Beau Sauvage o Bon Sauvage? Alla ricerca di bellezza e purezza tra le popolazioni tribali (da Il Messaggero del 4 ottobre)

Fotografare le popolazioni tribali per quello che sono: bellissime. Cercando di catturare con l’obiettivo la loro purezza morale, la loro eleganza guerriera e la loro autenticità, messe a repentaglio dall’avanzare del progresso. E’ questa l’inspirazione che ha dato vita al progetto ‘Before They Pass Away’, letteralmente ‘prima che vengano a mancare’, portato avanti dal fotografo britannico Jimmy Nelson, il quale dopo aver visitato 35 tribù di tutto il mondo è giunto alla conclusione che la purezza dell’umanità esiste e si trova sulle montagne, nei ghiacciai, nella giungla, lungo i fiumi e nelle valli. Fotografando queste persone nello stile patinato che di solito viene riservato alle modelle e agli attori, con i suoi ritratti epici Nelson ha tentato di mettere il suo soggetto su un piedistallo e di prendere le distanze dall’approccio paternalistico che ha caratterizzato fino ad ora i progetti fotografici sulle popolazioni tribali. “Il mio sogno è sempre stato di preservare le tribù del mondo attraverso la fotografia”, spiega il fotografo, aggiungendo che non si può evitare che il cambiamento avvenga, ma si può “creare un documento visivo che ricordi a noi e alle generazioni dopo di noi la bellezza e la purezza della vita onesta”.

© Before They Pass Away by Jimmy Nelson, Maasai, Tanzania, published by teNeues, www.teneues.com. Photo © Jimmy Nelson Pictures BV, www.beforethey.com, www.facebook.com/jimmy.nelson.btpa
© Before They Pass Away by Jimmy Nelson, Maasai, Tanzania, published by teNeues, http://www.teneues.com. Photo © Jimmy Nelson Pictures BV, http://www.beforethey.com, http://www.facebook.com/jimmy.nelson.btpa

Un punto di vista che però ha fatto infuriare le associazioni che si occupano della protezione delle popolazioni tribali. Secondo Survival International la scomparsa di queste tribù viene presentata dal libro come un fatto ineluttabile e non, come a loro avviso è, il risultato voluto di politiche aggressive da parte dei governi e delle grandi aziende. Inoltre sono state ravvisate alcune inesattezze nel modo in cui i soggetti sono stati rappresentati: ad esempio alcune ragazze dell’Ecuador sono state fotografate con addosso solo una foglia di fico, mentre di solito le donne della loro tribù, le Waorani, indossano degli abiti e, nelle generazioni precedenti, si nascondevano le pudenda con del filo. Qualcuno ha poi protestato per aver trovato la propria tribù d’origine erroneamente descritta come “i più temibili cacciatori di teste di Papua”, mentre i Maori se la sono presa per essersi visti bollare come “in via di sparizione”.

© Sophie Pinchetti/Survival
© Sophie Pinchetti/Survival

Un indiano amazzonico, Nixiwaka Yawanawá, è andato personalmente a protestare davanti alla galleria londinese Atlas, dove le foto saranno esposte fino al 16 novembre, dicendo “in quanto persona tribale” si sente “offeso” dal lavoro del fotografo, definito “oltraggioso”. Yawanawà ha dichiarato che gli autori del libro, che costa 128 euro nell’edizione normale e 6.500 in quella da collezione, “stanno facendo soldi dicendo che i popoli tribali stanno ‘venendo a mancare’”. Accuse pesanti, alle quali Nelson ha risposto ribadendo l’entusiasmo con cui il progetto è stato accolto in ogni angolo del pianeta e come questa energia stia “creando un enorme slancio per la condivisione futura di conoscenza e idee”. L’ostracismo di Survival International è incomprensibile secondo il fotografo, visto che le 402 foto hanno come “principale obiettivo quello di mantenere la tradizione tribale in vita affinché noi possiamo imparare da essa”.

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Ripercorrendo il progetto, nato nel 2009, Nelson osserva che “solo quando uno viene spogliato dalla ricchezza, dalla classe sociale, dal colore e dalle disparità culturali, la vera comunicazione umanistica può iniziare a scorrere”. Inizialmente, racconta, le popolazioni erano riluttanti a farsi fotografare e per questo, insieme alla sua squadra, ha sempre passato giornate intere sul luogo prima di iniziare a scattare, dormendo con le tribù e sfidando condizioni estreme come quelle trovate in Mongolia, dove le sue dita stavano per congelarsi a -20 gradi. “Le tribù sono tutte molto simili nel modo in cui vivono in equilibrio con l’ambiente”, spiega Nelson, aggiungendo che “hanno raggiunto quella perfetta armonia con la natura a cui tutti in Occidente aspiriamo”. Un aspetto, questo, che ha cercato di catturare nelle sue foto, che però raffigurano soprattutto il lato fiero e guerriero delle popolazioni tribali. “Voglio che queste tribù capiscano che nel loro stile di vita c’è molta più purezza e bellezza che nel nostro, poiché non conoscono corruzione né avidità”, spiega. Le prime tribù sono state scelte sulla base della “bellezza estetica, della localizzazione geografica e della diversità della natura in cui vivono” e ora il progetto, su queste linee, andrà avanti.

Berengo Gardin, il ritorno a Londra del fotografo “rigorosamente a pellicola” (da ‘Il Messaggero’ del 7 aprile)

Se c’è una cosa che non riesce proprio a capire, Gianni Berengo Gardin, è perché la gente passi il proprio tempo ad “autofotografarsi” o a fare scatti a “cose che non interessano nessuno”. Il grande fotografo italiano, il cui lavoro verrà celebrato dall’11 aprile al 23 maggio in una mostra a Londra alla galleria Prahlad Bubbar, ripercorre con il Messaggero la sua carriera e la sua idea di foto perfetta, che nasce da un lavoro intellettuale prima ancora che da un istinto: documentarsi, pensare prima di scattare e non, come spesso accade, procedere al contrario. Di questo lavoro è la pellicola ad essere complice ideale, mentre del digitale Berengo Gardi riconosce a fatica i vantaggi: “Dà un un risultato freddo, metallico, piatto. E si scatta a mitraglia”. L’unica eccezione la concede ai fotografi di guerra, come la tedesca Anja Niedringhaus uccisa a Kabul, a cui manifesta la sua ammirazione. “Ci vuole un gran coraggio per fare le foto di guerra. Io sono un fifone terribile, ho una sola vita e ci tengo”, spiega ironico e sincero. La mostra londinese, intitolata “The sense of a moment”, il senso di un attimo, raccoglie circa una ventina di scatti dell’India risalenti al 1977, quando Berengo Gardin andò più volte nel subcontinente per preparare il suo libro, L’India dei Villaggi. Accanto a queste, nello spazio londinese verranno esposte anche una decina di sue foto “classiche” dell’Italia.

 

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Che impressione le lasciò l’India di quegli anni? Perché si concentrò sui villaggi?

Naturalmente andai anche nelle grandi città – Calcutta, Bombay – ma quando avevo 25 anni lessi un libro su Gandhi in cui diceva che gli occidentali cercano l’India nelle grandi città, ma che l’India vera è in realtà quella dei villaggi. Quello che trovai lì fu una grande civiltà contadina, molto simile alle nostre. Le civiltà contadine, in fondo, si somigliano tutte. Certo lì c’erano pochi trattori e molta manodopera, ma gli indiani erano molto simili ai contadini italiani. Tranne ovviamente che per le regole dovute alla loro religione.

Sono quasi quarant’anni che lei non espone nel Regno Unito, è felice di questo ritorno?

Feci una mostra a Londra negli anni ’60 all’istituto di architettura, su Venezia, voluta da Bruno Zevi. Con Massimo Vignelli, che poi è diventato uno dei maggiori grafici a New York, avevamo preparato il menabò per un libro su Venezia, che era stato rifiutato da 8 editori. A Londra passò un editore svizzero, Clairefontaine, lo vide e in 20 giorni fece il libro, Venise des saisons. Per l’epoca era un record, visto che di solito ci volevano mesi e mesi.

Ma qual è il suo rapporto con il Regno Unito. La interessa come soggetto fotografico?

Dell’Inghilterra ho fotografato molto, ho fatto molti viaggi lì. Del paese sono un fanatico, mi piace il rapporto tra le persone, veramente democratico, mi piacciono i tessuti, mi piacciono le auto, ho avuto una Austin e una MG, mi piace fumare la pipa, mi piace tutto.

Mi scusi, ma come si fotografa il rapporto democratico tra le persone?

Al pub, il signorotto di campagna che beve con l’imbianchino o con il muratore. Non ce lo vedo in Italia l’industriale al bar con l’operaio. Forse allo stadio…

Del digitale lei pensa tutto il male possibile?

Io sono rigorosamente a pellicola. Le uniche due possibilità in più del digitale sono il fatto di poter mandare subito le foto a New York o a Nuova Delhi, ma a me non serve, posso aspettare un giorno o due. L’altra è quella di cambiare la velocità degli Iso se sei in un posto chiaro o scuro. Ma il digitale non mi interessa, il DNA della fotografia è nella pellicola.

E l’India? Cosa le ha lasciato? Per molti andare lí ha un impatto molto forte.

E’ stata sicuramente un’esperienza importante, ma ogni volta per me è un argomento diverso, è un’esperienza importante. Ho lavorato per il Touring Club italiano e per l’Istituto Geografico De Agostini per tanti anni, ho girato il paese.

Chi sta raccontando bene l’Italia in questo momento?

Ma ci sono Ferdinando Scianna, Ivo Saglietti, Francesco Cito… Certo, sono per lo più non giovanissimi.

Cosa c’è nei giovani fotografi che non la convince?

Ai giovani direi di non fare il mestiere del fotografo, ma di fare il fotografo. Sono tutti lì con il telefonino che si dicono fotografi, e quindi hanno una concorrenza enorme. Quasi tutti ad un certo punto si buttano sulla pubblicità o sulla moda per pagarsi il panino. Io direi di non dimenticare di interessarsi di più alla cultura fotografica.

Tra slefies e digitale, lei deve vedere in continuazione immagini che ritiene bruttissime…

Purtroppo è una rovina, ma le garantisco, ci sono tante storie interessanti ancora da raccontare.