Aver paura d’innamorarsi troppo: tra Anselm Kiefer e la BBC, si apre la stagione della cultura tedesca a Londra

Nel 2000 qualcuno decise provvidenzialmente di occuparsi a tempo pieno della mia formazione. Avevo 21 anni. A Parigi, in una bella mattinata di fine estate il mio brillantissimo precettore mi portò a correre nei giardini della Pitié-Salpêtriere. Dell’esperienza sportiva non è rimasto molto, ma ho in testa il ricordo delle grandi installazioni di Anselm Kiefer che siamo finiti a vedere nella cappella dell’ospedale. Kiefère, alla francese. Non potendo andare a googelare il nome in un cespuglio, feci finta di saperla lunga e adattai alla moda parigina l’espressione interessata e profonda che da anni mi assisteva in casi di flagrante ignoranza. Ma lì avevo visto solo il lato di Kiefer cupo e solenne e a quello, più o meno, mi sono fermata fino a quando qualche giorno fa sono andata alla mostra in corso alla Royal Academy di Londra, tra le cose più belle mai viste (consiglio: vale il viaggio, venite a vederla, durerà fino al 14 dicembre).

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E’ un periodo in cui il Regno Unito ha deciso di fare culturalmente pace con la Germania, mostrando al grande pubblico che il paese non è fatto di soli crauti e solide cucine. Sembra una banalità, ma prima per i britannici era così. In uno spettacolo semisatirico sulla stampa scandalistica inglese visto di recente ho scoperto che, tra le storie immancabili di ogni tabloid, oltre alle donne nude, agli scandali sui politici e a qualche fattaccio di pedofilia ce ne dovrebbe sempre essere anche una in cui i tedeschi vengono presi in giro, irrisi per la loro rigidità o colti mentre fanno una figuraccia. Ai britannici, pare, piace tantissimo e di solito gli ambasciatori tedeschi protestano, senza grandi risultati. Ma questo autunno qualcuno ha avviato un’azione concertata per rovesciare questa idea, dimostrando come la cultura tedesca contemporanea sia fatta di ben altro: mostre di Kiefer e di altri artisti tedeschi, una serie di ben 30 puntate sulla Germania di BBC Radio 4, concerti degli Einstürzende Neubauten, articoli di giornale in cui ci si prende un po’ in giro ma con più leggerezza rispetto al passato, mostre in cui si spiegano con cautela le radici tedesche della monarchia inglese. Tutte cose che per noi continentali sono comuni ma che, ci si creda o no, i britannici conoscevano davvero pochissimo.

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La mostra di Kiefer è enorme, ed è uno schiaffo in faccia per chi non si era reso conto che alcune delle riflessioni più profonde sulla seconda guerra mondiale sono venute proprio dai tedeschi. A Londra di tanto in tanto questo va ripetuto. Per dire, il Times, a proposito della serie BBC del direttore del British Museum, Neil MacGregor, intitolata ‘Germany: Memories of a Nation’, non solo l’ha definita una “crociata”, ma ha aggiunto: “Speriamo che non finisca col confondere i confini della memoria della guerra a colpi di Handel, degli Hannover e dei romantici tedeschi”, trasformando l’ammirazione in un poco opportuno amore. Nelle stanze della Royal Academy, nei suoi 40 anni e passa di attività in mostra, Kiefer riflette su un paese in cui Hitler è stato considerato anche un artista oltre a tutto il resto e rovesciando l’ideale romantico mostra foreste insanguinate, paesaggi alla Friedrich violati per sempre, sfregiati dai segni rossi e purulenti della ‘Kranke Kunst’, dell’arte malata, o dagli autoscatti dell’artista che fa il saluto nazista (qualcuno, ai tempi, fraintese).

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Prosegue illustrando le pagine di numerosi libri con acquarelli e materiali, ciocche di capelli ariani e di capelli neri, foto di Brunildi lascive, stili molteplici che si sovrappongono, e riempendo le grandi sale della RA di enormi lavori in cui alle riflessioni di Kiefer si intrecciano quelle di Ingeborg Bachmann e di Paul Celan – “nero latte dell’alba ti beviamo la notte ti beviamo al meriggio e al mattino…” – che aprono le finestre su un mondo di levatura artistica e filosofica enorme che i britannici, con tutto la loro giustissima fierezza post-bellica, non possono continuare ad ignorare in eterno.

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Martin Amis e l’olocausto: ‘The Zone of Interest’, il racconto grottesco che la Germania non vuole (da ‘Il Messaggero’ del 1 settembre)

A più di vent’anni da ‘La Freccia del Tempo’, Martin Amis è tornato sul tema dell’olocausto e ha ambientando in una Auschwitz immaginaria un racconto grottesco in cui, dietro al tema apparente dell’amore, lo scrittore inglese si interroga sul ‘perché’ e sulla ‘spiegabilità’ di quanto accaduto durante il nazismo. La critica britannica ha accolto ‘The Zone of Interest’ come il miglior libro di Amis “degli ultimi venticinque anni”, ma nonostante questo il romanzo rischia di non venire letto in Germania poiché sia l’editore tedesco che quello francese hanno respinto il manoscritto. Tuttavia, mentre in Francia i diritti sono stati acquisiti da Calmann-Lévy dopo il rifiuto di Gallimard e il libro uscirà nel settembre 2015, in Germania nessuno si è ancora fatto avanti dopo che l’editore Hanser di Monaco ha definito il testo “non abbastanza convincente”.

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L’ipotesi che il tema sia troppo delicato per la Germania è stata scartata dallo stesso Amis, che in una lunga intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung ha definito “ammirevole” il rapporto che i tedeschi hanno sviluppato con il loro passato, spiegando che si tratta di “una prospettiva sobria su quel periodo criminale della loro storia” e che durante i suoi viaggi in Germania ha sempre trovato persone disposte e anzi desiderose di parlare dell’olocausto, come dimostrato dalla quantità di libri, articoli e film sull’argomento (l’esempio più recente è la storia di copertina su Auschwitz dello Spiegel di questa settimana, con il titolo “Perché le ultime guardie SS rimarranno impunite” in cui si denuncia il “vergognoso approccio giudiziario” che il paese ha avuto nei confronti del nazismo). Il ritorno al tema dei campi di concentramento dopo ‘La freccia del tempo’ risponde, per Amis, soprattutto ad un bisogno intellettuale, ad un “eureka negativo” sull’impossibilità di capire fino in fondo.

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“Come un ‘sonnolento paese di poeti e di sognatori’, nonché la nazione più istruita che la terra abbia mai visto, come ha potuto cedere a questa fantasiosa vergogna ? Cosa ha fatto sì che queste persone, uomini e donne, acconsentissero ad avere le loro anime stuprate? (…) Da dove è venuto il bisogno di una tale metodica, di una tal pedante, di una tal letterale esplorazione del bestiale”, si chiede il narratore. Un tormento che ha trovato sollievo solo in un’appendice a La Tregua, in cui Primo Levi risponde alla domanda di un lettore che chiede come si possa spiegare il fanatismo antisemita dei nazisti. “Nessun essere umano normale potrà mai identificarsi con Hitler, Himmler, Goebbels, Eichmann e infiniti altri”, scrive Levi, aggiungendo che “questo ci sgomenta, ma insieme ci porta sollievo perché forse è desiderabile che le loro parole (e anche, purtroppo, le loro opere) non ci riescano più comprensibili. Sono parole e opere non umane, anzi, controumane, senza precedenti storici”.

Per Amis, Levi in questo modo “sta togliendo la pressione dal ‘perché’, e sta indicando un varco” nel quale la satira di ‘The Zone of Interest’ trova spazio: l’amore dell’SS Angelus ‘Golo’ Thomsen per Hannah Doll, la moglie del comandante di Auschwitz Paul Doll. L’intervistatore della FAZ ha suggerito che Hansen abbia trovato il libro troppo “frivolo”, un’accusa che Amis ascrive alla mancata comprensione del personaggio principale, Thomsen, inteso dall’editore come acritico nei confronti del nazismo. “Ma in realtà Thomsen sa che l’ideologia nazista è controproducente e autodistruttiva”, spiega Amis, “e promuove questa auto-distruzione perché vuole che la Germania perda la guerra”. Una ragione più plausibile per il rifiuto di Hansen è che Martin Amis, considerato uno dei più grandi scrittori viventi di lingua inglese, non ha mai avuto in Germania lo stesso seguito che in altri paesi, dopo il successo dello strepitoso ‘L’Informazione’ del 1995.

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Gli ultimi lavori di Amis, da ‘La Vedova Incinta’ a ‘Lionel Asbo’, non hanno ricevuto critiche positive neanche nel Regno Unito e negli USA, ma ‘The Zone of Interest’, invece, è piaciuto molto e i critici hanno sottolineato come lo scrittore non presenti una narrativa rassicurante né abituale rispetto alla shoah, ma non manchi di assoluto rigore morale nel suo approccio. “Ho voluto sottolineare nel mio romanzo l’idiozia di tutta l’impresa nazista, l’incomprensibilità completa di tutto”, ha proseguito Amis, dicendosi “stupito” della decisione di Hansen e aggiungendo: “Io non credo di dover giustificare il mio romanzo”. Per lui parlare di olocausto significa fare come “quando ci sono le indagini dopo un incidente aereo”: per le vittime non si può più fare nulla, “ma si fa tutto il possibile per scoprire le cause ed evitare che si ripeta un crollo per gli stessi motivi”, tanto più che “sulla strada verso la conoscenza ogni centimetro conta”.

Il paragone inutile tra Frau e Lady, che in comune hanno solo le vittorie (da ‘Il Foglio’ del 28 settembre)

Entrambe influenzate da una figura paterna torreggiante, entrambe capaci di compiere un parricidio politico con freddezza e determinazione: la prima, Margaret Thatcher, nei confronti di Edward Heath, che l’aveva voluta nel suo governo; la seconda, Angela Merkel, nei confronti di Helmut Kohl. Tutte e due, la Lady di ferro e la cancelliera tedesca, hanno uno spirito analitico forgiato nei laboratori di chimica dell’università, e sono poi finite a rivoluzionare la storia politica dei loro paesi. Le analogie tra le due signore finiscono qui.

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Poco prima di scrivere l’articolo assassino in cui chiese le dimissioni di Kohl, Merkel spiegò in un’intervista che da bambina, ai corsi di nuoto, quando c’era da tuffarsi dal trampolino più alto aspettava fino all’ultimissimo minuto e saltava solo quando non aveva più scelta. “La Merkel si lascia sottovalutare, non esibisce mai il suo potere e men che meno le sue intenzioni”, dice al Foglio Matthias Krupa, corrispondente europeo di Die Zeit e cronista politico. “Anche nell’uccidere l’avversario, Merkel è cauta, aspetta che lui si faccia male da solo, procede felpata”, e non agisce mai per prima, a differenza della Thatcher, che lo scontro l’ha sempre cercato, voluto, vinto. “La rottura di Merkel con Kohl è stato un gesto unico, esemplare ma anche in qualche modo molto poco tipico di lei”, l’unico strappo nella grande tela di cautela che Angela Merkel née Kasner ha tessuto fin dalla giovinezza da ragazza dell’est.

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“Thatcher procedeva per confronti”, in armonia con un sistema britannico in cui le fazioni si scontrano frontalmente, spiega John Lloyd del Financial Times, osservando che la Lady di ferro “sentiva di dover scardinare il socialismo e i sindacati che tenevano arretrato il paese, mentre Merkel ha potuto sfruttare le riforme fatte dal suo predecessore e si è trovata un paese in buona salute”. E si è concentrata sull’Europa, dove persino le sue rotture hanno avuto il sapore del consenso. “Il loro stile politico è all’opposto, confronto contro consenso, grandi avanzate contro piccoli passi”, aggiunge Lloyd, che ricorda una Thatcher off the record fatta di battute taglienti e frontali, ma capace di ascoltare e imparare da tutti, curiosa del punto di vista di chiunque salvo poi liquidarlo con una frase delle sue – “Lei ha delle opinioni straordinariamente errate, Sir” – prima di girare i tacchi verso una nuova vittima.

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Ursula Van der Leyden, ministro del governo di Merkel, dice della cancelliera parlando ad Andrew Marr nel documentario della Bbc “The Making of Merkel”: “Lei sa che le persone si incontrano sempre due volte”. E agisce di conseguenza, con una riservatezza forse ereditata dallo stato paranoico in cui è cresciuta, mai in prima linea (quando cadde il muro di Berlino era in sauna, come sempre di giovedì) e contornata da una cerchia ristretta di persone di fiducia, un inner circle molto femminile fatto di due collaboratrici e di pochi altri. “Non ho mai conosciuto una persona che quando parla in pubblico è così diversa da come appare a chi ha la fortuna di scambiarci due chiacchiere in privato”, prosegue Krupa, che parla di una donna “molto piacevole e divertente” che diventa “inefficace quando parla in via ufficiale, su un palco o ai giornalisti durante le interviste”.

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A Merkel importa poco il linguaggio e ancor meno l’immagine, se che quando le chiedono cosa le piace della Germania risponde “le finestre ben sigillate”, se “ha un gran senso dell’umorismo che si guarda bene dall’usare in pubblico”: non vuole diventare il monumento di se stessa, il suo unico segno di potere è la fiducia nella propria capacità di ragionamento e preferisce sempre essere sottovalutata. Non si possono paragonare, la sfavillante centometrista Maggie e la misteriosa maratoneta Angie. Come se ce ne fosse bisogno, poi.