Quando ho smesso di andare alle manifestazioni? (da HuffPost del 23 marzo 2019)

Quand’è che ho smesso di andare alle manifestazioni? Me lo sono chiesta stamattina mentre spingevo mia figlia sull’altalena di un parco insolitamente vuoto per un sabato mattina. Sono andati tutti al corteo, mi spiega il papà di un’altra treenne, pronto a trascinarla via per raggiungere moglie e amici tra bandiere europee e slogan pieni di ironia. Vieni? Venite? No, no grazie, credo che sia una cosa da inglesi. Mi spiego: noi non possiamo votare, che senso avrebbe contribuire all’ennesima allucinazione collettiva in un momento in cui il caos è alle stelle? (continua qui)

Il bus notturno su cui è nato Città irreale (da Letteratitudine)

«All’inizio non si fideranno di te ma dopo un po’ ti lasceranno anche servire ai tavoli, vedrai». Le luci della città illuminavano di bagliori elettrici i capelli castani delle due ragazze sedute davanti a me su un autobus notturno. Odore di patatine fritte con l’aceto, folate di birra irrancidita, un inizio di rissa proveniente dai sedili posteriori. E poi le giovani voci italiane delle due passeggere, così compita quella di chi dava consigli, così timorosa e emozionata quella di chi li stava ricevendo. Mi sono chiesta se qualcuno avrebbe mai raccontato la loro storia prima di scendere anche io al capolinea e dimenticarmi di loro. (continua qui)

Neonazi e amore per l’Europa. La pièce dello scozzese David Greig sembra scritta oggi (da Il Foglio dell’11 agosto 2019)

Londra. Quando Horse, skinhead brutto e stupido, tutto soddisfatto per l’attentato appena compiuto, grida vittorioso: “Anche noi siamo l’Europa!”, tra un brivido e l’altro tocca dargli ragione. Sì, l’Europa sei anche tu, infausto e inevitabile, figlio dell’ottusità tua e degli altri (continua qui)

Middle England di Jonathan Coe, anatomia di un paese senza più cuore (da Il Foglio del 25 novembre 2018)

Londra. L’unica strada per raccontare l’intricatissima Brexit è quella di affidarsi a una favoletta allegorica, e Jonathan Coe, massimo artigiano del genere, si è mosso così nella sua indagine sull’odio che ha spaccato il Regno Unito. Non è un odio grande (continua qui)

This is London di Ben Judah, racconti dal sottomondo della città dei sogni (da Il Foglio del 10 ottobre)

LONDRA – Non è un bel sogno, la Londra di Ben Judah. Non perché sul sottomondo di povertà, disperazione e disincanto che il giornalista racconta nel suo libro ‘This is London’, Questa è Londra, del 2016, ci sia mai un giudizio, anzi, ma perché le storie raccolte con l’ardore giovanile del raffinato poliglotta figlio di intellettuali che si traveste da muratore russo o va a dormire nei sottopassaggi di Hyde Park con i mendicanti rumeni hanno il sapore amaro della polvere mangiata quando si cade per terra. «Non è una città di schiavi, (continua a leggere qui)

Diana la prima moglie. Il Regno Unito alle prese con un’ossessione a vent’anni dalla morte della principessa del popolo (da Il Messaggero del 31 agosto)

LONDRA – Le foto non accennano ad ingiallire, eppure sono passati vent’anni da quando Lady Diana è morta, da quando il lungo romanzo a puntate di cui il paese l’aveva resa protagonista si è interrotto bruscamente sull’asfalto di un tunnel parigino in una notte di fine estate. E di gente giunta ad omaggiarla ancora per una volta ce n’è tanta, centinaia di persone venute anche da lontano a versare qualche lacrima ma anche a celebrare una vita, un paese, una cultura.

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I fiori avvolti nel cellophane e gli omaggi dal gusto zuccherino davanti a Kensington Palace ricordano quelli del 1997, quando una distesa oceanica mise sotto assedio Buckingham Palace chiedendo a gran voce che le emozioni e i sentimenti trovassero spazio anche nell’animo britannico, così compassato e diligente. L’animo incarnato da Elisabetta II, che ieri se n’è rimasta nella sua tenuta scozzese di Balmoral a meditare, forse, sulla settimana che ha cambiato per sempre la monarchia britannica e il suo modo di essere regina: da allora, piano piano, la famiglia reale si è aperta al mondo esterno, da dove sono entrati elementi un tempo impensabili come la bella Kate pronipote di minatori e gli indimenticabili filmati il cui la sovrana appare insieme a Daniel Craig-James Bond alle Olimpiadi del 2012.

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«Grazie per averci mostrato la differenza che l’amore e la gentilezza possono fare», spiega la quarantenne Melissa, e forse è questo quello che ha reso Diana, che per sua stessa ammissione «guidava con il cuore, non con la testa», una donna con intuizioni che guardavano al di là del suo tempo in un ambito ‘frivolo’ ma sempre più centrale come l’importanza dell’immagine nel comunicare con le masse. Diana è stata una star di Instagram quando non esisteva ancora e nel crescendo tragico della settimana tra la sua morte e il suo funerale, mentre Tony Blair cercava disperatamente di convincere la sovrana a rispondere alle implorazioni del popolo, non può non riconoscersi la stessa dinamica che si vede ora sui social networks, come se ogni mazzo di fiori di allora fosse un tweet di oggi, capace di fare pressione e di cambiare politiche.

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Ma se a Diana Elisabetta ha reso omaggio 20 anni fa con un piccolo ma evidentissimo cenno della testa e oggi che il suo regno volge al termine – non è detto, la madre visse fino a più di cento anni – ha preferito non rimescolare le carte di una successione che si preannuncia spinosa rinunciando alle celebrazioni ufficiali. Poiché quando si parla della principessa del Galles, il pensiero corre inevitabilmente all’ex marito Carlo, infedele a lei e fedele alla sua Camilla, che nel frattempo ha sposato e che è riuscito anche a rendere simpatica all’opinione pubblica. Qualcuno polemizza – perché non è venuto anche lui? – altri si inteneriscono al pensiero dei figli William e Harry, che facendosi vedere soli davanti ai cancelli della ex residenza della madre hanno rievocato l’immagine di loro due da piccoli dietro il suo feretro. Il lutto per Diana è una cosa loro, un capitale di affetto e di popolarità che spetta loro e che loro stessi devono portare verso il futuro, senza riaprire vecchie ferite.

I riflettori sono stati solo sui due ragazzi; perfino Kate ha fatto un passo indietro ed è apparsa solo nel giardino bianco dedicato a Diana. Anche per lei il confronto con Diana, figura angelicata da una morte prematura, è un terreno pericoloso intorno al quale muoversi con grazia e distacco, anche perché sulla sua figura non si è accumulata polvere, è come se fosse ancora viva, pronta a rientrare tra le pagine del romanzo della famiglia reale riempiendolo di nuove storie, passioni, magari qualche rivalità. «Vent’anni fa il mondo ha perso un angelo», ha twittato Elton John, la cui versione di Candle in the Wind a Westminster Abbey ancora risuona. Meglio ricordarla così.