Diana la prima moglie. Il Regno Unito alle prese con un’ossessione a vent’anni dalla morte della principessa del popolo (da Il Messaggero del 31 agosto)

LONDRA – Le foto non accennano ad ingiallire, eppure sono passati vent’anni da quando Lady Diana è morta, da quando il lungo romanzo a puntate di cui il paese l’aveva resa protagonista si è interrotto bruscamente sull’asfalto di un tunnel parigino in una notte di fine estate. E di gente giunta ad omaggiarla ancora per una volta ce n’è tanta, centinaia di persone venute anche da lontano a versare qualche lacrima ma anche a celebrare una vita, un paese, una cultura.

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I fiori avvolti nel cellophane e gli omaggi dal gusto zuccherino davanti a Kensington Palace ricordano quelli del 1997, quando una distesa oceanica mise sotto assedio Buckingham Palace chiedendo a gran voce che le emozioni e i sentimenti trovassero spazio anche nell’animo britannico, così compassato e diligente. L’animo incarnato da Elisabetta II, che ieri se n’è rimasta nella sua tenuta scozzese di Balmoral a meditare, forse, sulla settimana che ha cambiato per sempre la monarchia britannica e il suo modo di essere regina: da allora, piano piano, la famiglia reale si è aperta al mondo esterno, da dove sono entrati elementi un tempo impensabili come la bella Kate pronipote di minatori e gli indimenticabili filmati il cui la sovrana appare insieme a Daniel Craig-James Bond alle Olimpiadi del 2012.

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«Grazie per averci mostrato la differenza che l’amore e la gentilezza possono fare», spiega la quarantenne Melissa, e forse è questo quello che ha reso Diana, che per sua stessa ammissione «guidava con il cuore, non con la testa», una donna con intuizioni che guardavano al di là del suo tempo in un ambito ‘frivolo’ ma sempre più centrale come l’importanza dell’immagine nel comunicare con le masse. Diana è stata una star di Instagram quando non esisteva ancora e nel crescendo tragico della settimana tra la sua morte e il suo funerale, mentre Tony Blair cercava disperatamente di convincere la sovrana a rispondere alle implorazioni del popolo, non può non riconoscersi la stessa dinamica che si vede ora sui social networks, come se ogni mazzo di fiori di allora fosse un tweet di oggi, capace di fare pressione e di cambiare politiche.

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Ma se a Diana Elisabetta ha reso omaggio 20 anni fa con un piccolo ma evidentissimo cenno della testa e oggi che il suo regno volge al termine – non è detto, la madre visse fino a più di cento anni – ha preferito non rimescolare le carte di una successione che si preannuncia spinosa rinunciando alle celebrazioni ufficiali. Poiché quando si parla della principessa del Galles, il pensiero corre inevitabilmente all’ex marito Carlo, infedele a lei e fedele alla sua Camilla, che nel frattempo ha sposato e che è riuscito anche a rendere simpatica all’opinione pubblica. Qualcuno polemizza – perché non è venuto anche lui? – altri si inteneriscono al pensiero dei figli William e Harry, che facendosi vedere soli davanti ai cancelli della ex residenza della madre hanno rievocato l’immagine di loro due da piccoli dietro il suo feretro. Il lutto per Diana è una cosa loro, un capitale di affetto e di popolarità che spetta loro e che loro stessi devono portare verso il futuro, senza riaprire vecchie ferite.

I riflettori sono stati solo sui due ragazzi; perfino Kate ha fatto un passo indietro ed è apparsa solo nel giardino bianco dedicato a Diana. Anche per lei il confronto con Diana, figura angelicata da una morte prematura, è un terreno pericoloso intorno al quale muoversi con grazia e distacco, anche perché sulla sua figura non si è accumulata polvere, è come se fosse ancora viva, pronta a rientrare tra le pagine del romanzo della famiglia reale riempiendolo di nuove storie, passioni, magari qualche rivalità. «Vent’anni fa il mondo ha perso un angelo», ha twittato Elton John, la cui versione di Candle in the Wind a Westminster Abbey ancora risuona. Meglio ricordarla così.

The Girls di Emma Cline,romanzo di deformazione di una quattordicenne tra le seguaci di Charles Manson (da ‘Il Messaggero’ del 25 settembre)

LONDRA – Mai sottovalutare i legami tra ragazze. Che si tratti di ammirazione, di amicizia, di amore, di odio o di una combinazione di questi elementi, il modo in cui una giovane donna risponde alla presenza di altre giovani donne può avere conseguenze inaspettate e drammatiche, come nel caso di Evie Boyd, l’adolescente protagonista del fortunato ‘The Girls’, romanzo d’esordio della ventisettenne Emma Cline, che riprende uno dei fatti di cronaca più cruenti della storia americana, ossia l’uccisione della moglie di Roman Polanski, incinta di quasi nove mesi, e di alcuni suoi amici in una villa in California da parte dei seguaci di Charles Manson, leader carismatico di un culto hippy e aspirante cantante, e lo usa come sfondo di un’analisi sottile della psicologia femminile.

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E’ l’estate del 1969 e Evie, ragazzina borghese trascurata dai genitori e insicura come tutte le quattordicenni, si imbatte in Suzanne, giovane hippy selvaggia e sfrontata che vive in una comunità che ruota intorno a Russell Hadrick, uomo che secondo le parole di una delle sue adepte “vede ogni parte di te”. Evie riconosce in Suzanne e nelle sue belle e derelitte amiche un modello di libertà dagli schemi che condizionano una donna come sua madre, ossessionata dal piacere agli altri, e fa di tutto per essere accettata in una comunità di cui non riesce a cogliere gli evidentissimi aspetti marci, che vanno dalla promiscuità sessuale tutta a vantaggio di Russell alla cronica mancanza di soldi risolta con furti e violenze. “Stavamo, ci aveva spiegato Russell, iniziando un nuovo tipo di società. Libera dal razzismo, libera dall’esclusione, libera dalle gerarchie. Eravamo al servizio di un amore più profondo”, spiega la narratrice.

Grazie ad una scrittura estremamente ricercata, fatta di frasi brevi e spesso acute – “più tardi pensai che forse non era tanto gentilezza, quanto uno spazio muto laddove la gentilezza avrebbe dovuto essere” – e che già guarda alla trasposizione cinematografica, Emma Cline racconta la lenta discesa agli inferi di Evie e la maniera in cui la sua ossessione per Suzanne rischia di portarla ad una distruzione da cui solo quest’ultima la salva, forse per sprezzo o forse per un gesto estremo di premura. “Nessuno mi aveva mai guardato prima di Suzanne, non veramente, cosicché lei era diventata la mia definizione”, racconta Evie, che diventata una donna di mezza età disillusa e triste, osserva: “Povere ragazze. Il mondo le ingrassa a furia di promesse d’amore. Quanto ne hanno bisogno e quanto poco molte di loro ne avranno”.

Nella realtà l’efferato omicidio della giovane attrice Sharon Tate e dei suoi amici fu eseguito materialmente da un ragazzo e da tre ragazze della Manson Family, rimasti a piede libero per molti mesi e scoperti solo dopo che una di loro, Susan Atkins, a cui il personaggio di Suzanne è chiaramente ispirato, era finita in carcere per furto e aveva raccontato tutto ad una compagna di cella. L’opinione pubblica americana era rimasta sconvolta davanti a queste ragazze giovanissime, appariscenti – “i suoi lineamenti avrebbero potuto essere un errore, ma c’era un altro processo in atto, era meglio della bellezza”, scrive Cline – e totalmente prive di rimorso o di senso morale.

La fascinazione per le ragazze della Manson Family non e’ cosa nuova, tanto che anche band rock Kasabian prende il nome da una di loro, ma nel romanzo della Cline – che in Italia uscirà il 27 settembre per Einaudi – il fatto di cronaca è uno spunto per parlare di qualcosa di eterno e attuale, ossia, nelle parole dell’autrice, “quel momento alla soglia dell’età adulta, quanto ci imbattiamo nel modo in cui il mondo tratta le donne e le ragazze, e quello che significa essere una ragazza nel mondo”.

Jonathan Franzen contro i finti profeti di internet, risponde ai tweet con un romanzone (da ‘il Messaggero’ del 12 settembre)

Julian Assange, Edward Snowden, Andreas Wolf. Il novero dei grandi dissidenti del web si arricchisce di un nuovo nome nell’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, Purity, ‘Purezza’, in cui l’autore affronta uno dei temi su cui è intervenuto più spesso negli ultimi anni: le dinamiche di potere che reggono internet e il modo in cui queste somigliano in tutto e per tutto a quelle dei totalitarismi. Nel suo lavoro fino ad oggi più avvincente, con svolte e colpi di scena da romanzo giallo e una molteplicità di punti di vista che rendono impossibile interrompere la lettura, Franzen porta avanti contemporaneamente una riflessione più ampia sul concetto di purezza, non quello competitivo del ‘più puro che ti epura’ bensì quello standard morale astratto in nome del quale ci si reprime a vicenda nella più intima delle relazioni come nel più totalitario dei regimi.

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La storia parte come il romanzo di formazione di Pip, neolaureata californiana resa insicura da una madre che per un amor di purezza che rasenta la follia vive fuori dal mondo, e attraversa un arco temporale di 60 anni e 3 continenti. Tornando a più riprese a parlare di Germania, paese che Franzen conosce bene per averci studiato, e soprattutto di tedeschi. “C’era qualcosa di sbagliato in quei tedeschi”, commenta un personaggio parlando dei coinquilini di Pip, attivisti di Occupy, pacifisti e radicali impegnati su vari fronti, tutti molto belli, tutti molto sistematici e rigidi nel loro essere velleitari, prima che la trama si sposti nella Berlino Est degli anni ’80 e segua le vicende di Andreas, fascinoso rampollo di una famiglia di apparatchik della DDR convertito alla dissidenza un po’ per amore, un po’ per opportunità, ma soprattutto per narcisismo.

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“Nella sua esperienza poche cose erano uguali come due rivoluzioni”, osserva Andreas, che alla caduta del muro esporta in Occidente la sua intima comprensione dei meccanismi di potere del totalitarismo, sviluppata attraverso l’inevitabile confronto con la Stasi, e da ragazzo immagine della dissidenza politica aggiorna le sue ambizioni usando la rete e fondando il ‘Sunlight Project’, concorrente di Wikileaks in cui una jeunesse dorée ipnotizzata dal suo carisma si dedica a portare alla luce documenti segreti pescati nella rete seguendo il principio che “il sole è il miglior disinfettante”. Un progetto che Franzen critica non solo paragonandolo alla Stasi, ma anche confrontandolo con il giornalismo vecchio stile che, al pari del romanzo vecchio stile, è ciò di cui l’autore fa un’appassionata difesa. Pip nel weekend ama leggere i quotidiani da cima a fondo facendo colazione in un bar e uno dei personaggi più positivi del libro è una reporter investigativa che pur lavorando per un giornale online difende il suo approccio ‘vecchia scuola’ verso la verità.

“Il filtro non e’ impostura, è civiltà”, spiega la giornalista Leila, secondo cui il suo mestiere è fatto di adulti che vogliono rivolgersi ad altri adulti, mentre i sistemi tipo Wikileaks ricordano “quei bambini che pensano che gli adulti siano ipocriti perché filtrano quello che esce dalle loro bocche”. La rete, dai social networks ai leaks, con l’idea della sorveglianza perpetua e con la scusa di non avere filtri smuove comunque potere. Proprio come la Stasi, anche se con effetti diversi. “Come i vecchi politburo, i nuovi politburo si autoproclamano nemici delle élites e amici delle masse, dedicati a dare ai consumatori quello che vogliono”, e se alcuni innovatori dichiarano una “venerazione per il rischio”, la maggior parte si affida ai vecchi metodi, secondo Franzen: controllare, censurare, portare i cittadini all’autocensura. C’è però una differenza, spiega Franzen in uno dei passaggi più densi e concettuali di un libro altrimenti molto narrativo: internet è governato dalla “paura dell’impopolarità e della marginalità, di restare indietro, di essere contestati o di essere dimenticati”. Nel totalitarismo di internet non c’è il timore dello stato, bensì quello dello “stato di natura: uccidi o vieni ucciso, mangia o sarai mangiato”. Una preoccupazione autoreferenziale, che poco ha a che vedere col voler cambiare le cose, come ben sanno gli aedi del mondo nuovo di ieri e di oggi “mai disturbati dal fatto che la loro classe dirigente consiste nell’avida, brutale vecchia specie di umanità”.

In sostanza sono tempi ben conformisti quelli in cui viviamo e in cui la purezza di Pip non sta nell’avere comportamenti irreprensibili, ma nel non autocensurarsi, nel non avere paura e, soprattutto, nel saper perdonare. “Sto cercando di tenere in vita il tipo di scrittura che amo”, ha detto una volta Franzen, che con ‘Purezza’ ha tirato fuori ancor più che in ‘Libertà’ tutto il suo arsenale da grandissimo narratore per rivendicare il suo diritto a parlare della contemporaneità strappando la smagliante maschera tecnologica dietro la quale si nasconde e ad analizzarla con i parametri consueti. Se questo lo renda superato o geniale è presto per dirlo, ma ‘Purezza’ è un capolavoro, in barba agli haters e ai flames.

Londra celebra Alexander McQueen, sarto e iconoclasta (da ‘Il Messaggero’ del 13 marzo)

C’era la tradizione e c’era la sovversione, nel genio di Alexander McQueen. I tagli sartoriali più precisi e gli squarci più violenti e irriverenti convivevano nella sua mente e nei suoi lavori esposti in ‘Savage Beauty’, la grande e attesissima mostra che aprirà domani al Victoria&Albert Museum di Londra, la città dove ‘Lee’, come lo chiamavano gli amici, è nato nel 1969 e dove è morto suicida nel 2010. L’omaggio che la città ha finalmente reso ad uno di quei suoi figli geniali e tragici di cui la cultura britannica è sempre fiera – McQueen era figlio di un tassista, come Amy Winehouse – occupa 10 grandi stanze, durerà fino al 2 agosto ed è un riuscito tentativo di offrire un allestimento all’altezza degli oggetti in mostra: più di 240 vestiti e indumenti che vanno dalle prime straordinarie espressioni di creatività della collezione con cui si è diplomato alla Central Saint Martins’ nel 1992 allo stile personalissimo con cui aveva rivisitato ogni periodo storico, ogni spunto estetico, ogni elemento della natura fino all’ultima collezione incompiuta.

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La nota più costante dell’universo di McQueen è una sensibilità gotica in cui la cupezza si fa sublime e viene declinata in maniera più alta, più tragica. Basti pensare al suo celebre vestito di piume nere e all’utilizzo nuovissimo che lo stilista ha fatto dell’immaginario animale, rendendolo non più solo un elemento decorativo ma lasciando che le sue modelle si reincarnassero in uccelli, bestie primitive, rettili. Una delle sue prime collezioni, del 1995, era intitolata ‘The Birds’, gli uccelli, e si andava ad inserire in un lavoro sul corpo umano iniziato già prima, quando grazie all’esperienza accumulata lavorando da Gieves&Hawkes a Savile Row, uno dei tempi dell’ortodossia sartoriale inglese, aveva imparato a fare vestiti perfetti e a tagliarli nei modi più inaspettati. Pantaloni con la vita così bassa da coprire a malapena i fianchi, per dirne una. Nelle prime sale sono protagoniste le giacche, che superano la tradizione militare di cui sono figlie diventando terreno di sperimentazione grazie a vite strettissime, file di bottoni usate per segnare le forme, colli altissimi e solenni. Una struttura fondante e riconoscibile, quella del corpetto avvitato e marziale, sulla quale Alexander McQueen lavorerà per tutta la sua breve vita, declinandola in moltissimi modi e facendone l’unità di base su cui aggiungere corni e teste di coccodrillo, piume e maglie di metallo, cozze e conchiglie e tutto quello che la sua mente geniale immaginava nel formare il suo ‘romanticismo primitivo’.

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“C’era una teatralità irresistibile, una narrazione continua” nel suo lavoro, secondo Claire Wilcox, la curatrice di ‘Savage Beauty’, una mostra che ha permesso al V&A di compensare quella che era una grave mancanza, un ritardo imbarazzante, dopo che il Metropolitan Museum di New York era stato il primo a dedicare un’esposizione allo stilista nel 2011. ‘Lee’ era un grande estimatore del museo del costume londinese, dove era di casa. “Le collezioni del V&A non mancano mai di intrigarmi e di ispirarmi, la nazione è privilegiata ad avere accesso ad una tale risorsa… E’ il tipo di posto in cui vorrei rimanere chiuso di notte”, diceva lo stilista. Il quale puntava a fare vestiti che si potessero tramandare di generazione in generazione, nella migliore tradizione aristocratica inglese, e nei quali il tema dell’identità culturale è rimasta sempre presente, come dimostra la sala ‘nazionalismo romantico’, in cui il rosso del tartan scozzese è coraggiosamente abbinato ad un candido bianco e, in un percorso di idee che procede impercettibile e implacabile, diventa veneziano e si trasforma in una cappa che Casanova stesso avrebbe amato forse più delle sue donne.

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Al centro della mostra c’è una grande sala intitolata ‘Cabinet of Curiosities’, una camera delle meraviglie in cui numerosi piani di grandi scaffali neri sono esposte alcuni capi in cui il confine con l’opera d’arte si fa labilissimo. Vestiti la cui impossibilità di essere indossati non li rende meno ‘vestiti’ ma ne porta all’estremo la qualità di capi, protezioni, gusci, contrariamente a quanto talvolta portato in passerella da stilisti dalla creatività più spicciola. Dalla cintura con la spina dorsale alle rigide cotte di maglia strutturate come le giacche di cui sopra, fino ai cappelli matti e sublimi fatti con Philip Treacy, nella stanza delle curiosità ci sono i vestiti ideali di un mondo sognante e selvaggio. Adatti ad una donna eterna come l’ologramma di Kate Moss danzante che appare al visitatore poco dopo, prima di svanire tra i suoi mille veli.

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Dal Grand Tour al ‘Grand Event’, come l’Italia si mette in bella mostra con gli stranieri (da ‘Il Messaggero’ del 5 febbraio)

“Non è neanche questione di giusto o sbagliato, non si capisce proprio il senso”, afferma categorico l’amico londinese, penna di punta di un grande quotidiano britannico, scorrendo con perplessità e stupore la traduzione inglese del sito dell’Expo2015. Frasi lunghe e contorte, in cui parole inglesi spesso scelte male sostituiscono quelle italiane lasciando intatta la costruzione, con un risultato goffo, inelegante e, soprattutto, talmente scorretto da risultare incomprensibile, se non addirittura ridicolo. Un grande evento che diventa un “grand event”, ossia “grandioso, superbo”, più Royal Wedding che conferenza sul turismo, e in cui la partecipazione di Pietro Galli e dello chef Ugo Alciati è annunciata con un misterioso “participating”. Parole italiane tradotte a orecchio e modi di dire che, com’è ovvio, in un’altra lingua suonano assurdi.

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Il tema dell’alimentazione degli astronauti, ad esempio, viene affontato in una conferenza dall’esilarante titolo “What can you eat in space? Some foods yes, some foods no”, liberamente ispirato al ‘Come si mangia nello spazio. I cibi sì e i cibi no’ della pagina italiana. La presunta vocazione internazionale del criticatissimo sito ‘verybello.it’ non viene aiutata da una prosa indigesta e oscura in inglese e leggermente comica in francese. Lo scopo del sito sarebbe infatti quello di “raconter une Italie jamais racontée”, letteralmente ‘raccontare un’Italia mai raccontata’, e sarebbe bello se qualcuno avesse iniziato cercando almeno un sinonimo.

La parte francese, del resto, non è migliore di quella inglese, anche se risulta appena più comprensibile vista la maggiore vicinanza tra le due lingue. Il problema, qui, è che impossibile trovare una frase senza errori di grammatica e di ortografia (il fatto che scrivano ‘future’ con la e, come in inglese, fa pensare che forse c’è un anglofono e l’hanno messo a fare la pagina francese, chissà). Gli accenti, quando ci sono, sono tutti sbagliati, le parole femminili e gli articoli maschili sono mischiati con disinvoltura e c’è la solita totale assenza di chiarezza nel messaggio.

Il risultato è scadente. Ma chi si è occupato della traduzione? A dirla tutta, è difficile non pensare allo zampino di google translator, strumento divenuto più sofisticato rispetto a quando, sul sito di Forza Italia, trasformò implacabile Letizia Moratti in ‘Joy Moratti’ e Augusto del Noce in ‘August of the Walnut’. Ma a domanda diretta, a Expo garantiscono che le traduzioni sono “realizzate da 3 traduttori madrelingua (2 inglesi e 1 francese) selezionate (le traduzioni o i traduttori?, ndr) dal partner con cui Expo 2015 sviluppa il progetto Digital Expo”. Il progetto, spiegano, “è corposo” e in “continua evoluzione e miglioramento, grazie ai suggerimenti e alle segnalazioni che arrivano da diverse parti (utenti e non) e che Expo 2015 tiene da sempre in grande considerazione”.

Gli inglesi, affezionati alla loro prosa asciutta e forse un po’ offesi dalla scelta di adottare, seppur in maniera non coerente, l’ortografia americana, e i francesi, che verso la loro lingua hanno un rispetto assoluto, non l’hanno presa bene. D’altra parte non ci vogliono Shakespeare e Molière per fare traduzioni. Solo dei professionisti.

Punk e vecchi merletti, Vivienne Westwood si racconta. E suggerisce: “Non abbiate fretta. Continuate a leggere. Dite le cose come stanno. E poi pensate a voi stesse”. (Da ‘Il Messaggero’ del 10 ottobre)

LONDRA – “Non sono femminista. Le donne hanno molto potere, lo hanno sempre avuto”. Se a dirlo è Vivienne Westwood, una che nella vita ha fatto quello che le pareva e ha anche l’aria essersi molto divertita, viene da crederci. Il suo potrebbe essere definito ‘femminismo pragmatico’ o ‘pragmafemminismo’: con due figli avuti ben prima dei 30 anni, quando aveva accanto una figura maschile impegnativa (e, rivela lei, mai amata fino in fondo) come Malcolm McLaren, Vivienne è riuscita a fondare le basi di un impero della moda seduta alla macchina da cucire del suo appartamentino di Clapham, nel sud di Londra. E ad arrivare dov’è oggi, nella settimana dell’uscita della sua autobiografia, intitolata semplicemente ‘Vivienne Westwood’ e scritta a quattro mani con Ian Kelly, scrittore e autore famoso, tra le altre cose, per aver interpretato il padre di Hermione nella saga di Harry Potter.

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“Questa sarà la mia storia, la storia che mai nessuno ha scritto prima”, racconta al Messaggero, dicendosi “entusiasta” per il risultato del lavoro fatto e spiegando che all’origine della decisione di mettersi a scrivere ci sono due semplici costatazioni: “la vita merita rispetto” e “i morti meritano la verità”. Nel libro la Westwood, nata Vivienne Isabel Swire, ripercorre gli anni folli della sua relazione con McLaren, fondatore dei Sex Pistols e padre del suo secondo figlio Joe, nonché partner d’affari della stilista nel leggendario negozio di Kings Road, il SEX, uno dei monumenti assoluti della cultura punk. Un uomo “tremendo”, come disse all’indomani della sua scomparsa nel 2010, che le ha fatto del male. L’ammissione di vulnerabilità non fa che rendere ancora più forte il mito Vivienne, la quale con gentilezza spiega perché ha deciso di guardare al passato, lei che più di ogni altra con il passato ha giocato creando nel tempo uno stile basato sul rovesciamento irriverente di secoli di storia e di tradizione.

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Lei sembra avere avuto tutto dalla vita. Le è servito ripercorrere il suo tragitto?

Penso moltissimo alla mia famiglia e ai miei amici. Ho colto l’occasione dell’uscita del libro per fare un mea culpa, chiedendo scusa alle persone che amo, perché so che sono difficile. So di non essere una persona facile o una persona comune, la mia vita non è una vita ordinaria. Non ho il tempo di vedere i miei amici, o semplicemente di fare cose normali. A volte vorrei esserlo, una persona comune.

Che consiglio darebbe ad una se stessa più giovane?

Ci sono alcune consolazioni nell’essere più anziani, ed essere considerati in primo luogo come eccentrici… Guardo indietro e quasi non mi riconosco, o riconosco solo una piccola parte di quello che sono diventata, e penso, “Tu bambina stupida, stupida, come hai potuto essere così ingenua?“ Ma poi penso anche che è ingenuo chi vuole raggiungere una posizione ed è affamato dalla voglia di imparare. Questo è quello che direi a una Vivienne bambina, in realtà, è: “Non avere fretta. Continua a leggere. Dì le cose come stanno. E poi pensa a te stessa.”

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Lei da qualche anno ha rivolto le sue energie, che non sono poche, alla difesa dell’ambiente. Ma il suo messaggio, venendo da un settore frivolo e inquinante come quello della moda, non risulta un po’ paradossale?

L’industria della moda dovrebbe utilizzare materiali eco. In questo caso, stiamo realizzando abiti denim in cotone organico, che permette di risparmiare oltre il 50% di acqua rispetto ai sistemi standard di produzione. E poi ho accettato l’invito delle Nazioni Unite per sviluppare un modello di business che richieda il coinvolgimento di donne africane nella produzione di borse e accessori. Ho creato la Vivienne Westwood Ethical Africa Bags Collections.

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Quindi lei intende la moda come un veicolo di sviluppo?

Queste donne africane sono diventate indipendenti, basandosi sul proprio reddito, e questo ha permesso loro di riacquistare il bestiame, decimato dalla siccità, guadagnandosi la dignità e l’orgoglio sufficiente per far valere i propri diritti nella comunità. Questa non è carità, questo è un lavoro.
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Lei non sarà femminista, però punta molto sulle donne. Stella McCartney ha recentemente suscitato un putiferio per aver detto che la “forza di per sé in una donna non sempre risulta attraente”. Com’è la sua donna ideale ?

Una donna dovrebbe essere forte nelle azioni, dovrebbe impegnarsi a proteggere e salvaguardare il mondo. Tutte le donne dovrebbero essere colte, avventurose, audaci, amanti dell’arte e della lettura, con un po’ di glamour. Le donne devono essere attive, combattive e far valere i propri diritti, perché solo così potranno cambiare le cose. Queste sono le mie donne!

Lovelock, scienziato e battitore libero, spiega perché Gaia non ci sopporterà in eterno (da Il Messaggero del 26 aprile)

Per arrivare a 94 anni lucidi, attivi e acuti come James Lovelock, l’ottimismo serve. Non importa se la propria visione del mondo, formulata nella famosa teoria di ‘Gaia’ secondo cui il pianeta terra è un enorme organismo in grado di autoregolarsi mantenendo l’equilibrio tra gli elementi fisici e quelli chimici, implichi che il sistema nel breve termine (forse decenni, forse secoli) non riuscirà a reggere le attuali pressioni ambientali e demografiche oltre se un certo limite verrà superato. La curiosità, l’energia che lo hanno guidato nella sua vita da scienziato e da inventore – un percorso celebrato dal Natural Science Museum di Londra con una mostra intitolata ‘Unlocking Lovelock’, letteralmente ‘Rivelare Lovelock’ e aperta fino all’aprile 2015 – lo porterebbero ancora a lavorare sul riscaldamento degli oceani e su molti altri fronti, visto che la geo-ingegneria è a suo avviso l’unica possibile fonte di soluzioni ai problemi attuali. “Salvo che alla mia età costerebbe molto portarmi in giro in elicottero, si immagina? Non me lo lascerebbero fare”, scherza al telefono dalla sua casa del Dorset, dove vive con la moglie Sandy. E riflette sugli strumenti che l’uomo – in fondo “solo un animale tra gli altri” – ha per far fronte ai danni ambientali che ha arrecato al pianeta. La sua carriera da scienziato indipendente, che intorno ai 40 anni ha deciso di lavorare da solo senza essere legato a nessuna istituzione in particolare, è stata costellata da successi incredibili come l’invenzione del rilevatore a cattura di elettroni e di sistemi usati dalla NASA nei programmi di esplorazione planetaria. Chimico di formazione, con un dottorato in medicina e interessi in tutti i campi della scienza, per riassumere il personaggio Lovelock – compito tra i più difficili – il museo ha scelto tre parole: scienziato, inventore, ‘battitore libero’.
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Cosa prova a vedere i suoi archivi in mostra al Natural Science Museum?
Meraviglia, suppongo. E’ iniziato tutto lì 90 anni fa, quando da bambino andavo a visitarlo e sognavo di diventare anche io scienzato. Se la mostra fosse stata fatta qualche anno fa sarebbe stata più solenne, austera. Ora è tutto moderno, i mezzi sono diversi.
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Leggendo i suoi libri non si capisce se lei sia un ottimista o un pessimista. Da una parte ci sono gli avvertimenti sul cambiamento climatico – “ormai è troppo tardi per agire” – mentre dall’altra nell’ipotesi di Gaia c’è un fondo di serenità diverso da quello che si trova negli ambientalisti ‘classici’. Secondo lei la terra non sta morendo, solo ad un certo punto non sarà più abitabile.
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Io sono ottimista, di natura. Ma sull’ambiente sono strenuamente convinto che sia inutile lottare per cercare di invertire la tendenza, non siamo abbastanza intelligenti, non siamo capaci. Non c’è niente di quello che possono fare i governi che possa cambiare il corso delle cose. Ma non si può sapere quando la temperatura diventerà insostenibile, potrebbero volerci migliaia di anni.
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Però lei ha espresso delle forti simpatie per il nucleare e, solo come seconda opzione, per il gas di scisto, suscitando accese critiche. Una volta si è anche offerto di seppellire scorie nucleari nel suo giardino, tanto si sente tranquillo. Quindi ci sono delle politiche che, a suo avviso, sono più intelligenti di altre?
Certo, ma perché abbiamo comunque bisogno di fonti di energia. Senza l’elettricità la nostra civiltà crollerebbe, e il nucleare è un’opzione migliore di altre, anche se i governi ne hanno paura. Bisogna continuare a contenere gli effetti su di noi del cambiamento climatico. Guardi ai Paesi Bassi. Sono sotto il livello del mare e hanno fatto tutto il necessario per evitare di finire sommersi. Questa è una cosa intelligente da fare.

Gaia – dal nome della madre terra della mitologia greca – anche se non è sempre stata accolta bene dalla comunità scientifica, ha ispirato il pensiero ambientalista per decenni, oltre ad essere stata una fonte per artisti, poeti, scrittori come Asimov e registi come James Cameron, che in Avatar parla di un mondo che somiglia molto a Gaia. Qualcuno la accusa di aver fondato una religione, più che una tesi scientifica. Cosa ne pensa?
Io penso che ci sia qualcosa di mistico, certo. Io sono stato educato secondo i precetti dei quaccheri, che combaciano particolarmente bene con il mio tipo di approccio scientifico.

Le sue ultime battaglie sono legate soprattutto al problema del sovrappopolamento del pianeta.
Crede che l’effetto di una popolazione che arriverà a quota 8 miliardi entro il 2024 sia più dannoso che quello delle industrie inquinanti?
Ad un certo punto la gente, semplicemente, morirà. Le condizioni diventeranno insopportabili. Non sappiamo quando, ma la combinazione tra il riscaldamento del pianeta e la quantita’ di abitanti, tra questi due fattori, sarà insostenibile.

Ritornando alll’inizio: ma lei non si diceva ottimista?
Pensi al Medio Evo. Per motivi diversi, ma erano tempi molto molto più duri quelli.

Cinquecento anni di solitudine – Riccardo III, gobbo sì ma forse non così cattivo (da ‘Il Messaggero’ del 5 febbraio)

Passare più di cinquecento anni seppellito malamente, per un sovrano che la letteratura vuole spietato e ambizioso, sono una maledizione ben peggiore del “dispera e muori!” a cui Riccardo III sarebbe stato condannato la notte prima della battaglia gli spiriti delle sue vittime. Ma è cosa ormai certa che sia andata così: le
spoglie rinvenute in un parcheggio della città di Leicester, accanto a quella che un tempo era la chiesa dei Frati Grigi, appartengono proprio all’ultimo dei Plantageneti, anti-eroe shakesperiano e sovrano caduto per mano del rivale Enrico Tudor nella battaglia di Bosworth Field del 22 agosto 1485, svolta storica con la quale finì la guerra delle due Rose e, secondo alcuni storici, anche il Medioevo inglese. Da quel giorno iniziarono infatti di 118 anni di dominio Tudor e Riccardo III, che regnò per soli due anni, diventò una leggenda nera,
un personaggio crudele ed efferato quasi sempre descritto con tinte cupe, non solo da William Shakespeare. Nella sua ‘Storia dei Re d’Inghilterra’, lo storico John Rous, ad esempio, parla del sovrano come di un essere mostruoso nato già con i denti e con i capelli lunghi dopo un’abnorme gestazione durata due anni e cresciuto in un corpo deforme e storto, con una spalla più alta dell’altra e un braccio avvizzito.

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Se sia nato già con i denti e con i capelli lunghi non si saprà mai, ma la spina dorsale molto deformata dello scheletro rinvenuto a Leicester è visibile ad occhio nudo. Inoltre, le prove del DNA condotte su un lontanissimo discendente della sorella, Michael Ibsen, fino a poco tempo fa inconsapevole commerciante di arredamento di origine canadese, hanno dimostrato che “al di là di ogni ragionevole dubbio si tratta di Riccardo”. Lo ha annunciato ieri in una conferenza stampa Richard Buckley, archeologo dell’Università di Leicester che ha condotto le perizie sullo scheletro, trovato ad agosto scorso dopo che alcuni appassionati avevano indicato nell’area l’unico luogo possibile per la sepoltura del sovrano, l’ultimo re inglese morto in battaglia e uno dei pochi a perire in terra inglese. Le prove al carbonio fanno risalire i poveri resti ad un periodo compreso tra il 1455 e il 1540, e secondo l’osto-archeologo Jo Appleby appartengono ad un uomo tra i
20 e i 30 anni. Due elementi compatibili con il sovrano Riccardo, morto nel 1485 a soli 32 anni e, secondo gli esperti, seppellito frettolosamente e con i polsi ancora legati in una fossa non abbastanza profonda nella vecchia chiesa, abbattuta nel ‘600 e ricostruita su una pianta diversa.

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Gli esperti gli hanno trovato 10 ferite sul corpo, di cui 8 solo sul cranio e due di queste potenzialmente fatali: uno è stato un colpo di traverso che ha portato via un frammento di cranio, mentre l’altro è stato causato da un’arma affilata che ha colpito la parte opposta della testa, causando una ferita profonda più di 10 centimetri. “Entrambe le ferite possono aver causato un’immediata perdita di conoscenza, con la morte seguita poco dopo”, ha spiegato Appleby. Soprattutto, la posizione delle ferite tende a confermare i resoconti dei contemporanei, secondo cui Riccardo III sarebbe morto disarcionato, mentre il suo cavallo affondava in una
palude lasciando il cavaliere vulnerabile ai colpi degli uomini al soldo dei Tudor. Da qui il famoso verso shakesperiano ‘Un cavallo! Un cavallo! Il mio regno per un cavallo!’

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Una volta ucciso, gli esperti sostengono che il corpo del sovrano fu esposto ad ogni umiliazione, come dimostrano le ferite pelviche. Probabilmente fu mutilato e trasportato a Leicester per dimostrare al mondo la sua morte. E poi, quasi certamente, seppellito in fretta e furia, per poi lasciare ai posteri i racconti poco lusinghieri di Rous – il quale per inciso prima che morisse parlava di un “buon sovrano” con “un grande cuore” – e la storia di un uomo che fece rinchiudere i suoi due nipoti ragazzini nella Torre di Londra per non avere intralci nella successione, e che fece poi uccidere anche la moglie. Un’anima nera, forse inventata dai suoi nemici e resa immortale da Shakespeare, che ora potrebbe trovare nuova dignità, insieme ad una nuova sepoltura
nella cattedrale di Leicester.

Il cielo sopra Londra (da ‘Il Messaggero’ del venerdi’ 11 gennaio)

Chissa’ cos’ha pensato il volpacchiotto Romeo quando si e’ trovato per la prima volta davanti al panorama di una Londra vista dalla ragguardevole altezza di 309,6 metri. Raccontano i muratori e gli architetti che e’ stata infatti una bestiola il primo essere vivente a dormire – clandestinamente, s’intende – nello Shard, il grattacielo a forma di scheggia con cui la capitale britannica ha deciso di darsi un profilo fiero, affilato e argenteo. Nel negozio di souvenirs e libri che aprira’ i battenti il 1 febbraio prossimo, quando anche turisti e visitatori potranno accedere al grattacielo piu’ alto d’Europa, ci saranno dei piccoli Romeo in peluche in vendita accanto a tazze, poster e magliette.

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“Lo Shard vuole affermare innanzi tutto il concetto di rigenerazione”, spiega William Matthews, architetto responsabile del progetto per conto dello studio parigino di Renzo Piano, ripercorrendo l’origine dell’idea – un documento del 2000 in cui l’allora governo di Tony Blair incoraggiava l’alta densita’ come prospettiva ecologica ed economica per la megalopoli – e i 12 anni di intenso lavoro, di cui soli 36 mesi di costruzione. “Volevamo qualcosa che fosse fatto anche per il pubblico, seppure con capitali privati”, osserva l’architetto, sottolineando come la proprieta’, che fa capo al governo del Qatar e alla Sellar Property, sia stata fin dall’inizio entusiasta all’idea di un grattacielo multiuso, occupato si’ da uffici, ma anche da un grande albergo a cinque stelle come lo Shangri-La, da quattro piani turistici, da tre ristoranti e da una decina di appartamenti di lusso di uno o due piani ciascuno. Appartamenti che, quando il e’ cielo terso, vedono il mare. “E’ un modo per diversificare il rischio, visto che i grattacieli pieni di uffici risentono delle crisi”, riassume Matthews.

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Con i suoi 72 piani abitabili e la sua imponentissima mole, visibile da tutta Londra, lo Shard accogliera’ ogni giorno 8.000 lavoratori e 15.000 visitatori. Nel parcheggio, pero’, ci sono solo 48 posti auto, destinati soprattutto ai residenti. E non si tratta di un errore di calcolo, tutt’altro. Sono anni che la citta’ punta a ridurre il traffico e il grattacielo e’ perfettamente servito da due linee di metro, una stazione di treni e 15 autobus. Quanto basta per rendere l’uso dell’auto scomodo e desueto. Nella citta’ verticale di Renzo Piano, inoltre, il 95% dei materiali di costruzione e’ riciclato, cosi’ come il 20% dell’acciaio, e le emissioni sono di molto inferiori agli obiettivi grazie a 740 metri quadrati di pannelli solari. I visitatori potranno prendere uno dei velocissimi ascensori dello Shard tutto il giorno e anche di notte, e idealmente si vorrebbe far diventare quel panorama la prima tappa di ogni visita della capitale britannica, nonostante il biglietto d’accesso oneroso: 24,95 sterline, circa 30 euro, per chi prenota online, o 30 sterline per chi si presenta direttamente.

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Prima della ‘ascesa’, si passa in una galleria con dei curiosi collages un po’ alla Richard Hamilton, in cui 140 londinesi famosi sono accostati in maniera insolita. C’e’ Kate Moss che sposa Enrico VIII, per dire, mentre il sindaco Boris Johnson fa da lustrascarpe al suo predecessore Ken Livingstone. Seguono dati e aneddoti inconsueti sulla storia di Londra e dei suo quartieri, raccontati sul pavimento, o dagli schermi negli ascensori. E poi si arriva in alto, in altissimo. La scheggia svetta nella parte sud del Tamigi, poco distante da Tower Bridge, e ai suoi piedi c’e’ un crocevia di binari. Dall’alto i treni sembrano esili serpentelli, cosi’ come minuscoli appaiono i grattacieli della City, quelli distanti di Canary Wharf, e il London Eye, il cui primato di panorama piu’ bello della citta’ e’ ormai sotto scacco. “Facendo gli scavi per le fondamenta abbiamo trovato una villa romana”, racconta l’architetto Matthews con iniziale noncuranza. Poi si corregge: il vasellame e gli oggetti, assicura, sono stati portati in un museo, mentre le mura sono state abbattute per fare spazio al cantiere. “Londra e’ cosi’, una citta’ commerciale che non si ferma mai”, aggiunge. Una citta’ non esita a distruggere se necessario, ma dove la rigenerazione e’ perenne.