Il bus notturno su cui è nato Città irreale (da Letteratitudine)

«All’inizio non si fideranno di te ma dopo un po’ ti lasceranno anche servire ai tavoli, vedrai». Le luci della città illuminavano di bagliori elettrici i capelli castani delle due ragazze sedute davanti a me su un autobus notturno. Odore di patatine fritte con l’aceto, folate di birra irrancidita, un inizio di rissa proveniente dai sedili posteriori. E poi le giovani voci italiane delle due passeggere, così compita quella di chi dava consigli, così timorosa e emozionata quella di chi li stava ricevendo. Mi sono chiesta se qualcuno avrebbe mai raccontato la loro storia prima di scendere anche io al capolinea e dimenticarmi di loro. (continua qui)

Neonazi e amore per l’Europa. La pièce dello scozzese David Greig sembra scritta oggi (da Il Foglio dell’11 agosto 2019)

Londra. Quando Horse, skinhead brutto e stupido, tutto soddisfatto per l’attentato appena compiuto, grida vittorioso: “Anche noi siamo l’Europa!”, tra un brivido e l’altro tocca dargli ragione. Sì, l’Europa sei anche tu, infausto e inevitabile, figlio dell’ottusità tua e degli altri (continua qui)

Middle England di Jonathan Coe, anatomia di un paese senza più cuore (da Il Foglio del 25 novembre 2018)

Londra. L’unica strada per raccontare l’intricatissima Brexit è quella di affidarsi a una favoletta allegorica, e Jonathan Coe, massimo artigiano del genere, si è mosso così nella sua indagine sull’odio che ha spaccato il Regno Unito. Non è un odio grande (continua qui)

This is London di Ben Judah, racconti dal sottomondo della città dei sogni (da Il Foglio del 10 ottobre)

LONDRA – Non è un bel sogno, la Londra di Ben Judah. Non perché sul sottomondo di povertà, disperazione e disincanto che il giornalista racconta nel suo libro ‘This is London’, Questa è Londra, del 2016, ci sia mai un giudizio, anzi, ma perché le storie raccolte con l’ardore giovanile del raffinato poliglotta figlio di intellettuali che si traveste da muratore russo o va a dormire nei sottopassaggi di Hyde Park con i mendicanti rumeni hanno il sapore amaro della polvere mangiata quando si cade per terra. «Non è una città di schiavi, (continua a leggere qui)

Diana la prima moglie. Il Regno Unito alle prese con un’ossessione a vent’anni dalla morte della principessa del popolo (da Il Messaggero del 31 agosto)

LONDRA – Le foto non accennano ad ingiallire, eppure sono passati vent’anni da quando Lady Diana è morta, da quando il lungo romanzo a puntate di cui il paese l’aveva resa protagonista si è interrotto bruscamente sull’asfalto di un tunnel parigino in una notte di fine estate. E di gente giunta ad omaggiarla ancora per una volta ce n’è tanta, centinaia di persone venute anche da lontano a versare qualche lacrima ma anche a celebrare una vita, un paese, una cultura.

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I fiori avvolti nel cellophane e gli omaggi dal gusto zuccherino davanti a Kensington Palace ricordano quelli del 1997, quando una distesa oceanica mise sotto assedio Buckingham Palace chiedendo a gran voce che le emozioni e i sentimenti trovassero spazio anche nell’animo britannico, così compassato e diligente. L’animo incarnato da Elisabetta II, che ieri se n’è rimasta nella sua tenuta scozzese di Balmoral a meditare, forse, sulla settimana che ha cambiato per sempre la monarchia britannica e il suo modo di essere regina: da allora, piano piano, la famiglia reale si è aperta al mondo esterno, da dove sono entrati elementi un tempo impensabili come la bella Kate pronipote di minatori e gli indimenticabili filmati il cui la sovrana appare insieme a Daniel Craig-James Bond alle Olimpiadi del 2012.

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«Grazie per averci mostrato la differenza che l’amore e la gentilezza possono fare», spiega la quarantenne Melissa, e forse è questo quello che ha reso Diana, che per sua stessa ammissione «guidava con il cuore, non con la testa», una donna con intuizioni che guardavano al di là del suo tempo in un ambito ‘frivolo’ ma sempre più centrale come l’importanza dell’immagine nel comunicare con le masse. Diana è stata una star di Instagram quando non esisteva ancora e nel crescendo tragico della settimana tra la sua morte e il suo funerale, mentre Tony Blair cercava disperatamente di convincere la sovrana a rispondere alle implorazioni del popolo, non può non riconoscersi la stessa dinamica che si vede ora sui social networks, come se ogni mazzo di fiori di allora fosse un tweet di oggi, capace di fare pressione e di cambiare politiche.

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Ma se a Diana Elisabetta ha reso omaggio 20 anni fa con un piccolo ma evidentissimo cenno della testa e oggi che il suo regno volge al termine – non è detto, la madre visse fino a più di cento anni – ha preferito non rimescolare le carte di una successione che si preannuncia spinosa rinunciando alle celebrazioni ufficiali. Poiché quando si parla della principessa del Galles, il pensiero corre inevitabilmente all’ex marito Carlo, infedele a lei e fedele alla sua Camilla, che nel frattempo ha sposato e che è riuscito anche a rendere simpatica all’opinione pubblica. Qualcuno polemizza – perché non è venuto anche lui? – altri si inteneriscono al pensiero dei figli William e Harry, che facendosi vedere soli davanti ai cancelli della ex residenza della madre hanno rievocato l’immagine di loro due da piccoli dietro il suo feretro. Il lutto per Diana è una cosa loro, un capitale di affetto e di popolarità che spetta loro e che loro stessi devono portare verso il futuro, senza riaprire vecchie ferite.

I riflettori sono stati solo sui due ragazzi; perfino Kate ha fatto un passo indietro ed è apparsa solo nel giardino bianco dedicato a Diana. Anche per lei il confronto con Diana, figura angelicata da una morte prematura, è un terreno pericoloso intorno al quale muoversi con grazia e distacco, anche perché sulla sua figura non si è accumulata polvere, è come se fosse ancora viva, pronta a rientrare tra le pagine del romanzo della famiglia reale riempiendolo di nuove storie, passioni, magari qualche rivalità. «Vent’anni fa il mondo ha perso un angelo», ha twittato Elton John, la cui versione di Candle in the Wind a Westminster Abbey ancora risuona. Meglio ricordarla così.

Dalla soffitta del computer/ Quando morì David Bowie (11 gennaio 2016, blog del Messaggero)

Per le strade di Londra David Bowie si incontra spesso. Succede oggi, succederà anche domani. Basta guardare bene, cercare tra la folla qualche uomo, donna, ragazzo o adolescente dall’aria compostamente anarchica nei jeans attillati, con un sorriso indecifrabile sulle labbra sottili e quegli zigomi affilati da gatto giapponese, come cantava lui. E’ un tipo umano più frequente di quanto si possa pensare, quello del Duca Bianco, soprattutto tra le persone normali, tra le classi popolari: un suo quasi sosia serve English breakfasts in un noto caffé di Finsbury Park, ogni volta che ci vado resto a guardarlo e mi chiedo se ne sia consapevole. Certo non ci gioca più di tanto, se lo facesse smetterebbe di somigliargli immediatamente, l’aria assorta e un po’ luciferina con sprazzi di angelicità purissima è importante tanto quanto il naso aquilino e sottile per richiamare David Bowie. La vanità deve essere assoluta, personale, abrasiva, non c’è spazio per le mascherate.

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Ziggy Stardust è ovunque, a Londra. In città i travestimenti vanno presi sul serio: se ti invitano ad un fancy dress party, ad una festa a tema, bisogna rispettare l’invito ed essere un po’ matti, lasciarsi andare. Non basta mettere una spilla o una sciarpa un po’ così: ho visto imprenditori e baronetti pogare in parrucca e paillettes mentre mature aristocratiche si lanciavano su bauli di vestiti degni di una sartoria teatrale alla ricerca di mantelli da torero e gonne da cartomante. Senza avere mai nulla di sguaiato, al contrario. Il numero di paillettes deve essere proporzionale all’ineffabilità dell’espressione, perché per i britannici, come per David Bowie, il travestimento è rivelazione, non finzione.

 

La notizia della sua morte, ma anche della sua malattia, ha raggiunto i britannici come una pugnalata, in un lunedi’ mattina di pioggia martellante e di temperature finalmente invernali, mentre foto di un Bowie giovanissimo campeggiavano ancora sulla prima pagina di alcuni inserti della domenica, era appena uscito un nuovo libro su di lui e l’artista non era mai sembrato così vivo, tra mille progetti e collaborazioni. La BBC, colta di sorpresa, ha iniziato a chiedere a tutti gli intervistati un commento sulla notizia, come si fa in questi casi, e al microfono sono finiti l’arcivescovo di Canterbury e Jeremy Corbyn, anche perché Bowie è morto a New York e non c’erano ancora ospedali davanti ai quali appostarsi, parenti con gli occhiali scuri da avvicinare. Ma piano piano il lutto ha trovato un suo luogo: a Brixton si è creato il primo santuario, la prima meta di pellegrinaggio, in quel quartiere popolare e multietnico dove David Jones è nato nel 1947 da una mamma cameriera e un papà impiegato di una grande charity per l’infanzia. Stasera alle 7 è previsto un raduno al Ritzy, il celebre cinema sulla piazza principale, che sul tabellone della programmazione ha scritto “David Bowie, our Brixton boy. RIP”. Davanti al grande murales con il volto di Bowie i fiori si sono già accumulati. L’emozione era troppo grande per aspettare.

Nastri, spalline e colletti. A vent’anni dalla morte, lo stile di Diana in mostra a Londra (da ‘Il Messaggero’ del 10 febbraio)

LONDRA – Prima di volteggiare insieme a John Travolta tra i marmi della Casa Bianca nel suo sontuoso abito blu notte schiarito da un collier con sette file di perle – era il 1985 e lei arrossiva in continuazione – Lady Diana non aveva sempre fatto scelte di moda condivisibili. Curiosi cappellini, un uso generoso delle maniche a sbuffo e dei pois, colletti da educanda con tanto di nastrino e una tendenza ad abbinare le scarpe al cappotto che, qualche anno dopo, avrebbero strappato qualche sorriso, soprattutto pensando a quello che la ex moglie di Carlo d’Inghilterra era diventata: una donna moderna e sicura di sé, vestita Versace, dall’eleganza adulta. Ma ripercorrendo alcuni pezzi del suo guardaroba, in mostra a Kensigton Palace dal 24 febbraio e per tutto il 2017, è il lato ingenuo e sognante della ‘principessa del popolo’ che colpisce e resta più impresso.

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Non ci sono solo gli anni ’80 dietro certe scelte, certi luccichii, certe stampe più adatte a Minnie che a una principessa, ma una freschezza e una spontaneità che, nel bene e nel male, rimarranno la cifra della fragile Diana, il segreto del suo straordinario impatto sull’immaginario collettivo e dell’affetto che, a distanza di 20 anni dalla morte, continua a circondarla. Oltre al fatto che molte delle sue scelte di allora, che sembrarono molto datate quando il minimalismo anni ’90 impose tutt’a un tratto linee e tagli puliti e semplici, sono tornate di moda e che molti pezzi appaiono divertenti e allegri.

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La mostra ‘Diana: Her Fashion Story’ sarà accompagnata da un allestimento temporaneo di fiori bianchi nei giardini di Kensington, dove ha vissuto per 15 anni, e ripercorrerà le evoluzioni del suo abbigliamento attraverso alcune delle sue tenute più note. Da quando, nel 1981, venne annunciato il suo fidanzamento con Carlo, gli occhi del mondo non le si tolsero più di dosso. In quell’occasione aveva un tailleur blu chiaro con una camicetta bianca che avrebbe invecchiato chiunque, ma non lei, che aveva 19 anni, era timidissima e aveva un volto malinconico e fresco, ben lontano dal piglio performante di Kate Middleton. Per ragioni di stato, fino a quando rimase accanto a Carlo si rivolse principalmente a stilisti britannici per i suoi vestiti: David e Elizabeth Emanuel, Bruce Oldfield, Catherine Walker e Zandra Rhodes. In mostra ci sono gli scintillanti vestiti da sera degli anni ’80 e i completi “da lavoro” degli anni ’90, la camicia rosa chiaro di Emanuel indossata per i ritratti di fidanzamento nel 1981 e il ‘vestito Travolta’, disegnato da Victor Edelstein, quello sfoggiato al ricevimento dato dai Reagan. Ci sarà anche un completo di tartan verde, ricordo di una visita a Venezia negli anni ’80 e rara reliquia del guardaroba da giorno della principessa.

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“La nostra mostra racconta la storia di una donna giovane che ha dovuto imparare rapidamente le regole dell’abbigliamento regale e diplomatico e che è riuscita così a mettere la moda britannica sotto i riflettori”, spiega Eleri Lynn, la curatrice. “Vediamo come la sua fiducia cresce nel corso degli anni, assumendo sempre di più il controllo di come viene rappresentata e comunicando in maniera intelligente attraverso i suoi vestiti”. Quando Carlo rivelò al mondo la sua storia con Camilla Parker-Bowles, Diana decise di andare comunque ad una cerimonia alla Serpentine Gallery e, invece di un abito Valentino, scelse di indossare il ‘revenge dress’, il ‘vestito della vendetta’, un tubino nero drappeggiato e scollato, con uno spacco e un piccolo strascico, che a rivederlo è una versione più aggressiva e consapevole di quello indossato alla Casa Bianca. I gioielli erano gli stessi.

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Da graziosa ‘Sloane ranger’, ossia tipica ragazza altolocata di Sloane Square, la piazza centrale di Chelsea, a grande comunicatrice di se stessa, donna più fotografata di tutti i tempi, celebrity ante litteram e icona non solo di stile, l’evoluzione della ex principessa del Galles non può lasciare indifferente chi si interessa di costume. Era molto attiva nel volontariato, ma questo spiega solo in parte la vera e propria psicosi collettiva legata a lei. Era meno ingessata dei suoi parenti, ma Sarah Ferguson era ancora meno ingessata eppure non è molto amata. Diana sapeva comunicare, sapeva vestirsi, sapeva come porsi. Il suo guardaroba sembra di ieri, eppure è già un pezzo da museo.