Amleto, Benedict Cumberbatch e quel monologo messo proprio all’inizio (da ‘Il Messaggero’ del 21 agosto)

LONDRA – C’è del marcio nel teatro, dice qualcuno, se basta un critico velenoso o qualche commento dal pubblico su un’anteprima per far cambiare idea ad un regista. E a fargli fare marcia indietro rispetto all’idea di aprire il suo ‘Amleto’ direttamente con il monologo più famoso, l’Essere o non essere, idea non particolarmente rivoluzionaria che però ha fatto discutere. Fatto sta che Benedict Cumberbatch, vestendo i panni tormentati del principe di Danimarca, nella versione definitiva dello spettacolo che andrà in scena al Barbican di Londra dal 25 agosto in poi, si chiederà “se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni” nel terzo atto, come voluto da William Shakespeare. Una produzione, quella dell’Amleto con la superstar britannica, che sta facendo parlare di sé da mesi ormai e che comunque vada è già un successo. I biglietti si sono venduti alla velocità della luce, più rapidamente che per qualunque altro spettacolo della storia del paese, e tutte le notti ci sono persone, soprattutto ragazzine, accampate davanti all’imponente costruzione brutalista, il Barbican, e pronte a tutto per accaparrarsi i 30 biglietti venduti ogni mattina a 10 sterline per il giorno stesso.

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Lo spettacolo ha avuto qualche settimana di ‘preview’, ossia di repliche in anteprima, con biglietti a prezzi comunque elevati, che hanno riempito le prime pagine dei giornali del mondo perché hanno offerto a Cumberbatch l’occasione per fare un altro monologo importante, sebbene più informale, per il teatro contemporaneo: smettetela di registrare e far foto agli attori in scena e godetevi lo spettacolo con gli occhi, non con gli smartphone. Un appello al pubblico di cui si è parlato per settimane e che però ha portato più di qualcuno a chiedersi se quella in scena in quei giorni fosse un’anteprima – sui biglietti non era specificato – o lo spettacolo vero e proprio. Qualunque cosa fosse Kate Maltby, sul Times, ha stroncato lo spettacolo, definendolo un “Amleto per bambini cresciuti a Moulin Rouge” e rivendicando il suo diritto a basare la sua recensione sulla versione provvisoria, vista la pubblicità e l’attenzione data alla versione diretta da Lyndsey Turner. La decisone di aprire con l’Essere-o-non-essere, per Maltby, è “indifendibile” da un punto di vista drammaturgico visto che il principe è a lutto, ma non ancora furioso, e il fantasma del padre non gli è ancora apparso per raccontargli la verità sulla sua morte. Come se si aprisse la Turandot direttamente con ‘Nessun dorma’ per andare incontro ai fan che sanno le parole a memoria…

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Che sia una versione a misura di seguace di Cumberbatch è suggerito anche da un commentatore del Financial Times, che in un articolo ironico – non una recensione – intitolato ‘Shylock contro Sherlock’ sottolinea come il ‘Celebrity Shakespeare’ possa non essere la soluzione per resuscitare l’interesse delle giovani generazioni verso il Bardo. Lo stesso Benedict, parlando ai suoi fan di quanto sia difficile dare il meglio mentre la sala è invasa dalle lucine rosse dei cellulari, aveva commentato la decisione di avere il monologo all’inizio della tragedia con un secco: “Non è il punto più semplice in cui iniziare una piece, fine”. La produzione non ha voluto commentare ufficialmente, anche se alcuni addetti ai lavori hanno fatto presente che una preview è fatta proprio per essere cambiata in corso d’opera. Per tutto il tempo in cui Amleto sarà in scena, fino al 31 ottobre, sembra che il sipario si aprirà sul principe di Danimarca che ascolta Nature Boy di Nat King Cole sul suo giradischi. Prima che il suo mondo vada in frantumi.

Cinquecento anni di solitudine – Riccardo III, gobbo sì ma forse non così cattivo (da ‘Il Messaggero’ del 5 febbraio)

Passare più di cinquecento anni seppellito malamente, per un sovrano che la letteratura vuole spietato e ambizioso, sono una maledizione ben peggiore del “dispera e muori!” a cui Riccardo III sarebbe stato condannato la notte prima della battaglia gli spiriti delle sue vittime. Ma è cosa ormai certa che sia andata così: le
spoglie rinvenute in un parcheggio della città di Leicester, accanto a quella che un tempo era la chiesa dei Frati Grigi, appartengono proprio all’ultimo dei Plantageneti, anti-eroe shakesperiano e sovrano caduto per mano del rivale Enrico Tudor nella battaglia di Bosworth Field del 22 agosto 1485, svolta storica con la quale finì la guerra delle due Rose e, secondo alcuni storici, anche il Medioevo inglese. Da quel giorno iniziarono infatti di 118 anni di dominio Tudor e Riccardo III, che regnò per soli due anni, diventò una leggenda nera,
un personaggio crudele ed efferato quasi sempre descritto con tinte cupe, non solo da William Shakespeare. Nella sua ‘Storia dei Re d’Inghilterra’, lo storico John Rous, ad esempio, parla del sovrano come di un essere mostruoso nato già con i denti e con i capelli lunghi dopo un’abnorme gestazione durata due anni e cresciuto in un corpo deforme e storto, con una spalla più alta dell’altra e un braccio avvizzito.

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Se sia nato già con i denti e con i capelli lunghi non si saprà mai, ma la spina dorsale molto deformata dello scheletro rinvenuto a Leicester è visibile ad occhio nudo. Inoltre, le prove del DNA condotte su un lontanissimo discendente della sorella, Michael Ibsen, fino a poco tempo fa inconsapevole commerciante di arredamento di origine canadese, hanno dimostrato che “al di là di ogni ragionevole dubbio si tratta di Riccardo”. Lo ha annunciato ieri in una conferenza stampa Richard Buckley, archeologo dell’Università di Leicester che ha condotto le perizie sullo scheletro, trovato ad agosto scorso dopo che alcuni appassionati avevano indicato nell’area l’unico luogo possibile per la sepoltura del sovrano, l’ultimo re inglese morto in battaglia e uno dei pochi a perire in terra inglese. Le prove al carbonio fanno risalire i poveri resti ad un periodo compreso tra il 1455 e il 1540, e secondo l’osto-archeologo Jo Appleby appartengono ad un uomo tra i
20 e i 30 anni. Due elementi compatibili con il sovrano Riccardo, morto nel 1485 a soli 32 anni e, secondo gli esperti, seppellito frettolosamente e con i polsi ancora legati in una fossa non abbastanza profonda nella vecchia chiesa, abbattuta nel ‘600 e ricostruita su una pianta diversa.

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Gli esperti gli hanno trovato 10 ferite sul corpo, di cui 8 solo sul cranio e due di queste potenzialmente fatali: uno è stato un colpo di traverso che ha portato via un frammento di cranio, mentre l’altro è stato causato da un’arma affilata che ha colpito la parte opposta della testa, causando una ferita profonda più di 10 centimetri. “Entrambe le ferite possono aver causato un’immediata perdita di conoscenza, con la morte seguita poco dopo”, ha spiegato Appleby. Soprattutto, la posizione delle ferite tende a confermare i resoconti dei contemporanei, secondo cui Riccardo III sarebbe morto disarcionato, mentre il suo cavallo affondava in una
palude lasciando il cavaliere vulnerabile ai colpi degli uomini al soldo dei Tudor. Da qui il famoso verso shakesperiano ‘Un cavallo! Un cavallo! Il mio regno per un cavallo!’

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Una volta ucciso, gli esperti sostengono che il corpo del sovrano fu esposto ad ogni umiliazione, come dimostrano le ferite pelviche. Probabilmente fu mutilato e trasportato a Leicester per dimostrare al mondo la sua morte. E poi, quasi certamente, seppellito in fretta e furia, per poi lasciare ai posteri i racconti poco lusinghieri di Rous – il quale per inciso prima che morisse parlava di un “buon sovrano” con “un grande cuore” – e la storia di un uomo che fece rinchiudere i suoi due nipoti ragazzini nella Torre di Londra per non avere intralci nella successione, e che fece poi uccidere anche la moglie. Un’anima nera, forse inventata dai suoi nemici e resa immortale da Shakespeare, che ora potrebbe trovare nuova dignità, insieme ad una nuova sepoltura
nella cattedrale di Leicester.