Anna Soubry, la Tory anti-Brexit meno mansueta di Westminster (da ‘Il Foglio’ del 19 gennaio)

LONDRA – Il ritratto della Thatcher in stile Andy Warhol appeso nell’ufficio di Anna Soubry ha i colori più tenui dell’originale, quasi zuccherini. «Non dobbiamo mai farci bullizzare», trilla allegra la deputata conservatrice aguzzando gli occhi azzurri, e per un momento sembrerebbe quasi alludere al fatto di essere donna. In realtà si riferisce ad un’altra categoria che sta vivendo una gloriosa stagione di riscatto: gli europeisti britannici. (Continua a leggere qui)

Panico nel Labour, l’avanzata di Corbyn L’Autentico trova gli avversari impreparati (da ‘Il Foglio’ del 15 agosto)

LONDRA – Panico. Sembra un remake di sinistra delle presidenziali francesi del 2002, uno Chirac-Le Pen in salsa britannica, solo che il pericolo qui non è il noto xenofobo antisemita Jean-Marie ma un cordiale ciclista sessantaseienne, Jeremy Corbyn, che fosse per lui riaprirebbe le miniere e nazionalizzerebbe il nazionalizzabile, porterebbe la Gran Bretagna fuori dalla Nato e, se possibile, anche dall’Unione europea. Come scongiurare la sua avanzata verso la leadership del Labour evitando che quest’ultimo si trasformi in un partito di protesta à la Syriza destinato a farsi male al primo confronto con la realtà? I tre candidati alternativi – che poi sarebbero quelli istituzionali, ma il mondo in questi giorni va alla rovescia – stanno litigando sulla strategia, e più litigano e più si affossano, perché 160.000 persone sono corse ad iscriversi ai registri di voto prima della chiusura in modo da poter eleggere lui, Jeremy, e molti di loro sono vicini ai sindacati, sono d’accordo con le sue politiche. Il sospetto che tra le pecorelle pro-Corbyn si annidi anche qualche lupo Tory intenzionato a sabotare il partito rivale c’è, ma la tendenza generale è chiara e mettersi a fare questioni di lana caprina sulle procedure di voto sarebbe poco astuto.

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Ci vorrebbe un’alzata di ingegno politica. Hai voglia ad avere Yvette Cooper che dice che le idee di Corbyn “non sono radicali e non sono credibili”, “vecchie soluzioni a vecchi problemi”, lei è terza e la sua linea, per ora, non ha sfondato. Vagamente più rosee le prospettive di Andy Burnham, che è secondo e che, a riprova del fatto che è un po’ un candidato Zelig, sta cercando di intercettare il malumore di chi accorre a votare l’antitutto Corbyn. “Gli attacchi a Jeremy hanno frainteso l’umore del partito”, spiega, come a dire: votate me che vi ho capito e che so pure quello che sto facendo. Mentre Liz Kendall, che è ultima, blairiana e pure riformista, ha messo in secondo piano la sua candidatura facendo propria la linea di Tony Blair secondo cui l’unico obiettivo è battere Corbyn, il quale per ora se ne sta sul 53-57% secondo YouGov (ma YouGov, si sa, è uscito dalle elezioni appena peggio del Labour). “Non voglio vedere il Labour presentare la sua lettera di dimissioni ai britannici come partito serio di governo”, ha spiegato Kendall, i cui elettori sarebbero pronti al voto stategico a Burnham.

D’altra parte qui il gioco si fa duro, la perfida Camilla Long sul Sunday Times parlava di una sorta di un fenomeno di scontento cosmico alla Nigel Farage, ma non c’è tempo di farlo smontare, svanire, di discutere le sue idee, qui si vota il mese prossimo e se Corbyn vince e il Labour sparisce… Come si fa a dire: siamo un partito di sinistra, non votate per il candidato di sinistra? Colui che ha basato il suo programma elettorale sulla ‘più lunga lettera di suicidio della storia britannica’ ossia il manifesto Labour del 1983 è stato lasciato entrare nella rosa dei candidati come fosse una curiosità innocua. Ma i deputati non lo rispettano, piace solo – ma tanto – ad un mondo relativamente ristretto in cui, secondo Tim Baldwin, “chiunque sia associato con l’ultimo governo Labour è denunciato come un Tory o un criminale di guerra”, ossia una certa intelligentsia e il nord operaio a cui dà risposte vintage e appena meno vaghe di quelle che Farage dava ai suoi elettori senescenti delle città costiere terrorizzati dal futuro.

I Tories, che conoscono l’animo pragmatico dei britannici, hanno fatto sapere che una vittoria di Corbyn costerebbe 2,400 sterline all’anno ad ogni famiglia, o 42 miliardi di sterline (la piu’ economica, se proprio si vuole essere di sinistra, e’ la Kendall: 1000 a famiglia all’anno, tutto sommato fattibile). Syriza London, il gruppo dei greci di Syriza a Londra, con il supporto di un po’ di gruppi anticapitalisti, stravede per lui, che a sua volta stravede per l’ala intransigente del partito greco. Per riportare un po’ di ordine ora tutti si aspettano due parole energiche da Gordon Brown, che già sulla Scozia ha dimostrato, come se ce ne fosse stato bisogno, di essere un politico finissimo. Ed Miliband, invece, ha deciso che starà zitto. Gordon dirà parole di buonsenso domenica. Si aspetta.

Per il ‘Sun’ quel maleducato di Nigel ha qualcosa da insegnare ai politici, ma quello tra lui e Grillo è solo un incontro tra clowns (da ‘il Foglio’ del 5 giugno)

Da lontano sembrano tutt’uno, il Sun e l’Ukip: sfumature di populismo che si distinguono appena, in un urlo sguaiato che attraversa non soltanto il Regno Unito, ma tutta l’Europa. La sovrapposizione però non c’è, spiega al Foglio Tom Newton Dunn, capo della politica del tabloid di Rupert Murdoch, più di 2 milioni di copie vendute, 5 milioni e mezzo di lettori, il giornale che sa fare la fortuna dei politici inglesi. Newton Dunn non è sorpreso: fa un sondaggio al giorno per capire cosa pensa il popolo britannico, ma non vuole sbilanciarsi sul contributo dato dal Sun all’avanzata dell’ex broker Nigel Farage: “Forse c’è stato, forse no”. E ribadisce che l’endorsement ufficiale al partito indipendentista non c’è stato, né ci sarà, soprattutto se in Europa l’Ukip va assieme ad altri populisti a grande rischio buffonata: l’incontro con Beppe Grillo, per dire, è stato salutato dal titolo giocherellone del Sun: “Un clown incontra un altro clown”.

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C’è populismo e populismo. “La storia che raccontiamo noi e quella che racconta l’Ukip non saranno tanto diverse, ma i nostri lettori sono più giovani e più proletari dei loro elettori, noi non vogliamo neppure uscire dall’Unione europea ma solo riformarla e, soprattutto, al Sun non facciamo politica, non siamo un partito, non vogliamo candidarci”, osserva Newton Dunn, il cui padre, Bill, ha appena visto il suo seggio a Strasburgo travolto dal rovinoso crollo dei LibDem. Non farà politica, il Sun, ma di certo lì sanno cosa serve a un politico per avere successo oggi: occorre superare il modello perfettino à la Tony Blair, politico bravissimo e irripetibile, che ha però generato epigoni noiosi e insipidi come la triade DavidCameron-Nick Clegg-Ed Miliband, tutti presi dal non esporsi mai e dal non dire nulla di controverso. “I nostri sondaggi dicono che la metà dei britannici pensa che i politici di oggi mentano sempre, tutti i giorni”, prosegue Newton Dunn con l’eloquio pacato di chi ha studiato a Eton. “I principali media, la Bbc compresa, non fa che ripetere quel che questi politici dicono, senza alcun contrasto”.

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Ci sono due politici in particolare che invece parlano agli inglesi: i “maleducati” Boris Johnson e Nigel Farage, che sudano, si spettinano, parlano semplice, non vedono l’ora di fare figuracce per potersi scusare con una battuta, per mostrarsi ironici, uomini del popolo, simpatici e imperfetti.
“Né l’uno né l’altro trasmettono un messaggio elitario”, secondo Newton Dunn, secondo cui entrambi appaiono onesti e sinceri: “Non che siano incapaci di mentire, tutt’altro”, perché sanno che il loro fascino dipende da quello. Ma non sono loro due i duellanti politici del futuro: Farage a Westminister non ci arriverà, secondo l’editor politico del Sun, poiché al momento delle elezioni politiche l’elettore ragiona diversamente: una previsione coraggiosa in vista delle suplettive di Newark di oggi: i conservatori, nonostante una campagna elettorale a suon di grandi nomi in visita e imponente dispiegamento di mezzi, sono alle prese con sondaggi che vedono il candidato dell’Ukip, lo scoppiettante settantenne ex Tory Roger Helmer, in vantaggio di due punti (alla fine i conservatori hanno vinto con un ampio margine, ndr).

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Il fatto è – e questo Newton Dunn non si stanca di sottolinearlo – che l’Ukip ha capito il problema, ma non ha dimostrato di avere una soluzione. “Le elezioni ci dicono due cose diverse, due temi che sono cresciuti come funghi nelle pance degli elettori” e la prima, con un netto distacco rispetto alla seconda, è l’immigrazione. “Secondo i sondaggi l’immigrazione ha superato, in importanza, l’economia, e questo spiega l’immenso successo di Farage”. L’immigrazione che spaventa “è il lavoro a basso costo di massa dal sud e dall’est Europa” e quella che mina la coesione sociale. I polacchi sono un milione, c’è un negozio di alimentari su ogni via principale, spesso non parlano la lingua e il tutto “toglie via il caro vecchio sapore Brit”. Poi, ma molto dopo, secondo Tom Newton Dunn, c’è “l’insoddisfazione con l’Unione europea, che dura anch’essa da molto ma è dovuta soprattutto alla libera circolazione dei lavoratori”, oltre al fatto che l’idea che “il continente sia governato da una élite fuori contatto con la realtà, poco connessa con la gente”, simile in questo alla triade di leader dei principali partiti, va contro il sentire britannico.

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L’emozione, quando si fa una campagna di stampa o una campagna politica, va tenuta sempre presente. Newton Dunn fa l’esempio della Scozia, che a suo avviso al referendum del 18 settembre non si staccherà. “Ma c’è un problema: i fatti vanno contro l’indipendenza, mentre le emozioni sono a favore. La campagna per il ‘no’ deve uscirsene con un po’ di passione, e forse gli europeisti dovrebbero fare la stessa cosa”. Ma anche il populismo deve stare attento, perché il passaggio dal linguaggio semplice alla barzelletta è piuttosto breve, è il motivo per cui anche il Sun sorride di Farage ma non vuole avvicinarsigli troppo. E’ un attimo che si lavora insieme sulle politiche anti sistema e si finisce a discutere di grano saraceno.