Le Carré fa rivivere Smiley, sul banco degli imputati per la morte di Alec Leamas (da ‘Il Messaggero’ dell’8 marzo)

LONDRA – Col suo nome da Gioconda e “l’arguzia di Satana”, la calma olimpica e la conoscenza perfetta degli ingranaggi del ‘Circo’, l’MI6, la spia George Smiley, oltre ad essere il personaggio più rappresentativo dell’opera di John le Carré, è un indizio, una firma, la stella polare di un mondo cerebrale e complesso che in ogni libro lo scrittore di spionaggio più famoso del mondo riesce a riprodurre senza mai ripetersi. Reduce dal successo dell’adattamento televisivo di ‘The Night Manager’, a cui seguirà presto un remake di ‘La spia che venne dal freddo’, l’ottantacinquenne le Carrè, pseudonimo di David Cornwell, sta finendo il suo ultimo romanzo, che uscirà il 7 settembre e che, per la grande felicità dei suoi fan, tornerà a parlare di Smiley, a più di venticinque anni dalla sua uscita di scena con ‘Il visitatore segreto’, del 1990.

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Si intitolerà ‘A Legacy of Spies’, letteralmente un’eredità di spie, e racconterà la storia dell’assistente di Smiley, Peter Guillam, e del suo mentore Smiley durante la Guerra Fredda. Pochi personaggi della letteratura sono stati mandati in pensione e poi richiamati all’azione spesso quanto Smiley, ma in un’intervista degli anni ’90 le Carrè aveva detto: “Penso di aver chiuso con lui. Più divento vecchio e più voglio scrivere di gente giovane”. Secondo la casa editrice Viking Penguin ‘A Legacy of Spies’ è un romanzo “inventivo e emozionante”, che racconta il passato e il presente di Guillam, agente-burocrate da sempre amante delle operazioni dietro le quinte e poco incline ad agire sul campo, richiamato dalla sua confortevole pensione in Bretagna per portare la sua testimonianza sul passato.

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“Le operazioni di intelligence che un tempo erano il mito della Londra segreta e coinvolgevano personaggi come Alec Leamas, Jim Prideaux, George Smiley e lo stesso Peter Guillam stanno per essere passate in rassegna con criteri discutibili da una generazione senza memoria della Guerra Fredda e senza pazienza per le sue spiegazioni”, spiega la Viking Books, anticipando le grandi linee della trama. Smiley, nel suo essere profondamente anti-eroe, nasce come una scommessa: più il mondo si incantava davanti a James Bond e al suo eroismo muscolare, al suo universo violento, sfavillante e senza profondità, più le atmosfere di le Carré, che ha prestato realmente servizio presso l’intelligence di Sua Maestà quando era giovane, negli anni ’50 e ’60, si facevano cerebrali, fumose e labirintiche, con confini incerti tra il bene e il male. Smiley, il più spia di tutti, l’uomo talmente intrecciato nei destini del paese da esserne l’anima nera, la coscienza, la struttura, è descritto come “piccolo, tarchiato e, a voler essere buoni, di mezza età”. In ‘La Spia che venne dal freddo’ ha un ruolo piccolo ma significativo e incarna la spietatezza di un mondo alle prese con la crisi d’identità del tramonto dell’impero britannico e con una minaccia sovietica mai sottovalutata agli occhi del ‘Circo’.

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La sua apparizione più importante è in ‘La Talpa’, traduzione italiana di ‘Tinker, Tailor, Soldier, Spy’, parte della cosiddetta ‘trilogia di Karla’, dal nome della laconica nemesi sovietica di Smiley. Grazie ad un vecchio adattamento televisivo del 1979 Smiley avrà per sempre, agli occhi dello spettatore britannico, il volto anziano di Alec Guinness, anche se nella versione cinematografica il ruolo è stato affidato ad un più giovane, anche se altrettanto indecifrabile, Gary Oldman. Le Carré, che negli ultimi anni si è dedicato alla stesura delle sue memorie ‘Tiro al piccione’, secondo i suoi editor sarebbe riuscito nell’impresa di dare a ‘Un’eredità di spie’ lo stesso stile teso e inarrivabile dei suoi lavori migliori, compreso ‘La spia che venne dal freddo’. Tornando a parlare di un mondo, quello delle relazioni tra l’occidente e Mosca, che spostando gli occhi dalle pagine del romanzo a quelle di un quotidiano risulta più attuali che mai.

Renato Levi, nome in codice ‘Cheese’. Donnaiolo, mentitore nato e irresistibile canaglia al servizio degli inglesi nella lotta contro il Terzo Reich (Da ‘Il Messaggero’ del 2 marzo)

Per i tedeschi era ‘Roberto’, per gli inglesi ‘Cheese’, formaggio, per l’anagrafe Renato Levi. Nato a Genova nel 1902 da una ricca famiglia di costruttori navali convertiti al cattolicesimo, educato in Svizzera e poliglotta, la sua attività da doppio agente al servizio degli inglesi in Medio Oriente durante la seconda guerra mondiale fu un successo tale che i tedeschi non si accorsero mai di niente, neppure tirando le somme di una sconfitta alla quale ‘Cheese’ aveva contribuito non poco. Sebbene Levi non passò che informazioni false, Erwin Rommel, la volpe del deserto, non s’insospettì mai e Hitler stesso diede il via libera affinché l’agente Roberto continuasse a spiare per conto del Reich. Della sua bella faccia aperta e ironica da donnaiolo è rimasta una sola foto, ma ora la sua vicenda straordinaria è stata finalmente raccontata.

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“Avevo sentito già parlare di ‘Cheese’, ma non si sapeva chi fosse, il materiale su di lui era stato distrutto e mi ci sono voluti quattro anni nell’archivio del War Office per ricostruire la sua storia”, spiega Nigel West, pseudonimo di Rupert Allason, ex deputato Tory, esperto di spionaggio e autore prolifico il cui libro su Levi, ‘Double Cross in Cairo’, ‘Doppio gioco al Cairo’, è uscito a gennaio nel Regno Unito. “La sua famiglia sapeva che era stato in carcere alle Tremiti e che era stato coinvolto in attività di spionaggio, ma il resto no”, prosegue l’autore. Nel 1939 Levi, figlio di un’attrice proprietaria di alcuni alberghi a Genova e Rapallo e di un armatore italiano con cantieri anche a Bombay, fu avvicinato dai servizi tedeschi che, nel 1941, lo inviarono al Cairo con il mandato di organizzare una rete di informatori locali, con la benedizione dei servizi italiani rappresentati dal conte Carlo Sirombo, ex console italiano nella città egiziana.

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Nel frattempo Levi aveva già preso contatto con l’MI6, i servizi britannici, che ormai operavano secondo il principio dell’inganno strategico e con i quali creò un’articolata quanto immaginaria rete di informatori in Medio Oriente a cui attribuire indicazioni false da passare ai tedeschi. Per anni Levi riferí all’Abwehr i messaggi di un fantomatico operatore di comunicazioni siriano, Paul Nicossof, il cui nome, in inglese, suona fin troppo simile a ‘knickers-off’, ‘mutande calate’. Allusione, questa, che i tedeschi non colsero mai nei 432 messaggi radio che l’agente Roberto si scambiò con loro, dando sempre un’idea completamente errata dei movimenti e delle priorità degli Alleati in Nord Africa e in Medio Oriente. In una nota, il suo collega dell’MI5 Evan Simpson lo descrive così: “E’ un bugiardo nato, capace di inventare storie su due piedi per tirarsi fuori da una situazione. Ha una passione per l’avventura e gli piacciono tanto le donne. Il lavoro gli dà la possibilità di viaggiare e di gestire vaste somme di denaro, cosa che non avrebbe altrimenti”.

E sulle motivazioni profonde di Cheese si espresse così: “I motivi per I quali lavora con noi sono difficili da capire. E’ ovviamente ebreo e dice che vuole fare qualcosa per aiutare gli Alleati perché questi agiscono per conto degli ebrei”. Tuttavia “non ha mostrato particolare disamore per i tedeschi e per gli italiani”. Nel novembre del 1941 le sue false informazioni fecero cambiare strategia agli Afrika Korps più di una volta. Levi riuscì a convincere Rommel che il suo principale nemico fosse la 74ima Divisione Armata, assolutamente inesistente, e lo persuase a ritardare il suo attacco fino ad agosto 1942, quando gli alleati erano ormai pronti alla vittoria ad El Alamein.

Quando i tedeschi lo accusarono di aver fornito informazioni inaccurate, Levi fece presente che non aveva i mezzi economici per reclutare informatori affidabili di Nicossoff. Riuscì anche a dirottare le forze italiane da Malta facendo credere che fosse imminente un attacco su Creta e, alla fine, diede un contributo fondamentale per distogliere le truppe tedesche dalla Francia al momento del D-day, facendole concentrare nei Balcani e nel Mediterraneo. Alla fine della guerra tornò a casa da sua moglie e dal figlio prima di andare a vivere con loro in Australia. Rientrato a Genova, la sua energica stella si spense a soli 52 anni.