Anna Soubry, la Tory anti-Brexit meno mansueta di Westminster (da ‘Il Foglio’ del 19 gennaio)

LONDRA – Il ritratto della Thatcher in stile Andy Warhol appeso nell’ufficio di Anna Soubry ha i colori più tenui dell’originale, quasi zuccherini. «Non dobbiamo mai farci bullizzare», trilla allegra la deputata conservatrice aguzzando gli occhi azzurri, e per un momento sembrerebbe quasi alludere al fatto di essere donna. In realtà si riferisce ad un’altra categoria che sta vivendo una gloriosa stagione di riscatto: gli europeisti britannici. (Continua a leggere qui)

Le ginocchiate di Westminster, arma segreta di un cambio della guardia (da Il Foglio del 3 novembre)

LONDRA – L’asticella della morale è ferma all’altezza del ginocchio e questa è una delle due conseguenze gravi delle dimissioni di Michael Fallon, ministro della difesa che non ha retto la tensione di sapere che ci sono così tante storie in giro su di lui, scorribande che complice una simpatia per l’alcol avrebbero rischiato di far apparire la vicenda della giornalista, peraltro ironica e pugnace, approcciata nel 2002 per quello che è: ben poca cosa. (continua a leggere qui)

Citizens of somewhere, o del perché le colpe delle élites liberal hanno provocato la Brexit (da ‘Il Foglio’ del 30 marzo)

LONDRA – Da quando ha preso a “trascendere gli interessi di classe borghesi per parlare di quello che preoccupa le masse”, David Goodhart si sente libero, molto più di quando, da giovane studente di Eton figlio di un deputato Tory, si imponeva i panni stretti dell’intellettuale marxista. Certo, ha dovuto rinunciare alla sua tribù di adozione – quella sinistra intellettuale di cui lui, fondatore ed ex direttore della rivista Prospect, è stato uno degli astri più brillanti – e ha dovuto intraprendere un percorso impopolare di allontanamento dal “liberalismo moderno” iniziato lentamente dopo aver scritto un lungo articolo intitolato ‘Too diverse?’, ‘Troppo diverso’, in cui si avventurava a formulare un discorso di sinistra contro gli eccessi dell’immigrazione. Era il 2004, tempi di allargamento a Est dell’Unione europea e di 582mila arrivi in un anno, e la pioggia di critiche che gli sono piovute addosso gli ha dato la misura “dell’intolleranza della sinistra”, come ha raccontato in un lungo pezzo sull’edizione del weekend del Financial Times.

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“Cerco di rappresentare gli interessi trascurati dalla politica”, spiega Goodhart al Foglio, aggiungendo che “ci vuole un approccio più moderato e intelligente da un punto di vista emotivo” alle istanze delle masse, che invece di “pane e terra” sono soprattutto preoccupate di “riconoscimento e radicamento” e questo a prescindere del loro orientamento politico: per questo l’autore propone una suddivisione dell’elettorato britannico in due tribù principali, ossia i ‘Somewheres’, i ‘Da qualche parte’, quel 50% che vive dov’è nato, che pensa prima ai vicini di casa che ai rifugiati e che non ha qualifiche particolari, ma che un tempo aveva una dignità e che ora si ritrova continuamente vilipeso dall’altra tribù, gli aristocratici ‘Anywheres’, ‘Da qualunque parte’, quelli che hanno i diplomi e la conoscenza per stare bene ovunque e che, pur rappresentando solo il 20-25% della popolazione, dettano l’agenda politica essendo loro stessi politici, giornalisti, intellettuali. Esperti, come direbbe Michael Gove, che però hanno perso il contatto con la realtà al punto di portare ad una reazione violenta come nel caso della Brexit, che Goodhart spiega di non aver votato, e in quello più grave di Donald Trump.

‘The Road to Somewhere: The Populist Revolt and The Future of Politics’ segue di quattro anni il densissimo  ‘The British Dream’, in cui metteva in guardia, così come in un’intervista al Foglio, dagli eccessi di disprezzo verso la sensibilità degli elettori Ukip. “Essere molto attaccati al tuo gruppo di origine non è per forza razzismo”, osserva, “e non si può continuare a negare che la maggioranza delle persone nutra questo sentimento”. Ma chi osa più negarlo, nel Regno Unito della Brexit e delle spinte indipendentiste? L’aria è cambiata e al potere c’è una Theresa May che sembra pensarla esattamente come Goodhart e che anzi, grazie ad un consigliere esperto di ‘Somewheres’ come Nick Timothy – citato nei ringraziamenti – ha davanti a sé praterie elettorali da conquistare promettendo di operare con “legittimità e supporto” nei confronti dei “cittadini di un qualche luogo”.

Per Andrew Marr, che ha scritto una recensione del libro sul sinistrosissimo New Statesman, è “sicuro” che il libro si avvia a diventare “il manuale privato sulla linea conservatrice di Mrs May”, ma “certo, sarebbe stato meglio che le cose si riequilibrassero senza bisogno della Brexit”, aggiunge Goodhart. La Brexit, si sa, è una questione di classe sociale – la vecchia élite ha assorbito l’élite meritocratica e ‘cognitiva’, a volte working class, a volte migrante – e soprattutto di istruzione: solo l’11% degli accademici l’ha votata, mentre tra i suoi sostenitori ce ne sono molti che rivorrebbero la pena di morte, ma anche più severità nell’educazione dei bambini. “Se vogliamo essere duri sul populismo, dobbiamo essere duri anche sulle cause del populismo, e una di queste cause è stato l’eccesso di potere degli Anywheres”, prosegue Goodhart, secondo cui il leggendario ‘common sense’ britannico un tempo era tutto ‘somewhere’, mentre ora parlare di cose come il senso del sacro, della comunità, è diventato una roba un po’ volgare.

E se invece quella liberale fosse una forma di ottusità? “Il liberalismo è stupido sulla cultura”, diceva il teorico di origine giamaicana Stuart Hall, mentre per Jonathan Haidt, “è come se i conservatori potessero sentire otto ottave di musica, e i liberali solo due, ma su quelle sono diventati particolarmente attenti”. Gli uomini bianchi working class si ritrovano ad avere opinioni impresentabili e l’idea che una società coesa sia più forte e funzionante di una in cui gli abitanti sono troppo diversi per cultura e abitudini non è alla moda, anche se basterebbe Darwin a dire che è così. “Le persone amano la stabilità e sono socialmente conservatrici, perché bisogna negarlo?”, osserva facendo l’esempio provocatorio della suddivisione tradizionale dei ruoli tra uomo e donna tanto caro ai ‘somewheres’, proprio lui che è stato sposato una vita con Lucy Kellaway, arcifamosa columnist del Financial Times con quattro figli.

“Entrambi i gruppi hanno opinioni oneste e rispettabili, il mio problema è che uno è troppo dominante”, spiega Goodhart, il cui percorso lo ha portato ad essere “più generoso verso le intuizioni” degli altri e che invita gli “anywheres” a pentirsi, almeno un po’, a riconoscere che “una società che si sta lentamente disconnettendo” rientra nella definizione di ‘danno’ di Stuart Mill e per questo ha diritto di proteggersi, ma il liberalismo, che trova le norme comuni troppo arbitrarie, lo impedisce. Uno dei punti su cui gli Anywheres e i Somewheres non sono d’accordo è “l’erosione del favoritismo nei confronti dei cittadini nazionali”, ma secondo Goodhart “una globalizzazione migliore è possibile, e un ordine mondiale basato su molti stati nazioni Somewhere che cooperano insieme è di gran lunga preferibile ad un grande unico Anywhere sovranazionale”. Tecnocrati e global elites, insomma, e tre milioni di cittadini europei “che non avrebbe senso integrare perché molti di loro non resteranno”.

Maggie Thatcher è una che l’immigrazione sotto sotto l’ha ridotta – a metà anni ’90 il netto era sotto zero – ed era ‘somewhere’ nell’animo, ma le sue politiche, ammette, hanno aperto le strade a molti ‘anywhere’ di successo e anche, purtroppo, al crollo della formazione dei lavoratori britannici, su cui nessuno ha più investito preferendo assumere direttamente stranieri preparati. Goodhart sostiene di non volere un ritorno al passato, a quello che Jeremy Paxman chiama “necrofilia sociale”, ma avvisa: o si cambia strada o quello che stiamo vedendo sarà solo l’inizo. La mattina dopo la Brexit molti dicono di essersi svegliati con la sensazione di essere in un luogo nuovo, sconosciuto. Secondo Goodhart stavano facendo l’esperienza, “opposta politicamente”, di quello che succede ogni giorno a quel 50% e passa di cittadini che nei sondaggi dice da anni che il Regno Unito “spesso sembra un paese straniero”. Non mi sento a mio agio, non lo riconosco più.

La brutta settimana dei Citizens of Nowhere, tra hard Brexit e sad Brexit.

In questi giorni stiamo un po’ così, noi europei che viviamo nel Regno Unito. Quasi come la mattina del 24 giugno scorso, quando ci siamo risvegliati storditi in un paese che non voleva più essere parte dell’Unione europea, ma con una grande differenza: l’interpretazione che la politica ha dato del voto è peggiore del voto stesso. Chiariamo subito una cosa: il Regno Unito negli ultimi anni, soprattutto dal 2004 ad oggi, ha assistito ad un afflusso monumentale di persone ed è comprensibile che ci si chieda se questo abbia reso irriconoscibile il paese. Ma il fatto che al congresso dei Tories di Birmingham, teatro di un crescendo di dichiarazioni sconcertanti, nessuno abbia fatto presente come se il Regno Unito è competitivo, cresce e ha una disoccupazione del 4,9%, è anche grazie ad un’economia aperta in cui gli investimenti europei hanno avuto un ruolo cruciale e in cui una gioventù a corto di prospettive future è venuta a riversare una quantità impressionante di energie, progetti, fondi, è a dir poco grave. Dei cittadini del mondo – che Theresa May ha definito con tono sprezzante “cittadini di nessun posto” – Londra e il sud est del paese hanno beneficiato come nessun luogo al mondo. Siamo sicuri che sia una buona idea trattarli così?

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“Dalla Brexit non sento più questo posto come casa mia, prima sì” è la frase che si sente più spesso in giro in questi giorni e che tradotta vuol dire: magari resto altri 10 anni, ma non mi impegnerò più così tanto nella società, da straniero mi trattano e da straniero mi comporto. Amici che stanno sospendendo progetti e investimenti, che stanno iniziando a dare un’occhiata ad altre capitali, ad altre prospettive, magari proprio in Italia, che si sentono francamente offesi perché dopo anni e anni di tasse religiosamente versate all’erario di Sua Maestà sono spariti dalla cartina politica – ma non era No Taxation without Representation? – e che non si capacitano di dover assistere al susseguirsi di dichiarazioni surreali di queste settimane, tutte volte a incidere nella mente degli elettori ex Ukip e ex Labour il nuovo, sfavillante brand dei Tories, che finalmente hanno capito di dover far qualcosa per colmare le disuguaglianze vertiginose che esistono nel paese ma hanno deciso di farlo abbracciando la linea del tabloids. E creando una retorica incendiaria fondata sulla distinzione ripetuta all’infinito tra gli “onesti lavoratori britannici” e gli immigrati, descritti alla stregua di parassiti o, nel migliore dei casi, come un male necessario da accettare temporaneamente fino a quando il sistema britannico non sarà in grado di formare abbastanza medici, per dirne una (parole di Jeremy Hunt, ministro della Sanità).

Retorica da congresso, dicono gli amici inglesi, non ci fate caso. Un voto che cambierà poco, auspicano altri, vedrete che il governo non farà un autogol così clamoroso. E’ tutta una strategia negoziale, si consola qualcuno. Nel frattempo l’atmosfera va peggiorando e la minaccia di chiedere alle aziende di schedare i lavoratori stranieri avanzata da Amber Rudd, ministro degli Interni che durante la campagna referendaria era stata una vigorosa e lucida sostenitrice del ‘Remain’, ha dato la misura di quanto il ‘common sense’ sia una cosa del passato, nel Regno Unito di oggi. Chiunque abbia avuto a che fare con le risorse umane di un’azienda racconta la stessa storia: arrivano stranieri preparatissimi, il più delle volte molto più dei candidati britannici. Che questo sia problematico non c’è dubbio, ma il pubblico dovrebbe essere informato sul fatto che se poi quelle stesse aziende vanno bene e sostengono la crescita, grazie ad una forza lavoro straniera, questo va a vantaggio di tutti. Un punto di vista che i tabloids, giornali scritti dalle elites ad uso e consumo del popolo, non raccontano mai. Perfino il fratello del ministro degli Interni Amber Rudd, che si chiama Roland e ha fondato il colosso della comunicazione Finsbury, ha criticato la sorella scrivendo sull’Evening Standard che non si possono “vilipendere gli stranieri” nel Regno Unito di oggi. Eppure sta avvenendo. E visto che la comunità dei “cittadini del mondo/cittadini di nessun posto” è per definizione fluida e mobile, non è detto che accetti di respirare quest’ariaccia per altri due anni e mezzo, il tempo che finisca il negoziato della Brexit. Che sia proprio la strategia che Theresa May ha in mente, ossia far scappare più gente possibile adesso per poi tutelare i diritti di chi resta e tenersi il mercato interno in un secondo momento?