Diana la prima moglie. Il Regno Unito alle prese con un’ossessione a vent’anni dalla morte della principessa del popolo (da Il Messaggero del 31 agosto)

LONDRA – Le foto non accennano ad ingiallire, eppure sono passati vent’anni da quando Lady Diana è morta, da quando il lungo romanzo a puntate di cui il paese l’aveva resa protagonista si è interrotto bruscamente sull’asfalto di un tunnel parigino in una notte di fine estate. E di gente giunta ad omaggiarla ancora per una volta ce n’è tanta, centinaia di persone venute anche da lontano a versare qualche lacrima ma anche a celebrare una vita, un paese, una cultura.

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I fiori avvolti nel cellophane e gli omaggi dal gusto zuccherino davanti a Kensington Palace ricordano quelli del 1997, quando una distesa oceanica mise sotto assedio Buckingham Palace chiedendo a gran voce che le emozioni e i sentimenti trovassero spazio anche nell’animo britannico, così compassato e diligente. L’animo incarnato da Elisabetta II, che ieri se n’è rimasta nella sua tenuta scozzese di Balmoral a meditare, forse, sulla settimana che ha cambiato per sempre la monarchia britannica e il suo modo di essere regina: da allora, piano piano, la famiglia reale si è aperta al mondo esterno, da dove sono entrati elementi un tempo impensabili come la bella Kate pronipote di minatori e gli indimenticabili filmati il cui la sovrana appare insieme a Daniel Craig-James Bond alle Olimpiadi del 2012.

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«Grazie per averci mostrato la differenza che l’amore e la gentilezza possono fare», spiega la quarantenne Melissa, e forse è questo quello che ha reso Diana, che per sua stessa ammissione «guidava con il cuore, non con la testa», una donna con intuizioni che guardavano al di là del suo tempo in un ambito ‘frivolo’ ma sempre più centrale come l’importanza dell’immagine nel comunicare con le masse. Diana è stata una star di Instagram quando non esisteva ancora e nel crescendo tragico della settimana tra la sua morte e il suo funerale, mentre Tony Blair cercava disperatamente di convincere la sovrana a rispondere alle implorazioni del popolo, non può non riconoscersi la stessa dinamica che si vede ora sui social networks, come se ogni mazzo di fiori di allora fosse un tweet di oggi, capace di fare pressione e di cambiare politiche.

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Ma se a Diana Elisabetta ha reso omaggio 20 anni fa con un piccolo ma evidentissimo cenno della testa e oggi che il suo regno volge al termine – non è detto, la madre visse fino a più di cento anni – ha preferito non rimescolare le carte di una successione che si preannuncia spinosa rinunciando alle celebrazioni ufficiali. Poiché quando si parla della principessa del Galles, il pensiero corre inevitabilmente all’ex marito Carlo, infedele a lei e fedele alla sua Camilla, che nel frattempo ha sposato e che è riuscito anche a rendere simpatica all’opinione pubblica. Qualcuno polemizza – perché non è venuto anche lui? – altri si inteneriscono al pensiero dei figli William e Harry, che facendosi vedere soli davanti ai cancelli della ex residenza della madre hanno rievocato l’immagine di loro due da piccoli dietro il suo feretro. Il lutto per Diana è una cosa loro, un capitale di affetto e di popolarità che spetta loro e che loro stessi devono portare verso il futuro, senza riaprire vecchie ferite.

I riflettori sono stati solo sui due ragazzi; perfino Kate ha fatto un passo indietro ed è apparsa solo nel giardino bianco dedicato a Diana. Anche per lei il confronto con Diana, figura angelicata da una morte prematura, è un terreno pericoloso intorno al quale muoversi con grazia e distacco, anche perché sulla sua figura non si è accumulata polvere, è come se fosse ancora viva, pronta a rientrare tra le pagine del romanzo della famiglia reale riempiendolo di nuove storie, passioni, magari qualche rivalità. «Vent’anni fa il mondo ha perso un angelo», ha twittato Elton John, la cui versione di Candle in the Wind a Westminster Abbey ancora risuona. Meglio ricordarla così.

Nastri, spalline e colletti. A vent’anni dalla morte, lo stile di Diana in mostra a Londra (da ‘Il Messaggero’ del 10 febbraio)

LONDRA – Prima di volteggiare insieme a John Travolta tra i marmi della Casa Bianca nel suo sontuoso abito blu notte schiarito da un collier con sette file di perle – era il 1985 e lei arrossiva in continuazione – Lady Diana non aveva sempre fatto scelte di moda condivisibili. Curiosi cappellini, un uso generoso delle maniche a sbuffo e dei pois, colletti da educanda con tanto di nastrino e una tendenza ad abbinare le scarpe al cappotto che, qualche anno dopo, avrebbero strappato qualche sorriso, soprattutto pensando a quello che la ex moglie di Carlo d’Inghilterra era diventata: una donna moderna e sicura di sé, vestita Versace, dall’eleganza adulta. Ma ripercorrendo alcuni pezzi del suo guardaroba, in mostra a Kensigton Palace dal 24 febbraio e per tutto il 2017, è il lato ingenuo e sognante della ‘principessa del popolo’ che colpisce e resta più impresso.

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Non ci sono solo gli anni ’80 dietro certe scelte, certi luccichii, certe stampe più adatte a Minnie che a una principessa, ma una freschezza e una spontaneità che, nel bene e nel male, rimarranno la cifra della fragile Diana, il segreto del suo straordinario impatto sull’immaginario collettivo e dell’affetto che, a distanza di 20 anni dalla morte, continua a circondarla. Oltre al fatto che molte delle sue scelte di allora, che sembrarono molto datate quando il minimalismo anni ’90 impose tutt’a un tratto linee e tagli puliti e semplici, sono tornate di moda e che molti pezzi appaiono divertenti e allegri.

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La mostra ‘Diana: Her Fashion Story’ sarà accompagnata da un allestimento temporaneo di fiori bianchi nei giardini di Kensington, dove ha vissuto per 15 anni, e ripercorrerà le evoluzioni del suo abbigliamento attraverso alcune delle sue tenute più note. Da quando, nel 1981, venne annunciato il suo fidanzamento con Carlo, gli occhi del mondo non le si tolsero più di dosso. In quell’occasione aveva un tailleur blu chiaro con una camicetta bianca che avrebbe invecchiato chiunque, ma non lei, che aveva 19 anni, era timidissima e aveva un volto malinconico e fresco, ben lontano dal piglio performante di Kate Middleton. Per ragioni di stato, fino a quando rimase accanto a Carlo si rivolse principalmente a stilisti britannici per i suoi vestiti: David e Elizabeth Emanuel, Bruce Oldfield, Catherine Walker e Zandra Rhodes. In mostra ci sono gli scintillanti vestiti da sera degli anni ’80 e i completi “da lavoro” degli anni ’90, la camicia rosa chiaro di Emanuel indossata per i ritratti di fidanzamento nel 1981 e il ‘vestito Travolta’, disegnato da Victor Edelstein, quello sfoggiato al ricevimento dato dai Reagan. Ci sarà anche un completo di tartan verde, ricordo di una visita a Venezia negli anni ’80 e rara reliquia del guardaroba da giorno della principessa.

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“La nostra mostra racconta la storia di una donna giovane che ha dovuto imparare rapidamente le regole dell’abbigliamento regale e diplomatico e che è riuscita così a mettere la moda britannica sotto i riflettori”, spiega Eleri Lynn, la curatrice. “Vediamo come la sua fiducia cresce nel corso degli anni, assumendo sempre di più il controllo di come viene rappresentata e comunicando in maniera intelligente attraverso i suoi vestiti”. Quando Carlo rivelò al mondo la sua storia con Camilla Parker-Bowles, Diana decise di andare comunque ad una cerimonia alla Serpentine Gallery e, invece di un abito Valentino, scelse di indossare il ‘revenge dress’, il ‘vestito della vendetta’, un tubino nero drappeggiato e scollato, con uno spacco e un piccolo strascico, che a rivederlo è una versione più aggressiva e consapevole di quello indossato alla Casa Bianca. I gioielli erano gli stessi.

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Da graziosa ‘Sloane ranger’, ossia tipica ragazza altolocata di Sloane Square, la piazza centrale di Chelsea, a grande comunicatrice di se stessa, donna più fotografata di tutti i tempi, celebrity ante litteram e icona non solo di stile, l’evoluzione della ex principessa del Galles non può lasciare indifferente chi si interessa di costume. Era molto attiva nel volontariato, ma questo spiega solo in parte la vera e propria psicosi collettiva legata a lei. Era meno ingessata dei suoi parenti, ma Sarah Ferguson era ancora meno ingessata eppure non è molto amata. Diana sapeva comunicare, sapeva vestirsi, sapeva come porsi. Il suo guardaroba sembra di ieri, eppure è già un pezzo da museo.

La trentunenne Kate e le allegre primipare attempate di Windsor

Non c’è che dire, il Regno Unito sta messo meglio dell’Italia in quanto a pari opportunità. L’occupazione femminile è più alta, ci sono più donne in ruoli di responsabilità e se un politico prova a dire cose tipo ‘calmina’ o ‘Concitina’ in televisione può stare abbastanza sicuro che la sua carriera finisce lí o quasi. Non è tutto perfetto, certo: uno studio della società di consulenza Hay Group ha concluso che nelle grandi aziende britanniche le donne dirigenti sono pagate il 9% in meno rispetto ai loro colleghi maschi, con un inquietante aumento del divario rispetto al 7% dell’anno scorso. Grave, certo, ma fa quasi tenerezza rispetto al ‘pay gap’ del 22% che esiste in Italia, all’ultimo posto tra i 12 paesi analizzati. C’è però un tema ricorrente, meno vistoso dei topless sulla ‘Page 3’ del Sun, che mi lascia sempre quel retrogusto un po’ spiacevole di controllo sociale, ma che per i britannici e le britanniche è assolutamente normale: la quantità di pressione che i media esercitano affinché le donne abbiano bambini presto. Il fatto che Kate Middleton sia incinta per la prima volta a 31 anni è l’unico aspetto vagamente anticonformista di lei, per dire.

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Oggi il Daily Mail apre sull’argomento – ‘La metà dei bambini nasce da madri ultratrentenni’ – e ne scrive, con tono da ‘Discovery Channel’, anche il Times: ‘Sono più grandi, più sagge e non sono tutte sposate: ecco le baby boomers trentenni’. Sulla base di una ricerca pubblicata ieri, i due quotidiani spiegano che ormai la metà dei bambini nasce da madri trentenni e quarantenni, poiché “il desiderio di una buona istruzione e di una carriera avviata viene prima della famiglia”. Anche i padri sono più vecchi che in passato, e pure la prima casa, che un tempo si acquistava a 28 anni, ora non arriva prima dei 35 in media. La metà dei bimbi, poi, nasce da genitori non sposati. La prima ragione indicata dallo studio per questo rinvio della maternità è il fatto che le donne continuano a studiare fino a tardi e che poi pensano alla carriera, a differenza di quanto avveniva nel 1974, quando di solito a 18 anni si mollavano gli studi, si lavorava per qualche anno e poi ci si metteva a fare figli.

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Il Times scrive un articolo piuttosto innocuo, corredandolo però con una scelta a mio avviso sorprendente di foto di coloro che rappresentano ‘il nuovo volto della maternita’’: Sienna Miller, madre a 30 anni, Cherie Blair, madre del suo quarto figlio a 45 anni, la sopracitata Kate, che avrà 31 anni quando nascerà suo figlio, Fearne Cotton, una DJ incinta di 31 anni e Peaches Geldof, la figlia di Bob, che a 23 anni sta aspettando il suo secondo. Come a dire che 31 anni già si è molto stravaganti e moderne, a meno che non si abbiano già tre figli come Cherie. Il Mail invece non ha praticamente neanche bisogno di scrivere l’articolo per infondere un senso di indignazione nei suoi lettori: basta il titolo a tutta pagina. Si limita ad intervista una donna che racconta l’esperienza estrema di aver avuto un figlio a 30 anni e le fa spiegare quali sono state le sue ragioni per aspettare così tanto, dopodichè butta lí sedicenti ricerche che dimostrano che i bambini cresciuti da genitori sposati sono più sani, più felici e pure più bravi a scuola. Poi tale Patricia Morgan, autore di opere contro la convivenza e a favore del matrimonio, precisa che il declino della maternità è tra le ventenni (sposate) è porterà ad un “disastro demografico”.

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E vabbene, sono giornali conservatori, spesso più che conservatori, tanto che né l’edizione cartacea del Guardian né quella dell’Independent ne parlano (oggi, ma l’hanno fatto in passato). Nel suo blog sul Telegraph, Cristina Odone – commentatrice che ammette serena di essere diventata madre a 43 anni – spiega che l’aumento dell’età media delle primipare è una ‘notizia benvenuta’, e fa il confronto tra la disarmata Diana, madre giovanissima e bisognosa lei stessa di guida e cure, e la più solida Kate, che ha avuto il tempo di conoscere il mondo e il contesto in cui crescerà suo figlio. Benvenuto è soprattutto il fatto che qualche giornalista illuminata cerchi di rendere il quadro più rasserenante per tante donne, come quella “poco più che trentenne” che ha scritto al Guardian una settimana fa per dire che non vuole figli ma che sente di dover prendere una decisione presto, sennò rischia di non averli mai. Mariella Frostrup, che grazie al cielo è saggia, le risponde: “Niente panico. Nonostante l’eccesso di editoriali che dicono il contrario, hai un sacco di tempo”.

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Ce lo vedete un giornale femminile italiano che titola ‘Madre dopo i 35 anni, è ancora possibile?’ con tanto di foto di donna preoccupata che si morde le labbra come se stesse facendo un salto nel buio? La nostra sensibilità sull’argomento è molto diversa, mentre nel Regno Unito, come conferma Mariella, questo tipo di articoli è frequentissimo, e quasi mai sono rassicuranti. C’è sicuramente una parte di verità e di onestà nell’esortazione a riprodursi prima che la cosa si faccia problematica e difficile, ma io ci vedo anche tanta volontà di irregimentare il ruolo delle donne nella società, oltre a tanta pressione a fare in maniera ordinata una scelta che per me dovrebbe restare molto personale e tutt’al più essere incoraggiata da politiche adeguate (cosa che qui avviene già abbastanza, anche se il costo della vita a Londra rappresenta comunque un fattore da considerare). Ma oltre un certo limite non si può andare. Sbaglierò, c’è una parte di me che trova i topless di Page 3 un messaggio tutto sommato meno subdolo.