La politica britannica, il palio degli unicorni e la proposta di abolire Eton (da Il Foglio del 14 luglio 2019)

Londra. Il dibattito politico britannico è diventato una sorta di palio degli unicorni. L’ultimo quadrupede luccicante a essere stato lanciato in pista è l’iniziativa del Labour, sostenuta da un Ed Miliband in vena di riscatto, di abolire Eton e le grandi scuole private del paese, colpevoli di aver infestato Westminster e dintorni di personaggi poco raccomandabili ma dall’autostima a prova di bomba. (continua qui)

Panico nel Labour, l’avanzata di Corbyn L’Autentico trova gli avversari impreparati (da ‘Il Foglio’ del 15 agosto)

LONDRA – Panico. Sembra un remake di sinistra delle presidenziali francesi del 2002, uno Chirac-Le Pen in salsa britannica, solo che il pericolo qui non è il noto xenofobo antisemita Jean-Marie ma un cordiale ciclista sessantaseienne, Jeremy Corbyn, che fosse per lui riaprirebbe le miniere e nazionalizzerebbe il nazionalizzabile, porterebbe la Gran Bretagna fuori dalla Nato e, se possibile, anche dall’Unione europea. Come scongiurare la sua avanzata verso la leadership del Labour evitando che quest’ultimo si trasformi in un partito di protesta à la Syriza destinato a farsi male al primo confronto con la realtà? I tre candidati alternativi – che poi sarebbero quelli istituzionali, ma il mondo in questi giorni va alla rovescia – stanno litigando sulla strategia, e più litigano e più si affossano, perché 160.000 persone sono corse ad iscriversi ai registri di voto prima della chiusura in modo da poter eleggere lui, Jeremy, e molti di loro sono vicini ai sindacati, sono d’accordo con le sue politiche. Il sospetto che tra le pecorelle pro-Corbyn si annidi anche qualche lupo Tory intenzionato a sabotare il partito rivale c’è, ma la tendenza generale è chiara e mettersi a fare questioni di lana caprina sulle procedure di voto sarebbe poco astuto.

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Ci vorrebbe un’alzata di ingegno politica. Hai voglia ad avere Yvette Cooper che dice che le idee di Corbyn “non sono radicali e non sono credibili”, “vecchie soluzioni a vecchi problemi”, lei è terza e la sua linea, per ora, non ha sfondato. Vagamente più rosee le prospettive di Andy Burnham, che è secondo e che, a riprova del fatto che è un po’ un candidato Zelig, sta cercando di intercettare il malumore di chi accorre a votare l’antitutto Corbyn. “Gli attacchi a Jeremy hanno frainteso l’umore del partito”, spiega, come a dire: votate me che vi ho capito e che so pure quello che sto facendo. Mentre Liz Kendall, che è ultima, blairiana e pure riformista, ha messo in secondo piano la sua candidatura facendo propria la linea di Tony Blair secondo cui l’unico obiettivo è battere Corbyn, il quale per ora se ne sta sul 53-57% secondo YouGov (ma YouGov, si sa, è uscito dalle elezioni appena peggio del Labour). “Non voglio vedere il Labour presentare la sua lettera di dimissioni ai britannici come partito serio di governo”, ha spiegato Kendall, i cui elettori sarebbero pronti al voto stategico a Burnham.

D’altra parte qui il gioco si fa duro, la perfida Camilla Long sul Sunday Times parlava di una sorta di un fenomeno di scontento cosmico alla Nigel Farage, ma non c’è tempo di farlo smontare, svanire, di discutere le sue idee, qui si vota il mese prossimo e se Corbyn vince e il Labour sparisce… Come si fa a dire: siamo un partito di sinistra, non votate per il candidato di sinistra? Colui che ha basato il suo programma elettorale sulla ‘più lunga lettera di suicidio della storia britannica’ ossia il manifesto Labour del 1983 è stato lasciato entrare nella rosa dei candidati come fosse una curiosità innocua. Ma i deputati non lo rispettano, piace solo – ma tanto – ad un mondo relativamente ristretto in cui, secondo Tim Baldwin, “chiunque sia associato con l’ultimo governo Labour è denunciato come un Tory o un criminale di guerra”, ossia una certa intelligentsia e il nord operaio a cui dà risposte vintage e appena meno vaghe di quelle che Farage dava ai suoi elettori senescenti delle città costiere terrorizzati dal futuro.

I Tories, che conoscono l’animo pragmatico dei britannici, hanno fatto sapere che una vittoria di Corbyn costerebbe 2,400 sterline all’anno ad ogni famiglia, o 42 miliardi di sterline (la piu’ economica, se proprio si vuole essere di sinistra, e’ la Kendall: 1000 a famiglia all’anno, tutto sommato fattibile). Syriza London, il gruppo dei greci di Syriza a Londra, con il supporto di un po’ di gruppi anticapitalisti, stravede per lui, che a sua volta stravede per l’ala intransigente del partito greco. Per riportare un po’ di ordine ora tutti si aspettano due parole energiche da Gordon Brown, che già sulla Scozia ha dimostrato, come se ce ne fosse stato bisogno, di essere un politico finissimo. Ed Miliband, invece, ha deciso che starà zitto. Gordon dirà parole di buonsenso domenica. Si aspetta.

Nel valzer degli addii della vecchia guardia New Labour, anche Gordon lo Scontroso lascia la politica (da ‘Il Messaggero’ del 2 dicembre)

Dopo 32 anni trascorsi a Westminster, Gordon Brown se ne va, lascia la politica, interrompe il corso che l’ha portato ad essere bellicoso e inflessibile cancelliere dello Scacchiere prima, poi sfortunato primo ministro, infine voce autorevole e ascoltata della campagna pro-unione con la Scozia. Rimanendo sempre una delle colonne portanti del Labour, partito che nelle mani sue e dell’eterno rivale Tony Blair è stato per alcuni fulgidi anni ‘New Labour’, architrave politica del dinamismo culturale ed economico della ‘Cool Britannia’, prima di appannarsi considerevolemente sotto la leadership di Ed Miliband. Scozzese, ruvido, rimasto cieco da un occhio dopo un incidente di rugby quando aveva 16 anni, Brown è sempre stato un personaggio cupo, serio e vagamente tragico, poco incline al sorriso, soprattutto se confrontato con l’inossidabile Blair dall’eterno ghigno e dalla scaltrezza comunicativa inarrivabile.

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Ma per i britannici, che non hanno mai amato Brown come primo ministro, la sua gestione dell’economia rimane associata a un decennio di crescita e alla prontezza con cui ha gestito la crisi bancaria esplosa nel 2007, anno in cui è andato a Downing Street succedendo ad un Blair irreparabilmente danneggiato dalla guerra in Iraq. Prima di perdere malissimo, nel 2010, le elezioni contro David Cameron che all’epoca contava sull’effetto novità dovuto a 13 anni di governo laburista e che appariva, in sella alla sua biciletta, come la scintillante risposta conservatrice al primo Blair. Un uomo, quest’ultimo, che a Brown deve molto: la leggenda narra che dopo la morte di John Smith nel 1994 i due si incontrarono al ristorante ‘Granita’ di Islington (non esiste più) e stabilirono che Brown avrebbe rinunciato alla leadership del partito e, nel caso, a Downing Street per lasciare spazio a Blair in cambio di ampi poteri e della possibilità, in futuro, di succedergli.

Quando nel 2002 Brown e la moglie Sarah, elegante, sobria e schiva come lui, persero la loro prima figlia di appena 10 giorni per via di un’emorragia cerebrale, la visione di quest’uomo poco portato alle emozioni e così provato dal dolore commossero il paese, che però non gli perdonò mai errori banali e catastrofici come quella volta che, credendosi fuorionda, definì ‘bigotta’ una signora, peraltro sostenitrice del Labour, che lo aveva bombardato di domande sull’invasione degli immigrati dell’Est Europa. Una carriera solida, fatta di alti e bassi, che Brown ha deciso di interrompere su una nota positiva, ossia l’aver contribuito in maniera a detta di molti fondamentale alla decisione degli scozzesi di non separarsi dal resto del paese, andando a correggere con la sua voce autorevole le esitazioni di Miliband, uno che di rivalità fraterne ne sa qualcosa, non essendosi ancora liberato dal ricordo del fratello David.

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“Una figura torreggiante”, lo ha definito il leader del Labour, a cui proprio ieri una ricerca universitaria consigliava di fare pace con il dinamismo riformista del ‘New Labour’ per riuscire a portare a casa un’elezione per ora molto in bilico. In uno scenario politico i cui protagonisti cambiano e rinunciano alle ambizioni di leadership per andare a ricoprire ruoli nuovi, il sessantaquattrenne Brown non è il primo politico dell’era blairiana a decidere di non ricandidarsi: Alistair Darling, David Blunkett, Jack Straw, Tessa Jowell, Peter Hain, Hazel Blears e Frank Dobson hanno fatto lo stesso. D’altra parte il suo ultimo mandato come MP di Kirkcaldy e Cowdenbeath non lo ha visto presente come al solito nei corridoi di Westminster, austeri e solidi, un po’ come lui.

L’emancipazione di David C., pronto a battersi per dire che non c’e’ niente di piu’ conservatore del matrimonio

Non ha avuto la maggioranza nel suo partito, David Cameron. 134 voti contrari, 43 astenuti e 126 a favore. L’idea di andare avanti con un progetto di legge sull’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio non e’ piaciuta a molti Tories, ma neanche ad alcuni Labour – 22 contrari e 16 astenuti, tra cui Gordon Brown – e ad un manipolo minimo di LibDem (4 contrari, 7 astenuti). Le minacce da parte dei compagni di partito di Cameron, nei giorni precedenti, erano state chiare: David rischia la rielezione. Un motivo che era stato già ripetuto sull’Europa, ad esempio, e che fino ad ora aveva portato Cameron a farsi ricattare da molti, anche dall’ultimo backbencher, per via di una coalizione debole e di una mancanza di leadership di cui lui sembra ormai piuttosto consapevole.

Però con il voto di ieri è tornato ad essere per un istante l’accattivante teorico della ‘big society’, un leader con un’idea di mondo, il conservatore in bicicletta capace di prendere decisioni coraggiose per non rendere il suo partito un modello annacquato della destra reazionaria dell’Ukip. Durante il voto di ieri Cameron non ci ha messo la faccia: né lui né i suoi ministri Hague, Osborne e May, che avevano scritto una lettera al Daily Telegraph a favore delle nozze gay, si sono presentati ai Comuni. Il premier ha rilasciato un’intervista nel pomeriggio, poco prima del voto, in cui diceva che il matrimonio gay “e’ una questione di uguaglianza, ma anche un modo per rendere la nostra società più forte”. A difendere il governo c’era Maria Miller, ministro per la Cultura e per le Pari opportunità, che sul tema si e’ battuta come una leonessa.

L’Independent oggi ha lodato il primo ministro in un breve editoriale intitolato ‘Cameron si merita una pacca sulla spalla per il matrimonio gay’.” Il Daily Telegraph sottolinea giustamente come il dibattito sia stato comunque civile, senza toni accesi e senza note omofobe e offensive da parte degli oppositori del matrimonio gay. Non e’ una cosa da poco, bisogna ammetterlo. Lo stesso quotidiano dedica alcuni commenti di tono diverso al voto di ieri: il primo dice ‘Iscriviamoci all’era dell’Illuminismo Tory’ e sostiene che i liberali devono ricompensare il coraggio di David Cameron, vedendolo come un punto di riferimento e votandolo. “Cameron ha fatto una cosa notevole, che uno sia d’accordo con lui o no”, scrive Tom Chivers. L’editoriale del Telegraph e’ pero’ di tono diverso e sostiene che un cambiamento così epocale sarebbe dovuto essere accompagnato da un dibattito e da un maggiore consenso all’interno del partito. “Cameron ha seminato una discordia inutile”, titola il pezzo, che entra nel merito politico, ma ammette che le nozze gay sono una cosa alla quale la societa’ britannica si adattera’ presto. Il Dalia Mail e’ ancora più’ duro e parla di un ‘Cameron umiliato dalla ribellione dei Tory sul voto sui gay’. Con un bel po’ di coda si paglia, la notizia dell’approvazione delle nozze gay e’ data a malapena dal semi-tabloid conservatore, che dedica l’apertura alla ex signora Huhne, Vicky Pryce, e al suo piano per portare in rovina l’ex marito. Ah l’amour…

La rassegna stampa quotidiana – Day 3

La giornata di oggi sui giornali inglesi offre tutta una serie di spunti riguardanti i parlamentari. Un deputato laburista, Jamie Reed, ha dovuto rispondere alle accuse di sessismo per aver twittato, durante un viaggio in treno, che una delle sue vicine di sedile era una donna “odiosa, con tante opinioni” e soprattutto con un vistoso paio di baffi. Che se li fosse fatti crescere per il Movember (novembre e’ il mese della sensibilizzazione sul cancro alla prostata e molti uomini si fanno crescere I baffi per fare fundraising). Sempre dal mondo dei parlamentari, lo speaker dei Comuni John Bercow ha fatto sapere che le donne, in Parlamento, si comportano meglio degli uomini e urlano di meno. Non e’ il caso dell’indisciplinata Nadine Dorries, la deputata Tory sospesa dal partito per aver voluto partecipare ad un reality show girato nella giungla australiana: si e’ difesa dalle accuse dicendosi certa che il suo gesto contribuirà a rendere la gente più’ appassionata e vicina alla politica. Poi c’e’ la storia di una donna di 86 anni attaccata da un furetto mentre guidava la vetturina elettrica che le serve per muoversi: mezza pagina sul Telegraph con foto della signora e box informativo sulla natura imprevedibile dei furetti. Uno studio rivela finalmente perche’ in Gran Bretagna ci sono molte persone coi capelli rossi: il fenomeno sarebbe strettamente legato alla pioggia e al brutto tempo. Camilla, la Duchess of Cornwall, continua a sgambettare felice per l’Australia insieme a Carlo e oggi una foto la ritrae con in braccio una koaletta di nove mesi, Matilda, e la stessa faccia disgustata che aveva quando teneva il canguro cucciolo. Il Daily Mail ci racconta infine l’ennesima storia tremenda sulla BBC: oltre ad aver ostacolato l’emergere della verita’ sul caso Savile, avrebbe anche proibito ad uno dei suoi giornalisti di parlare con gli alieni. ‘La richiesta del presentatore Cox di entrare in contatto con un nuovo pianeta e’ stata bloccata… nel caso qualcuno avesse risposto’, spiega il giornale.