Anna Soubry, la Tory anti-Brexit meno mansueta di Westminster (da ‘Il Foglio’ del 19 gennaio)

LONDRA – Il ritratto della Thatcher in stile Andy Warhol appeso nell’ufficio di Anna Soubry ha i colori più tenui dell’originale, quasi zuccherini. «Non dobbiamo mai farci bullizzare», trilla allegra la deputata conservatrice aguzzando gli occhi azzurri, e per un momento sembrerebbe quasi alludere al fatto di essere donna. In realtà si riferisce ad un’altra categoria che sta vivendo una gloriosa stagione di riscatto: gli europeisti britannici. (Continua a leggere qui)

Mai sicura sul suo trono, Maggie Thatcher fece mille errori e con Elisabetta rimase sempre impacciata. Ma su Gorbachov ci azzeccò. (da ‘Il Foglio’ dell’8 ottobre)

Non si è mai sentita sicura sul suo trono, Margaret Thatcher. Un po’ perché sapeva quanto i suoi avversari all’interno del partito fossero agguerriti, un po’ perché il fatto di essere donna non le permetteva di contare sulla rete di salvataggio del boys club grazie alla quale i politici del suo livello cadono sempre e comunque in piedi, almeno un po’. “Quello che non avevo capito nel primo volume era quanto Maggie si sentisse sempre precaria, anche in un periodo come il 1983-1987 in cui dal di fuori tutto sembrava calmo e saldamente nelle sue mani”, spiega al Foglio il biografo Charles Moore, che dopo la prima parte pubblicata nel 2013 ‘The Lady is not for turning’ – più o meno ‘La signora non è una che torna indietro’ – ha ora concluso il ponderoso secondo volume ‘Everything she wants’, ‘Tutto quello che vuole’, più di 800 pagine per raccontare i 4 anni da Gloriana – il pensiero corre a Elisabetta I, ma la Thatcher stessa aveva etichettato così i pezzi più sontuosi del suo guardaroba, quelli fatti per irradiare potere – della prima e ultima inquilina di Downing Street.

FILE - In a June 10, 1984 file photo, Britain's Queen Elizabeth II, second left, stands with, West German Chancellor Helmut Kohl, left, U.S. President Ronald Reagan, second right, and Britain's Prime Minister Margaret Thatcher at London's Buckingham Palace, prior to a dinner for summit leaders. (AP Photo, File)
FILE – In a June 10, 1984 file photo, Britain’s Queen Elizabeth II, second left, stands with, West German Chancellor Helmut Kohl, left, U.S. President Ronald Reagan, second right, and Britain’s Prime Minister Margaret Thatcher at London’s Buckingham Palace, prior to a dinner for summit leaders. (AP Photo, File)

Moore, che studia Margaret da 18 anni, sta lavorando al terzo e ultimo volume e in questi giorni si trova alla conferenza dei conservatori a Manchester. Ma non si sbilancia a dire quello che la Iron Lady penserebbe di questo partito di boys nati bene e dei loro piani per il futuro del paese, della visione così liberale di società espressa da David Cameron nel suo discorso sulle pari opportunità, sulle minoranze, sul matrimonio gay. “Io so quello che ha fatto, non quello che avrebbe fatto, e non so dire cosa ne penserebbe di tutto questo”, osserva modesto, aggiungendo che il partito gli è apparso pacificato rispetto alla figura di lei e che “ormai si è creato un consensus: i nuovi conservatori la ammirano ma ammettono di essere diversi da lei”. Un tema su cui l’influenza è ancora fortissima a suo avviso è l’Unione europea. “La Thatcher aveva previsto il disastro della moneta unica, la sua presenza su questo tema è tangibile, il partito negli ultimi 25 anni è diventato molto più euroscettico di prima e questo è sulla scia di Maggie”, secondo Moore. E se “è solo adesso che le donne stanno raggiungendo un certo ruolo negli alti ranghi del partito, è senz’altro perché nessuna politica conservatrice poteva evitare di confrontarsi con il modello della Thatcher, un compito faticosissimo sia che la si rifiuti, sia che si tenti inutilmente di imitarla. E Theresa May, come si vede, anche se potente, rimane una figura controversa”.

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La Lady di Ferro descritta da Moore è una che non è mai riuscita del tutto a sfuggire a problemi ‘femminili’ come il senso di colpa per essere stata una madre assente, controbilanciato oltre ogni ragionevolezza anche politica dal lassismo con cui ha gestito le intemperanze di suo figlio Mark, uomo d’affari troppo incline ad usare nome e contatti della madre ottenere favori. “Nel libro lo dico chiaramente, non si è comportata bene, non è stata pignola nel fare in modo che il figlio rispettasse le regole”, prosegue Moore, secondo cui l’iperprotettività compensatoria era estesa anche a Carol, la gemella di Mark, “che però faceva la giornalista e quindi non era così esposta”.

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E che l’insicurezza sia stata per la Thatcher cattiva consigliera è dimostrato anche nel suo rapporto con la regina. “Le cose si fecero difficili nel 1986 con la questione delle sanzioni al Sudafrica per l’apartheid. Maggie non le voleva perché pensava che avrebbero colpito l’economia, finendo col danneggiare coloro che le sanzioni volevano proteggere. Ad Elisabetta II interessava soprattutto la tenuta del Commonwealth e il suo segretario agì in maniera avventata per fare pressione sulla Thatcher, lasciando che questo scontento uscisse sulla stampa. Maggie era terrorizzata che le “vecchie signore” smettessero di votarla perché aveva fatto arrabbiare la regina”, prosegue Moore, secondo cui gli incontri settimanali tra le due erano così formali da essere spesso inconcludenti. “Maggie era molto tesa, la conversazione era corretta, ma mai produttiva”, anche se sempre improntata al massimo rispetto da entrambe i lati. “Prova ne è il fatto che la regina è andata al funerale della Thatcher, cosa che aveva fatto in precedenza solo per Winston Churchill”.

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Però l’economia correva, il paese cambiava e tra il 1983 e il 1987 Maggie Thatcher era forse la figura politica dominante nel mondo. Sapeva di essere stata fortissima alle elezioni, aveva dalla sua il successo delle Falklands e il Regno Unito si andava popolando di piccole e medie imprese. ‘Gloriana’ aveva anche vinto la sua amara battaglia contro i minatori e i sindacati e alla sua pervicacia da talent scout, secondo Moore, si deve l’emergere di una figura politica centrale come quella di Michail Gorbachov. Maggie lo invitò a pranzo ai Chequers e mentre il marito Denis mostrava all’incantevole Raissa le rose del giardino, la Lady mise sotto torchio Gorbachov per sei ore. Poi si sistemò i capelli, il fiocco della camicia e corse da Ronald Reagan a raccontare: non è il solito ventriloquo sovietico, vale la pena parlarci. E così fu.

Il paragone inutile tra Frau e Lady, che in comune hanno solo le vittorie (da ‘Il Foglio’ del 28 settembre)

Entrambe influenzate da una figura paterna torreggiante, entrambe capaci di compiere un parricidio politico con freddezza e determinazione: la prima, Margaret Thatcher, nei confronti di Edward Heath, che l’aveva voluta nel suo governo; la seconda, Angela Merkel, nei confronti di Helmut Kohl. Tutte e due, la Lady di ferro e la cancelliera tedesca, hanno uno spirito analitico forgiato nei laboratori di chimica dell’università, e sono poi finite a rivoluzionare la storia politica dei loro paesi. Le analogie tra le due signore finiscono qui.

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Poco prima di scrivere l’articolo assassino in cui chiese le dimissioni di Kohl, Merkel spiegò in un’intervista che da bambina, ai corsi di nuoto, quando c’era da tuffarsi dal trampolino più alto aspettava fino all’ultimissimo minuto e saltava solo quando non aveva più scelta. “La Merkel si lascia sottovalutare, non esibisce mai il suo potere e men che meno le sue intenzioni”, dice al Foglio Matthias Krupa, corrispondente europeo di Die Zeit e cronista politico. “Anche nell’uccidere l’avversario, Merkel è cauta, aspetta che lui si faccia male da solo, procede felpata”, e non agisce mai per prima, a differenza della Thatcher, che lo scontro l’ha sempre cercato, voluto, vinto. “La rottura di Merkel con Kohl è stato un gesto unico, esemplare ma anche in qualche modo molto poco tipico di lei”, l’unico strappo nella grande tela di cautela che Angela Merkel née Kasner ha tessuto fin dalla giovinezza da ragazza dell’est.

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“Thatcher procedeva per confronti”, in armonia con un sistema britannico in cui le fazioni si scontrano frontalmente, spiega John Lloyd del Financial Times, osservando che la Lady di ferro “sentiva di dover scardinare il socialismo e i sindacati che tenevano arretrato il paese, mentre Merkel ha potuto sfruttare le riforme fatte dal suo predecessore e si è trovata un paese in buona salute”. E si è concentrata sull’Europa, dove persino le sue rotture hanno avuto il sapore del consenso. “Il loro stile politico è all’opposto, confronto contro consenso, grandi avanzate contro piccoli passi”, aggiunge Lloyd, che ricorda una Thatcher off the record fatta di battute taglienti e frontali, ma capace di ascoltare e imparare da tutti, curiosa del punto di vista di chiunque salvo poi liquidarlo con una frase delle sue – “Lei ha delle opinioni straordinariamente errate, Sir” – prima di girare i tacchi verso una nuova vittima.

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Ursula Van der Leyden, ministro del governo di Merkel, dice della cancelliera parlando ad Andrew Marr nel documentario della Bbc “The Making of Merkel”: “Lei sa che le persone si incontrano sempre due volte”. E agisce di conseguenza, con una riservatezza forse ereditata dallo stato paranoico in cui è cresciuta, mai in prima linea (quando cadde il muro di Berlino era in sauna, come sempre di giovedì) e contornata da una cerchia ristretta di persone di fiducia, un inner circle molto femminile fatto di due collaboratrici e di pochi altri. “Non ho mai conosciuto una persona che quando parla in pubblico è così diversa da come appare a chi ha la fortuna di scambiarci due chiacchiere in privato”, prosegue Krupa, che parla di una donna “molto piacevole e divertente” che diventa “inefficace quando parla in via ufficiale, su un palco o ai giornalisti durante le interviste”.

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A Merkel importa poco il linguaggio e ancor meno l’immagine, se che quando le chiedono cosa le piace della Germania risponde “le finestre ben sigillate”, se “ha un gran senso dell’umorismo che si guarda bene dall’usare in pubblico”: non vuole diventare il monumento di se stessa, il suo unico segno di potere è la fiducia nella propria capacità di ragionamento e preferisce sempre essere sottovalutata. Non si possono paragonare, la sfavillante centometrista Maggie e la misteriosa maratoneta Angie. Come se ce ne fosse bisogno, poi.

Londra a lutto apre la scatola dei ricordi, e seppellisce gli anni ’80 tra rispetto e vecchi rancori (da ‘Il Foglio’ del 18 aprile 2013)

Ha la faccia leonina e il cappotto perfetto da amministratore delegato il signore che parla con la vecchietta un po’ arruffata tutta tesa sulle punte dei piedi per cercare di vedere qualcosa, della scalinata e dei militari, della cerimonia della fine di un’epoca che si sta celebrando all’interno della cattedrale. O forse anche lui si è solo vestito elegante per l’occasione, come il ragazzo palestrato in giacca e cravatta, preparatissimo su orari invitati dettagli e protocollo, che lancia uno stentoreo hip hip hip hurrà seguito poi da tutta la piazza e forse dalla città intera, scesa per strada non certo per assistere ad uno spettacolo – niente royal wedding o olimpiadi, niente maxischermi o memorabilia – ma per fare quello che si fa ai funerali: passare un’ora in raccoglimento pensando alla persona che se n’è andata e a tutto quello che si è portata via. Undici anni di vita nazionale, nella fattispecie, e opinioni vecchie di vent’anni tirate fuori dalla naftalina come i vestiti buoni da lutto.

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Il raccoglimento non ha bisogno di parole, e infatti la messa fuori non viene trasmessa, il popolo non sa che dentro c’è Amanda Thatcher che ricorda la nonna con il suo accento yankee e non sa di come David Cameron stia affrontando il suo difficile compito di erede pallido di un modello irripetibile. Non c’è spettacolo da vedere, per i londinesi e per la gente venuta da tutto il paese, ma solo il rispetto da dimostrare nei confronti della donna che li ha governati più a lungo di tutti. Oppure, nel caso delle sparute proteste, il rispetto per la propria rabbia d’antan. Ben più dei militari che ha guidato nella breve avventura argentina, le truppe di cui Maggie sarà per sempre indiscussa leader erano tutte lì: ragazzi ed ex ragazzi della City, santuario thatcheriano in cui tutto parla di lei, rispettosamente schierati alle finestre degli uffici, oppure in strada tra la folla, dalle segretarie all’amministratore delegato, per l’appunto, tutti in strada a mostrare il loro rispetto e non certo in ufficio a guardare la diretta tv. Il rispetto si manifesta con la presenza, e infatti la gente non è andata a curiosare, ma è andata a salutare Maggie anche quando l’età avrebbe consigliato prudenza.

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Uscito il feretro, dalla scalinata laterale di St Paul’s hanno iniziato a defluire gli invitati, crespo nero e età venerabili, guidati da Tony Blair e Cherie, molto complici, entrambi in gran sartoria – “ma chi è quello, è famoso?” chiede un turista spagnolo alla millesima foto – volti di un mondo che non c’è più, fiumi di cappelli neri stagliati sui capelli grigi, anziani augusti determinati ad esserci, tutti in corteo verso la metropolitana, fermata St Paul, central line, verso uno dei due rinfreschi. “E’ stata una cerimonia molto semplice e toccante”, racconta una gran dama dalle ossa indiamantate e dalle vocali ariose ad una giovane coppia. “E poi lei avrebbe adorato tutte queste polemiche”, Margaret .

Le lacrime della Iron Lady, donna spaventosa ma tanto emotiva (da ‘Il Foglio’ dell’11 aprile 2013)

La gente in piazza che brinda per la sua morte non avrebbe fatto a Margaret Thatcher né caldo né troppo freddo. Al limite si sarebbe abbandonata a un pianto dei suoi e avrebbe analizzato i fatti attraverso la lente della più impietosa delle autocritiche, concludendo di aver fatto il suo dovere nella vita e mettendosi, alla fine, il cuore in pace. Charles Moore, uno dei giornalisti conservatori più famosi del Regno Unito che da 16 anni si occupa di scrivere una biografia in due tomi dell’ex primo ministro, vede così la donna che il Regno Unito sta piangendo, o vituperando, in questi giorni. Il 23 aprile, sei giorni dopo il funerale non-di-stato-ma-quasi di mercoledì, uscirà il primo volume del suo lavoro, che racconta la vita di Margaret Hilda Roberts dalla nascita alle guerra nelle Falklands, nel 1982, intitolato “Not for turning”. Il libro vuole essere definitivo e punta ad aprire una nuova fase della storiografia thatcheriana – basta con i giudizi viscerali, è tempo di analizzare i fatti.

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L’idea nasce dai consiglieri della Thatcher che, cinque anni dopo l’uscita di scena, le suggerirono di scegliere un giornalista al quale far scrivere le sue memorie e far spulciare documenti riservati archivi. Così è arrivato Moore, ex direttore dello Spectator e del Daily Telegraph, etoniano, conservatore, fan della Thatcher, certo, ma anche irriverente e critico sugli eccessi della finanza, ad esempio. “Mi chiese lei di essere il suo biografo – dice Moore al Foglio, in un’intervista rara, visto che ieri s’è lamentato sul Guardian: non scocciatemi, non parlo prima della pubblicazione – Di avere accesso ai suoi documenti personali”, come la corrispondenza con la sorella maggiore Muriel, morta nel 2004, “e io ho voluto fare un lavoro completo e comprensivo”. Moore non voleva finire come William Manchester con Winston Churchill, morto prima di snocciolare l’ultimo volume della corposa trilogia. “Ho cercato di raccontare ogni aspetto della sua vita”, anche le cose di cui Margaret odiava parlare e soprattutto leggere. Una tortura, per lei, tutta la sua vita privata in mostra, “ma le ho chiesto tanto, e ho scavato tanto”, spiega il biografo, con l’entusiasmo di chi sa di avere materiale molto interessante.

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“La Thatcher ha voluto che la sua biografia fosse pubblicata dopo la morte per non essere accusata di aver controllato i contenuti, tanto che non era autorizzata a leggerla”, prosegue Moore, precisando che no, Maggie non aveva la sensazione di essere stata fraintesa e non voleva che il libro fosse scritto per riabilitarla. “Non voleva addolcire la sua immagine, anche perché se sei un famoso primo ministro britannico lo sai che ci saranno un sacco di libri su di te, e puoi o ostacolarli oppure fornire del materiale, e lei ha scelto la seconda opzione”. Nessun controllo, nessun intento agiografico e nessuna censura sulle parti molto critiche – e ce ne sono, garantisce l’autore.

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Ma uno che ci passa una vita, sulla Iron Lady, cosa trova che gli altri non sanno? “La gente in generale non coglie un paio di cose”. Tipo? “Spaventosa, va detto, lo era, ma era anche una persona molto gentile con chi le stava accanto, aveva cuore e, soprattutto, aveva un’idea molto romantica della nazione e delle sue convinzioni. Una persona dai sentimenti forti, con la lacrima facile, ma sapeva che era importante essere fredda”. Thatcher emotiva, cos’altro? “La maggior parte della gente sbaglia l’analisi quando riporta la sua frase ‘la società non esiste’ – tutti si perdono la seconda parte: che ci sono gli individui e le persone, certo, ma anche che ‘la gente ha in mente troppo i diritti, senza gli obblighi, ma non c’è nessun diritto senza che prima ci sia un dovere”. Insomma, osserva il biografo, “hanno torto a pensare che fosse un’individualista libertaria atomistica”, aveva un’idea chiara “dell’ordine sociale, della legge, dell’individualità nella responsabilità sociale”.

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Non parla con i toni dell’innamorato, Moore, ma più come chi ha scalato una montagna e ne è fiero. “Anche prima della malattia, la sua memoria era inaccurata, era una persona così impegnata che si ricordava le emozioni, magari i dati, ma raramente l’ordine dei fatti. Non che non fosse attendibile, ma le cose andavano sempre riviste con i suoi assistenti e i politici dell’epoca”. Ma quant’era egocentrica, Maggie Thatcher? “Tanto, come tutti i potenti di quel calibro, però era anche interessata agli altri e soprattutto era molto critica con se stessa. Aveva un forte senso della missione, dell’obiettivo. C’erano vari aspetti straordinari in lei: energia prodigiosa, una capacità di lavoro e di concentrazione fuori dal comune e, a differenza di altri politici, assoluta mancanza di compiacimento”. Tanti altri politici si amano, si ammirano per le loro decisioni senza andare a vedere dove portano, mentre lei era “estremamente interessata ai risultati” e ha continuato “sempre a parlare un linguaggio non politico, da persona semplice”.

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Lo scopo della nuova biografia di “un personaggio così controverso” è di “cambiarne la narrazione”, inziare ad analizzare i fatti per quello che sono stati, visto che con Maggie tutti hanno fatto la stessa cosa: con lei o contro di lei. E poi renderla nella sua dimensione di donna. Come donna? “Sì, è stata sempre interamente donna, ha confuso gli uomini e ha sempre creduto nella superiorità delle donne”. Come individui, s’intende.