Nove figli e non sentirli. La versione di Helena, ceo stellare della City e madrina del casino organizzato (da Il Foglio del 14 febbraio 2018)

LONDRA – Con la vita di Helena Morrissey se ne potrebbero fare una dozzina, di esistenze normali: lei ha cinquantadue anni, una carriera stellare nella City di Londra, nove figli, un nipote, e un indispensabile marito, Richard, che ha mollato tutto per crescere la prole, stare accanto alla moglie e, una volta finiti gli anni più ruggenti per il famiglione, diventare monaco buddhista. (continua qui)

L’Amanda Knox della politica e il femminismo bipolare

Farsi carico di una fatica erculea come la riforma della Pubblica amministrazione con un bel pancione di molti mesi è forse, anzi sicuramente, una mossa azzardata. Così come sapere la suddetta riforma affidata ad una persona relativamente giovane può risultare meno rassicurante che vederla atterrare nel consueto safe pair of hands italico, senescente e opaco. Credo poi davvero che chi scelse Marianna Madia nel 2008 pensando di fare cosa gradita agli elettori più giovani sottovalutò come l’estrazione sociale privilegiata, il perdurante sospetto di essere raccomandata e una certa legnosità comunicativa la rendessero e la renderanno sempre vulnerabile ad attacchi feroci. Si poteva puntare su qualcuno di più bellicoso e efficace per sdoganare la questione giovanile in Italia, non c’è dubbio.

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Saranno pure cose vere, ma 6 anni dopo è possibile che della Madia si continui a dire solo che è una viziata raccomandata ecc ecc? Qualcuno si è speso a cercare di capire come abbia lavorato oppure si sta applicando a lei quella che è l’unica strategia messa a punto dai giornali italiani per contrastare il calo di vendite, una sorta di ‘Cherchez la femme’ in cui in ogni situazione si individua la figura femminile più avvenente (e quindi per definizione più attaccabile) e le si dà addosso fino a quando non ne passa una più interessante? Le altre donne del governo, come dice una mia amica saggia, le dovrebbero accendere un cero per tutte le critiche che sta attirando su di sé, facendo da parafulmine. Ma non dovrebbe proprio essere così.

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Per descrivere quello che si è scritto in questi giorni su di lei c’e’ solo una parola: misoginia. Non entro troppo nel merito della questione della maternità, situazione ingestibile a detta di molte (ma Marissa Meyer, Carme Chacon e Rachida Dati l’hanno fatto e a me viene da pensare solo che se una donna ha voglia di tornare a lavorare due giorni dopo il parto e il fisico le regge, sono grandissimi affari suoi) ma ritengo che rimanga comunque solo una scelta personale. Tra l’altro lei è al secondo figlio, quindi si sarà fatta un’idea di quello che l’aspetta, o no? Che abbia magari un compagno presentissimo non è passato per la testa a nessuno? Tra l’altro la sua scelta non mette in discussione il congedo di maternità, a cui comunque hanno diritto solo le lavoratrici più tutelate. Il problema politico principale di oggi, a mio avviso, riguarda piuttosto le altre, tutte coloro che fino a pochissimo tempo fa hanno dovuto firmare dimissioni in bianco, oppure le trentenni a cui viene surretiziamente chiesto se sono sposate e vogliono figli durante i colloqui di lavoro e che per questo magari vengono rifiutate o si scoraggiano, portando l’occupazione femminile ai livelli anemici che sappiamo.

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Dagli anni di Berlusconi in poi in Italia anche il femminismo è diventato bipolare, come tutto il resto: è soprendentemente ammissibile dirsi dalla parte delle donne pur ritenendo buona parte delle proprie consorelle fondamentalmente dedite al meretricio. Ma il femminismo, se ha ancora un senso, non può essere l’ultimo baluardo della distinzione ‘amor sacro amor profano’ e tutto deve fare tranne che definire la donna che merita la sua agguerrita difesa. Deve combattere per arrivare ad avere parità di condizioni sul lavoro e rispetto nella società. Negli ultimi anni si è parlato molto, e giustamente, di violenza sulle donne, ma la questione culturale non verrà mai affrontata seriamente fino a quando si continuerà a dare addosso ad una serie di malcapitate, magari nascondendosi ogni volta dietro il fatto che si tratta di eccezioni negative: quella perché è stata l’amante di quello, quella perché è scema, quella perché è raccomandata, quella perché non è bella, quella perché è troppo bella. Il ‘femminicida’ magari vuol bene alla mamma e alla sorella, ma non all’oggetto della sua aggressione, che ai suoi occhi è un’eccezione. L’anno scorso sono state uccise circa 130 eccezioni.

Ora si accetta che una donna incinta venga attaccata dalla stampa in una maniera feroce che poco ha a che fare con i risultati concreti del suo lavoro ma più su una serie di deduzioni sul modo in cui una bionda borghese di bell’aspetto relativamente giovane e politicamente scaltra (se fosse solo raccomandata ma non scaltra non sarebbe dove sta, temo) possa lavorare. Mi viene quasi il dubbio che un articolo lungo e argomentato sul perché non possa occuparsi di Pubblica amministrazione sarebbe considerato inopportuno e misogino, quello sì. Meglio colpire a vanvera. Vorrei solo che fosse chiaro che quando poi Brunetta o qualche sconosciuto inetto stagionato le dà della ‘ragazzina’ seguendo l’onda, in realtà sta insultando tutte le trentenni, mica solo lei, e tutte dovrebbero arrabbiarsi.

La prossima volta che si in rete si condividono con toni ammirati foto di trenta-quarantenni a capo di ministeri di peso in Svezia, Danimarca e Germania, sarebbe bene pensarci due volte prima di mettere un bel ‘like’. Non è detto, ma potrebbe essere un po’ ipocrita.

La trentunenne Kate e le allegre primipare attempate di Windsor

Non c’è che dire, il Regno Unito sta messo meglio dell’Italia in quanto a pari opportunità. L’occupazione femminile è più alta, ci sono più donne in ruoli di responsabilità e se un politico prova a dire cose tipo ‘calmina’ o ‘Concitina’ in televisione può stare abbastanza sicuro che la sua carriera finisce lí o quasi. Non è tutto perfetto, certo: uno studio della società di consulenza Hay Group ha concluso che nelle grandi aziende britanniche le donne dirigenti sono pagate il 9% in meno rispetto ai loro colleghi maschi, con un inquietante aumento del divario rispetto al 7% dell’anno scorso. Grave, certo, ma fa quasi tenerezza rispetto al ‘pay gap’ del 22% che esiste in Italia, all’ultimo posto tra i 12 paesi analizzati. C’è però un tema ricorrente, meno vistoso dei topless sulla ‘Page 3’ del Sun, che mi lascia sempre quel retrogusto un po’ spiacevole di controllo sociale, ma che per i britannici e le britanniche è assolutamente normale: la quantità di pressione che i media esercitano affinché le donne abbiano bambini presto. Il fatto che Kate Middleton sia incinta per la prima volta a 31 anni è l’unico aspetto vagamente anticonformista di lei, per dire.

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Oggi il Daily Mail apre sull’argomento – ‘La metà dei bambini nasce da madri ultratrentenni’ – e ne scrive, con tono da ‘Discovery Channel’, anche il Times: ‘Sono più grandi, più sagge e non sono tutte sposate: ecco le baby boomers trentenni’. Sulla base di una ricerca pubblicata ieri, i due quotidiani spiegano che ormai la metà dei bambini nasce da madri trentenni e quarantenni, poiché “il desiderio di una buona istruzione e di una carriera avviata viene prima della famiglia”. Anche i padri sono più vecchi che in passato, e pure la prima casa, che un tempo si acquistava a 28 anni, ora non arriva prima dei 35 in media. La metà dei bimbi, poi, nasce da genitori non sposati. La prima ragione indicata dallo studio per questo rinvio della maternità è il fatto che le donne continuano a studiare fino a tardi e che poi pensano alla carriera, a differenza di quanto avveniva nel 1974, quando di solito a 18 anni si mollavano gli studi, si lavorava per qualche anno e poi ci si metteva a fare figli.

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Il Times scrive un articolo piuttosto innocuo, corredandolo però con una scelta a mio avviso sorprendente di foto di coloro che rappresentano ‘il nuovo volto della maternita’’: Sienna Miller, madre a 30 anni, Cherie Blair, madre del suo quarto figlio a 45 anni, la sopracitata Kate, che avrà 31 anni quando nascerà suo figlio, Fearne Cotton, una DJ incinta di 31 anni e Peaches Geldof, la figlia di Bob, che a 23 anni sta aspettando il suo secondo. Come a dire che 31 anni già si è molto stravaganti e moderne, a meno che non si abbiano già tre figli come Cherie. Il Mail invece non ha praticamente neanche bisogno di scrivere l’articolo per infondere un senso di indignazione nei suoi lettori: basta il titolo a tutta pagina. Si limita ad intervista una donna che racconta l’esperienza estrema di aver avuto un figlio a 30 anni e le fa spiegare quali sono state le sue ragioni per aspettare così tanto, dopodichè butta lí sedicenti ricerche che dimostrano che i bambini cresciuti da genitori sposati sono più sani, più felici e pure più bravi a scuola. Poi tale Patricia Morgan, autore di opere contro la convivenza e a favore del matrimonio, precisa che il declino della maternità è tra le ventenni (sposate) è porterà ad un “disastro demografico”.

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E vabbene, sono giornali conservatori, spesso più che conservatori, tanto che né l’edizione cartacea del Guardian né quella dell’Independent ne parlano (oggi, ma l’hanno fatto in passato). Nel suo blog sul Telegraph, Cristina Odone – commentatrice che ammette serena di essere diventata madre a 43 anni – spiega che l’aumento dell’età media delle primipare è una ‘notizia benvenuta’, e fa il confronto tra la disarmata Diana, madre giovanissima e bisognosa lei stessa di guida e cure, e la più solida Kate, che ha avuto il tempo di conoscere il mondo e il contesto in cui crescerà suo figlio. Benvenuto è soprattutto il fatto che qualche giornalista illuminata cerchi di rendere il quadro più rasserenante per tante donne, come quella “poco più che trentenne” che ha scritto al Guardian una settimana fa per dire che non vuole figli ma che sente di dover prendere una decisione presto, sennò rischia di non averli mai. Mariella Frostrup, che grazie al cielo è saggia, le risponde: “Niente panico. Nonostante l’eccesso di editoriali che dicono il contrario, hai un sacco di tempo”.

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Ce lo vedete un giornale femminile italiano che titola ‘Madre dopo i 35 anni, è ancora possibile?’ con tanto di foto di donna preoccupata che si morde le labbra come se stesse facendo un salto nel buio? La nostra sensibilità sull’argomento è molto diversa, mentre nel Regno Unito, come conferma Mariella, questo tipo di articoli è frequentissimo, e quasi mai sono rassicuranti. C’è sicuramente una parte di verità e di onestà nell’esortazione a riprodursi prima che la cosa si faccia problematica e difficile, ma io ci vedo anche tanta volontà di irregimentare il ruolo delle donne nella società, oltre a tanta pressione a fare in maniera ordinata una scelta che per me dovrebbe restare molto personale e tutt’al più essere incoraggiata da politiche adeguate (cosa che qui avviene già abbastanza, anche se il costo della vita a Londra rappresenta comunque un fattore da considerare). Ma oltre un certo limite non si può andare. Sbaglierò, c’è una parte di me che trova i topless di Page 3 un messaggio tutto sommato meno subdolo.

Julie Burchill contro tutti, o del perche’ Almodovar deve girare subito un film a Londra

Mi sono sentita un po’ come quando Germaine Greer disse che la premier australiana Julia Gillard aveva “un grosso culo”. Cosa succede quando una femminista storica si esprime come un Berlusconi qualunque davanti ad una donna di potere? E’ liberta’ di espressione o sessismo puro? Cosa le ha detto la testa, a Germaine? In quel caso ho pensato che se il femminismo aveva fatto il suo lavoro, la Gillard avrebbe dovuto scacciare via i commenti della Greer come una briciola sul bavero. Il caso di questi giorni e’ leggermente diverso, ma anche qui vanno in scena una donna il cui progressismo politico e’ stato fino ad ora un dato di fatto, un commento assai rude nei confronti di un bersaglio vulnerabile, e una polemica che vede affrontarsi una vecchio e un nuovo modo di concepire l’apertura mentale.

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I fatti sono questi: Julie Burchill, storica firma del Guardian, commentatrice arguta e capofila di un genere che continua con Caitlin Moran e la piu’ buonista Lucy Mangan, ha usato parole molto pesanti per definire i travestiti che hanno crocifisso su Twitter la sua amica Suzanne Moore, altra matura firma di punta del Regno Unito, la quale aveva scritto sul New Statesman, in un classico articolo da femminista vecchia scuola che se la prende con la societa’ e con i maschi, una cosa che a me sempliciotta, onestamente, suona come un complimento. “Siamo arrabbiate con noi stesse per non essere piu’ felici, per non essere amate bene e per non avere la forma fisica ideale, quella di un transessuale brasiliano”, dice Moore. I transessuali pero’ se la sono presa, molto, moltissimo, tanto che, sommersa dalle critiche, Moore ha scelto di lasciare Twitter.

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Anche su questo la vivace Germaine era arrivata prima, definendo le donne trans delle “agghiaccianti parodie” di donna addirittura sul Guardian, e pure li’ era venuto giu’ il cielo. La frittata pero’ qui l’ha fatta piu’ grossa Burchill in un pezzo grondante risentimento ma anche, va detto, autentica sorellanza nei confronti della sua amica Moore, vittima a suo avviso degli attacchi di un gruppo di “dicks in chicks’s clothing”, letteralmente “cazzi in abiti da squinzia”, “screaming mimis”, ossia “checche urlanti”, e “bed wetters in bad whigs”, “piscialletto con brutte parrucche” (traduzioni mie, orrende ma fedeli, avesse voluto offendere in italiano avrebbe scelto altre parole). L’articolo, pubblicato da The Observer, testata domenicale sorella del Guardian, era intitolato “I transessuali dovrebbero tagliar corto” (il doppiosenso resiste alla traduzione) ed e’ stato tolto oggi pomeriggio, in seguito alle polemiche e alle numerose richieste di non far scrivere piu’ Burchill, ma non solo. Anche John Mulholland, il direttore della testata, nonostante le scuse pubbliche, dovrebbe dimettersi secondo molti, tra cui il membro del governo Lynne Featherstone, per aver pubblicato quel “vomito bigotto” (alla faccia dei toni misurati).

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Sul fronte dei transessuali, gli argomenti sono questi: con tutti i crimini di cui sono vittime, non c’e’ bisogno che anche sui giornali di sinistra ci si metta a discriminarli, a darne un’immagine caricaturale. Tra le poche misurate nelle parole c’e’ una trans, Paris Lees, che in una lettera aperta a Suzanne Moore le rivolge parole di stima e amicizia piu’ affettuose e toccanti di quelle della stessa Burchill: “Non voglio essere arrabbiata. Solo che non voglio che tu sia solo un’altra persona che fa commenti sui trans. Voglio solo che tu sia Suzanne Moore, la mia eroina. Sei cosi’ tanto migliore dell’articolo che Julie Burchill ha scritto in tua difesa. Ma voglio che la gente la smetta di prendere in giro le persone come me, e voglio che oggi sia il giorno in cui succedera’”.

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Paris si e’ comportata “da gran signora”, come direbbe mia madre. Ci sono invece due cose che mi preoccupano in questa storia: la prima riguarda una societa’ come quella britannica in cui la tolleranza esiste in misura ben maggiore che da noi, ma e’ un concetto molto spesso meramente formale che si gioca tutto sul non dirsi le cose sbagliate, invece che sul cercare di superare le differenze. Non discriminare una categoria non significa conoscerla, o capirla, o andare verso una vera integrazione, visto che Londra e’ una citta’ talmente grande da permettere poche sovrapposizioni. Non discriminare significa stare alla larga, e questo non mi piace. La seconda e’ che le femministe come Burchill e Moore mi sembrano ormai vecchie guerriere stanche, incapaci di guardarsi intorno e applicare strumenti nuovi a realta’ nuove. Non riesco a non amarle ancora un po’, perche’ comunque le ho sempre lette con piacere ed e’ un bene che ci siano state. Pero’ ormai ogni volta che tornano alla ribalta tremo, perche’ so che quasi sempre restero’ delusa, delusissima. Soprattutto da un fatto: davanti a quello che non si capisce si puo’ anche accettare di essere meno intelligenti, per una volta, e un po’ piu’ umane.