This is London di Ben Judah, racconti dal sottomondo della città dei sogni (da Il Foglio del 10 ottobre)

LONDRA – Non è un bel sogno, la Londra di Ben Judah. Non perché sul sottomondo di povertà, disperazione e disincanto che il giornalista racconta nel suo libro ‘This is London’, Questa è Londra, del 2016, ci sia mai un giudizio, anzi, ma perché le storie raccolte con l’ardore giovanile del raffinato poliglotta figlio di intellettuali che si traveste da muratore russo o va a dormire nei sottopassaggi di Hyde Park con i mendicanti rumeni hanno il sapore amaro della polvere mangiata quando si cade per terra. «Non è una città di schiavi, (continua a leggere qui)

Diana la prima moglie. Il Regno Unito alle prese con un’ossessione a vent’anni dalla morte della principessa del popolo (da Il Messaggero del 31 agosto)

LONDRA – Le foto non accennano ad ingiallire, eppure sono passati vent’anni da quando Lady Diana è morta, da quando il lungo romanzo a puntate di cui il paese l’aveva resa protagonista si è interrotto bruscamente sull’asfalto di un tunnel parigino in una notte di fine estate. E di gente giunta ad omaggiarla ancora per una volta ce n’è tanta, centinaia di persone venute anche da lontano a versare qualche lacrima ma anche a celebrare una vita, un paese, una cultura.

bloggerrebecca.jpg

I fiori avvolti nel cellophane e gli omaggi dal gusto zuccherino davanti a Kensington Palace ricordano quelli del 1997, quando una distesa oceanica mise sotto assedio Buckingham Palace chiedendo a gran voce che le emozioni e i sentimenti trovassero spazio anche nell’animo britannico, così compassato e diligente. L’animo incarnato da Elisabetta II, che ieri se n’è rimasta nella sua tenuta scozzese di Balmoral a meditare, forse, sulla settimana che ha cambiato per sempre la monarchia britannica e il suo modo di essere regina: da allora, piano piano, la famiglia reale si è aperta al mondo esterno, da dove sono entrati elementi un tempo impensabili come la bella Kate pronipote di minatori e gli indimenticabili filmati il cui la sovrana appare insieme a Daniel Craig-James Bond alle Olimpiadi del 2012.

6235fbb2bf2150491d0a8c8fa82c336b--lady-diana-spencer-engagement.jpg

«Grazie per averci mostrato la differenza che l’amore e la gentilezza possono fare», spiega la quarantenne Melissa, e forse è questo quello che ha reso Diana, che per sua stessa ammissione «guidava con il cuore, non con la testa», una donna con intuizioni che guardavano al di là del suo tempo in un ambito ‘frivolo’ ma sempre più centrale come l’importanza dell’immagine nel comunicare con le masse. Diana è stata una star di Instagram quando non esisteva ancora e nel crescendo tragico della settimana tra la sua morte e il suo funerale, mentre Tony Blair cercava disperatamente di convincere la sovrana a rispondere alle implorazioni del popolo, non può non riconoscersi la stessa dinamica che si vede ora sui social networks, come se ogni mazzo di fiori di allora fosse un tweet di oggi, capace di fare pressione e di cambiare politiche.

flowers-diana-_dea_2519245b.jpg

Ma se a Diana Elisabetta ha reso omaggio 20 anni fa con un piccolo ma evidentissimo cenno della testa e oggi che il suo regno volge al termine – non è detto, la madre visse fino a più di cento anni – ha preferito non rimescolare le carte di una successione che si preannuncia spinosa rinunciando alle celebrazioni ufficiali. Poiché quando si parla della principessa del Galles, il pensiero corre inevitabilmente all’ex marito Carlo, infedele a lei e fedele alla sua Camilla, che nel frattempo ha sposato e che è riuscito anche a rendere simpatica all’opinione pubblica. Qualcuno polemizza – perché non è venuto anche lui? – altri si inteneriscono al pensiero dei figli William e Harry, che facendosi vedere soli davanti ai cancelli della ex residenza della madre hanno rievocato l’immagine di loro due da piccoli dietro il suo feretro. Il lutto per Diana è una cosa loro, un capitale di affetto e di popolarità che spetta loro e che loro stessi devono portare verso il futuro, senza riaprire vecchie ferite.

I riflettori sono stati solo sui due ragazzi; perfino Kate ha fatto un passo indietro ed è apparsa solo nel giardino bianco dedicato a Diana. Anche per lei il confronto con Diana, figura angelicata da una morte prematura, è un terreno pericoloso intorno al quale muoversi con grazia e distacco, anche perché sulla sua figura non si è accumulata polvere, è come se fosse ancora viva, pronta a rientrare tra le pagine del romanzo della famiglia reale riempiendolo di nuove storie, passioni, magari qualche rivalità. «Vent’anni fa il mondo ha perso un angelo», ha twittato Elton John, la cui versione di Candle in the Wind a Westminster Abbey ancora risuona. Meglio ricordarla così.

Dalla soffitta del computer/ Quando morì David Bowie (11 gennaio 2016, blog del Messaggero)

Per le strade di Londra David Bowie si incontra spesso. Succede oggi, succederà anche domani. Basta guardare bene, cercare tra la folla qualche uomo, donna, ragazzo o adolescente dall’aria compostamente anarchica nei jeans attillati, con un sorriso indecifrabile sulle labbra sottili e quegli zigomi affilati da gatto giapponese, come cantava lui. E’ un tipo umano più frequente di quanto si possa pensare, quello del Duca Bianco, soprattutto tra le persone normali, tra le classi popolari: un suo quasi sosia serve English breakfasts in un noto caffé di Finsbury Park, ogni volta che ci vado resto a guardarlo e mi chiedo se ne sia consapevole. Certo non ci gioca più di tanto, se lo facesse smetterebbe di somigliargli immediatamente, l’aria assorta e un po’ luciferina con sprazzi di angelicità purissima è importante tanto quanto il naso aquilino e sottile per richiamare David Bowie. La vanità deve essere assoluta, personale, abrasiva, non c’è spazio per le mascherate.

Unknown.jpeg

Ziggy Stardust è ovunque, a Londra. In città i travestimenti vanno presi sul serio: se ti invitano ad un fancy dress party, ad una festa a tema, bisogna rispettare l’invito ed essere un po’ matti, lasciarsi andare. Non basta mettere una spilla o una sciarpa un po’ così: ho visto imprenditori e baronetti pogare in parrucca e paillettes mentre mature aristocratiche si lanciavano su bauli di vestiti degni di una sartoria teatrale alla ricerca di mantelli da torero e gonne da cartomante. Senza avere mai nulla di sguaiato, al contrario. Il numero di paillettes deve essere proporzionale all’ineffabilità dell’espressione, perché per i britannici, come per David Bowie, il travestimento è rivelazione, non finzione.

 

La notizia della sua morte, ma anche della sua malattia, ha raggiunto i britannici come una pugnalata, in un lunedi’ mattina di pioggia martellante e di temperature finalmente invernali, mentre foto di un Bowie giovanissimo campeggiavano ancora sulla prima pagina di alcuni inserti della domenica, era appena uscito un nuovo libro su di lui e l’artista non era mai sembrato così vivo, tra mille progetti e collaborazioni. La BBC, colta di sorpresa, ha iniziato a chiedere a tutti gli intervistati un commento sulla notizia, come si fa in questi casi, e al microfono sono finiti l’arcivescovo di Canterbury e Jeremy Corbyn, anche perché Bowie è morto a New York e non c’erano ancora ospedali davanti ai quali appostarsi, parenti con gli occhiali scuri da avvicinare. Ma piano piano il lutto ha trovato un suo luogo: a Brixton si è creato il primo santuario, la prima meta di pellegrinaggio, in quel quartiere popolare e multietnico dove David Jones è nato nel 1947 da una mamma cameriera e un papà impiegato di una grande charity per l’infanzia. Stasera alle 7 è previsto un raduno al Ritzy, il celebre cinema sulla piazza principale, che sul tabellone della programmazione ha scritto “David Bowie, our Brixton boy. RIP”. Davanti al grande murales con il volto di Bowie i fiori si sono già accumulati. L’emozione era troppo grande per aspettare.

Nastri, spalline e colletti. A vent’anni dalla morte, lo stile di Diana in mostra a Londra (da ‘Il Messaggero’ del 10 febbraio)

LONDRA – Prima di volteggiare insieme a John Travolta tra i marmi della Casa Bianca nel suo sontuoso abito blu notte schiarito da un collier con sette file di perle – era il 1985 e lei arrossiva in continuazione – Lady Diana non aveva sempre fatto scelte di moda condivisibili. Curiosi cappellini, un uso generoso delle maniche a sbuffo e dei pois, colletti da educanda con tanto di nastrino e una tendenza ad abbinare le scarpe al cappotto che, qualche anno dopo, avrebbero strappato qualche sorriso, soprattutto pensando a quello che la ex moglie di Carlo d’Inghilterra era diventata: una donna moderna e sicura di sé, vestita Versace, dall’eleganza adulta. Ma ripercorrendo alcuni pezzi del suo guardaroba, in mostra a Kensigton Palace dal 24 febbraio e per tutto il 2017, è il lato ingenuo e sognante della ‘principessa del popolo’ che colpisce e resta più impresso.

diana-ftr-2.jpg

Non ci sono solo gli anni ’80 dietro certe scelte, certi luccichii, certe stampe più adatte a Minnie che a una principessa, ma una freschezza e una spontaneità che, nel bene e nel male, rimarranno la cifra della fragile Diana, il segreto del suo straordinario impatto sull’immaginario collettivo e dell’affetto che, a distanza di 20 anni dalla morte, continua a circondarla. Oltre al fatto che molte delle sue scelte di allora, che sembrarono molto datate quando il minimalismo anni ’90 impose tutt’a un tratto linee e tagli puliti e semplici, sono tornate di moda e che molti pezzi appaiono divertenti e allegri.

princess_diana_blue_skirt.jpg

La mostra ‘Diana: Her Fashion Story’ sarà accompagnata da un allestimento temporaneo di fiori bianchi nei giardini di Kensington, dove ha vissuto per 15 anni, e ripercorrerà le evoluzioni del suo abbigliamento attraverso alcune delle sue tenute più note. Da quando, nel 1981, venne annunciato il suo fidanzamento con Carlo, gli occhi del mondo non le si tolsero più di dosso. In quell’occasione aveva un tailleur blu chiaro con una camicetta bianca che avrebbe invecchiato chiunque, ma non lei, che aveva 19 anni, era timidissima e aveva un volto malinconico e fresco, ben lontano dal piglio performante di Kate Middleton. Per ragioni di stato, fino a quando rimase accanto a Carlo si rivolse principalmente a stilisti britannici per i suoi vestiti: David e Elizabeth Emanuel, Bruce Oldfield, Catherine Walker e Zandra Rhodes. In mostra ci sono gli scintillanti vestiti da sera degli anni ’80 e i completi “da lavoro” degli anni ’90, la camicia rosa chiaro di Emanuel indossata per i ritratti di fidanzamento nel 1981 e il ‘vestito Travolta’, disegnato da Victor Edelstein, quello sfoggiato al ricevimento dato dai Reagan. Ci sarà anche un completo di tartan verde, ricordo di una visita a Venezia negli anni ’80 e rara reliquia del guardaroba da giorno della principessa.

images.jpeg

“La nostra mostra racconta la storia di una donna giovane che ha dovuto imparare rapidamente le regole dell’abbigliamento regale e diplomatico e che è riuscita così a mettere la moda britannica sotto i riflettori”, spiega Eleri Lynn, la curatrice. “Vediamo come la sua fiducia cresce nel corso degli anni, assumendo sempre di più il controllo di come viene rappresentata e comunicando in maniera intelligente attraverso i suoi vestiti”. Quando Carlo rivelò al mondo la sua storia con Camilla Parker-Bowles, Diana decise di andare comunque ad una cerimonia alla Serpentine Gallery e, invece di un abito Valentino, scelse di indossare il ‘revenge dress’, il ‘vestito della vendetta’, un tubino nero drappeggiato e scollato, con uno spacco e un piccolo strascico, che a rivederlo è una versione più aggressiva e consapevole di quello indossato alla Casa Bianca. I gioielli erano gli stessi.

2f6087db-db24-4517-a31b-cfecf496e547.jpg

Da graziosa ‘Sloane ranger’, ossia tipica ragazza altolocata di Sloane Square, la piazza centrale di Chelsea, a grande comunicatrice di se stessa, donna più fotografata di tutti i tempi, celebrity ante litteram e icona non solo di stile, l’evoluzione della ex principessa del Galles non può lasciare indifferente chi si interessa di costume. Era molto attiva nel volontariato, ma questo spiega solo in parte la vera e propria psicosi collettiva legata a lei. Era meno ingessata dei suoi parenti, ma Sarah Ferguson era ancora meno ingessata eppure non è molto amata. Diana sapeva comunicare, sapeva vestirsi, sapeva come porsi. Il suo guardaroba sembra di ieri, eppure è già un pezzo da museo.

Una domanda che mi sono sempre fatta: ma perché le britanniche fanno figli?

“Devi essere davvero molto ricca per permetterti di lavorare”, suggerisce incuriosita una mamma trentenne mentre si acciambella sui divanetti di un centro giochi del Nord di Londra, quartiere facoltoso che fa di tutto per non darlo a vedere. Suo figlio avrà dieci mesi e implora che gli vengano dati più broccoli. “Il segreto è aggiungerci tantissimo burro”, mi rivela mentre, aprendo il thermos, lascia scintillare un grosso solitario, in feroce contrasto con i jeans sconfitti dalle macchie e il taglio di capelli da coreografa fiamminga. La lezione di sviluppo sensoriale avanzato è finita e quelle che non si fermano ad allattare recuperano i loro bimbi – molte Juno, molti Rex, tantissimi Leo – in una processione di bugaboo colorati, destinazione casa o parco o una delle centinaia di altre attività con cui le londinesi affrontano la brusca transizione tra una carriera iniziata di solito molto presto e la maternità a tempo pieno che tante scelgono dopo il primo figlio, almeno per qualche anno.

today-baby-boom-140617-video.today-inline-vid-featured-desktop.jpg

Il Regno Unito non è la Scandinavia, non è il nord Europa, non vuole più neanche essere Europa e un asilo nido decente a Londra costa tra le 1.100 e le 1.800 sterline al mese (quasi equivalente in euro, in questi giorni di anemia valutaria). “I servizi per l’infanzia sono i più cari d’Europa, ci sono solo un po’ di agevolazioni fiscali per i genitori che lavorano”, spiega Naomi Finch dell’Università di York, una che passa la vita a studiarli, questi temi. Quasi niente è pensato per le lavoratrici a tempo pieno: anche per quelle che hanno redditi bassissimi, l’assistenza gratuita è solo di 15 ore a settimana, solo per i bambini che hanno più di tre anni e si interrompe comunque durante le frequenti vacanze scolastiche.

Unknown.png

Qui le politiche francesi sono un miraggio, solo il congedo di maternità è lunghissimo, ma i figli si fanno – certo, più di un quarto da madri nate fuori dal paese – e non si sa se scorgere un po’ di femminismo avanzato oppure il suo esatto contrario dietro la scelta delle britanniche di dire basta, preferisco stare a casa, non ci dite di lean in, di farci avanti, perché ci arrabbiamo molto. L’ultima che ci ha provato, una giudice angloamericana di 68 anni –  “lo so che è controculturale, ma penso che una lunga maternità sia negativa per le donne” – è stata costretta a scusarsi davanti ad una comunità di mamme che scrive appelli accorati per estendere il congedo pagato ma non per avere una childcare a costi avvicinabili e si gode piuttosto i parchi bellissimi e gli infiniti appuntamenti a colpi di frullati di cavolo nero e cappuccini di soya. E pazienza se poi arriva la scuola e la malinconia della grande cucina vuota, si può sempre fare un altro figlio o mandare avanti l’economia aprendo una pasticceria, oppure andando a riempire i rari vuoti che si erano scoperti negli anni con i bimbi piccoli, il corso di baby massaggio mancante, l’organizzazione di supporto che non c’era.

“Le madri si ritirano dal mondo del lavoro quando i figli sono molto piccoli e lavorano part time quando sono in età scolastica”, prosegue la Finch, secondo cui il tasso di natalità, soprattutto nelle classi medie, sarebbe molto più alto se il sistema fosse meno punitivo per chi lavora. “Le donne istruite fanno meno figli, ma vorrebbero averne di più”, spiega la Finch, e certo i nonni sono un grande aiuto, ma più per le immigrate che per le altre, e poi comunque a Londra non si abita mai vicini. “Mia madre mi ha detto di non contare assolutamente su di lei per tenere il bimbo: piuttosto mi dà dei soldi per pagare la tata”, racconta una quarantenne inglese seduta al pub, mentre un’altra, insegnante di spagnolo, annuncia festosa “Finalmente mi sono licenziata!” tra le congratulazioni delle sue amiche.

I padri di solito sono molto presenti nella crescita dei figli e tante attività del sabato mattina sono dedicate solo a loro, per permettere alle mamme di dormire un po’, ma se per loro restare a casa in modo definitivo mentre la loro compagna lavora non è più un tabù culturale, in pochi finiscono col farlo. “Insieme ai servizi scarsi, ci sono disincentivi finanziari a lavorare per quello dei due che ha il reddito più basso”, spiega Finch, e alla fine quasi tutti arrivano alla stessa conclusione: meglio di no, il bimbo me lo cresco io, magari ne faccio solo uno o al massimo due.

Nel frattempo i tassi di natalità rimangono ruggenti tra le immigrate, che hanno a disposizione una rete di sosegno molto più estesa: le polacche ormai fanno più figli delle pakistane, le africane ne fanno sempre tantissimi mentre le italiane, venute qui soprattutto per la carriera, restano sconvolte dai costi e si fermano, di solito a uno. Perché siamo in Inghilterra e se le scuole private prestigiosissime sarebbero un salasso per uno, figurati per due figli. E poi le case sono piccole, ci sono tutti quegli aerei da prendere, i nonni sono lontani e le ore su FaceTime non bastano mai.

La brutta settimana dei Citizens of Nowhere, tra hard Brexit e sad Brexit.

In questi giorni stiamo un po’ così, noi europei che viviamo nel Regno Unito. Quasi come la mattina del 24 giugno scorso, quando ci siamo risvegliati storditi in un paese che non voleva più essere parte dell’Unione europea, ma con una grande differenza: l’interpretazione che la politica ha dato del voto è peggiore del voto stesso. Chiariamo subito una cosa: il Regno Unito negli ultimi anni, soprattutto dal 2004 ad oggi, ha assistito ad un afflusso monumentale di persone ed è comprensibile che ci si chieda se questo abbia reso irriconoscibile il paese. Ma il fatto che al congresso dei Tories di Birmingham, teatro di un crescendo di dichiarazioni sconcertanti, nessuno abbia fatto presente come se il Regno Unito è competitivo, cresce e ha una disoccupazione del 4,9%, è anche grazie ad un’economia aperta in cui gli investimenti europei hanno avuto un ruolo cruciale e in cui una gioventù a corto di prospettive future è venuta a riversare una quantità impressionante di energie, progetti, fondi, è a dir poco grave. Dei cittadini del mondo – che Theresa May ha definito con tono sprezzante “cittadini di nessun posto” – Londra e il sud est del paese hanno beneficiato come nessun luogo al mondo. Siamo sicuri che sia una buona idea trattarli così?

tumblr_oejknrTOiD1u5f06vo1_1280.jpg

“Dalla Brexit non sento più questo posto come casa mia, prima sì” è la frase che si sente più spesso in giro in questi giorni e che tradotta vuol dire: magari resto altri 10 anni, ma non mi impegnerò più così tanto nella società, da straniero mi trattano e da straniero mi comporto. Amici che stanno sospendendo progetti e investimenti, che stanno iniziando a dare un’occhiata ad altre capitali, ad altre prospettive, magari proprio in Italia, che si sentono francamente offesi perché dopo anni e anni di tasse religiosamente versate all’erario di Sua Maestà sono spariti dalla cartina politica – ma non era No Taxation without Representation? – e che non si capacitano di dover assistere al susseguirsi di dichiarazioni surreali di queste settimane, tutte volte a incidere nella mente degli elettori ex Ukip e ex Labour il nuovo, sfavillante brand dei Tories, che finalmente hanno capito di dover far qualcosa per colmare le disuguaglianze vertiginose che esistono nel paese ma hanno deciso di farlo abbracciando la linea del tabloids. E creando una retorica incendiaria fondata sulla distinzione ripetuta all’infinito tra gli “onesti lavoratori britannici” e gli immigrati, descritti alla stregua di parassiti o, nel migliore dei casi, come un male necessario da accettare temporaneamente fino a quando il sistema britannico non sarà in grado di formare abbastanza medici, per dirne una (parole di Jeremy Hunt, ministro della Sanità).

Retorica da congresso, dicono gli amici inglesi, non ci fate caso. Un voto che cambierà poco, auspicano altri, vedrete che il governo non farà un autogol così clamoroso. E’ tutta una strategia negoziale, si consola qualcuno. Nel frattempo l’atmosfera va peggiorando e la minaccia di chiedere alle aziende di schedare i lavoratori stranieri avanzata da Amber Rudd, ministro degli Interni che durante la campagna referendaria era stata una vigorosa e lucida sostenitrice del ‘Remain’, ha dato la misura di quanto il ‘common sense’ sia una cosa del passato, nel Regno Unito di oggi. Chiunque abbia avuto a che fare con le risorse umane di un’azienda racconta la stessa storia: arrivano stranieri preparatissimi, il più delle volte molto più dei candidati britannici. Che questo sia problematico non c’è dubbio, ma il pubblico dovrebbe essere informato sul fatto che se poi quelle stesse aziende vanno bene e sostengono la crescita, grazie ad una forza lavoro straniera, questo va a vantaggio di tutti. Un punto di vista che i tabloids, giornali scritti dalle elites ad uso e consumo del popolo, non raccontano mai. Perfino il fratello del ministro degli Interni Amber Rudd, che si chiama Roland e ha fondato il colosso della comunicazione Finsbury, ha criticato la sorella scrivendo sull’Evening Standard che non si possono “vilipendere gli stranieri” nel Regno Unito di oggi. Eppure sta avvenendo. E visto che la comunità dei “cittadini del mondo/cittadini di nessun posto” è per definizione fluida e mobile, non è detto che accetti di respirare quest’ariaccia per altri due anni e mezzo, il tempo che finisca il negoziato della Brexit. Che sia proprio la strategia che Theresa May ha in mente, ossia far scappare più gente possibile adesso per poi tutelare i diritti di chi resta e tenersi il mercato interno in un secondo momento?

‘Il Sorpasso’: Elisabetta supera Vittoria, ma il regno più lungo è di re Bhumibol di Thailandia (da ‘Il Messaggero’ del 5 settembre)

LONDRA – Succederà mercoledì prossimo, 9 settembre, intorno all’ora del tè: con 23.226 giorni, 16 ore e 24 minuti sul trono, Elisabetta II avrà regnato sessanta secondi in più della sua antenata Victoria, diventando quindi la sovrana dal regno più lungo nella storia del paese e superando colei che nell’immaginario collettivo ha segnato una delle epoche d’oro del paese, che all’epoca era a capo di un impero. Quando lei stessa oltrepassò i 59 anni di regno di suo bisnonno Giorgio III, segnò diligentemente la data sul suo diario – era il 23 settembre del 1896 – e si gustò i fuochi e le campane a festa nella residenza scozzese di Balmoral. Anche Elisabetta sarà a Balmoral, ma festeggerà la giornata in tutt’altro modo: inaugurando una ferrovia insieme a Nicola Sturgeon, la pugnace leader indipendentista scozzese, e viaggerà con un treno a vapore da Edimburgo a Tweedbank, seguendo un’antica tradizione del 1840. Di epoca vittoriana, per l’appunto.

Lucian Freud, Queen Elizabeth II
Lucian Freud, Queen Elizabeth II

Un tempo che secondo alcuni storici contemporanei la trisavola di Elisabetta ha saputo guidare e governare con un piglio che alla discendente è mancato del tutto. “La regina non ha mai fatto o detto alcunché che verrà ricordato”, ha spiegato David Starkey scrivendo su Radio Times. “Non darà il suo nome alla sua epoca. Né, sospetto, ad altre cose”, ha aggiunto, dando però credito ad Elisabetta II di essere riuscita a salvaguardare la monarchia in una lunga fase di antimonarchismo rampante, mettendolo a tacere a colpi di immagini positive come quella di William che sposa la bella ‘commoner’ Kate e capacità di adattarsi ai tempi mantenendo ben ferma la tradizione come stella polare. “Ha privato il repubblicanesimo del necessario ossigeno della controversia, asfissiandolo”, anche nei momenti più delicati, secondo Starkey, il quale però forse non rende onore al fatto che i tempi di Elisabetta sono stati più difficili di quelli di Victoria, non foss’altro che per la tecnologia al servizio dei mezzi di comunicazione di massa.

difergDM2401_468x718

Tra zii dalle simpatie naziste e nuore molto indisciplinate – il pensiero corre a Diana, ma in realtà fu soprattutto Sarah Ferguson a combinarne di tutti i colori – la regina Elisabetta ha dovuto navigare in acque difficili e soprattutto sottoporsi ad un’attenzione morbosa da parte del pubblico. La sua incoronazione, nel 1953, fu il momento in cui i tinelli britannici si riempirono per la prima volta di televisori per seguire l’evento storico. Lilibet, come la chiamava la Regina Madre, aveva 26 anni, era già madre di Carlo e Anna, ed era diventata regina dopo la morte prematura del padre Giorgio VI.

Anche Victoria salì sul trono per circostanze inattese, ossia la morte dello zio, e sposò l’uomo amato, il cugino primo Alberto, con cui ebbe un rapporto passionale e bellicoso fino alla morte prematura di lui, in seguito alla quale lei si chiuse nel lutto e nel silenzio, finendo con l’essere soprannominata “la vedova di Windsor” e trasformandosi nell’austera matrona che i ritratti e le statue, ma soprattutto le fotografie dell’epoca, ci hanno trasmesso. Era una scrittrice inarrestabile e una donna dal carattere brusco, madre prolifica ma poco affettuosa che del primogenito Bertie, salito al trono come Edoardo VII, diceva che “certo bello non è” e che alla notizia che una delle figlie, sposata, era incinta (del futuro kaiser Guglielmo II), reagì dicendo che “l’orribile notizia ci ha disturbato moltissimo”.

5577080

Elisabetta, di cui tre figli su quattro hanno divorziato, non è stata calorosa, ma ha saputo correggere I suoi errori, essendo sempre stata sotto la lente del pubblico. E ora, nel suo treno a vapore in giro per la Scozia, non vuole festeggiare ufficialmente, anche perché un gesto di autocelebrazione tanto più basato sulla concorrenza con una sua antenata sarebbe poco adatto alle sue corde. Il resto del paese, magari non monarchico ma sicuramente affezionato a questa sovrana, assisterà invece ad un giorno storico, con discorsi in Parlamento, il conio di una nuova moneta, programmi televisivi dedicati al tema e molti dibattiti. Con una domanda centrale: abdicherà? Non abdicherà? E a favore di chi? Ad aprile 2016 Elisabetta farà 90 anni, ma rimane lucida e in buona salute. E da ragazza promise al suo paese che quello di sovrana sarebbe stato per lei un lavoro per la vita. Sua madre è morta ultracentenaria, le premesse ci sono tutte. E poi c’è ancora il re Bhumibol di Tailandia da superare: è sul trono dal 1946 ed è pure sopravvissuto a 10 colpi di stato.

1979-royal-family_2075706i

Amleto, Benedict Cumberbatch e quel monologo messo proprio all’inizio (da ‘Il Messaggero’ del 21 agosto)

LONDRA – C’è del marcio nel teatro, dice qualcuno, se basta un critico velenoso o qualche commento dal pubblico su un’anteprima per far cambiare idea ad un regista. E a fargli fare marcia indietro rispetto all’idea di aprire il suo ‘Amleto’ direttamente con il monologo più famoso, l’Essere o non essere, idea non particolarmente rivoluzionaria che però ha fatto discutere. Fatto sta che Benedict Cumberbatch, vestendo i panni tormentati del principe di Danimarca, nella versione definitiva dello spettacolo che andrà in scena al Barbican di Londra dal 25 agosto in poi, si chiederà “se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni” nel terzo atto, come voluto da William Shakespeare. Una produzione, quella dell’Amleto con la superstar britannica, che sta facendo parlare di sé da mesi ormai e che comunque vada è già un successo. I biglietti si sono venduti alla velocità della luce, più rapidamente che per qualunque altro spettacolo della storia del paese, e tutte le notti ci sono persone, soprattutto ragazzine, accampate davanti all’imponente costruzione brutalista, il Barbican, e pronte a tutto per accaparrarsi i 30 biglietti venduti ogni mattina a 10 sterline per il giorno stesso.

Unknown-1

Lo spettacolo ha avuto qualche settimana di ‘preview’, ossia di repliche in anteprima, con biglietti a prezzi comunque elevati, che hanno riempito le prime pagine dei giornali del mondo perché hanno offerto a Cumberbatch l’occasione per fare un altro monologo importante, sebbene più informale, per il teatro contemporaneo: smettetela di registrare e far foto agli attori in scena e godetevi lo spettacolo con gli occhi, non con gli smartphone. Un appello al pubblico di cui si è parlato per settimane e che però ha portato più di qualcuno a chiedersi se quella in scena in quei giorni fosse un’anteprima – sui biglietti non era specificato – o lo spettacolo vero e proprio. Qualunque cosa fosse Kate Maltby, sul Times, ha stroncato lo spettacolo, definendolo un “Amleto per bambini cresciuti a Moulin Rouge” e rivendicando il suo diritto a basare la sua recensione sulla versione provvisoria, vista la pubblicità e l’attenzione data alla versione diretta da Lyndsey Turner. La decisone di aprire con l’Essere-o-non-essere, per Maltby, è “indifendibile” da un punto di vista drammaturgico visto che il principe è a lutto, ma non ancora furioso, e il fantasma del padre non gli è ancora apparso per raccontargli la verità sulla sua morte. Come se si aprisse la Turandot direttamente con ‘Nessun dorma’ per andare incontro ai fan che sanno le parole a memoria…

Unknown

Che sia una versione a misura di seguace di Cumberbatch è suggerito anche da un commentatore del Financial Times, che in un articolo ironico – non una recensione – intitolato ‘Shylock contro Sherlock’ sottolinea come il ‘Celebrity Shakespeare’ possa non essere la soluzione per resuscitare l’interesse delle giovani generazioni verso il Bardo. Lo stesso Benedict, parlando ai suoi fan di quanto sia difficile dare il meglio mentre la sala è invasa dalle lucine rosse dei cellulari, aveva commentato la decisione di avere il monologo all’inizio della tragedia con un secco: “Non è il punto più semplice in cui iniziare una piece, fine”. La produzione non ha voluto commentare ufficialmente, anche se alcuni addetti ai lavori hanno fatto presente che una preview è fatta proprio per essere cambiata in corso d’opera. Per tutto il tempo in cui Amleto sarà in scena, fino al 31 ottobre, sembra che il sipario si aprirà sul principe di Danimarca che ascolta Nature Boy di Nat King Cole sul suo giradischi. Prima che il suo mondo vada in frantumi.