inglesi. Newton Dunn non è sorpreso: fa un sondaggio al giorno per capire cosa pensa il popolo britannico, ma non vuole sbilanciarsi sul contributo dato dal Sun all’avanzata dell’ex broker Nigel Farage: “Forse c’è stato, forse no”. E ribadisce che l’endorsement ufficiale al partito indipendentista non c’è stato, né ci sarà, soprattutto se in Europa l’Ukip va assieme ad altri populisti a grande rischio buffonata: l’incontro con Beppe Grillo, per dire, è stato salutato dal titolo giocherellone del Sun: “Un clown incontra un altro clown”.

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C’è populismo e populismo. “La storia che raccontiamo noi e quella che racconta l’Ukip non saranno tanto diverse, ma i nostri lettori sono più giovani e più proletari dei loro elettori, noi non vogliamo neppure uscire dall’Unione europea ma solo riformarla e, soprattutto, al Sun non facciamo politica, non siamo un partito, non vogliamo candidarci”, osserva Newton Dunn, il cui padre, Bill, ha appena visto il suo seggio a Strasburgo travolto dal rovinoso crollo dei LibDem. Non farà politica, il Sun, ma di certo lì sanno cosa serve a un politico per avere successo oggi: occorre superare il modello perfettino à la Tony Blair, politico bravissimo e irripetibile, che ha però generato epigoni noiosi e insipidi come la triade DavidCameron-Nick Clegg-Ed Miliband, tutti presi dal non esporsi mai e dal non dire nulla di controverso. “I nostri sondaggi dicono che la metà dei britannici pensa che i politici di oggi mentano sempre, tutti i giorni”, prosegue Newton Dunn con l’eloquio pacato di chi ha studiato a Eton. “I principali media, la Bbc compresa, non fa che ripetere quel che questi politici dicono, senza alcun contrasto”.

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Ci sono due politici in particolare che invece parlano agli inglesi: i “maleducati” Boris Johnson e Nigel Farage, che sudano, si spettinano, parlano semplice, non vedono l’ora di fare figuracce per potersi scusare con una battuta, per mostrarsi ironici, uomini del popolo, simpatici e imperfetti.
“Né l’uno né l’altro trasmettono un messaggio elitario”, secondo Newton Dunn, secondo cui entrambi appaiono onesti e sinceri: “Non che siano incapaci di mentire, tutt’altro”, perché sanno che il loro fascino dipende da quello. Ma non sono loro due i duellanti politici del futuro: Farage a Westminister non ci arriverà, secondo l’editor politico del Sun, poiché al momento delle elezioni politiche l’elettore ragiona diversamente: una previsione coraggiosa in vista delle suplettive di Newark di oggi: i conservatori, nonostante una campagna elettorale a suon di grandi nomi in visita e imponente dispiegamento di mezzi, sono alle prese con sondaggi che vedono il candidato dell’Ukip, lo scoppiettante settantenne ex Tory Roger Helmer, in vantaggio di due punti (alla fine i conservatori hanno vinto con un ampio margine, ndr).

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Il fatto è – e questo Newton Dunn non si stanca di sottolinearlo – che l’Ukip ha capito il problema, ma non ha dimostrato di avere una soluzione. “Le elezioni ci dicono due cose diverse, due temi che sono cresciuti come funghi nelle pance degli elettori” e la prima, con un netto distacco rispetto alla seconda, è l’immigrazione. “Secondo i sondaggi l’immigrazione ha superato, in importanza, l’economia, e questo spiega l’immenso successo di Farage”. L’immigrazione che spaventa “è il lavoro a basso costo di massa dal sud e dall’est Europa” e quella che mina la coesione sociale. I polacchi sono un milione, c’è un negozio di alimentari su ogni via principale, spesso non parlano la lingua e il tutto “toglie via il caro vecchio sapore Brit”. Poi, ma molto dopo, secondo Tom Newton Dunn, c’è “l’insoddisfazione con l’Unione europea, che dura anch’essa da molto ma è dovuta soprattutto alla libera circolazione dei lavoratori”, oltre al fatto che l’idea che “il continente sia governato da una élite fuori contatto con la realtà, poco connessa con la gente”, simile in questo alla triade di leader dei principali partiti, va contro il sentire britannico.

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L’emozione, quando si fa una campagna di stampa o una campagna politica, va tenuta sempre presente. Newton Dunn fa l’esempio della Scozia, che a suo avviso al referendum del 18 settembre non si staccherà. “Ma c’è un problema: i fatti vanno contro l’indipendenza, mentre le emozioni sono a favore. La campagna per il ‘no’ deve uscirsene con un po’ di passione, e forse gli europeisti dovrebbero fare la stessa cosa”. Ma anche il populismo deve stare attento, perché il passaggio dal linguaggio semplice alla barzelletta è piuttosto breve, è il motivo per cui anche il Sun sorride di Farage ma non vuole avvicinarsigli troppo. E’ un attimo che si lavora insieme sulle politiche anti sistema e si finisce a discutere di grano saraceno.

L'(ex) incolore Ed Miliband all’attacco dei tabloids, cronaca di una battaglia vittoriosa (da ‘Il Foglio’ del 16 ottobre)

Il trucco, questa volta, non è riuscito. Paul Dacre, 65 anni a novembre, ha sblagliato il numero più classico nel repertorio del direttore di testata popolare britannica, nella fattispecie del Daily Mail: rovinare la carriera di un politico con accuse infamanti. L’attacco ad Ed Miliband – tramite colpe del padre Ralph – non ha portato i risultati sperati: Dacre non è riuscito insomma a convincere i lettori che il leader laburista è geneticamente pericoloso in quanto figlio di un marxista che odiava i britannici. Anzi, s’è realizzato l’effetto boomerang: il politico dal carisma incerto tutt’a un tratto si è fatto leone per difendere la memoria del genitore, colpendo l’immaginario della Middle England e il sentimentalismo moraleggiante dei lettori del Mail molto più della remota minaccia secondo cui quello stesso politico starebbe coltivando il piano segreto di realizzare il progetto anticapitalista del padre.

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Ai lettori è piaciuto anche che Miliband sia stato il primo politico di spicco a non farsi spaventare da un colosso come il Daily Mail e che, invece di corteggiare la potente corazzata come molti suoi predecessori, abbia chiesto il diritto di replica. Gli attacchi ai politici sono da mettere in conto, ma “ma mio papà è una questione diversa, è morto nel 1994, lo amavo e lui amava la Gran Bretagna”, ha detto Miliband. Parole affettuose buone per la lacrima facile del lettore del Mail e, soprattutto, gesto di grande indipendenza – così è stato intepretato – ben lontano dall’incestuosa familiarità dei fine settimana nelle Cotswolds dei Cameron con l’ex direttore del Sun, la rossa Rebekah Brooks. “Certo che se mai Miliband diventasse primo ministro in futuro, cosa tutt’altro che scontata, vorrebbe proprio dire che è la fine dei tabloid come li conoscevamo”, spiega al Foglio un osservatore, ricordando che il giovane Miliband aveva attaccato anche l’impero di Murdoch, senza cercare mai una riconciliazione. Inaudito.

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Sembrano lontani i tempi di “It’s the Sun wot won it”, ‘E’ il Sun che ha vinto”, e della campagna che portò il laburisti a perdere un’elezione facile nel 1992 anche per via di uno dei migliori titoli di sempre: “Se Kinnock vince oggi l’ultimo che lascia la Gran Bretagna spenga la luce per favore”. Sembrano lontani anche i tempi delle telefonate imploranti che ogni politico era costretto a fare per cercare di captare, spesso a vuoto, un po’ di benevolenza dai direttori. Si racconta maliziosamente di un Romano Prodi leader a Bruxelles che chiese a Dacre un briciolo di obiettività sull’Europa, ottenendo risatine sommesse. Sono lontani anche i tempi in cui si poteva dire che, se avesse rivinto il Labour, alle bambine di 9 anni sarebbe stata distribuita la pillola del giorno dopo a scuola. Qualcosa deve essere successo, se è vero che invece di suscitare l’indignazione sperata, l’articolo del Daily Mail dal titolo ‘L’uomo che odiava la Gran Bretagna’ e dedicato a ripercorrere la storia ideologica di Ralph Miliband ha scatenato circa 400 proteste alla PCC, la commissione per i reclami nei confronti della stampa, 16mila messaggi di sostegno a favore di Ed Miliband, una serie infinita di prese di posizione di politici e una fila di scuse ad alto livello.

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La Leveson Inquiry, lo scandalo sulle intercettazioni e il caso Milly Dowler – l’adolescente scomparsa a cui News of the World, giornale della domenica del gruppo Murdoch, aveva intercettato il telefono e cancellato progressivamente i messaggi per fare spazio in segreteria a nuove eventuali prove, accendendo nei genitori la speranza che fosse ancora viva – hanno cambiato qualcosa nella percezione dei tabloids, così come l’informazione online ha forse reso i lettori più informati e meno dipendenti da un’unica fonte di notizie. Su 1,8 milioni di lettori del Mail, si calcola che circa mezzo milione voti Labour e, a sorpresa, mezzo milione sia vicino ai LibDem. I britannici leggono i tabloids per farsi un’idea sulla politica o, più semplicemente, per abitudine, per lo sport, la moda, il gossip e le ricette, e per distrarsi con quella loro prosa accattivante e suadente come un dessert troppo dolce?

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Il successo planetario del tentacolare sito del Daily Mail, santuario di un tipo di giornalismo al tempo stesso impeccabile – dietro ogni articolo c’è più mestiere che in un lancio di Reuters, non c’è dubbio – e morboso, moraleggiante, finalizzato ad attizzare paure, paranoie, insicurezze, a consolidare aspirazioni e pregiudizi, valori famigliari, nazionalismo, dà da pensare. Formidabile catalizzatore di pubblicità, il Mail Online registra circa 13 milioni di contatti al mese nel Regno Unito e ha visto i suoi ricavi crescere del 45% in un anno ma, a differenza del fratello cartaceo, di politica parla poco ed è quasi ipnotico nel suo riportare vicende di celebrities al di sotto di ogni soglia di rilevanza, come fosse un’infinita colonnina di destra di un sito di giornale italiano. ‘Marmite tossico’, lo chiama qualcuno rifacendosi al famoso estratto di lievito dal sapore e dal colore bruciaticcio che i britannici – e solo loro – amano spalmare sui toast la mattina, ed è proprio cosi, il Daily Mail, incomprensibile e familiare, volto non a scandalizzare ma, più finemente, a creare individui scandalizzati.

Non è ancora chiaro, nell’ambiente mediatico londinese, se si stia assistendo al tramonto dei tabloids o, più modestamente, a quello di Paul Dacre, l’uomo più discreto e potente di Fleet Street, uno che non scatena i dibattiti ma si limita, bontà sua, a definirne i parametri. La domanda circola da qualche settimana, anche perché la vicenda Miliband, così frontale e imbarazzante, all’azionista di maggioranza del Daily Mail and General Trust non è andata giù più di tanto. Jonathan Harmsworth non è più un ragazzino e ha acquisito molta più esperienza da quando, nel 1998, dopo la morte del padre Vere, prese le redini del gruppo poco più che trentenne e diede carta bianca a Dacre, neppure troppo caro al genitore, affinché tracciasse la linea del giornale e lo portasse nel nuovo millennio.

Non ha avuto torto, il quarto Visconte Rothermere. Dal 1992 Dacre, direttore venerato per il fiuto e le ossessioni, per le urla e per l’abilità, non è riuscito a superare il Sun nelle vendite, pur avendo portato il Mail alle vette stellari di 2,4 milioni di copie al giorno nel 2000, ma ha surclassato il tabloid di casa Murdoch nell’influenzare la psiche britannica e nel farsi portavoce della Middle England, fatta di classe media e working class ‘aspirazionale’. Era anche di sinistra, Dacre, prima di passare un periodo negli Stati Uniti come corrispondente per il Daily Express e rimanere incantato dal libero mercato e dai valori solidi della prospera società americana, così vicini ai suoi da uomo di famiglia, che si è sposato giovane e alla moglie è sempre legatissimo. Dicono che la mattina presto legga i giornali e che qualunque cosa gli susciti un frisson di indignazione, anche in una storia minima, presto troverà uno spazio su una delle famose doppie paginate del giornale. A condizione che la storia riguardi qualcuno con cui il lettore possa identificarsi – niente miliardari o povera gente – e che permetta allo stesso lettore di rintanarsi nella sua casetta pensando sotto sotto ‘meno male che non è successo a me’.

Il giornale, negli anni di Dacre, è stato al passo coi tempi e al tempo stesso immutato da quando fu fondato nel 1896, con immediato successo, da Lord Northcliffe, uomo talmente convinto del suo potere da chiedere per sé (invano) un seggio alla conferenza di Versailles nel 1918. “La noia non aiuta a pagare il mutuo”, secondo il direttore del Daily Mail, che con il suo sensazionalismo moralista di mutui ne ha pagati molti e, in particolare, a Islington, quartiere di quell’intellighentsia londinese blairiana da sempre tra i bersagli prediletti del giornale. Per solleticare l’istinto dei lettori a indignarsi, il Mail non manca mai di indicare, accanto al nome di una persona, il costo della casa in cui vive, abitudine ormai invalsa anche in altre testate. Accanto alle sue campagne martellanti, ossessive, che vanno avanti per giorni, scelte dopo aver chiacchierato con i vicini di casa, Dacre ha anche mostrato coraggio nella cause célèbre di Stephen Lawrence, adolescente nero ucciso a Londra nel 1993 da un gruppo di ragazzi bianchi. Dacre, con mano pesante, titolo’ Murderers, assassini, ma la condanna dei giudici arrivò molto dopo, nel 2012. Si scoprì che il padre di Lawrence aveva fatto dei lavori a casa di Dacre in passato, e non sorprende: sempre lì si torna, nelle case degli inglesi.

Nella guerra con Ed Miliband sorprende che il Mail abbia scelto un passato che non fa comodo a nessuno, visto che il bisnonno di Rothermere, Harold Sidney, aveva simpatie naziste e sostenne l’ascesa di Hitler in Germania. Stupisce anche che i metodi dell’attacco a Miliband siano stati grossolani e tali da prestare il fianco a molte critiche. La foto della lapide del cimitero di Highgate con la didascalia ‘Grave Socialist’ – socialista grave o tomba socialista? – e soprattutto la scellerata decisione di mandare dei giornalisti del Mail on Sunday al funerale di uno zio di Miliband per chiedere ai parenti in lutto un commento sulla vicenda di Ralph sono errori che da Dacre nessuno si aspetterebbe. Come sentenziato dal Financial Times, la vicenda Ralph Miliband ha “visto emergere le crepe di un’organizzazione di solito piu’ avvezza ad esporre le debolezze degli altri”.

Come spesso i giornali della domenica, il Mail on Sunday è quasi indipendente dal Mail. Soprattutto in cerca di indipendenza è il suo direttore, Geordie Graig, che è stato a Eton e ha il sorriso affilato di chi sta contando con soddisfazione le mosse false dell’avversario. Con la fretta del giovane di distanziarsi dal vecchio e di far capire che il suo stile è diverso, Graig si è mostrato più aperto su questioni sociali come i matrimoni gay e ha già parlato di una “terribile assenza di giudizio” sul caso Miliband, prima di sospendere i due giornalisti protagonisti dell’incursione al funerale, di cui giura che non sapeva nulla. Lord Rothermere, in un’intervista a Tatler – gazzettino della nobiltà inglese – ha fatto sapere che quando Dacre avrà l’età per la pensione arriverà Geordie. In teoria ci vorranno dieci anni, perché è il contratto di Dacre è stato esteso, ma in molti scommettono che il cambio a Northcliffe House avverrà prima. Che Lord Rothermere dia via lo scalpo di Dacre per fare un favore al Labour è cosa da escludersi, ma qualcuno dovrà pur pagare per aver permesso all’incolore Miliband di mettersi in una buona luce per la prima volta da anni.

Cameron, perche’ chi di euroscetticismo ferisce di euroscetticismo perisce (da ‘Il Foglio’, venerdi’ 2 novembre 2012)


La mossa “alla John Smith” consiste in questo: un leader laburista all’opposizione mette da parte le sue credenziali europeiste e, per spaccare il governo, si schiera a favore di una posizione molto più rigida di quella tenuta dall’esecutivo nei confronti di Bruxelles in modo da rafforzare la frangia più euroscettica dei Tories. La strategia era stata messa in atto per la prima volta negli anni Novanta da Smith per indebolire ulteriormente l’allora primo ministro conservatore John Major. L’argomento era il trattato di Maastricht, tra i ribelli c’era anche Margaret Thatcher e il risultato fu che la leadership di Major – “in carica ma non al potere” secondo la definizione dell’allora cancelliere Norman Lamont – fu costantemente messa in discussione fino alla sonora sconfitta elettorale del 1997.

Mercoledì la mossa è stata riproposta con sorprendente freddezza dal leader laburista Ed Miliband, che ha detto ai suoi di votare in blocco un emendamento sul bilancio europeo proposto da un manipolo di conservatori ribelli. Capitanati da un deputato con un nome da fumetto, Mark Reckless – “avventato”, “imprudente” – i 53 frondisti Tories hanno approvato una mozione non vincolante in cui si chiede a Cameron di negoziare un taglio del bilancio europeo al prossimo vertice che si terrà a Bruxelles il 22 e 23 novembre prossimi. Nella sua proposta di bilancio per il 2014-2020, la Commissione Ue esorta a un aumento del 5 per cento dei fondi a disposizione per i prossimi sette anni (circa mille miliardi di euro). Il governo britannico contava di tenere una posizione negoziale comunque durissima chiedendo un congelamento del bilancio “in termini reali”, ovvero in linea con l’aumento dell’inflazione del 2 per cento l’anno, ma questo, evidentemente, non basta a placare il fronte interno. Il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, ha fatto presente che tutti vorrebbero una riduzione del bilancio europeo e che il governo “accetterà un accordo solo se questo sarà positivo per il paese”, ventilando l’ipotesi di un veto. Nel tentativo di allentare la pressione sull’appuntamento di novembre, il cancelliere ha fatto presente che i deputati dei Comuni saranno messi davanti a una decisione vera tra circa un anno, quando dovranno scegliere se accettare o meno l’accordo raggiunto.

Se per Cameron quella di mercoledì sera è la peggiore sconfitta da quando è stato eletto nel maggio del 2010, il voto rischia di essere l’annientamento definitivo per il vice primo ministro e leader dei Lib Dem, Nick Clegg. Ieri l’inascoltato europeista si è scagliato contro i laburisti, definendoli “ipocriti e disonesti” e, pur schierandosi formalmente a sostegno della proposta di Cameron di cercare di contenere l’aumento di bilancio, ha accusato con vigore il primo ministro di avere venduto illusioni al suo elettorato. L’idea di poter riportare a Londra poteri ormai nelle mani di Bruxelles, rinegoziando il ruolo britannico nella Ue, è “molto seducente”, secondo Clegg, ma è “una falsa promessa avvolta in una Union Jack” e rischia di lasciare molti delusi, oltre che tradursi in un aumento dei costi.

Il portavoce di Cameron ha cercato di minimizzare la sorpresa per l’esito del voto di mercoledì sera, e stando ai resoconti, potrebbe essere sincero. Già martedì sera girava la voce di un Cameron furioso che tuonava parolacce a uno dei ribelli durante un evento pubblico e del lavoro incessante del nuovo “chief whip” George Young per ridurre le file dei frondisti. L’approvazione della mozione ribelle con 307 voti favorevoli contro 294 è l’inizio più negativo possibile per il nuovo capogruppo dei Tories, andato a sostituire due settimane fa il più focoso Andrew Mitchell, costretto a dimettersi per aver dato del “fottuto plebeo” a un poliziotto. Secondo un membro del governo, Young, grazie alle maniere miti, ha evitato che la sconfitta arrivasse con uno stacco di 40 voti invece che di 13, ma un deputato euroscettico definisce il suo modo di esercitare il controllo sul gruppo parlamentare “il più soporifero mai visto”.

L’argomento ufficiale dei ribelli è che quando Cameron andrà a Bruxelles potrà usare la minaccia del Parlamento per ottenere un accordo migliore, coerente con l’austerità che i cittadini britannici hanno dovuto accettare negli ultimi anni. La realtà è che Cameron si presenterà all’appuntamento ancora più indebolito dopo la umiliazione subita. Un anno fa 81 deputati Tories gli avevano chiesto un referendum sull’Europa, ma al confronto non era niente: con il voto dei Comuni Cameron sembra aver perso il controllo della spirale euroscettica che lui stesso ha alimentato.