This is London di Ben Judah, racconti dal sottomondo della città dei sogni (da Il Foglio del 10 ottobre)

LONDRA – Non è un bel sogno, la Londra di Ben Judah. Non perché sul sottomondo di povertà, disperazione e disincanto che il giornalista racconta nel suo libro ‘This is London’, Questa è Londra, del 2016, ci sia mai un giudizio, anzi, ma perché le storie raccolte con l’ardore giovanile del raffinato poliglotta figlio di intellettuali che si traveste da muratore russo o va a dormire nei sottopassaggi di Hyde Park con i mendicanti rumeni hanno il sapore amaro della polvere mangiata quando si cade per terra. «Non è una città di schiavi, (continua a leggere qui)

La brutta settimana dei Citizens of Nowhere, tra hard Brexit e sad Brexit.

In questi giorni stiamo un po’ così, noi europei che viviamo nel Regno Unito. Quasi come la mattina del 24 giugno scorso, quando ci siamo risvegliati storditi in un paese che non voleva più essere parte dell’Unione europea, ma con una grande differenza: l’interpretazione che la politica ha dato del voto è peggiore del voto stesso. Chiariamo subito una cosa: il Regno Unito negli ultimi anni, soprattutto dal 2004 ad oggi, ha assistito ad un afflusso monumentale di persone ed è comprensibile che ci si chieda se questo abbia reso irriconoscibile il paese. Ma il fatto che al congresso dei Tories di Birmingham, teatro di un crescendo di dichiarazioni sconcertanti, nessuno abbia fatto presente come se il Regno Unito è competitivo, cresce e ha una disoccupazione del 4,9%, è anche grazie ad un’economia aperta in cui gli investimenti europei hanno avuto un ruolo cruciale e in cui una gioventù a corto di prospettive future è venuta a riversare una quantità impressionante di energie, progetti, fondi, è a dir poco grave. Dei cittadini del mondo – che Theresa May ha definito con tono sprezzante “cittadini di nessun posto” – Londra e il sud est del paese hanno beneficiato come nessun luogo al mondo. Siamo sicuri che sia una buona idea trattarli così?

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“Dalla Brexit non sento più questo posto come casa mia, prima sì” è la frase che si sente più spesso in giro in questi giorni e che tradotta vuol dire: magari resto altri 10 anni, ma non mi impegnerò più così tanto nella società, da straniero mi trattano e da straniero mi comporto. Amici che stanno sospendendo progetti e investimenti, che stanno iniziando a dare un’occhiata ad altre capitali, ad altre prospettive, magari proprio in Italia, che si sentono francamente offesi perché dopo anni e anni di tasse religiosamente versate all’erario di Sua Maestà sono spariti dalla cartina politica – ma non era No Taxation without Representation? – e che non si capacitano di dover assistere al susseguirsi di dichiarazioni surreali di queste settimane, tutte volte a incidere nella mente degli elettori ex Ukip e ex Labour il nuovo, sfavillante brand dei Tories, che finalmente hanno capito di dover far qualcosa per colmare le disuguaglianze vertiginose che esistono nel paese ma hanno deciso di farlo abbracciando la linea del tabloids. E creando una retorica incendiaria fondata sulla distinzione ripetuta all’infinito tra gli “onesti lavoratori britannici” e gli immigrati, descritti alla stregua di parassiti o, nel migliore dei casi, come un male necessario da accettare temporaneamente fino a quando il sistema britannico non sarà in grado di formare abbastanza medici, per dirne una (parole di Jeremy Hunt, ministro della Sanità).

Retorica da congresso, dicono gli amici inglesi, non ci fate caso. Un voto che cambierà poco, auspicano altri, vedrete che il governo non farà un autogol così clamoroso. E’ tutta una strategia negoziale, si consola qualcuno. Nel frattempo l’atmosfera va peggiorando e la minaccia di chiedere alle aziende di schedare i lavoratori stranieri avanzata da Amber Rudd, ministro degli Interni che durante la campagna referendaria era stata una vigorosa e lucida sostenitrice del ‘Remain’, ha dato la misura di quanto il ‘common sense’ sia una cosa del passato, nel Regno Unito di oggi. Chiunque abbia avuto a che fare con le risorse umane di un’azienda racconta la stessa storia: arrivano stranieri preparatissimi, il più delle volte molto più dei candidati britannici. Che questo sia problematico non c’è dubbio, ma il pubblico dovrebbe essere informato sul fatto che se poi quelle stesse aziende vanno bene e sostengono la crescita, grazie ad una forza lavoro straniera, questo va a vantaggio di tutti. Un punto di vista che i tabloids, giornali scritti dalle elites ad uso e consumo del popolo, non raccontano mai. Perfino il fratello del ministro degli Interni Amber Rudd, che si chiama Roland e ha fondato il colosso della comunicazione Finsbury, ha criticato la sorella scrivendo sull’Evening Standard che non si possono “vilipendere gli stranieri” nel Regno Unito di oggi. Eppure sta avvenendo. E visto che la comunità dei “cittadini del mondo/cittadini di nessun posto” è per definizione fluida e mobile, non è detto che accetti di respirare quest’ariaccia per altri due anni e mezzo, il tempo che finisca il negoziato della Brexit. Che sia proprio la strategia che Theresa May ha in mente, ossia far scappare più gente possibile adesso per poi tutelare i diritti di chi resta e tenersi il mercato interno in un secondo momento?

Storia del jihadismo britannico, tra ideologia e ‘cool factor’. Ma la povertà non c’entra. (Da ‘Il Foglio’ del 26 marzo)

LONDRA – E’ stata messa al bando, ha cambiato nome, ma è sempre all’organizzazione al-Muhajiroun, ‘Gli Emigranti’, che fa capo la variante britannica del jihadismo globale: ad essa sono dovuti 22 dei 53 attentati riusciti o sventati negli ultimi 20 anni dalla polizia inglese. Una variante asiatica molto più che araba, cresciuta intorno a comunità sradicate dal Kashmir e rimontate pare pare nelle strade di Bradford o di altre città del Nord, e che ha imparato i rudimenti dell’Islam da imam importati anche essi dalle campagne di Mirpur e del tutto inadeguati ad indovinare i pensieri di giovani metropolitani anglofoni e confusi, sospesi tra il patriarcato tradizionale e un mondo occidentale da guardare con sentimenti misti. E ora, nella sua ultima mutazione, questo radicalismo Brit è diventato una delle espressioni più comuni di rabbia anti-establishment per comunità assai disparate, come dimostra il numero ancora alto di convertiti.

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Anche se per diventare jihadisti veri e propri ci vuole ovviamente ben altro: ideologia, risentimento, attivismo. E’ quello che racconta Raffaello Pantucci, nome italiano e accento americano, in ‘We love death as you love life’, ‘Amiamo la morte come amate la vita’, la prima storia completa del jihadismo britannico, dai tempi della conversione di William Quilliam all’islam nel 1887 alla Siria di oggi. Con pazienza certosina da storico e da analista, Pantucci si mette a raccogliere elementi che non hanno bisogno di essere ingigantiti per risultare inquietanti. Il personaggio del momento è il lupo solitario, come quelli di Woolwich che hanno decapitato il povero Lee Rigby. Inutile dire ogni volta che queste persone erano nel mirino dei servizi, che però non hanno impedito che agissero: solo nel 2007 c’erano circa 4000 persone sospette in Gran Bretagna, alle prese con circa 30 piani terroristici.

Pantucci non offre neppure ricette, che sarebbero inutili: “In Gran Bretagna c’e’ il multiculturalismo, in Francia c’e’ la laicità e l’uguaglianza. Nessuno è perfetto, non mi pare si possa dire che un sistema ha funzionato meglio dell’altro”. Londonistan ha creato mostri anche per essere stata cosi’ accogliente nei confronti del dissenso negli anni ’70 e ’80 senza chiedere quella omologazione culturale di rigore per gli esiliati parigini. E la povertà non c’entra, spiega Pantucci, che parafrasando Trotski spiega: “Se fosse la poverta’ a portare la gente verso il terrorismo, ce ne sarebbero molti di piu’ di terroristi”.

“E’ storia contemporanea, ma nessuno l’aveva raccontata tutta”, spiega lo studioso, aggiungendo che il tratto caratteristico del jihadismo londinese è il legame con il Pakistan, “che è anche il posto dove poi al-Qaeda è andata a finire” e che “è stato usato anche per lanciare attacchi nei confronti della Gran Bretagna”. Una connessione forte che è servita fino a quando internet non ha reso tutto a portata di mano per chiunque. “Prima se qualcuno mostrava delle intenzioni serie lo si mandava in un campo di addestramento in Pakistan, mentre per i francesi era più facile relazionarsi con gli arabi nordafricani”. Solo negli ultimi anni la situazione è andata a complicarsi e “il jihadismo inglese si è allargato alla Somalia e allo Yemen”.

Direttore degli studi di sicurezza internazionale del RUSI, Royal United Services Institute, ed esperto di jihadismo e di Cina, Pantucci racconta di come al-Muhajiroun sia nata da una costola di Hizb ut-Tahrir per volontà di Anjem Choudary, predicatore particolarmente incline a dire frasi estreme davanti alle telecamere e per questo diventato terrorista di servizio nei media britannici e non solo, e il siriano Omar Bakri Mohammad, quello che negli anni ’90 ci tenne a puntualizzare che in un paese islamico le Spice Girls sarebbero state arrestate immediatamente. Sebbene zone come Bradford siano particolarmente rappresentative in quanto a maggioranza musulmana, Londra rimane il luogo più complesso, quello in la working class pakistana degli anni 50 e 60 è venuta a contatto con i miliardi mediorientali negli anni ’70, raggruppandosi per la prima volta intorno ad una causa comune quando uscirono i Versetti Satanici di Salman Rushdie nell’88 – lì la questione era dire che non si poteva offendere l’Islam liberamente – ma diventando anche teatro di violenze settarie seppure su scala minore, come le aggressioni sunnite ai ristoratori sciiti di Edgware Road nel 2013.

Ma soprattutto è a Londra che sono iniziate le mobilitazioni per la Bosnia negli anni ‘90. Lo racconta bene nella sua autobiografia Majid Nawaaz, ex jihadista diventato pupillo dell’establishment londinese con la sua fondazione anti-estremismo Quilliam: nulla come la Bosnia e l’indifferenza occidentale nei confronti del massacro di musulmani ha avuto successo a reclutare islamisti radicali. Un’altra guerra nata a Sarajevo, insomma, anche perché come spiega Pantucci al Foglio “se dei musulmani biondi e con gli occhi azzurri vengono uccisi senza che nessuno intervenga, il problema non è razziale, è religioso”. O così è stata inteso da chi continuava ad avere problemi di identità in patria e rabbrividiva davanti agli orrori provenienti dai Balcani. In molti hanno preso una corriera per andare a combattere e da lì, mentalmente, non sono più tornati. Ma il jihadismo è una realtà in continua evoluzione e la Bosnia non serve a spiegare del tutto il fenomeno dei foreign fighters in Siria. Su cui gioca un elemento molto contemporaneo, difficile da contrastare: il ‘cool factor’. Come ha spiegato recentemente Simon Kuper su FT, “Isis è diventato un brand giovanile” e la “Siria una sorta di Ibiza salafista in cui i ragazzi stranieri incontrano le ragazze straniere”. Dove le nipotine degli immigrati del Mirpur sognano di andare a combattere e a sposarsi, nel rispetto della tradizione.

La strategia rischiosa dei media britannici: prendere in giro gli elettori di Farage per contrastare UKIP (da ‘Il Foglio’ del 26 febbraio)

L’Ukip non è mai stato così impresentabile, l’Ukip non è mai stato così forte. A poco più di due mesi dalle elezioni, la scena politica britannica è più frammentata che mai e quello che cinque anni fa era un abbozzo di tripartitismo ora sta diventando qualcosa di molto più complesso. Philip Stephens scrive sul Financial Times che l’establishment inglese, così come lo conosciamo, è finito, e che la “colla della Britishness” che teneva unito il paese si è persa, lasciando soltanto un “vuoto di legittimità”, in cui vincono gli “anti: gli anti elite, gli anti Europa, gli anti immigrati e gli anti capitalismo”. Nel verdeggiante panorama campestre e spaccato disegnato dall’Economist nella sua copertina di questa settimana, le due zolle di terra più grandi sono occupate dal Labour e dai Tory, ma se l’attuale premier Tory David Cameron sembra soprattutto soddisfatto di vedere il suo vice liberaldemocratico, Nick Clegg, cadere giù nel burrone, il troppo laburista Ed Miliband rischia di fare la stessa fine per mano di una inflessibile Nicola Sturgeon dello Scottish National Party. In tutta questa violenza, le due figure più ottimiste sono quella della leader dei Verdi Natalie Bennett che avanza serena in bicicletta, e del sardonico Nigel Farage con la sua tazza di té in mano.

Perché se l’Ukip non ha colpito il paese al cuore, ne sta sicuramente rosicchiando i bordi. Oltre alle due costituencies già conquistate, Rochester e Clacton, i sondaggi danno il partito in avanzata in altre tre circoscrizioni, Castle Point e South Basildon&East Thurrock, entrambe in Essex, e Boston&Skegness, in Lincolnshire. Tutte città costiere, con l’eccezione di Rochester che è fluviale, tutti luoghi che faticano a trovare una loro strada verso il futuro, come tanti loro abitanti di una certa età che con il mondo contemporaneo non sanno fare pace e che non si adeguano al linguaggio progressista dei media. I quali già da tempo vanno a caccia dell’ultima gaffe, della parola irripetibile, della battuta stantia e razzista, della scivolatura antisemita. “E’ molto facile tendere tranelli a questi elettori e portarli a infrangere l’ultimo tabù di questo paese: il razzismo”, spiega al Foglio David Goodhart, direttore del think tank Demos e autore di “The British Dream”, un libro sull’immigrazione in cui sostiene che sia ingiusto accusare di razzismo chi è preoccupato dei cambiamenti che l’accoglientissima Gran Bretagna sta attraversando.

“Ogni forma di preoccupazione di natura demografica è diventata razzismo, e questo svuota la parola stessa”, prosegue Goodhart, inviso ai liberali da quando nel 2004 pubblicò sul Prospect Magazine da lui fondato un articolo intitolato “Too diverse?” in cui iniziava ad enunciare le sue teorie. “Ci saranno anche dei razzisti dentro Ukip, ma ci sono soprattutto persone preoccupate, e il partito è diventato il grande campo di battaglia in cui stiamo lottando contro il tabù di cui sopra, il razzismo”, col risultato, spiega, che “i media liberali stanno facendo involontariamente da sergente reclutatore per conto dell’Ukip”.

Il risultato, a qualche mese dalla conquista dei primi due seggi a Westminter – l’augusto palazzo, peraltro, ha seri cedimenti strutturali e ha scelto questa campagna elettorale imprevedibile per manifestarli – è che gli Ukippers hanno guadagnato in sicurezza e a ogni nuovo errore sembrano fare più cerchio intorno ai propri membri, sembrano sentirsi meno in dovere di scusarsi. Al momento l’elettore Ukip sta avendo più successo e più visibilità di Nigel Farage stesso, che in attesa della stagione a lui propizia dei dibattiti televisivi non tocca quasi palla mentre cerca di avventurarsi con passo incerto al di fuori del suo binomio tematico classico immigrazione-Europa, Europa-immigrazione.

La Bbc ha trasmesso “Meet the Ukippers”, cinquanta minuti di documentario in cui si racconta il partito nel Thanet, penisola del Kent baciata da un sole impareggiabile per gli standard britannici ma il cui appeal turistico è stato spolpato dall’arrivo di Ryanair e dalla concorrenza del più tenace beltempo spagnolo. Intervistando anziani sostenitori nelle strade decadenti e multietniche di Ramsgate e Cliftonville, la Beeb ha tracciato un ritratto vivace ma certo non lusinghiero di militanti di mezza età – una consigliera dell’Ukip di nome Rozanne Duncan, prontamente espulsa dal partito – che parlano del fatto che hanno “un vero problema ad accettare le persone con tratti negroidi” e della legittimità di descrizioni come quella secondo cui gli ebrei hanno il naso adunco e le loro mogli portano la parrucca.

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Channel4, canale pubblico ma finanziato con la pubblicità e quindi non vincolato al leggendario equilibrio della Bbc, è andato un po’ oltre, con una docu-fiction dal sapore distopico in cui un improbabile presentatore anziano annuncia i risultati delle elezioni 2015: con un twist che si vuole quasi fantascientifico, il partito di Nigel Farage è in grado di formare un governo.

“Ukip, I primi 100 giorni” è raccontato dal punto di vista di un’ambiziosa deputata di origine asiatica, volto di punta del partito per fugare ogni accusa di razzismo. Alla seconda settimana, il Regno Unito esce dall’Unione europea, poi la deputata piange per la chiusura di aziende e la perdita di posti di lavoro, e infine iniziano gli episodi di razzismo, di espulsioni di immigrati. Il tutto filmato con interviste, finti notiziari e un lieto fine in cui lei se ne va dall’Ukip finalmente rinsavita. E la gente ha protestato. Molto. Il media watchdog Ofcom ha ricevuto 6.500 segnalazioni e ha aperto un’inchiesta per vedere se tutto quell’uso di immagini di archivio di sostenitori dell’Ukip che applaudono montate insieme a finti discorsi di leader del partito siano o no “misleading”, ingannevoli. E se la storia della finta deputata indiana sia anch’essa tendenziosa. Fatto sta che già a febbraio Channel 4ha superato per numero di proteste tutti i programmi del 2014, dando un grande assist a Farage, che ha twittato serafico: “Sembra che 100DaysOfUkip stia sortendo l’effetto opposto. Una visione distorta e di parte dell’Unico partito che crede nella Gran Bretagna”.

Il Telegraph, che sta facendo una campagna anti Ukip che neanche il Socialist Workers’ Party, cita da giorni un sondaggio commissionato da Lord Ashcroft secondo cui l’Ukip è ai minimi, appena all’11 per cento dei consensi, dopo che la gente ha capito grazie ai recenti programmi tv quanto siano razzisti e retrogradi. YouGov chiede a chi passa sul suo sito di rispondere alla domanda: cosa ne sarà dell’Ukip tra 10 anni. La maggioranza sostiene che sparirà. Possibile. Ma l’Ukipper ormai è nato e non sarà facile demolirlo.

Viaggio a Clacton, dove UKIP prospera tra case di bambola, deambulatori e paura di un’immigrazione che non c’e’ (da ‘il Foglio’ del 27 dicembre)

CLACTON-ON-SEA – Potrebbe essere il giovane parroco oppure il medico del paese, Douglas Carswell. L’ex deputato conservatore, rieletto ad ottobre nelle file dell’UKIP e diventato il primo MP viola nella storia di Westminster, si muove energico e attento nel suo ufficio accanto ad un negozio di kebab gestito da uno dei pochissimi immigrati di Clacton-on-sea, propaggine costiera dell’Essex, cinquantamila abitanti di cui un terzo pensionati. Douglas riceve cittadini che, come sempre nel Regno Unito, vanno a chiedere al loro eletti soluzioni a problemi piccoli che incidono sulle loro vite. Agli ottantenni Russell, ad esempio, è stata fatta male la strada davanti a casa, col risultato che le macchine di passaggio gli finiscono in giardino. “Ma Douglas risolverà tutto”, spiega convinta la signora mentre il marito si sistema l’apparecchio acustico e sorride nell’aria. La segretaria di Douglas intanto risponde gentile ad un tipo malconcio a cui hanno tagliato il riscaldamento, e Douglas stesso fa delle brevi apparizioni tra un appuntamento e l’altro proponendo soluzioni lampo, intervenendo, rassicurando.

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“La gente non ha votato UKIP, ha rivotato Douglas”, mi spiega una visitatrice sui quarant’anni con l’aria cospiratoria di chi dice: lui è uno di noi. Non proprio. Suo padre era un medico scozzese in Uganda, pioniere della ricerca sull’Aids le cui esperienze hanno ispirato, dicono, libro e film ‘L’ultimo re della Scozia’, ma tant’è. Non c’è comunque traccia di grandi scenari, a Clacton-on-sea, località balneare fanée dove il parco divertimenti sul molo è più spettrale di un set di David Lynch e il principale problema, ammette Carswell, “è che non ci sono abbastanza medici e infermieri”. Una città che ha disperato bisogno di immigrazione, quindi, e Douglas lo sa: “Noi con i nostri elettori siamo sinceri su tutto, e proprio per questo possiamo permetterci un approccio onesto anche quando dobbiamo dire verità scomode”. Non come il Labour, sempre più in difficoltà con il voto popolare come dimostra un documento sfuggito di mano e intitolato ‘Campaigning against UKIP’, che sul tema dell’immigrazione propone una linea semplice: evitarlo come la peste. Non parlarne con gli elettori, non farsi travolgere mai da discussioni di persona, spostare l’argomento sulla riforma del sistema sanitario.

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Anche se a parlare di immigrazione a Clacton ci si sentirebbe comunque un po’ ridicoli: la città, canuta più che bianca, ha appena il 4,3% di popolazione straniera, la metà della media nazionale, un decimo del centro di Londra. I primi, poi, sono i tedeschi, seguiti dai polacchi. Tensioni non ce ne sono, conferma Edita, che serve pierogi fatti in casa e altre specialità polacche in un negozietto lindo, unico avamposto ‘etnico’ del centro insieme al kebab di cui sopra, a pochi metri da Marks&Spencer e dalla carrellata di charity shops intitolati ad ogni malattia possibile che riempiono le belle strade ampie di Clacton. Matthew Parris ha scritto un pezzo feroce, odioso e forse vero sulla cittadina, dicendo che quella che si trova lì è “l’Inghilterra sulle stampelle”, l’Inghilerra tatuata e proletaria, nostalgica e spaventata a cui i Tories dovrebbero smettere di corteggiare, lasciando pure che UKIP si accaparri il mercato del pessimismo e ne diventi, per l’appunto, la stampella, sapendo che ad attendere il partito c’è un futuro in “lycra, non in tweed”, fatto di elettori presi solo a cercare di non morire.

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Mentre Farage sceglieva con cura le frasi dell’articolo di Parris da far stampare sui suoi manifesti elettorali, qualcuno all’Economist ha detto che nel Regno Unito ormai la partita si gioca tra “comunitaristi” e “cosmopoliti”, tra chi pensa al passato, si lamenta delle élites ed è eurofobo e chi invece, seguendo la vena mercantile dell’animo britannico, vuole ampi orizzonti e mare aperto. Clacton contro Cambridge, e pazienza se ci sono decenni di scelte politiche dietro questo divario, e pazienza se c’è l’UKIP a fare incetta di voti burini che nessuno vuole, confortando gli elettori nelle loro paure e nel loro desiderio di vivere nel passato, nella vecchia Inghilterra incontaminata dalla modernità e dall’immigrazione.

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‘Ukik’, ‘tu prendi a calci’, l’ha soprannominato un gruppo di liceali della Canterbury Academy che ha messo a punto un videogioco, piuttosto brillante, in cui un personaggio chiamato Nicholas Fromage calcia immigrati dalle bianche scogliere di Dover verso la Francia. Vince chi fa arrivare l’immigrato-proiettile più lontano dalla costa britannica, e questo ha messo a dura prova il robusto senso dell’umorismo di Farage, che l’ha definito “patetico”, mentre il partito ha ribadito che la loro politica sull’immigrazione è ispirata al sistema a punti australiano, pensato per far venire nel paese più cittadini del Commonwealth – realtà per la quale la nostalgia da queste parti non è mai troppa – e meno europei.

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“Noi siamo venuti qui perché odiamo Londra e i suoi commercianti stranieri’”, spiega Eileen, bella sessantenne bionda mentre scartavetra una delle tante case di bambola che vende insieme al marito in un negozietto poco distante dalla spiaggia. “Saremo circa 15 in tutto il paese a vendere casette”, prosegue, sistemando piccoli vasi di fiori perfettamente rifiniti sui romantici davanzali di una mansion edoardiana. “La gente viene qui perche può crearsi un piccolo mondo ideale, una casa di bambola ti permette di prenderti cura delle cose, noi ne abbiamo tre, e abbiamo solo figli maschi”, aggiunge un uomo tarchiato di mezza età dall’aspetto non inglesissimo, voce profonda, mani e collo coperti di tatuaggi da passato turbolento. “Londra non è più quella che era, io voglio stare tra gli inglesi, non ce l’ho con gli altri, mia figlia vive in Svezia e tu sei una straniera molto gentile, ma io voglio stare tra gli inglesi”, prosegue Eileen mentre serve i clienti. “Chi ha una casa di bambola non ha mai il problema di cosa regalare per Natale”, assicura l’uomo tatuato e vestito di nero mentre fa scorrere le sue falangi piene di croci e simboli oscuri su una piccolissima vasca da bagno di ghisa, prezzo 2 sterline e mezzo.

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Dell’Europa a loro importa poco, l’immigrazione peserebbe di certo, se solo ce ne fosse, ma quello che conta è l’entusiasmo per il casino che UKIP è riuscito a fare fino ad ora, per il fatto che in pochi mesi si è dimostrato in grado di mettere in difficoltà il vecchio sistema, di dare un senso di potere a chi si sente scavalcato dalla storia ed è a corto sia di compassione che di larghe vedute. YouGov sostiene che un britannico su quattro non riuscirebbe a rimanere amico con un elettore UKIP e c’è stato addirittura chi diceva che i prezzi delle case, nelle costituency viola, rischiavano di scendere per via dello stigma sociale. Davanti ad un English breakfast in cui racconta con un po’ di italiano dei suoi anni romani a Monti, Carswell spiega che UKIP sta facendo alla politica ciò che Aldi e Lidl hanno fatto al settore della grande distribuzione: “Dimostriamo alla gente che c’è un’alternativa dopo anni in cui gli avevano detto che esistevano solo Tesco e Waitrose”. E scandendo con un tono un po’ pomposo i grandi momenti della storia in cui la democrazia ha perso pezzi importanti, con particolare menzione del “furto” operato dal progetto europeo, Carswell ricorda quando nel 2001 ha corso la sua prima elezione contro Tony Blair, perdendo malamente ma facendo sua l’arte sottile delle campagne porta a porta.

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Lui, educazione privatissima e retroterra solidamente middle class, rimpiange che “la gente neanche si sforzi più di votare”, soprattutto dopo lo scandalo delle spese dei parlamentari e visto quanto la UE rende ormai impossibile decidere il proprio destino ai cittadini britannici. Che certo, leggono giornali che raccontano storie strabilianti e falsissime su Bruxelles, “ma tanto le élites ingannano le persone molto più dei tabloids”. Che poi la UE è il mondo sognato dalle élites, la negazione del fatto “che la saggezza è superiore presso il popolo”, il quale va ascoltato e assecondato, altro che Matthew Parris. “Perché qualcun altro dovrebbe decidere che cosa mio figlio deve studiare a scuola? Se la tecnologia mi permette di scegliere quasi tutto, perché non posso decidere anche su questo, o sull’illuminazione stradale o su mille altre cose?” L’elettorato UKIP non è senescente e nostalgico, ma moderno e internazionale, azzarda Carswell. “Guardando i tabulati telefonici si vede che la gente qui a Natale chiama in Australia, in America, mica in Europa”. E se da una parte continuano ad essere scoperchiati personaggi imbarazzanti – come dimostra il recente ordine di scuderia di non usare Twitter dopo che alcuni esponenti del partito avevano detto cose impresentabili, dall’invito agli africani a suicidarsi a storielle da bar su presunti asini sodomiti, per citarne solo alcune – e Carswell lo ammette, “UKIP si sta ripulendo” e stanno emergendo personalità di rango, anche femminili, oltre al fatto che il partito sta facendo un favore al paese. “Se non ci fossimo noi la rabbia della gente la porterebbe a votare per dei clowns come in Italia”, osserva, aggiungendo vezzoso, nel caso l’allusione non fosse stata colta: “Questo non dovrei dirlo”.

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Nella costituency molti ex carcerati vengono mandati da Londra per vivere di benefits, “creando qualche problema di accoltellamenti per strada”, spiega il quarantatrenne, secondo cui il sistema migliore per gestire la sicurezza sarebbe avere degli sceriffi eletti dal popolo. “E comunque UKIP non è un partito nativista xenofobo come si pensava, siamo eredi del partito liberale, di Gladstone”, precisa. E alle prossime elezioni come finirà? “Forse con una bella coalizione Labour-Tory, visto che condividono gli stessi valori”, spiega rianimando con una gran risata la sua battuta un po’ logora. “Faranno un accordo”, forse, e allora sarà davvero una partita tra “i vecchi partiti politici e noi”. Poco lontano da Clacton, sempre nella stessa costituency c’è Holland-on-sea, un paesino molto più benestante, dove qualcuno si avventura addirittura ad accollarsi ogni giorno l’ora e mezzo di pendolarismo con Londra. Il mare, per chi ha il coraggio di entrarci, è tra i più puliti del paese, così come nella proletaria Clacton con le sue stampelle, le sue farmacie e i suoi deambulatori.

Prima delle elezioni di ottobre Banksy aveva benedetto uno degli edifici del lungomare con un murales dei suoi, roba che a rivenderlo ci si lastricava d’oro la città. Aveva disegnato un gruppo di piccioni manifestanti, con dei cartelli con su scritto “I migranti non sono benvenuti”, “Tornate in Africa” e “Giù le mani dai nostri vermi”. Davanti a loro ad un uccellino migratore di un bel verde li guardava perplesso sullo stesso filo. E’ stato subito cancellato dopo qualche protesta. Il Council neanche se n’era reso conto che fosse di Banksy, salvo poi annunciare che sarebbe “lieto” se l’artista decidesse di tornare a Clacton per dipingere. Un’opera d’arte “appropriata”, però.