Storia del jihadismo britannico, tra ideologia e ‘cool factor’. Ma la povertà non c’entra. (Da ‘Il Foglio’ del 26 marzo)

LONDRA – E’ stata messa al bando, ha cambiato nome, ma è sempre all’organizzazione al-Muhajiroun, ‘Gli Emigranti’, che fa capo la variante britannica del jihadismo globale: ad essa sono dovuti 22 dei 53 attentati riusciti o sventati negli ultimi 20 anni dalla polizia inglese. Una variante asiatica molto più che araba, cresciuta intorno a comunità sradicate dal Kashmir e rimontate pare pare nelle strade di Bradford o di altre città del Nord, e che ha imparato i rudimenti dell’Islam da imam importati anche essi dalle campagne di Mirpur e del tutto inadeguati ad indovinare i pensieri di giovani metropolitani anglofoni e confusi, sospesi tra il patriarcato tradizionale e un mondo occidentale da guardare con sentimenti misti. E ora, nella sua ultima mutazione, questo radicalismo Brit è diventato una delle espressioni più comuni di rabbia anti-establishment per comunità assai disparate, come dimostra il numero ancora alto di convertiti.

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Anche se per diventare jihadisti veri e propri ci vuole ovviamente ben altro: ideologia, risentimento, attivismo. E’ quello che racconta Raffaello Pantucci, nome italiano e accento americano, in ‘We love death as you love life’, ‘Amiamo la morte come amate la vita’, la prima storia completa del jihadismo britannico, dai tempi della conversione di William Quilliam all’islam nel 1887 alla Siria di oggi. Con pazienza certosina da storico e da analista, Pantucci si mette a raccogliere elementi che non hanno bisogno di essere ingigantiti per risultare inquietanti. Il personaggio del momento è il lupo solitario, come quelli di Woolwich che hanno decapitato il povero Lee Rigby. Inutile dire ogni volta che queste persone erano nel mirino dei servizi, che però non hanno impedito che agissero: solo nel 2007 c’erano circa 4000 persone sospette in Gran Bretagna, alle prese con circa 30 piani terroristici.

Pantucci non offre neppure ricette, che sarebbero inutili: “In Gran Bretagna c’e’ il multiculturalismo, in Francia c’e’ la laicità e l’uguaglianza. Nessuno è perfetto, non mi pare si possa dire che un sistema ha funzionato meglio dell’altro”. Londonistan ha creato mostri anche per essere stata cosi’ accogliente nei confronti del dissenso negli anni ’70 e ’80 senza chiedere quella omologazione culturale di rigore per gli esiliati parigini. E la povertà non c’entra, spiega Pantucci, che parafrasando Trotski spiega: “Se fosse la poverta’ a portare la gente verso il terrorismo, ce ne sarebbero molti di piu’ di terroristi”.

“E’ storia contemporanea, ma nessuno l’aveva raccontata tutta”, spiega lo studioso, aggiungendo che il tratto caratteristico del jihadismo londinese è il legame con il Pakistan, “che è anche il posto dove poi al-Qaeda è andata a finire” e che “è stato usato anche per lanciare attacchi nei confronti della Gran Bretagna”. Una connessione forte che è servita fino a quando internet non ha reso tutto a portata di mano per chiunque. “Prima se qualcuno mostrava delle intenzioni serie lo si mandava in un campo di addestramento in Pakistan, mentre per i francesi era più facile relazionarsi con gli arabi nordafricani”. Solo negli ultimi anni la situazione è andata a complicarsi e “il jihadismo inglese si è allargato alla Somalia e allo Yemen”.

Direttore degli studi di sicurezza internazionale del RUSI, Royal United Services Institute, ed esperto di jihadismo e di Cina, Pantucci racconta di come al-Muhajiroun sia nata da una costola di Hizb ut-Tahrir per volontà di Anjem Choudary, predicatore particolarmente incline a dire frasi estreme davanti alle telecamere e per questo diventato terrorista di servizio nei media britannici e non solo, e il siriano Omar Bakri Mohammad, quello che negli anni ’90 ci tenne a puntualizzare che in un paese islamico le Spice Girls sarebbero state arrestate immediatamente. Sebbene zone come Bradford siano particolarmente rappresentative in quanto a maggioranza musulmana, Londra rimane il luogo più complesso, quello in la working class pakistana degli anni 50 e 60 è venuta a contatto con i miliardi mediorientali negli anni ’70, raggruppandosi per la prima volta intorno ad una causa comune quando uscirono i Versetti Satanici di Salman Rushdie nell’88 – lì la questione era dire che non si poteva offendere l’Islam liberamente – ma diventando anche teatro di violenze settarie seppure su scala minore, come le aggressioni sunnite ai ristoratori sciiti di Edgware Road nel 2013.

Ma soprattutto è a Londra che sono iniziate le mobilitazioni per la Bosnia negli anni ‘90. Lo racconta bene nella sua autobiografia Majid Nawaaz, ex jihadista diventato pupillo dell’establishment londinese con la sua fondazione anti-estremismo Quilliam: nulla come la Bosnia e l’indifferenza occidentale nei confronti del massacro di musulmani ha avuto successo a reclutare islamisti radicali. Un’altra guerra nata a Sarajevo, insomma, anche perché come spiega Pantucci al Foglio “se dei musulmani biondi e con gli occhi azzurri vengono uccisi senza che nessuno intervenga, il problema non è razziale, è religioso”. O così è stata inteso da chi continuava ad avere problemi di identità in patria e rabbrividiva davanti agli orrori provenienti dai Balcani. In molti hanno preso una corriera per andare a combattere e da lì, mentalmente, non sono più tornati. Ma il jihadismo è una realtà in continua evoluzione e la Bosnia non serve a spiegare del tutto il fenomeno dei foreign fighters in Siria. Su cui gioca un elemento molto contemporaneo, difficile da contrastare: il ‘cool factor’. Come ha spiegato recentemente Simon Kuper su FT, “Isis è diventato un brand giovanile” e la “Siria una sorta di Ibiza salafista in cui i ragazzi stranieri incontrano le ragazze straniere”. Dove le nipotine degli immigrati del Mirpur sognano di andare a combattere e a sposarsi, nel rispetto della tradizione.

Viaggio a Clacton, dove UKIP prospera tra case di bambola, deambulatori e paura di un’immigrazione che non c’e’ (da ‘il Foglio’ del 27 dicembre)

CLACTON-ON-SEA – Potrebbe essere il giovane parroco oppure il medico del paese, Douglas Carswell. L’ex deputato conservatore, rieletto ad ottobre nelle file dell’UKIP e diventato il primo MP viola nella storia di Westminster, si muove energico e attento nel suo ufficio accanto ad un negozio di kebab gestito da uno dei pochissimi immigrati di Clacton-on-sea, propaggine costiera dell’Essex, cinquantamila abitanti di cui un terzo pensionati. Douglas riceve cittadini che, come sempre nel Regno Unito, vanno a chiedere al loro eletti soluzioni a problemi piccoli che incidono sulle loro vite. Agli ottantenni Russell, ad esempio, è stata fatta male la strada davanti a casa, col risultato che le macchine di passaggio gli finiscono in giardino. “Ma Douglas risolverà tutto”, spiega convinta la signora mentre il marito si sistema l’apparecchio acustico e sorride nell’aria. La segretaria di Douglas intanto risponde gentile ad un tipo malconcio a cui hanno tagliato il riscaldamento, e Douglas stesso fa delle brevi apparizioni tra un appuntamento e l’altro proponendo soluzioni lampo, intervenendo, rassicurando.

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“La gente non ha votato UKIP, ha rivotato Douglas”, mi spiega una visitatrice sui quarant’anni con l’aria cospiratoria di chi dice: lui è uno di noi. Non proprio. Suo padre era un medico scozzese in Uganda, pioniere della ricerca sull’Aids le cui esperienze hanno ispirato, dicono, libro e film ‘L’ultimo re della Scozia’, ma tant’è. Non c’è comunque traccia di grandi scenari, a Clacton-on-sea, località balneare fanée dove il parco divertimenti sul molo è più spettrale di un set di David Lynch e il principale problema, ammette Carswell, “è che non ci sono abbastanza medici e infermieri”. Una città che ha disperato bisogno di immigrazione, quindi, e Douglas lo sa: “Noi con i nostri elettori siamo sinceri su tutto, e proprio per questo possiamo permetterci un approccio onesto anche quando dobbiamo dire verità scomode”. Non come il Labour, sempre più in difficoltà con il voto popolare come dimostra un documento sfuggito di mano e intitolato ‘Campaigning against UKIP’, che sul tema dell’immigrazione propone una linea semplice: evitarlo come la peste. Non parlarne con gli elettori, non farsi travolgere mai da discussioni di persona, spostare l’argomento sulla riforma del sistema sanitario.

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Anche se a parlare di immigrazione a Clacton ci si sentirebbe comunque un po’ ridicoli: la città, canuta più che bianca, ha appena il 4,3% di popolazione straniera, la metà della media nazionale, un decimo del centro di Londra. I primi, poi, sono i tedeschi, seguiti dai polacchi. Tensioni non ce ne sono, conferma Edita, che serve pierogi fatti in casa e altre specialità polacche in un negozietto lindo, unico avamposto ‘etnico’ del centro insieme al kebab di cui sopra, a pochi metri da Marks&Spencer e dalla carrellata di charity shops intitolati ad ogni malattia possibile che riempiono le belle strade ampie di Clacton. Matthew Parris ha scritto un pezzo feroce, odioso e forse vero sulla cittadina, dicendo che quella che si trova lì è “l’Inghilterra sulle stampelle”, l’Inghilerra tatuata e proletaria, nostalgica e spaventata a cui i Tories dovrebbero smettere di corteggiare, lasciando pure che UKIP si accaparri il mercato del pessimismo e ne diventi, per l’appunto, la stampella, sapendo che ad attendere il partito c’è un futuro in “lycra, non in tweed”, fatto di elettori presi solo a cercare di non morire.

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Mentre Farage sceglieva con cura le frasi dell’articolo di Parris da far stampare sui suoi manifesti elettorali, qualcuno all’Economist ha detto che nel Regno Unito ormai la partita si gioca tra “comunitaristi” e “cosmopoliti”, tra chi pensa al passato, si lamenta delle élites ed è eurofobo e chi invece, seguendo la vena mercantile dell’animo britannico, vuole ampi orizzonti e mare aperto. Clacton contro Cambridge, e pazienza se ci sono decenni di scelte politiche dietro questo divario, e pazienza se c’è l’UKIP a fare incetta di voti burini che nessuno vuole, confortando gli elettori nelle loro paure e nel loro desiderio di vivere nel passato, nella vecchia Inghilterra incontaminata dalla modernità e dall’immigrazione.

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‘Ukik’, ‘tu prendi a calci’, l’ha soprannominato un gruppo di liceali della Canterbury Academy che ha messo a punto un videogioco, piuttosto brillante, in cui un personaggio chiamato Nicholas Fromage calcia immigrati dalle bianche scogliere di Dover verso la Francia. Vince chi fa arrivare l’immigrato-proiettile più lontano dalla costa britannica, e questo ha messo a dura prova il robusto senso dell’umorismo di Farage, che l’ha definito “patetico”, mentre il partito ha ribadito che la loro politica sull’immigrazione è ispirata al sistema a punti australiano, pensato per far venire nel paese più cittadini del Commonwealth – realtà per la quale la nostalgia da queste parti non è mai troppa – e meno europei.

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“Noi siamo venuti qui perché odiamo Londra e i suoi commercianti stranieri’”, spiega Eileen, bella sessantenne bionda mentre scartavetra una delle tante case di bambola che vende insieme al marito in un negozietto poco distante dalla spiaggia. “Saremo circa 15 in tutto il paese a vendere casette”, prosegue, sistemando piccoli vasi di fiori perfettamente rifiniti sui romantici davanzali di una mansion edoardiana. “La gente viene qui perche può crearsi un piccolo mondo ideale, una casa di bambola ti permette di prenderti cura delle cose, noi ne abbiamo tre, e abbiamo solo figli maschi”, aggiunge un uomo tarchiato di mezza età dall’aspetto non inglesissimo, voce profonda, mani e collo coperti di tatuaggi da passato turbolento. “Londra non è più quella che era, io voglio stare tra gli inglesi, non ce l’ho con gli altri, mia figlia vive in Svezia e tu sei una straniera molto gentile, ma io voglio stare tra gli inglesi”, prosegue Eileen mentre serve i clienti. “Chi ha una casa di bambola non ha mai il problema di cosa regalare per Natale”, assicura l’uomo tatuato e vestito di nero mentre fa scorrere le sue falangi piene di croci e simboli oscuri su una piccolissima vasca da bagno di ghisa, prezzo 2 sterline e mezzo.

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Dell’Europa a loro importa poco, l’immigrazione peserebbe di certo, se solo ce ne fosse, ma quello che conta è l’entusiasmo per il casino che UKIP è riuscito a fare fino ad ora, per il fatto che in pochi mesi si è dimostrato in grado di mettere in difficoltà il vecchio sistema, di dare un senso di potere a chi si sente scavalcato dalla storia ed è a corto sia di compassione che di larghe vedute. YouGov sostiene che un britannico su quattro non riuscirebbe a rimanere amico con un elettore UKIP e c’è stato addirittura chi diceva che i prezzi delle case, nelle costituency viola, rischiavano di scendere per via dello stigma sociale. Davanti ad un English breakfast in cui racconta con un po’ di italiano dei suoi anni romani a Monti, Carswell spiega che UKIP sta facendo alla politica ciò che Aldi e Lidl hanno fatto al settore della grande distribuzione: “Dimostriamo alla gente che c’è un’alternativa dopo anni in cui gli avevano detto che esistevano solo Tesco e Waitrose”. E scandendo con un tono un po’ pomposo i grandi momenti della storia in cui la democrazia ha perso pezzi importanti, con particolare menzione del “furto” operato dal progetto europeo, Carswell ricorda quando nel 2001 ha corso la sua prima elezione contro Tony Blair, perdendo malamente ma facendo sua l’arte sottile delle campagne porta a porta.

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Lui, educazione privatissima e retroterra solidamente middle class, rimpiange che “la gente neanche si sforzi più di votare”, soprattutto dopo lo scandalo delle spese dei parlamentari e visto quanto la UE rende ormai impossibile decidere il proprio destino ai cittadini britannici. Che certo, leggono giornali che raccontano storie strabilianti e falsissime su Bruxelles, “ma tanto le élites ingannano le persone molto più dei tabloids”. Che poi la UE è il mondo sognato dalle élites, la negazione del fatto “che la saggezza è superiore presso il popolo”, il quale va ascoltato e assecondato, altro che Matthew Parris. “Perché qualcun altro dovrebbe decidere che cosa mio figlio deve studiare a scuola? Se la tecnologia mi permette di scegliere quasi tutto, perché non posso decidere anche su questo, o sull’illuminazione stradale o su mille altre cose?” L’elettorato UKIP non è senescente e nostalgico, ma moderno e internazionale, azzarda Carswell. “Guardando i tabulati telefonici si vede che la gente qui a Natale chiama in Australia, in America, mica in Europa”. E se da una parte continuano ad essere scoperchiati personaggi imbarazzanti – come dimostra il recente ordine di scuderia di non usare Twitter dopo che alcuni esponenti del partito avevano detto cose impresentabili, dall’invito agli africani a suicidarsi a storielle da bar su presunti asini sodomiti, per citarne solo alcune – e Carswell lo ammette, “UKIP si sta ripulendo” e stanno emergendo personalità di rango, anche femminili, oltre al fatto che il partito sta facendo un favore al paese. “Se non ci fossimo noi la rabbia della gente la porterebbe a votare per dei clowns come in Italia”, osserva, aggiungendo vezzoso, nel caso l’allusione non fosse stata colta: “Questo non dovrei dirlo”.

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Nella costituency molti ex carcerati vengono mandati da Londra per vivere di benefits, “creando qualche problema di accoltellamenti per strada”, spiega il quarantatrenne, secondo cui il sistema migliore per gestire la sicurezza sarebbe avere degli sceriffi eletti dal popolo. “E comunque UKIP non è un partito nativista xenofobo come si pensava, siamo eredi del partito liberale, di Gladstone”, precisa. E alle prossime elezioni come finirà? “Forse con una bella coalizione Labour-Tory, visto che condividono gli stessi valori”, spiega rianimando con una gran risata la sua battuta un po’ logora. “Faranno un accordo”, forse, e allora sarà davvero una partita tra “i vecchi partiti politici e noi”. Poco lontano da Clacton, sempre nella stessa costituency c’è Holland-on-sea, un paesino molto più benestante, dove qualcuno si avventura addirittura ad accollarsi ogni giorno l’ora e mezzo di pendolarismo con Londra. Il mare, per chi ha il coraggio di entrarci, è tra i più puliti del paese, così come nella proletaria Clacton con le sue stampelle, le sue farmacie e i suoi deambulatori.

Prima delle elezioni di ottobre Banksy aveva benedetto uno degli edifici del lungomare con un murales dei suoi, roba che a rivenderlo ci si lastricava d’oro la città. Aveva disegnato un gruppo di piccioni manifestanti, con dei cartelli con su scritto “I migranti non sono benvenuti”, “Tornate in Africa” e “Giù le mani dai nostri vermi”. Davanti a loro ad un uccellino migratore di un bel verde li guardava perplesso sullo stesso filo. E’ stato subito cancellato dopo qualche protesta. Il Council neanche se n’era reso conto che fosse di Banksy, salvo poi annunciare che sarebbe “lieto” se l’artista decidesse di tornare a Clacton per dipingere. Un’opera d’arte “appropriata”, però.

La BBC s’interroga sul futuro e soprattutto sul canone: retaggio del passato o strumento irrinunciabile? (da ‘Il Foglio’ del 14 novembre)

Vuoi più bene al mercato o alla BBC? Non è un dilemma da poco per i britannici, che a due anni dall’introduzione della nuova Charter, ossia quel documento decennale che definisce ragion d’essere e finanziamenti del colosso pubblico, stanno mettendo sempre più in discussione il sistema del canone da 145,50 sterline che ogni nucleo familiare, anche il più indigente, è tenuto a pagare ogni anno, pena, fino a poco tempo fa, la galera. Ai conservatori non piace, ma a pochi mesi dalle elezioni i veri negoziati non sono ancora iniziati e il parere dell’attuale governo per ora conta relativamente poco. Il presidente della commissione Cultura di Westminster, John Whittingdale ha definito il canone “peggio della poll tax” che almeno teneva conto della situazione di ciascuno, sostenendo che resterà comunque in vigore ancora per un po’, mentre il ministro per la Cultura Sajid Javid ha sottolineato che dopo il voto di maggio “nessuna opzione” verrà scartata qualora i Tories rimanessero al governo.

BBC news logo in 1954 - The Guardian
BBC news logo in 1954 – The Guardian

Mentre il Labour fa sostanzialmente melina, un messaggio chiaro è giunto da Rona Fairhead, ex manager del Financial Times da poco a capo del Trust della BBC. Cortese e tassativa, ha dichiarato che il sistema che porta 3,7 miliardi di sterline all’anno nelle casse della Corporation (sui circa 5 miliardi totali) “non è un problema che deve essere risolto”, che il pubblico “in generale” è a favore del canone e tutte le alternative rischiano di “cambiare la natura” del servizio “in maniera non certo positiva”.

Alistair Cooke on air in 1946. BBC/Corbis
Alistair Cooke on air in 1946. BBC/Corbis

Il fatto è che il servizio, di suo, è già cambiato e deve fare i conti con il fatto che i britannici guardano sempre più EastEnders o Newsnight sul computer, sugli smartphone, sui tablet, sfuggendo ai controlli che sono invece severissimi per chi in salotto ha un televisore: 200.000 telespettatori abusivi finiscono in tribunale ogni anno per non aver pagato le 145,50 sterline e chi si rifiuta di pagare la multa rischia il carcere, come è capitato fino ad ora a circa 50 o 70 persone (sempre all’anno). Ma si calcola che siano 1 milione e mezzo gli evasori, e ora che il mancato pagamento sta per essere depenalizzato diventeranno sicuramente di più, portando circa 200 milioni di sterline in meno al bilancio.

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“Il canone ha servito la BBC molto bene per molti anni senza resistenza da parte del pubblico”, spiega al Foglio David Elstein, ex manager TV, presidente di openDemocracy e del Broadcasting Policy Group, aggiungendo che il sistema ha però il grave difetto di fornire ai politici un bilancio stabile sul quale far pesare le loro esigenze e le loro stravaganze a scapito di quello che la BBC dovrebbe fare: ‘informare, educare, intrattenere’, come da motto. “L’abbonamento sarebbe un sistema molto più sano, anche perché grazie alla tecnologia si potrebbero evitare le truffe, si avrebbe più indipendenza dalla politica e entrate più sicure, con maggiore giustizia sociale”, prosegue Elstein con empito riformista. “BBC piace molto, non dovrebbe cambiare i contenuti, la gente si abbonerebbe”, risponde a chi teme di vedere la Corporation rinunciare al livello stellare dei suoi programmi per assecondare il pubblico. “Guarda HBO o AMC in America, con l’abbonamento hanno migliorato la qualità”, osserva. Ma sarebbe il cambiamento più grande nella storia della BBC e in molti hanno paura.

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“Il canone non è perfetto, ma prova a farne a meno?”, controbatte al Foglio la storica ufficiale della Corporation, Jean Seaton, secondo cui è discutibile che i britannici debbano pagare per il World Service e compensare con notiziari impeccabili le falle del sistemi d’informazione di mezzo mondo (fino a poco fa le spese erano a carico del Foreign Office), ma questo non vuol dire che la “gemma” del paese non debba essere difesa. “Per la gente la BBC è come l’acqua” e arriva gratis, “ma mantenere questo livello costa caro” nonostante i tagli del 27% già subiti, oltre al fatto che “è il collante culturale che tiene insieme il paese” e che nonostante tutto, a differenza delle TV commerciali, “non produce ciò che la gente vuole, ma quello che la gente ancora non sa di volere”. Punto di vista diffuso tra gli intellettuali e intollerabile “marxismo culturale” secondo il Daily Mail, che non perde occasione di attaccare la Beeb per i suoi scandali, i suoi stipendi d’oro e per le deviazioni dalla proverbiale imparzialità, nonostante l’eloquenza con cui nel 1951 ne catturò l’aura internazionale scrivendo che se la voce dell’America tuona, quella “della Gran Bretagna sussurra” in un microfono.

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Ma la BBC non è solo giornalismo d’alto bordo e fictions storiche, e la programmazione – ci mancherebbe altro, con quello che costa – prevede anche una solida offerta nazionalpopolare, che fa infuriare le emittenti commerciali, Sky in testa, le quali vedono BBC come un monopolista, un incumbent sussidiato che fa concorrenza sleale in territori che non gli competono. Una serie di problemi teorici e pratici non da poco, a cui si sommano le critiche al sistema di governance introdotto nel 2006, il Trust, accusato di aver chiuso un occhio su scandali vari, da Jimmy Savile in giù, di aver avallato 60 milioni di sterline di buonuscite e di non aver saputo evitare il fallimento da 100 milioni del progetto IT. Si parla di sostituirlo con un board normale oppure, come suggerisce Javid, di dare al parlamento un ruolo maggiore “nel valutare l’operato della BBC”, anche se questo potrebbe avere “un forte impatto sulla sua indipendenza”.

Intanto i fondi sono diminuiti e a Broadcasting House ci si arrabbatta come nel resto del mondo. BBC3, il canale giovane, verrà trasferita direttamente online, visto che è proprio tra i 16 e i 34 anni che è difficile trovare il telespettatore classico, quello con la TV. Dopo che il 49,9% di BBC America è stato venduto a AMC Networks, si pensa anche a quale dovrà essere il raggio d’azione di BBC. E non si esclude proprio nulla, neppure uno spin off di BBC Worldwide, il braccio commerciale della Corporation, quello che porta l’altro miliardo e tre di sterline necessarie per mandare avanti la splendida baracca.

Nigel Farage, gatto del Cheshire della politica inglese, gioca col passato e si gode gli avversari da sogno (da ‘Il Foglio’ del 17 ottobre)

Chi lo aveva bollato come la figurina bidimensionale dell’euroscetticismo da pub si ritrova ora a inseguirlo e addirittura a dover pensare a un’alleanza con lui. Con l’eterno sorrisone da gatto del Cheshire, Nigel Farage detta l’agenda politica britannica, manda nel panico gli avversari, guadagna elettori a un ritmo inesorabile e si è accaparrato l’esclusiva di “quello che ha il polso del paese” e interpreta gli umori della gente comune. Glielo dicono i sondaggi, e se lo dice da solo. E lui, ovviamente, gongola. “L’Ukip è attualmente ai massimi storici secondo tutti i sondaggisti. La società che ci segue con più attenzione, stando ai risultati delle elezioni europee e locali, Survation, domenica scorsa ci dava al 25 per cento, mentre Labour e Tory erano al 30 ciascuno”, dice Farage al Foglio. Parla poco prima che arrivi la notizia che il suo gruppo al Parlamento europeo, l’Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd), è imploso dopo la defezione di un’eurodeputata del partito lettone degli agricoltori, Iveta Grigule, che ha fatto venire meno la settima nazionalità necessaria per costituire un gruppo a Strasburgo.

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In attesa di una soluzione, questo collasso lascia l’Ukip a corto di un bel po’ di sovvenzioni, 3,8 milioni di euro l’anno per tutto il gruppo secondo i calcoli di OpenEurope – e soprattutto col rompicapo di decidere quel che sarà della strana coppia Farage e Beppe Grillo, di quell’unione vagamente contronatura tra un elettorato di vecchiette britanniche nostalgiche ma pro business e un gruppo di ragazzotti italiani tutti tecnologia e democrazia digitale. Però il Movimento 5 stelle e l’Ukip “hanno un radicato sostegno per la democrazia diretta”, filosofeggia Nigel, “la gente deve poter dire la sua e ha il diritto di difendere il proprio futuro”. Futuro che, nei piani di Nigel, ogni tanto sembra somigliare al passato: “Tanta gente in Gran Bretagna è sempre meno a suo agio con un paese che sta diventando un posto diverso, quasi irriconoscibile, senza che venga mai chiesto il permesso di cambiare radicalmente una cultura e un modo di vita. L’Ukip vorrebbe riprendersi il potere dal centro, che sia Bruxelles o Westminster, e riportarlo il più vicino possibile alla gente”.

Il messaggio rassicurante spopola nei paesini della costa inglese come Clacton, dove gli indipendentisti inglesi hanno ottenuto il loro primo deputato, e secondo Farage combacia con quello del M5S. “Un’élite politica che non ha contatto con la realta ha controllato le cose troppo a lungo, e con Grillo credo che la gente voglia un cambiamento e abbia il diritto di essere ascoltata”. E poi quella del referendum sull’euro è proprio una bella idea, perché “l’euro è stato un disastro economico e sociale per la popolazione italiana” e “la gente deve comandare, non i burocrati di Bruxelles né la vecchia guardia corrotta in Italia”. Referendum nazionali, locali, la promessa di una consultazione continua è parte anche della sua, di storia. Ma se l’asse Nigel-Beppe, questa “voce autentica di opposizione nel Parlamento europeo”, è in pericolo, non c’è niente di meglio dell’ombra di un complotto da parte del presidente del Parlamento, Martin Schulz, per rinfocolare quella ficcante retorica antieuropea di cui Farage è da sempre paladino e che i britannici adorano. “Se abbiamo una lettura corretta degli eventi, Schulz sarebbe più adatto a essere il presidente di un Parlamento nella repubblica delle banane”, ha spiegato ieri in un comunicato con una certa flemma, ben sapendo che non ha più bisogno di urlare, che il 25 per cento nei sondaggi britannici ce l’ha lui e che tutto può essere rigirato a suo favore.

“L’euroscetticismo è in aumento in tutto il continente, gli eventi sono dalla nostra”, dice Farage, registrando il “momento molto emozionante” per tutti quelli che ce l’hanno con l’Europa. Ma con le politiche in calendario tra poco più di sei mesi, allo spauracchio di Bruxelles si affianca quello di Westminster, fortino in cui il partito ormai è entrato, perché l’Ukip è a tutti gli effetti un’alternativa, o almeno così la considerano gli elettori, che pensano di poterlo scegliere, a maggio, senza il timore del voto perso. “Stiamo dando molti guai al Labour nel nord dell’Inghilterra e ai Tory nel sud e in Galles”, e i conservatori reagiscono come possono. C’è chi mette l’accento sulle somiglianze, come Boris Johnson che sostiene che lottare contro Farage sia come avere a che fare con un “doppelgänger”, un doppio fatto degli stessi valori e delle stesse priorità, e chi come il premier, David Cameron, prende le distanze in apparenza salvo poi seguirne affannosamente i programmi.

Dice Farage: “Il nostro partito sta fissando tutta l’agenda della scena politica britannica, che sia sull’immigrazione, sulla posizione rispetto alla Corte europea dei diritti umani, oppure sugli aiuti internazionali e sull’approccio rispetto ai sussidi dei contribuenti al settore delle energie rinnovabili”. Innegabile. “Gli altri partiti non fanno che seguire o reagire”. Possibile. “Possiamo dichiarare serenamente che l’Ukip sta causando panico nel Labour e nel Partito conservatore”, prosegue soddisfatto aggiungendo perfido che gli invisi europeisti Lib-Dem ormai “contano appena”, visto che i loro elettori “danno ratings così bassi”. Il fatto di essere stato invitato a partecipare ai dibattiti televisivi tra i leader dei principali partiti sembra a Farage più un atto dovuto che una conquista. Non ci sarà più soltanto Nick Clegg a dover affrontare la sua retorica efficace e la sua lingua tagliente. “E’ giusto e basta che io appaia nei dibattiti dei leader di partito, visto che sono al 25 per cento dei sondaggi”, assicura, forte del suo potere: “Se non dovessi andare in onda con Ed Miliband e Cameron, la gente penserebbe giustamente a una fregatura da parte dell’establishment per escludere in maniera scorretta il nostro partito”.

I due leader dei principali partiti del Regno Unito lo temono, lui lo sa. “Penso che tenteranno tutti i trucchi da manuale per limitare al minimo i confronti faccia a faccia con me, e spetta alle emittenti televisive prendere misure perché ciò non avvenga”, osserva, lasciando intendere una sarcastica gratitudine nei confronti dell’inettitudine oratoria dei suoi rivali. “Se le loro politiche e le loro performance sono così buone, perché vogliono escludermi?”, chiede con finta innocenza, ricordando i due confronti televisivi avuti in primavera con il leader dei liberaldemocratici nonché vicepremier, Nick Clegg, subito prima delle elezioni europee. “Ero felice che il pubblico vedesse una discussione pubblica equa sulle questioni”, asserisce ricordando con piacere gli episodi.

Forse il sindaco di Londra Boris Johnson, parlando di doppelgänger, non si riferiva tanto ai due partiti, i Tory e l’Ukip, ma a lui e Nigel, due posh sornioni che hanno saputo mettere a punto un linguaggio popolare e si nutrono delle loro gaffe, dei loro errori, della loro ironia, mentre i rigidi Cameron e Miliband, come si è visto nel caso del referendum scozzese, sono spesso costretti a mettersi in ginocchio e implorare l’elettorato per non finire troppo male. “Anche se entrambi stanno subendo una pressione notevole all’interno dei rispettivi partiti, sospetto che i due leader saranno ancora al loro posto alle elezioni del prossimo maggio – scommette Farage – Anche se sembrano entrambi incapaci di attirare sostegno da parte degli elettori e non riescono a entrare in contatto con le persone normali nella maniera in cui invece riesce a farlo l’Ukip” – rendendo “tutto così facile per noi”.

Non richiede sforzi agli elettori, Nigel Farage, sulle cui spalle non gravano responsabilità di governo. “La ragione per la quale l’Ukip ha avuto successo negli ultimi due anni in particolare è che la gente ragionevole ha capito che la nostra analisi del deficit democratico dell’Unione europea e della situazione economica si è dimostrata corretta”, spiega, indicando il cavallo di battaglia del suo consenso elettorale: una lotta all’immigrazione tagliata su misura sulla psiche dei britannici, più abituati di altri al multiculturalismo e all’apertura, per via dell’impero e del commonwealth. “La gente normale, che ha gli occhi ben aperti, vede da sola che l’immigrazione di massa dall’Europa dell’est sta mettendo una grande pressione sui servizi pubblici e sui conti del welfare”. L’idraulico polacco, qui, fa ancora paura come in Francia nel 2005. “Molti britannici stanno perdendo i loro posto di lavoro e accettando tagli degli stipendi reali perché il mercato è saturo”, osserva.

Per Nigel, ex uomo della City, è in corso una rivoluzione culturale nel Regno Unito, “dove molte persone sono sempre più stanche di avere la loro vita indebitamente influenzata dalle grandi banche, dalle grandi aziende e dalla burocrazia sia del governo inglese sia dell’Unione europea”. Il suo programma è fatto apposta per intercettare la stanchezza degli elettori, e promette di rimuovere tutte le cose di cui possono essere stanchi, ma senza proporre un vero modello di sviluppo. “Sempre più persone vogliono poter dire la loro e riportare il potere a un livello più locale. Vorrebbero avere maggiore controllo sui loro confini, maggiore controllo sul modo in cui vengono spesi i loro soldi e avere meno interferenza dallo stato sul modo in cui dovrebbero vivere le loro vite”.

Se funzionava in passato, funzionerà in futuro? “Continueremo ad attaccare l’Europa, l’euro e il big state. Continueremo a lottare per uno stato più snello con tasse più basse, in cui ci sia un sostegno sia per l’istruzione selettiva sia per quella vocazionale in modo da dare ai giovani delle possibilità nella vita, di aumentare la mobilità sociale per il bene della società nel suo complesso”. Se va avanti così, c’è la possibilità che riesca anche a mostrare come.

Al di la’ del bene e del ‘like’, Cameron e le figuracce necessarie (da ‘Il Messaggero’ dell’11 marzo)

Sarà che i suoi elettori un po’ anziani non sono di quelli che mettono ‘like’ facilmente, sarà che nonostante la ripresa economica in corso il suo partito, i Tories, sono ben lungi dall’essere i favoriti alle prossime elezioni anche per via di una leadership considerata debole. Fatto sta che il premier britannico David Cameron è dovuto ricorrere ad un mezzo poco onorevole per aumentare la sua popolarità su Facebook: ha pagato. Facendosi prontamente scoprire da un quotidiano popolare come il Mail on Sunday – 1 milione e mezzo di copie vendute ogni weekend, per non parlare del sito – e rimediando l’ennesima figuraccia da leader politico che i social media non li sa proprio governare, un po’ come tante altre cose.

La settimana scorsa era stata una foto postata su Twitter mentre era al telefono con Obama – posa concentrata e statica, aria grave un po’ eccessiva – a fare il giro del web, suscitando imitazioni e commenti ironici. Stavolta, inevitabilmente, la storia di come sia arrivato da 42 mila a 130mila ‘like’ su Facebook è finita al centro di articoli e battute di ogni tipo e di commenti taglienti come quello di un anonimo LibDem che ha definito la mossa “piuttosto patetica”. L’obiettivo di superare il rivale e vicepremier Nick Clegg e i suoi 82mila fan è stato raggiunto, mentre il favorito nei sondaggi, il laburista Ed Miliband, non sembra preoccupato dei suoi miseri 33.000 sostenitori.

“Paradossalmente se Cameron non avesse già tutti i problemi che ha, questa storia sarebbe un grave danno d’immagine, ma così se ne saranno scordati tutti tra un mese”, spiega Rasmus Klein Nielsen, professore di comunicazione all’Università di Roskilde e ricercatore a Oxford, nonché grande conoscitore della politica statunitense. “Il Repubblicano Newt Gingrich era considerato uno sfidante pericoloso proprio per il suo seguito sui social networks”, ricorda Klein Nielsen, sottolineando che anche li’ si scoprì che i followers erano pagati.

D’altra parte vale comunque la pena di rischiare una figuraccia per assicurarsi una posizione onorevole nella classifica dei politici più seguiti. “Come per ogni tipo di comunicazione politica, il rischio di sembrare finti e poco autentici è sempre in agguato”, prosegue il professore, secondo cui agli elettori piace immaginare i politici come delle persone normali che aggiornano la loro pagina Facebook o twittano i loro pensieri. Ma in realtà non hanno né il tempo né la testa per farlo, avendo cose più importanti a cui pensare, e sono costretti ad affidarsi a qualcuno senza che questo susciti indignazione o sorpresa.

Dallo staff di Cameron si sono difesi dicendo che quella di pagare è una pratica abbastanza comune negli Stati Uniti e che la mossa è stata fatta “alla luce del sole”, senza pubblicizzarla, certo, ma senza neppure nasconderla. Da Facebook non ci sono stati commenti sul meccanismo che ha permesso a Cameron di trovare nuovi amici, ma una fonte ha fatto sapere che la cifra per ottenere il ‘maquillage’ si sarebbe aggirata intorno alle 7.500 sterline provenienti dai fondi del partito. “Questa figuraccia non cambierà l’essenza delle cose”, secondo Klein Nielsen: “Conferma l’immagine che Cameron già ha, non farà cambiare idea agli indecisi e non gli alienerà le simpatie dei sostenitori”. Che avrebbero pure potuto cliccare su quella pagina, per evitargli l’imbarazzo.

Il paragone inutile tra Frau e Lady, che in comune hanno solo le vittorie (da ‘Il Foglio’ del 28 settembre)

Entrambe influenzate da una figura paterna torreggiante, entrambe capaci di compiere un parricidio politico con freddezza e determinazione: la prima, Margaret Thatcher, nei confronti di Edward Heath, che l’aveva voluta nel suo governo; la seconda, Angela Merkel, nei confronti di Helmut Kohl. Tutte e due, la Lady di ferro e la cancelliera tedesca, hanno uno spirito analitico forgiato nei laboratori di chimica dell’università, e sono poi finite a rivoluzionare la storia politica dei loro paesi. Le analogie tra le due signore finiscono qui.

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Poco prima di scrivere l’articolo assassino in cui chiese le dimissioni di Kohl, Merkel spiegò in un’intervista che da bambina, ai corsi di nuoto, quando c’era da tuffarsi dal trampolino più alto aspettava fino all’ultimissimo minuto e saltava solo quando non aveva più scelta. “La Merkel si lascia sottovalutare, non esibisce mai il suo potere e men che meno le sue intenzioni”, dice al Foglio Matthias Krupa, corrispondente europeo di Die Zeit e cronista politico. “Anche nell’uccidere l’avversario, Merkel è cauta, aspetta che lui si faccia male da solo, procede felpata”, e non agisce mai per prima, a differenza della Thatcher, che lo scontro l’ha sempre cercato, voluto, vinto. “La rottura di Merkel con Kohl è stato un gesto unico, esemplare ma anche in qualche modo molto poco tipico di lei”, l’unico strappo nella grande tela di cautela che Angela Merkel née Kasner ha tessuto fin dalla giovinezza da ragazza dell’est.

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“Thatcher procedeva per confronti”, in armonia con un sistema britannico in cui le fazioni si scontrano frontalmente, spiega John Lloyd del Financial Times, osservando che la Lady di ferro “sentiva di dover scardinare il socialismo e i sindacati che tenevano arretrato il paese, mentre Merkel ha potuto sfruttare le riforme fatte dal suo predecessore e si è trovata un paese in buona salute”. E si è concentrata sull’Europa, dove persino le sue rotture hanno avuto il sapore del consenso. “Il loro stile politico è all’opposto, confronto contro consenso, grandi avanzate contro piccoli passi”, aggiunge Lloyd, che ricorda una Thatcher off the record fatta di battute taglienti e frontali, ma capace di ascoltare e imparare da tutti, curiosa del punto di vista di chiunque salvo poi liquidarlo con una frase delle sue – “Lei ha delle opinioni straordinariamente errate, Sir” – prima di girare i tacchi verso una nuova vittima.

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Ursula Van der Leyden, ministro del governo di Merkel, dice della cancelliera parlando ad Andrew Marr nel documentario della Bbc “The Making of Merkel”: “Lei sa che le persone si incontrano sempre due volte”. E agisce di conseguenza, con una riservatezza forse ereditata dallo stato paranoico in cui è cresciuta, mai in prima linea (quando cadde il muro di Berlino era in sauna, come sempre di giovedì) e contornata da una cerchia ristretta di persone di fiducia, un inner circle molto femminile fatto di due collaboratrici e di pochi altri. “Non ho mai conosciuto una persona che quando parla in pubblico è così diversa da come appare a chi ha la fortuna di scambiarci due chiacchiere in privato”, prosegue Krupa, che parla di una donna “molto piacevole e divertente” che diventa “inefficace quando parla in via ufficiale, su un palco o ai giornalisti durante le interviste”.

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A Merkel importa poco il linguaggio e ancor meno l’immagine, se che quando le chiedono cosa le piace della Germania risponde “le finestre ben sigillate”, se “ha un gran senso dell’umorismo che si guarda bene dall’usare in pubblico”: non vuole diventare il monumento di se stessa, il suo unico segno di potere è la fiducia nella propria capacità di ragionamento e preferisce sempre essere sottovalutata. Non si possono paragonare, la sfavillante centometrista Maggie e la misteriosa maratoneta Angie. Come se ce ne fosse bisogno, poi.

La trentunenne Kate e le allegre primipare attempate di Windsor

Non c’è che dire, il Regno Unito sta messo meglio dell’Italia in quanto a pari opportunità. L’occupazione femminile è più alta, ci sono più donne in ruoli di responsabilità e se un politico prova a dire cose tipo ‘calmina’ o ‘Concitina’ in televisione può stare abbastanza sicuro che la sua carriera finisce lí o quasi. Non è tutto perfetto, certo: uno studio della società di consulenza Hay Group ha concluso che nelle grandi aziende britanniche le donne dirigenti sono pagate il 9% in meno rispetto ai loro colleghi maschi, con un inquietante aumento del divario rispetto al 7% dell’anno scorso. Grave, certo, ma fa quasi tenerezza rispetto al ‘pay gap’ del 22% che esiste in Italia, all’ultimo posto tra i 12 paesi analizzati. C’è però un tema ricorrente, meno vistoso dei topless sulla ‘Page 3’ del Sun, che mi lascia sempre quel retrogusto un po’ spiacevole di controllo sociale, ma che per i britannici e le britanniche è assolutamente normale: la quantità di pressione che i media esercitano affinché le donne abbiano bambini presto. Il fatto che Kate Middleton sia incinta per la prima volta a 31 anni è l’unico aspetto vagamente anticonformista di lei, per dire.

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Oggi il Daily Mail apre sull’argomento – ‘La metà dei bambini nasce da madri ultratrentenni’ – e ne scrive, con tono da ‘Discovery Channel’, anche il Times: ‘Sono più grandi, più sagge e non sono tutte sposate: ecco le baby boomers trentenni’. Sulla base di una ricerca pubblicata ieri, i due quotidiani spiegano che ormai la metà dei bambini nasce da madri trentenni e quarantenni, poiché “il desiderio di una buona istruzione e di una carriera avviata viene prima della famiglia”. Anche i padri sono più vecchi che in passato, e pure la prima casa, che un tempo si acquistava a 28 anni, ora non arriva prima dei 35 in media. La metà dei bimbi, poi, nasce da genitori non sposati. La prima ragione indicata dallo studio per questo rinvio della maternità è il fatto che le donne continuano a studiare fino a tardi e che poi pensano alla carriera, a differenza di quanto avveniva nel 1974, quando di solito a 18 anni si mollavano gli studi, si lavorava per qualche anno e poi ci si metteva a fare figli.

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Il Times scrive un articolo piuttosto innocuo, corredandolo però con una scelta a mio avviso sorprendente di foto di coloro che rappresentano ‘il nuovo volto della maternita’’: Sienna Miller, madre a 30 anni, Cherie Blair, madre del suo quarto figlio a 45 anni, la sopracitata Kate, che avrà 31 anni quando nascerà suo figlio, Fearne Cotton, una DJ incinta di 31 anni e Peaches Geldof, la figlia di Bob, che a 23 anni sta aspettando il suo secondo. Come a dire che 31 anni già si è molto stravaganti e moderne, a meno che non si abbiano già tre figli come Cherie. Il Mail invece non ha praticamente neanche bisogno di scrivere l’articolo per infondere un senso di indignazione nei suoi lettori: basta il titolo a tutta pagina. Si limita ad intervista una donna che racconta l’esperienza estrema di aver avuto un figlio a 30 anni e le fa spiegare quali sono state le sue ragioni per aspettare così tanto, dopodichè butta lí sedicenti ricerche che dimostrano che i bambini cresciuti da genitori sposati sono più sani, più felici e pure più bravi a scuola. Poi tale Patricia Morgan, autore di opere contro la convivenza e a favore del matrimonio, precisa che il declino della maternità è tra le ventenni (sposate) è porterà ad un “disastro demografico”.

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E vabbene, sono giornali conservatori, spesso più che conservatori, tanto che né l’edizione cartacea del Guardian né quella dell’Independent ne parlano (oggi, ma l’hanno fatto in passato). Nel suo blog sul Telegraph, Cristina Odone – commentatrice che ammette serena di essere diventata madre a 43 anni – spiega che l’aumento dell’età media delle primipare è una ‘notizia benvenuta’, e fa il confronto tra la disarmata Diana, madre giovanissima e bisognosa lei stessa di guida e cure, e la più solida Kate, che ha avuto il tempo di conoscere il mondo e il contesto in cui crescerà suo figlio. Benvenuto è soprattutto il fatto che qualche giornalista illuminata cerchi di rendere il quadro più rasserenante per tante donne, come quella “poco più che trentenne” che ha scritto al Guardian una settimana fa per dire che non vuole figli ma che sente di dover prendere una decisione presto, sennò rischia di non averli mai. Mariella Frostrup, che grazie al cielo è saggia, le risponde: “Niente panico. Nonostante l’eccesso di editoriali che dicono il contrario, hai un sacco di tempo”.

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Ce lo vedete un giornale femminile italiano che titola ‘Madre dopo i 35 anni, è ancora possibile?’ con tanto di foto di donna preoccupata che si morde le labbra come se stesse facendo un salto nel buio? La nostra sensibilità sull’argomento è molto diversa, mentre nel Regno Unito, come conferma Mariella, questo tipo di articoli è frequentissimo, e quasi mai sono rassicuranti. C’è sicuramente una parte di verità e di onestà nell’esortazione a riprodursi prima che la cosa si faccia problematica e difficile, ma io ci vedo anche tanta volontà di irregimentare il ruolo delle donne nella società, oltre a tanta pressione a fare in maniera ordinata una scelta che per me dovrebbe restare molto personale e tutt’al più essere incoraggiata da politiche adeguate (cosa che qui avviene già abbastanza, anche se il costo della vita a Londra rappresenta comunque un fattore da considerare). Ma oltre un certo limite non si può andare. Sbaglierò, c’è una parte di me che trova i topless di Page 3 un messaggio tutto sommato meno subdolo.