Viaggio a Clacton, dove UKIP prospera tra case di bambola, deambulatori e paura di un’immigrazione che non c’e’ (da ‘il Foglio’ del 27 dicembre)

CLACTON-ON-SEA – Potrebbe essere il giovane parroco oppure il medico del paese, Douglas Carswell. L’ex deputato conservatore, rieletto ad ottobre nelle file dell’UKIP e diventato il primo MP viola nella storia di Westminster, si muove energico e attento nel suo ufficio accanto ad un negozio di kebab gestito da uno dei pochissimi immigrati di Clacton-on-sea, propaggine costiera dell’Essex, cinquantamila abitanti di cui un terzo pensionati. Douglas riceve cittadini che, come sempre nel Regno Unito, vanno a chiedere al loro eletti soluzioni a problemi piccoli che incidono sulle loro vite. Agli ottantenni Russell, ad esempio, è stata fatta male la strada davanti a casa, col risultato che le macchine di passaggio gli finiscono in giardino. “Ma Douglas risolverà tutto”, spiega convinta la signora mentre il marito si sistema l’apparecchio acustico e sorride nell’aria. La segretaria di Douglas intanto risponde gentile ad un tipo malconcio a cui hanno tagliato il riscaldamento, e Douglas stesso fa delle brevi apparizioni tra un appuntamento e l’altro proponendo soluzioni lampo, intervenendo, rassicurando.

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“La gente non ha votato UKIP, ha rivotato Douglas”, mi spiega una visitatrice sui quarant’anni con l’aria cospiratoria di chi dice: lui è uno di noi. Non proprio. Suo padre era un medico scozzese in Uganda, pioniere della ricerca sull’Aids le cui esperienze hanno ispirato, dicono, libro e film ‘L’ultimo re della Scozia’, ma tant’è. Non c’è comunque traccia di grandi scenari, a Clacton-on-sea, località balneare fanée dove il parco divertimenti sul molo è più spettrale di un set di David Lynch e il principale problema, ammette Carswell, “è che non ci sono abbastanza medici e infermieri”. Una città che ha disperato bisogno di immigrazione, quindi, e Douglas lo sa: “Noi con i nostri elettori siamo sinceri su tutto, e proprio per questo possiamo permetterci un approccio onesto anche quando dobbiamo dire verità scomode”. Non come il Labour, sempre più in difficoltà con il voto popolare come dimostra un documento sfuggito di mano e intitolato ‘Campaigning against UKIP’, che sul tema dell’immigrazione propone una linea semplice: evitarlo come la peste. Non parlarne con gli elettori, non farsi travolgere mai da discussioni di persona, spostare l’argomento sulla riforma del sistema sanitario.

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Anche se a parlare di immigrazione a Clacton ci si sentirebbe comunque un po’ ridicoli: la città, canuta più che bianca, ha appena il 4,3% di popolazione straniera, la metà della media nazionale, un decimo del centro di Londra. I primi, poi, sono i tedeschi, seguiti dai polacchi. Tensioni non ce ne sono, conferma Edita, che serve pierogi fatti in casa e altre specialità polacche in un negozietto lindo, unico avamposto ‘etnico’ del centro insieme al kebab di cui sopra, a pochi metri da Marks&Spencer e dalla carrellata di charity shops intitolati ad ogni malattia possibile che riempiono le belle strade ampie di Clacton. Matthew Parris ha scritto un pezzo feroce, odioso e forse vero sulla cittadina, dicendo che quella che si trova lì è “l’Inghilterra sulle stampelle”, l’Inghilerra tatuata e proletaria, nostalgica e spaventata a cui i Tories dovrebbero smettere di corteggiare, lasciando pure che UKIP si accaparri il mercato del pessimismo e ne diventi, per l’appunto, la stampella, sapendo che ad attendere il partito c’è un futuro in “lycra, non in tweed”, fatto di elettori presi solo a cercare di non morire.

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Mentre Farage sceglieva con cura le frasi dell’articolo di Parris da far stampare sui suoi manifesti elettorali, qualcuno all’Economist ha detto che nel Regno Unito ormai la partita si gioca tra “comunitaristi” e “cosmopoliti”, tra chi pensa al passato, si lamenta delle élites ed è eurofobo e chi invece, seguendo la vena mercantile dell’animo britannico, vuole ampi orizzonti e mare aperto. Clacton contro Cambridge, e pazienza se ci sono decenni di scelte politiche dietro questo divario, e pazienza se c’è l’UKIP a fare incetta di voti burini che nessuno vuole, confortando gli elettori nelle loro paure e nel loro desiderio di vivere nel passato, nella vecchia Inghilterra incontaminata dalla modernità e dall’immigrazione.

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‘Ukik’, ‘tu prendi a calci’, l’ha soprannominato un gruppo di liceali della Canterbury Academy che ha messo a punto un videogioco, piuttosto brillante, in cui un personaggio chiamato Nicholas Fromage calcia immigrati dalle bianche scogliere di Dover verso la Francia. Vince chi fa arrivare l’immigrato-proiettile più lontano dalla costa britannica, e questo ha messo a dura prova il robusto senso dell’umorismo di Farage, che l’ha definito “patetico”, mentre il partito ha ribadito che la loro politica sull’immigrazione è ispirata al sistema a punti australiano, pensato per far venire nel paese più cittadini del Commonwealth – realtà per la quale la nostalgia da queste parti non è mai troppa – e meno europei.

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“Noi siamo venuti qui perché odiamo Londra e i suoi commercianti stranieri’”, spiega Eileen, bella sessantenne bionda mentre scartavetra una delle tante case di bambola che vende insieme al marito in un negozietto poco distante dalla spiaggia. “Saremo circa 15 in tutto il paese a vendere casette”, prosegue, sistemando piccoli vasi di fiori perfettamente rifiniti sui romantici davanzali di una mansion edoardiana. “La gente viene qui perche può crearsi un piccolo mondo ideale, una casa di bambola ti permette di prenderti cura delle cose, noi ne abbiamo tre, e abbiamo solo figli maschi”, aggiunge un uomo tarchiato di mezza età dall’aspetto non inglesissimo, voce profonda, mani e collo coperti di tatuaggi da passato turbolento. “Londra non è più quella che era, io voglio stare tra gli inglesi, non ce l’ho con gli altri, mia figlia vive in Svezia e tu sei una straniera molto gentile, ma io voglio stare tra gli inglesi”, prosegue Eileen mentre serve i clienti. “Chi ha una casa di bambola non ha mai il problema di cosa regalare per Natale”, assicura l’uomo tatuato e vestito di nero mentre fa scorrere le sue falangi piene di croci e simboli oscuri su una piccolissima vasca da bagno di ghisa, prezzo 2 sterline e mezzo.

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Dell’Europa a loro importa poco, l’immigrazione peserebbe di certo, se solo ce ne fosse, ma quello che conta è l’entusiasmo per il casino che UKIP è riuscito a fare fino ad ora, per il fatto che in pochi mesi si è dimostrato in grado di mettere in difficoltà il vecchio sistema, di dare un senso di potere a chi si sente scavalcato dalla storia ed è a corto sia di compassione che di larghe vedute. YouGov sostiene che un britannico su quattro non riuscirebbe a rimanere amico con un elettore UKIP e c’è stato addirittura chi diceva che i prezzi delle case, nelle costituency viola, rischiavano di scendere per via dello stigma sociale. Davanti ad un English breakfast in cui racconta con un po’ di italiano dei suoi anni romani a Monti, Carswell spiega che UKIP sta facendo alla politica ciò che Aldi e Lidl hanno fatto al settore della grande distribuzione: “Dimostriamo alla gente che c’è un’alternativa dopo anni in cui gli avevano detto che esistevano solo Tesco e Waitrose”. E scandendo con un tono un po’ pomposo i grandi momenti della storia in cui la democrazia ha perso pezzi importanti, con particolare menzione del “furto” operato dal progetto europeo, Carswell ricorda quando nel 2001 ha corso la sua prima elezione contro Tony Blair, perdendo malamente ma facendo sua l’arte sottile delle campagne porta a porta.

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Lui, educazione privatissima e retroterra solidamente middle class, rimpiange che “la gente neanche si sforzi più di votare”, soprattutto dopo lo scandalo delle spese dei parlamentari e visto quanto la UE rende ormai impossibile decidere il proprio destino ai cittadini britannici. Che certo, leggono giornali che raccontano storie strabilianti e falsissime su Bruxelles, “ma tanto le élites ingannano le persone molto più dei tabloids”. Che poi la UE è il mondo sognato dalle élites, la negazione del fatto “che la saggezza è superiore presso il popolo”, il quale va ascoltato e assecondato, altro che Matthew Parris. “Perché qualcun altro dovrebbe decidere che cosa mio figlio deve studiare a scuola? Se la tecnologia mi permette di scegliere quasi tutto, perché non posso decidere anche su questo, o sull’illuminazione stradale o su mille altre cose?” L’elettorato UKIP non è senescente e nostalgico, ma moderno e internazionale, azzarda Carswell. “Guardando i tabulati telefonici si vede che la gente qui a Natale chiama in Australia, in America, mica in Europa”. E se da una parte continuano ad essere scoperchiati personaggi imbarazzanti – come dimostra il recente ordine di scuderia di non usare Twitter dopo che alcuni esponenti del partito avevano detto cose impresentabili, dall’invito agli africani a suicidarsi a storielle da bar su presunti asini sodomiti, per citarne solo alcune – e Carswell lo ammette, “UKIP si sta ripulendo” e stanno emergendo personalità di rango, anche femminili, oltre al fatto che il partito sta facendo un favore al paese. “Se non ci fossimo noi la rabbia della gente la porterebbe a votare per dei clowns come in Italia”, osserva, aggiungendo vezzoso, nel caso l’allusione non fosse stata colta: “Questo non dovrei dirlo”.

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Nella costituency molti ex carcerati vengono mandati da Londra per vivere di benefits, “creando qualche problema di accoltellamenti per strada”, spiega il quarantatrenne, secondo cui il sistema migliore per gestire la sicurezza sarebbe avere degli sceriffi eletti dal popolo. “E comunque UKIP non è un partito nativista xenofobo come si pensava, siamo eredi del partito liberale, di Gladstone”, precisa. E alle prossime elezioni come finirà? “Forse con una bella coalizione Labour-Tory, visto che condividono gli stessi valori”, spiega rianimando con una gran risata la sua battuta un po’ logora. “Faranno un accordo”, forse, e allora sarà davvero una partita tra “i vecchi partiti politici e noi”. Poco lontano da Clacton, sempre nella stessa costituency c’è Holland-on-sea, un paesino molto più benestante, dove qualcuno si avventura addirittura ad accollarsi ogni giorno l’ora e mezzo di pendolarismo con Londra. Il mare, per chi ha il coraggio di entrarci, è tra i più puliti del paese, così come nella proletaria Clacton con le sue stampelle, le sue farmacie e i suoi deambulatori.

Prima delle elezioni di ottobre Banksy aveva benedetto uno degli edifici del lungomare con un murales dei suoi, roba che a rivenderlo ci si lastricava d’oro la città. Aveva disegnato un gruppo di piccioni manifestanti, con dei cartelli con su scritto “I migranti non sono benvenuti”, “Tornate in Africa” e “Giù le mani dai nostri vermi”. Davanti a loro ad un uccellino migratore di un bel verde li guardava perplesso sullo stesso filo. E’ stato subito cancellato dopo qualche protesta. Il Council neanche se n’era reso conto che fosse di Banksy, salvo poi annunciare che sarebbe “lieto” se l’artista decidesse di tornare a Clacton per dipingere. Un’opera d’arte “appropriata”, però.

La capoeira di euroscettici e europeisti, o del come litigare senza sfiorarsi mai (pensieri del 2012 ancora un po’ attuali)

Questo intervento è un riassunto e una traduzione del mio lavoro per il Reuters Institute for the Study of Journalism, ‘Does the Watchdog Bark‘. E’ del 2012 e ho preferito non aggiornarlo, perché continuo a credere che l’euroscetticismo non si combatta con l’eurodogmatismo.

Il progetto europeo, per lungo tempo, è stato il bene. E’ stato il bene quando ha fornito un ideale per “esorcizzare la storia”, come diceva Jean Monnet, è stato il bene quando ha portato prosperità e sviluppo ai suoi Stati membri ed è stato il bene in molti paesi malgovernati – non ultima l’Italia berlusconiana – i cui cittadini vedevano in Bruxelles un’autorità seria, affidabile, animata da ideali alti e gestita con una dose ragionevole di trasparenza. Non ci ha messo però molto ad erodersi, questo capitale, e negli due anni e mezzo la situazione è radicalmente cambiata. Le prime a voltare le spalle all’Europa sono state le ultime generazioni, quelle più poliglotte, viaggiatrici e meno nazionaliste. Poi è andato via l’uomo comune, lo stesso che per anni aveva accettato l’idea che l’Europa fosse il bene proprio perché il governo nazionale era il male, ma che con la crisi ha progressivamente identificato l’Europa solo con i rumori metallici delle austere forbici di Bruxelles. Infine qualche frangia delle elites, sia di destra che di sinistra, ha iniziato a vacillare in tutta Europa, magari ispirata dai discorsi abrasivi provenienti dal Regno Unito. Col risultato che questa crisi ha rinverdito uno dei dibattiti più sterili degli ultimi decenni, ossia quello tra europeismo e anti-europeismo, in cui i due termini sono, per i motivi che andremo a vedere, congelati e immobili. A scapito dell’euroriformismo responsabile e propositivo che servirebbe a tutti1.

Facciamo un passo indietro. In tempi di indignazione generalizzata verso la classe politica, quella europea rischia di essere ancora più penalizzata di quella nazionale, perché la sua reputazione è peggiorata dall’oggi all’indomani. La crisi greca ha dato ai cittadini la sensazione di un’Europa alla quale non è possibile obiettare nulla, un’Europa che va avanti senza fare ammenda degli errori commessi. Soprattutto quando un errore c’è stato, e grande: non verrà mai ricordato abbastanza quanto il tema della manipolazione dei dati sui conti pubblici greci fosse all’ordine del giorno già nel 2004, quando il Financial Times e tutta la stampa internazionale si chiedevano se la Grecia sarebbe uscita dall’euro e Eurostat decideva di non certificare i dati statistici provenienti da Atene, ritenendoli inaffidabili. Cosa è successo in quei cinque anni tra il 2004 e l’ottobre del 2009, quando il Pasok di George Papandreou vinse le elezioni e, poco dopo, fu costretto ad ammettere che lo stato dei conti pubblici greci era non solo desolante, ma potenzialmente esplosivo? Com’è stato possibile convivere con questo ‘elephant in the room’, l’elefante nella stanza, senza fare niente? Mario Monti, prima di diventare presidente del Consiglio, ha dato una spiegazione semplice, disarmante e forse vera al fenomeno, scrivendo un articolo dal titolo “L’Europa, troppo deferente e troppo educata” in cui illustrava come, durante le riunioni a Bruxelles, prevalesse spesso la tendenza a non alzare la voce con gli altri governi. Con le conseguenze che sappiamo.

Quale che sia l’origine di questa svista da parte delle istituzioni, è stato un male ignorarla, perché è venuto a mancare un passaggio fondamentale per creare un clima di fiducia a tra le autorità europee e i cittadini: un’assunzione di responsabilità. La mancata sorveglianza su un paese di 11 milioni di abitanti finito sul lastrico per colpa di una classe politica che una volta al mese va a Bruxelles a confrontarsi con i colleghi europei ha portato solo il loquace presidente lussemburghese dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker ad ammettere che Bruxelles poteva fare di più, senza però suscitare il dibattito che ci si sarebbe potuti aspettare. Questo silenzio ha proiettato Bruxelles nel mondo delle grandi istituzioni sovranazionali lontane da tutto, impermeabili alle critiche e, in molti casi, destinate all’estinzione. Con la sola differenza che, rispetto ad altri, l’Unione europea è andata chiedendo tagli e sacrifici agli europei, trasformandosi in un’Europa-matrigna che rischia di essere invisa agli elettori ancora più della ‘casta’ dei rispettivi stati membri.

Per questo l’atteggiamento dei media, che non sempre hanno messo le istituzioni con le spalle al muro, è stato fondamentale: non ha consentito di dare dell’Europa un’immagine familiare e viva, facendone un minerale burocratico e severo che pontifica in materia economica senza ammettere i propri errori. Ripercorrendo i primi mesi della crisi del debito così come sono stati raccontati dalla stampa europea, balzano agli occhi due tendenze. La prima è quella a dare tutta la colpa alla Grecia (e agli altri paesi indisciplinati) come se ogni stato membro dell’Unione europea, e della zona euro a maggior ragione, non fosse sottoposto da sempre ad una valutazione approfondita sui conti pubblici e lo stato dell’economia ogni tre mesi circa da parte della Commissione UE. La seconda è stata quella di fare della storia di Atene un’emergenza finanziaria, in cui la legittimità delle misure adottate non poteva essere messa in dubbio se queste erano poi efficaci nel sedare i mercati. Del dramma sociale, politico e culturale di cui non si vede ancora la fine inizialmente si sono accorti in pochi, per non parlare dei danni alla costruzione della Ue, che si sarà pure rafforzata, ma in modo accidentale e in sordina, sotto la dettatura del ricatto dei mercati, senza sostegno popolare. Che alla fine di questo processo possa esserci un’Europa migliore, più forte e più consapevole non è escluso, ma sicuramente questo progresso è avvenuto a colpi di governi caduti, di imposizioni esterne, di voti negati.

Da anni Juergen Habermas punta l’indice sull’urgenza di creare una ‘sfera pubblica’ europea che serva alla “legittimazione democratica dell’azione dello Stato, scegliendo gli oggetti politicamente rilevanti sui quali decidere, elaborarli su un piano problematico e, attraverso opinioni più o meno informate e fondate, legarle ad opinioni pubbliche in competizione tra di loro”. Nel corso della crisi, questi oggetti rilevanti al centro della discussione sono esistiti, ovviamente, ma sono stati e sono talmente tecnici da poter difficilmente coinvolgere i cittadini, che hanno imparato cos’è lo spread, ma non hanno sempre capito a cosa serva l’Europa, che si è trasformata da casa di vetro a marsina stretta degli elettori, non più disposti a sentirsi dare pagelle da Bruxelles senza nulla in cambio. Ondate di anti-europeismo c’erano già state, con i referendum del 2005 in Olanda e Francia, ma quei ‘no’ avevano ancora un sapore costruttivo, c’era un dibattito sulla UE, la gente leggeva il progetto di costituzione e lo discuteva, diceva la sua. Oggi non è così: l’Europa piace o non piace, senza vie di mezzo. E alcuni politici stanno già cavalcando i sentimenti negativi. Come ribadisce Hans Magnus Enzensberger in ‘Brussels, the gentle monster’, ossia ‘Il mostro gentile’, “è una dolorosa ma inoppugnabile evidenza che non esiste una sfera pubblica europea di dibattito degna di questo nome” e che il battage comunicativo europeo è tanto più insistente e massiccio quanto “la legittimità è fragile”. Senza uno sforzo per dialogare seriamente con l’opinione pubblica, il progetto europeo non sarà mai veramente legittimo, e democrazia e tecnocrazia continueranno a scontrarsi fragorosamente tra di loro in modo regolare e inesorabile.

Il paradosso è che invece esiste, ed è fortissima, una ‘sfera pubblica anti-europea’. Un continentale che si trovasse a leggere per la prima volta un libro fondamentalmente euroscettico, come ad esempio Democrazia in Europa dell’americano Larry Siedentop, avrebbe davanti a sé due reazioni possibili: potrebbe arrabbiarsi davanti alle critiche alle fragili fondamenta costituzionali dell’Unione, certo, ma potrebbe anche trovare la sua nuova lettura molto liberatoria. In prospettiva, questo può spiegare le reazioni estatiche registrate sempre più spesso delle abituali serie di insulti che l’eurodeputato nazionalista britannico Nigel Farage riserva alle istituzioni europee dal suo scranno di Strasburgo. Un bel giorno qualuno in Italia iniziò a far circolare alcune immagini su YouTube in cui lo sfrontato Farage definiva il presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy uno “straccio bagnato”, chiedendogli “Ma lei chi è?” e in molti, sui social networks, lo condivisero e agggiusero il loro ‘like’. Inutile spiegare che è consuetudine per Farage fare discorsi xenofobi e offensivi: il suo parlar chiaro sull’Europa aveva conquistato molte persone, facendone una sorta di euro-Grillo. E se un po’ di parrhesia di bassa lega ha generato tanto entusiasmo, forse bisogna capire come si sia arrivati a percepire un dogma così pesante su qualcosa che, come l’Europa, doveva evocare solo stabilità, progresso, opportunità. Le ragioni, si scopre, sono diversissime da paese a paese e si sono andate rafforzando con un bel po’ di complicità da parte, ancora una volta, dei media.

Prendiamo l’esempio dell’Italia, paese dalla fortissima tradizione europeista che ha sempre voluto l’Europa proprio perché era diversa da sé, al contrario della Francia che l’ha sempre immaginata più come una propria estensione. In generale nessun politico, prima di Bossi, si era mai avventurato a parlarne male, proprio perché l’Europa ha sempre rimandato dell’Italia l’immagine migliore di sé, tanto che raramente la stampa ha cercato o sentito il bisogno di argomentare o difendere Bruxelles. Frequente, quasi infinita, è stata la serie di editoriali e commenti in cui negli ultimi anni è stata chiesta ‘più Europa’, spesso adducendo ragioni espresse in modo oscuro e contorto. Da sempre l’Europa ha ricevuto come critica principale quella di essere un progetto elitista e stupisce come non sia stato mai fatto un tentativo, se non da qualche coraggioso singolo, di creare un supporto popolare, che c’era solo quando si creavano imbarazzanti teatrini tra Bruxelles e il governo Berlusconi. La vistosa sintonia tra Mario Monti e l’UE è rassicurante in tempi di emergenza, ma ha anche contribuito ad accrescere la diffidenza verso l’attuale presidente del Consiglio, associato ad un’idea di austerità insensibile ai problemi reali di un paese. In mancanza di una spiegazione sul perché, sul modo e in nome di cosa questa Europa si dovrà espandere, rafforzare, è talvolta difficile non dare almeno un po’ di ragione a qualche brutto giornale britannico quando scrive che l’Europa è fatta per le élites e rifugge come la peste dal voto popolare.

Se gli ottimisti eurofili hanno visto la crisi come l’opportunità per accelerare l’integrazione europea, hanno però dovuto fare i conti con una realtà cambiata: la Commissione europea, vero governo europeo secondo i puristi, è progressivamente scomparsa dai radar per fare spazio, sulla stampa e nelle chiacchiere da bar, all’asse germano-francese, che ha tenuto banco fino a quando ad accompagnare le decisioni della tedesca Angela Merkel è stato l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy (che ha infatti pagato con la mancata rielezione anche l’eccessivo coordinamento con Berlino) e prima dell’arrivo di Monti in Italia. Comunque un’Europa integovernativa dominata dai paesi più grandi e con poco o nessuno spazio per quelli piccoli ha finito col sollevare gravi problemi di convivenza. Nel giro di pochi mesi il confronto tra Stati membri si è inasprito e ha fatto venire fuori antichi rancori storici, razzismo, toni da stadio, proposte inconcepibili per il rispetto della sovranità nazionale. Gli europei hanno preso a darsi colpe a vicenda, senza guardare al funzionamento di quello che hanno veramente in comune: Bruxelles.

Un’emergenza che dura da tre anni non può più essere definita tale, e se vuole crescere in termini di forza e di prestigio, l’Unione europea ha bisogno di entrare in una fase più matura e di accettare di correre dei rischi per contrastare questa folata di disamore che ha portato in ogni paese i movimenti anti-euro a spuntare come funghi e ad essere presi molto sul serio dai cittadini. E per farlo ha bisogno di un sistema di media che agiscano più che mai da ‘cane da guardia’ e che non abbiano paura di avanzare critiche anche forti e di proporre riforme vere. Nella formazione di una ‘sfera pubblica europea’ Bruxelles deve cercare di essere più trasparente e a rispondere alle critiche in maniera eloquente, e la stampa deve più che mai sforzarsi di spiegare in termini comprensibili delle decisioni molto complesse, frutto di compromessi che, per definizione, non sono sentiti come propri da nessun paese. E soprattutto occorre che il dibatitto tra euroscettici ed europeisti diventi un confronto vero, e non una sorta di capoeira in cui si combatte a colpi di grandi proclami senza mai neppure sfiorarsi.

Fronda su fronda – Cameron e il matrimonio gay, prova di forza per un leader sotto scacco (da ‘Il Messaggero’ del 4 febbraio)

Archiviata, almeno per ora, la questione dell’euroscetticismo, c’è un nuovo tema che sta spaccando i conservatori britannici: le nozze omosessuali, su cui è previsto un voto martedì e su cui il primo ministro David Cameron sta subendo crescenti pressioni nel suo partito. Nel Regno Unito sono già previste le unioni civili e il voto di martedì servirà ad equipararle ai matrimoni, ma 22 presidenti o ex presidenti dei gruppi Tories locali hanno scritto al premier chiedendogli, in una lettera dai toni accesi, di rinviare almeno la questione a dopo le elezioni del 2015. “Siamo fortemente convinti che la decisione di portare il progetto di legge in parlamento sia stata presa senza un dibattito adeguato e senza consultare i membri del Partito o l’insieme dei cittadini”, si legge nel testo. Uno dei firmatari, Geoffrey Vero, ha detto in tv: “Penso che un certo numero di sostenitori ed elettori conservatori saranno contrariati e questo potrebbe seriamente compromettere le possibilità di David di essere rieletto nel 2015”.

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La stampa britannica parla di quattro ministri e di più della metà dei deputati conservatori pronti a votare contro il progetto di legge, che può comunque contare sul sostegno del Labour, degli altri Tories e dei Libdem e non rischia quindi di non passare. Quello che invece appare sempre più a rischio è la leadership di Cameron, che a meno di due settimane dal discorso sull’Europa in cui ha promesso un referendum nel 2017, si trova nuovamente sotto il fuoco delle critiche da parte della frangia più tradizionalista del suo partito. “Sono un fiero sostenitore del matrimonio e non voglio che gli omosessuali siano esclusi da una grande istituzione”, ha spiegato il primo ministro un paio di mesi fa, esprimendo un punto di vista che comunque esiste tra molti Tories. Il ministro degli Esteri William Hague, ad esempio, ha dichiarato di essere diventato un sostenitore del matrimonio gay “negli ultimi due anni”.

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Se, come si pensa, verrà approvata, la proposta di legge passerà alla Camera dei Lords a maggio, tornerà ai Comuni per una seconda votazione ed entrerà in vigore nel 2014. Consentirà a chi ha già un’unione civile di convertire il legame in un matrimonio e di avere gli stessi benefici fiscali delle coppie sposate. Nessuna chiesa o confessione sarà però costretta a celebrare matrimoni gay. E se da una parte è vero che molti cittadini stanno protestando, esattamente come avvenuto anche in Francia qualche settimana fa, secondo un sondaggio di YouGov il 55% dei britannici è a favore del matrimonio omosessuale. Tutt’è vedere se Cameron cederà alle pressioni oppure, come il suo collega francese François Hollande, andrà dritto per la sua strada.

La rassegna stampa quotidiana – Day 1

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Si stanno scervellando, a Downing street, alla ricerca del messaggio giusto: l’obiettivo e’ quello di dissuadere romeni e bulgari dal venire nel Regno Unito una volta che potranno farlo liberamente, facendo loro capire che al di la’ della Manica le strade non sono lastricate d’oro. “Presenteremo le nostre proposte quando sarà il momento”, hanno fatto sapere da Number 10 ma, secondo la stampa, al centro della strategia ci dovrebbe essere l’insistenza sulla pioggia e i lavori malpagati, anche se stanno valutando anche altre piste (il Marmite? La moquette in bagno? Le docce gelo-ustione di cui parla Eddie Izzard?). Ma non devono partire da zero: pare vogliano ispirarsi alla campagna pubblicitaria di Eurostar del 2007, quella con lo skinhead che faceva pipi’ nella tazza da te’. Il Telegraph dedica tutta una pagina ad informarci che la nonna del principe Carlo, la Regina Madre, tento’ di dissuadere sua figlia Elisabetta II dal mandare l’erede al trono in una scuola scozzese lontano dal mondo, cercando di proteggerlo dall’infelicita’ che ne sarebbe derivata. Lo stesso giornale ci racconta invece di un nuovo strumento che sta rallegrando la vita dei vicari: il karaoke, fondamentale per quelle parrocchie che non hanno un coro, ne’ i mezzi per permettersi un organo.