Filippo, re della gaffe vecchio stile, va in pensione e apre una stagione nuova a palazzo (da ‘Il Foglio’ del 5 maggio)

LONDRA – Da professionista dell’inaugurazione qual è – una volta si è definito «lo svelatore di targhe più esperto del mondo» – Filippo d’Edimburgo, principe greco di sangue danese e tedesco, un modello per le first ladies di tutto il mondo, si è cavallerescamente preso il compito di aprire una stagione nuova per se stesso e per il paese: lui se ne va in pensione a 96 anni, il paese dopo quarant’anni esce da quell’Unione europea di cui il consorte della regina, un Battenberg trasformato in Mountbatten da parenti saggi, è una delle importazioni più vistose. Niente di definitivo, solo un piccolo cambio della guardia del tutto prevedibile che crei un po’ di azione e prepari gli animi alle numerose svolte all’orizzonte prima che la lunga era di Elisabetta II si vada a chiudere per ragioni naturali e lasci, inevitabilmente, il paese un po’ spaesato. Tanto più che a un certo punto la Brexit inizierà a farsi sentire e chi lo sa come andrà, se spaccherà il Regno Unito, se lo renderà piccolo piccolo, isolato, insignificante, senza Scozia, senza Irlanda del Nord, senza City. Anche se dalle parti di Buckingham Palace negli ultimi anni è arrivata più di qualche folata di simpatia per l’indipendenza Brit, nessuno si illude che sia tutto un grande letto di rose e bisogna prepararsi nel modo migliore, con anticipo, non si può permettere che l’addio al continente sia solo l’ultimo capitolo di un grande processo di ridimensionamento nazionale in cui i britannici vivono da quando la ragazza Elisabetta è salita al trono nel 1952.

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Ci vuole un po’ di pompa magna per accogliere una nuova leva di simboli e il taglianastri Filippo si è fatto da parte per primo, come se a quell’età avesse ancora la scelta. La decisione l’ha presa lui, dicono da palazzo, dandogli l’onore delle armi di un’autonomia che pare non abbia mai avuto, almeno stando alla ricostruzione fatta in The Crown, in cui viene descritto come superficiale, donnaiolo e con l’ego ferito dall’inappuntabile consorte: la sua inadeguatezza è uno dei principali motori narrativi di una serie con degli evidenti vincoli di sceneggiatura, e chissà perché tutta questa irriverenza tocca a lui. Fatto sta che vederlo nella fiction, aitante e frustrato, rende bene l’idea di quello che possono essere stati questi settant’anni sotto i riflettori pubblici per l’unico uomo della sua generazione a non poter dare il suo cognome ai figli, sovrano mondiale indiscusso della gaffe vecchio stile dal retrogusto razzista, bell’uomo apprezzato dalla moglie soprattutto per la capacità di farla ridere. Se ne andrà in autunno, forse dopo che a novembre lui e Elisabetta avranno festeggiato i settant’anni di matrimonio, dando il tempo al paese di abituarsi anche a questo, al più ovvio dei cambiamenti. Nel frattempo un’altra donna avrà probabilmente preso in mano in modo più saldo le redini del paese e Queen Theresa e Queen Elisabeth potranno lavorare insieme al modo per trovare la stabilità necessaria prima dei grandi salti. 

Solo così si sopravvive, nella dialettica tutta britannica tra conservazione e rinnovo, seguendo quella ‘Strategia del vasetto di Marmite’ che a detta degli esperti di cose reali avrebbe permesso a casa Windsor di restare importante: come le confezioni del colloso estratto di lievito da spalmare sul pane, ci si finge statici e senza tempo mentre si continua incessantemente a cambiare. La tempistica dell’annuncio, poi, è cosa da gentiluomi: distogliere l’attenzione dalla May, alle prese con uno scontro dai toni poco regali con Bruxelles, ridà al paese un po’ di senso di sé in vista di quello che lo aspetta, di questo destino scelto d’impeto e degli scossoni che porterà. Come ebbe a dire lui stesso in uno dei suoi massimi momenti di grazia tra nastri, targhe e buone cause: «Dichiaro questa cosa aperta, di qualunque cosa si tratti.»

Mai sicura sul suo trono, Maggie Thatcher fece mille errori e con Elisabetta rimase sempre impacciata. Ma su Gorbachov ci azzeccò. (da ‘Il Foglio’ dell’8 ottobre)

Non si è mai sentita sicura sul suo trono, Margaret Thatcher. Un po’ perché sapeva quanto i suoi avversari all’interno del partito fossero agguerriti, un po’ perché il fatto di essere donna non le permetteva di contare sulla rete di salvataggio del boys club grazie alla quale i politici del suo livello cadono sempre e comunque in piedi, almeno un po’. “Quello che non avevo capito nel primo volume era quanto Maggie si sentisse sempre precaria, anche in un periodo come il 1983-1987 in cui dal di fuori tutto sembrava calmo e saldamente nelle sue mani”, spiega al Foglio il biografo Charles Moore, che dopo la prima parte pubblicata nel 2013 ‘The Lady is not for turning’ – più o meno ‘La signora non è una che torna indietro’ – ha ora concluso il ponderoso secondo volume ‘Everything she wants’, ‘Tutto quello che vuole’, più di 800 pagine per raccontare i 4 anni da Gloriana – il pensiero corre a Elisabetta I, ma la Thatcher stessa aveva etichettato così i pezzi più sontuosi del suo guardaroba, quelli fatti per irradiare potere – della prima e ultima inquilina di Downing Street.

FILE - In a June 10, 1984 file photo, Britain's Queen Elizabeth II, second left, stands with, West German Chancellor Helmut Kohl, left, U.S. President Ronald Reagan, second right, and Britain's Prime Minister Margaret Thatcher at London's Buckingham Palace, prior to a dinner for summit leaders. (AP Photo, File)
FILE – In a June 10, 1984 file photo, Britain’s Queen Elizabeth II, second left, stands with, West German Chancellor Helmut Kohl, left, U.S. President Ronald Reagan, second right, and Britain’s Prime Minister Margaret Thatcher at London’s Buckingham Palace, prior to a dinner for summit leaders. (AP Photo, File)

Moore, che studia Margaret da 18 anni, sta lavorando al terzo e ultimo volume e in questi giorni si trova alla conferenza dei conservatori a Manchester. Ma non si sbilancia a dire quello che la Iron Lady penserebbe di questo partito di boys nati bene e dei loro piani per il futuro del paese, della visione così liberale di società espressa da David Cameron nel suo discorso sulle pari opportunità, sulle minoranze, sul matrimonio gay. “Io so quello che ha fatto, non quello che avrebbe fatto, e non so dire cosa ne penserebbe di tutto questo”, osserva modesto, aggiungendo che il partito gli è apparso pacificato rispetto alla figura di lei e che “ormai si è creato un consensus: i nuovi conservatori la ammirano ma ammettono di essere diversi da lei”. Un tema su cui l’influenza è ancora fortissima a suo avviso è l’Unione europea. “La Thatcher aveva previsto il disastro della moneta unica, la sua presenza su questo tema è tangibile, il partito negli ultimi 25 anni è diventato molto più euroscettico di prima e questo è sulla scia di Maggie”, secondo Moore. E se “è solo adesso che le donne stanno raggiungendo un certo ruolo negli alti ranghi del partito, è senz’altro perché nessuna politica conservatrice poteva evitare di confrontarsi con il modello della Thatcher, un compito faticosissimo sia che la si rifiuti, sia che si tenti inutilmente di imitarla. E Theresa May, come si vede, anche se potente, rimane una figura controversa”.

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La Lady di Ferro descritta da Moore è una che non è mai riuscita del tutto a sfuggire a problemi ‘femminili’ come il senso di colpa per essere stata una madre assente, controbilanciato oltre ogni ragionevolezza anche politica dal lassismo con cui ha gestito le intemperanze di suo figlio Mark, uomo d’affari troppo incline ad usare nome e contatti della madre ottenere favori. “Nel libro lo dico chiaramente, non si è comportata bene, non è stata pignola nel fare in modo che il figlio rispettasse le regole”, prosegue Moore, secondo cui l’iperprotettività compensatoria era estesa anche a Carol, la gemella di Mark, “che però faceva la giornalista e quindi non era così esposta”.

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E che l’insicurezza sia stata per la Thatcher cattiva consigliera è dimostrato anche nel suo rapporto con la regina. “Le cose si fecero difficili nel 1986 con la questione delle sanzioni al Sudafrica per l’apartheid. Maggie non le voleva perché pensava che avrebbero colpito l’economia, finendo col danneggiare coloro che le sanzioni volevano proteggere. Ad Elisabetta II interessava soprattutto la tenuta del Commonwealth e il suo segretario agì in maniera avventata per fare pressione sulla Thatcher, lasciando che questo scontento uscisse sulla stampa. Maggie era terrorizzata che le “vecchie signore” smettessero di votarla perché aveva fatto arrabbiare la regina”, prosegue Moore, secondo cui gli incontri settimanali tra le due erano così formali da essere spesso inconcludenti. “Maggie era molto tesa, la conversazione era corretta, ma mai produttiva”, anche se sempre improntata al massimo rispetto da entrambe i lati. “Prova ne è il fatto che la regina è andata al funerale della Thatcher, cosa che aveva fatto in precedenza solo per Winston Churchill”.

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Però l’economia correva, il paese cambiava e tra il 1983 e il 1987 Maggie Thatcher era forse la figura politica dominante nel mondo. Sapeva di essere stata fortissima alle elezioni, aveva dalla sua il successo delle Falklands e il Regno Unito si andava popolando di piccole e medie imprese. ‘Gloriana’ aveva anche vinto la sua amara battaglia contro i minatori e i sindacati e alla sua pervicacia da talent scout, secondo Moore, si deve l’emergere di una figura politica centrale come quella di Michail Gorbachov. Maggie lo invitò a pranzo ai Chequers e mentre il marito Denis mostrava all’incantevole Raissa le rose del giardino, la Lady mise sotto torchio Gorbachov per sei ore. Poi si sistemò i capelli, il fiocco della camicia e corse da Ronald Reagan a raccontare: non è il solito ventriloquo sovietico, vale la pena parlarci. E così fu.

La rassegna stampa quotidiana – Day 2

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E se avesse lanciato una moda, Beatrice d’Olanda, abdicando a favore del figlio, il principe Willem-Alexander? E’ normale che i giornali britannici, i quali dedicano una vasta copertura all’argomento, se lo chiedano. “La regina finalmente se ne va e lascia il posto al figlio – in Olanda”, scrive il Times lasciando trapelare la speranza di poter scrivere qualcosa di nuovo, dopo più di 60 anni di Elisabetta, Elisabetta, Elisabetta. Dopo aver fatto il quotidiano aggiornamento sul pensiero del Principe Harry e sul rapporto che Carlo ha avuto in passato con le boarding schools, i collegi dove molto bambini e ragazzi inglesi preferiscono andare invece che stare in famiglia, il Telegraph scrive una notizia che dà la misura della crisi economica: le scuole d’arte sono sommerse dalle richieste di disoccupati che vogliono posare nudi per guadagnare 14 sterline all’ora, ossia il doppio del salario minimo. Ma non è un lavoro che si possa improvvisare, spiega una professionista trentenne: “Anche se stai posando per poco tempo, qualunque cosa che implichi piegare le gambe o i piedi ti porterà a tremare molto rapidamente. Se stai facendo una posa lunga, assicurati di far riposare la schiena, e di mangiare e bere abbastanza prima di iniziare la seduta”. Il Daily Mail cita infine una ricerca secondo cui le cattive notizie fanno ingrassare e guardare la TV durante la recessione porta a mangiare cibi grassi e pesanti.