Anna Soubry, la Tory anti-Brexit meno mansueta di Westminster (da ‘Il Foglio’ del 19 gennaio)

LONDRA – Il ritratto della Thatcher in stile Andy Warhol appeso nell’ufficio di Anna Soubry ha i colori più tenui dell’originale, quasi zuccherini. «Non dobbiamo mai farci bullizzare», trilla allegra la deputata conservatrice aguzzando gli occhi azzurri, e per un momento sembrerebbe quasi alludere al fatto di essere donna. In realtà si riferisce ad un’altra categoria che sta vivendo una gloriosa stagione di riscatto: gli europeisti britannici. (Continua a leggere qui)

Mai sicura sul suo trono, Maggie Thatcher fece mille errori e con Elisabetta rimase sempre impacciata. Ma su Gorbachov ci azzeccò. (da ‘Il Foglio’ dell’8 ottobre)

Non si è mai sentita sicura sul suo trono, Margaret Thatcher. Un po’ perché sapeva quanto i suoi avversari all’interno del partito fossero agguerriti, un po’ perché il fatto di essere donna non le permetteva di contare sulla rete di salvataggio del boys club grazie alla quale i politici del suo livello cadono sempre e comunque in piedi, almeno un po’. “Quello che non avevo capito nel primo volume era quanto Maggie si sentisse sempre precaria, anche in un periodo come il 1983-1987 in cui dal di fuori tutto sembrava calmo e saldamente nelle sue mani”, spiega al Foglio il biografo Charles Moore, che dopo la prima parte pubblicata nel 2013 ‘The Lady is not for turning’ – più o meno ‘La signora non è una che torna indietro’ – ha ora concluso il ponderoso secondo volume ‘Everything she wants’, ‘Tutto quello che vuole’, più di 800 pagine per raccontare i 4 anni da Gloriana – il pensiero corre a Elisabetta I, ma la Thatcher stessa aveva etichettato così i pezzi più sontuosi del suo guardaroba, quelli fatti per irradiare potere – della prima e ultima inquilina di Downing Street.

FILE - In a June 10, 1984 file photo, Britain's Queen Elizabeth II, second left, stands with, West German Chancellor Helmut Kohl, left, U.S. President Ronald Reagan, second right, and Britain's Prime Minister Margaret Thatcher at London's Buckingham Palace, prior to a dinner for summit leaders. (AP Photo, File)
FILE – In a June 10, 1984 file photo, Britain’s Queen Elizabeth II, second left, stands with, West German Chancellor Helmut Kohl, left, U.S. President Ronald Reagan, second right, and Britain’s Prime Minister Margaret Thatcher at London’s Buckingham Palace, prior to a dinner for summit leaders. (AP Photo, File)

Moore, che studia Margaret da 18 anni, sta lavorando al terzo e ultimo volume e in questi giorni si trova alla conferenza dei conservatori a Manchester. Ma non si sbilancia a dire quello che la Iron Lady penserebbe di questo partito di boys nati bene e dei loro piani per il futuro del paese, della visione così liberale di società espressa da David Cameron nel suo discorso sulle pari opportunità, sulle minoranze, sul matrimonio gay. “Io so quello che ha fatto, non quello che avrebbe fatto, e non so dire cosa ne penserebbe di tutto questo”, osserva modesto, aggiungendo che il partito gli è apparso pacificato rispetto alla figura di lei e che “ormai si è creato un consensus: i nuovi conservatori la ammirano ma ammettono di essere diversi da lei”. Un tema su cui l’influenza è ancora fortissima a suo avviso è l’Unione europea. “La Thatcher aveva previsto il disastro della moneta unica, la sua presenza su questo tema è tangibile, il partito negli ultimi 25 anni è diventato molto più euroscettico di prima e questo è sulla scia di Maggie”, secondo Moore. E se “è solo adesso che le donne stanno raggiungendo un certo ruolo negli alti ranghi del partito, è senz’altro perché nessuna politica conservatrice poteva evitare di confrontarsi con il modello della Thatcher, un compito faticosissimo sia che la si rifiuti, sia che si tenti inutilmente di imitarla. E Theresa May, come si vede, anche se potente, rimane una figura controversa”.

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La Lady di Ferro descritta da Moore è una che non è mai riuscita del tutto a sfuggire a problemi ‘femminili’ come il senso di colpa per essere stata una madre assente, controbilanciato oltre ogni ragionevolezza anche politica dal lassismo con cui ha gestito le intemperanze di suo figlio Mark, uomo d’affari troppo incline ad usare nome e contatti della madre ottenere favori. “Nel libro lo dico chiaramente, non si è comportata bene, non è stata pignola nel fare in modo che il figlio rispettasse le regole”, prosegue Moore, secondo cui l’iperprotettività compensatoria era estesa anche a Carol, la gemella di Mark, “che però faceva la giornalista e quindi non era così esposta”.

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E che l’insicurezza sia stata per la Thatcher cattiva consigliera è dimostrato anche nel suo rapporto con la regina. “Le cose si fecero difficili nel 1986 con la questione delle sanzioni al Sudafrica per l’apartheid. Maggie non le voleva perché pensava che avrebbero colpito l’economia, finendo col danneggiare coloro che le sanzioni volevano proteggere. Ad Elisabetta II interessava soprattutto la tenuta del Commonwealth e il suo segretario agì in maniera avventata per fare pressione sulla Thatcher, lasciando che questo scontento uscisse sulla stampa. Maggie era terrorizzata che le “vecchie signore” smettessero di votarla perché aveva fatto arrabbiare la regina”, prosegue Moore, secondo cui gli incontri settimanali tra le due erano così formali da essere spesso inconcludenti. “Maggie era molto tesa, la conversazione era corretta, ma mai produttiva”, anche se sempre improntata al massimo rispetto da entrambe i lati. “Prova ne è il fatto che la regina è andata al funerale della Thatcher, cosa che aveva fatto in precedenza solo per Winston Churchill”.

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Però l’economia correva, il paese cambiava e tra il 1983 e il 1987 Maggie Thatcher era forse la figura politica dominante nel mondo. Sapeva di essere stata fortissima alle elezioni, aveva dalla sua il successo delle Falklands e il Regno Unito si andava popolando di piccole e medie imprese. ‘Gloriana’ aveva anche vinto la sua amara battaglia contro i minatori e i sindacati e alla sua pervicacia da talent scout, secondo Moore, si deve l’emergere di una figura politica centrale come quella di Michail Gorbachov. Maggie lo invitò a pranzo ai Chequers e mentre il marito Denis mostrava all’incantevole Raissa le rose del giardino, la Lady mise sotto torchio Gorbachov per sei ore. Poi si sistemò i capelli, il fiocco della camicia e corse da Ronald Reagan a raccontare: non è il solito ventriloquo sovietico, vale la pena parlarci. E così fu.

Il paragone inutile tra Frau e Lady, che in comune hanno solo le vittorie (da ‘Il Foglio’ del 28 settembre)

Entrambe influenzate da una figura paterna torreggiante, entrambe capaci di compiere un parricidio politico con freddezza e determinazione: la prima, Margaret Thatcher, nei confronti di Edward Heath, che l’aveva voluta nel suo governo; la seconda, Angela Merkel, nei confronti di Helmut Kohl. Tutte e due, la Lady di ferro e la cancelliera tedesca, hanno uno spirito analitico forgiato nei laboratori di chimica dell’università, e sono poi finite a rivoluzionare la storia politica dei loro paesi. Le analogie tra le due signore finiscono qui.

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Poco prima di scrivere l’articolo assassino in cui chiese le dimissioni di Kohl, Merkel spiegò in un’intervista che da bambina, ai corsi di nuoto, quando c’era da tuffarsi dal trampolino più alto aspettava fino all’ultimissimo minuto e saltava solo quando non aveva più scelta. “La Merkel si lascia sottovalutare, non esibisce mai il suo potere e men che meno le sue intenzioni”, dice al Foglio Matthias Krupa, corrispondente europeo di Die Zeit e cronista politico. “Anche nell’uccidere l’avversario, Merkel è cauta, aspetta che lui si faccia male da solo, procede felpata”, e non agisce mai per prima, a differenza della Thatcher, che lo scontro l’ha sempre cercato, voluto, vinto. “La rottura di Merkel con Kohl è stato un gesto unico, esemplare ma anche in qualche modo molto poco tipico di lei”, l’unico strappo nella grande tela di cautela che Angela Merkel née Kasner ha tessuto fin dalla giovinezza da ragazza dell’est.

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“Thatcher procedeva per confronti”, in armonia con un sistema britannico in cui le fazioni si scontrano frontalmente, spiega John Lloyd del Financial Times, osservando che la Lady di ferro “sentiva di dover scardinare il socialismo e i sindacati che tenevano arretrato il paese, mentre Merkel ha potuto sfruttare le riforme fatte dal suo predecessore e si è trovata un paese in buona salute”. E si è concentrata sull’Europa, dove persino le sue rotture hanno avuto il sapore del consenso. “Il loro stile politico è all’opposto, confronto contro consenso, grandi avanzate contro piccoli passi”, aggiunge Lloyd, che ricorda una Thatcher off the record fatta di battute taglienti e frontali, ma capace di ascoltare e imparare da tutti, curiosa del punto di vista di chiunque salvo poi liquidarlo con una frase delle sue – “Lei ha delle opinioni straordinariamente errate, Sir” – prima di girare i tacchi verso una nuova vittima.

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Ursula Van der Leyden, ministro del governo di Merkel, dice della cancelliera parlando ad Andrew Marr nel documentario della Bbc “The Making of Merkel”: “Lei sa che le persone si incontrano sempre due volte”. E agisce di conseguenza, con una riservatezza forse ereditata dallo stato paranoico in cui è cresciuta, mai in prima linea (quando cadde il muro di Berlino era in sauna, come sempre di giovedì) e contornata da una cerchia ristretta di persone di fiducia, un inner circle molto femminile fatto di due collaboratrici e di pochi altri. “Non ho mai conosciuto una persona che quando parla in pubblico è così diversa da come appare a chi ha la fortuna di scambiarci due chiacchiere in privato”, prosegue Krupa, che parla di una donna “molto piacevole e divertente” che diventa “inefficace quando parla in via ufficiale, su un palco o ai giornalisti durante le interviste”.

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A Merkel importa poco il linguaggio e ancor meno l’immagine, se che quando le chiedono cosa le piace della Germania risponde “le finestre ben sigillate”, se “ha un gran senso dell’umorismo che si guarda bene dall’usare in pubblico”: non vuole diventare il monumento di se stessa, il suo unico segno di potere è la fiducia nella propria capacità di ragionamento e preferisce sempre essere sottovalutata. Non si possono paragonare, la sfavillante centometrista Maggie e la misteriosa maratoneta Angie. Come se ce ne fosse bisogno, poi.

Le lacrime della Iron Lady, donna spaventosa ma tanto emotiva (da ‘Il Foglio’ dell’11 aprile 2013)

La gente in piazza che brinda per la sua morte non avrebbe fatto a Margaret Thatcher né caldo né troppo freddo. Al limite si sarebbe abbandonata a un pianto dei suoi e avrebbe analizzato i fatti attraverso la lente della più impietosa delle autocritiche, concludendo di aver fatto il suo dovere nella vita e mettendosi, alla fine, il cuore in pace. Charles Moore, uno dei giornalisti conservatori più famosi del Regno Unito che da 16 anni si occupa di scrivere una biografia in due tomi dell’ex primo ministro, vede così la donna che il Regno Unito sta piangendo, o vituperando, in questi giorni. Il 23 aprile, sei giorni dopo il funerale non-di-stato-ma-quasi di mercoledì, uscirà il primo volume del suo lavoro, che racconta la vita di Margaret Hilda Roberts dalla nascita alle guerra nelle Falklands, nel 1982, intitolato “Not for turning”. Il libro vuole essere definitivo e punta ad aprire una nuova fase della storiografia thatcheriana – basta con i giudizi viscerali, è tempo di analizzare i fatti.

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L’idea nasce dai consiglieri della Thatcher che, cinque anni dopo l’uscita di scena, le suggerirono di scegliere un giornalista al quale far scrivere le sue memorie e far spulciare documenti riservati archivi. Così è arrivato Moore, ex direttore dello Spectator e del Daily Telegraph, etoniano, conservatore, fan della Thatcher, certo, ma anche irriverente e critico sugli eccessi della finanza, ad esempio. “Mi chiese lei di essere il suo biografo – dice Moore al Foglio, in un’intervista rara, visto che ieri s’è lamentato sul Guardian: non scocciatemi, non parlo prima della pubblicazione – Di avere accesso ai suoi documenti personali”, come la corrispondenza con la sorella maggiore Muriel, morta nel 2004, “e io ho voluto fare un lavoro completo e comprensivo”. Moore non voleva finire come William Manchester con Winston Churchill, morto prima di snocciolare l’ultimo volume della corposa trilogia. “Ho cercato di raccontare ogni aspetto della sua vita”, anche le cose di cui Margaret odiava parlare e soprattutto leggere. Una tortura, per lei, tutta la sua vita privata in mostra, “ma le ho chiesto tanto, e ho scavato tanto”, spiega il biografo, con l’entusiasmo di chi sa di avere materiale molto interessante.

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“La Thatcher ha voluto che la sua biografia fosse pubblicata dopo la morte per non essere accusata di aver controllato i contenuti, tanto che non era autorizzata a leggerla”, prosegue Moore, precisando che no, Maggie non aveva la sensazione di essere stata fraintesa e non voleva che il libro fosse scritto per riabilitarla. “Non voleva addolcire la sua immagine, anche perché se sei un famoso primo ministro britannico lo sai che ci saranno un sacco di libri su di te, e puoi o ostacolarli oppure fornire del materiale, e lei ha scelto la seconda opzione”. Nessun controllo, nessun intento agiografico e nessuna censura sulle parti molto critiche – e ce ne sono, garantisce l’autore.

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Ma uno che ci passa una vita, sulla Iron Lady, cosa trova che gli altri non sanno? “La gente in generale non coglie un paio di cose”. Tipo? “Spaventosa, va detto, lo era, ma era anche una persona molto gentile con chi le stava accanto, aveva cuore e, soprattutto, aveva un’idea molto romantica della nazione e delle sue convinzioni. Una persona dai sentimenti forti, con la lacrima facile, ma sapeva che era importante essere fredda”. Thatcher emotiva, cos’altro? “La maggior parte della gente sbaglia l’analisi quando riporta la sua frase ‘la società non esiste’ – tutti si perdono la seconda parte: che ci sono gli individui e le persone, certo, ma anche che ‘la gente ha in mente troppo i diritti, senza gli obblighi, ma non c’è nessun diritto senza che prima ci sia un dovere”. Insomma, osserva il biografo, “hanno torto a pensare che fosse un’individualista libertaria atomistica”, aveva un’idea chiara “dell’ordine sociale, della legge, dell’individualità nella responsabilità sociale”.

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Non parla con i toni dell’innamorato, Moore, ma più come chi ha scalato una montagna e ne è fiero. “Anche prima della malattia, la sua memoria era inaccurata, era una persona così impegnata che si ricordava le emozioni, magari i dati, ma raramente l’ordine dei fatti. Non che non fosse attendibile, ma le cose andavano sempre riviste con i suoi assistenti e i politici dell’epoca”. Ma quant’era egocentrica, Maggie Thatcher? “Tanto, come tutti i potenti di quel calibro, però era anche interessata agli altri e soprattutto era molto critica con se stessa. Aveva un forte senso della missione, dell’obiettivo. C’erano vari aspetti straordinari in lei: energia prodigiosa, una capacità di lavoro e di concentrazione fuori dal comune e, a differenza di altri politici, assoluta mancanza di compiacimento”. Tanti altri politici si amano, si ammirano per le loro decisioni senza andare a vedere dove portano, mentre lei era “estremamente interessata ai risultati” e ha continuato “sempre a parlare un linguaggio non politico, da persona semplice”.

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Lo scopo della nuova biografia di “un personaggio così controverso” è di “cambiarne la narrazione”, inziare ad analizzare i fatti per quello che sono stati, visto che con Maggie tutti hanno fatto la stessa cosa: con lei o contro di lei. E poi renderla nella sua dimensione di donna. Come donna? “Sì, è stata sempre interamente donna, ha confuso gli uomini e ha sempre creduto nella superiorità delle donne”. Come individui, s’intende.

Tutti contro Cameron, e lo Spectator paragona il Regno Unito a Cipro (Da ‘Il Foglio’ del 29 marzo 2013)

Essere un’isola, essere intrappolati tra Berlino, Mosca e Bruxelles, avere un settore bancario dalle dimensioni smodate e essere alle prese con uno “stato borseggiatore”. La mente vola subito alle recenti vicende di Cipro, certo, teatro di una ridefinizione brusca e plateale dei diritti dei cittadini-correntisti. Ad un secondo sguardo questa si rivelerebbe però, a sorpresa, descrizione calzante anche della Gran Bretagna, “anche se nessuno lo vuole ammettere”. Lo scrive lo Spectator, storico settimanale conservatore diretto da un vigoroso quarantenne scozzese che ha evidentemente deciso di dare un giro di vite alla sua missione di fare da spina nel fianco dei conservatori, pubblicando negli ultimi tempi articoli sempre più impietosi verso la gestione di partito e paese portata avanti da David Cameron.

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“Non abbiamo una particolare animosità nei confronti di Cameron, se facesse qualcosa di giusto lo racconteremmo”, osserva Freddy Gray, giovane vice del giovane editor Fraser Nelson, il quale però, alla richiesta di citare l’ultimo articolo positivo sull’inquilino di Downing Street esordisce con un poco promettente “si’, quando è stato eletto abbiamo fatto una copertina che…” La prima pagina di oggi rappresenta invece un uomo il cui portafogli viene sottratto dalla mano grandissima dello Stato e, facendo leva sul paragone con l’altra isola, Cipro, espone il ragionamento seguente: il quantitative easing rende la vita più facile al governo e al cancelliere dello Scacchiere George Osborne – ex Wunderkind a cui lo Spectator dedica ora più frecciate che a Cameron – ma aumenta l’inflazione e rende i britannici più poveri. Dati alla mano, questo corrisponde ad un furto di entità superiore all’ormai leggendario 6,75% proposto ai ciprioti e poi sventato dal Parlamento (le misure pensate per i patrimoni sopra i 100mila euro sono roba da francesi, invece).

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Certo, sottolinea Louise Cooper, ex banchiera da Goldman Sachs, ora giornalista per BBC e autrice del pezzo, ‘stiamo sostenendo l’economia con altri 50 miliardi di sterline di quantitative easing’ e ‘Vogliamo che la Banca d’Inghilterra stimoli la crescita’ suona meglio di ‘Dacci I tuoi soldi’, ma alla fine dei conti è la stessa cosa“. Come Cipro, anche nel Regno Unito “c’e’ stato il boom, e poi il crash, e ora abbiamo lo stato scippatore. E stiamo tutti sentendo il suo tocco”. Per un paese dove la performance economica riceve gradi di attenzione altissimi da parte dell’opinione pubblica, il fatto che la situazione non accenni a migliorare sta portando lo Spectator a spazientirsi sempre più. “Abbiamo fatto un sacco di articoli contro il quantitative easing e i tassi d’interesse bassi, Fraser ci tiene che la gente sappia quali sono i meccanismi  dei quali è vittima, è giusto che sappiano che cosa succede loro”, prosegue Gray, facendo dell’articolo una questione di informazione finanziaria e non, come pure appare, una stroncatura politica come ce ne sono state poche. “Noi vogliamo essere i critici più severi del nostro governo e del nostro partito”, e non c’è modo di ignorare la “delusione generalizzata” nei confronti di Cameron e del suo governo di coalizione, “che ha provocato scontento non solo a sinistra, ma pure a destra”.

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Affezionato alle soluzioni grafiche, lo Spectator ha commentato il budget presentato da Osborne innanzi tutto con l’impietosa immagine di un Osborne nascosto nell’angolo di una valigetta vuota in copertina, mentre ora arriva il paragone con Cipro a dire ancora una volta basta, basta con questi trucchetti, basta con le iniezioni di denaro nel sistema che rendono la vita del governo più facile e quella di tutti i cittadini più difficile. “Quello che ha fatto il governo cipriota è inqualificabile, ma che il quantitative easing sia un furto lo dice pure John Maynard Keynes”, spiega Gray, affidandosi alla citazione dell’economista britannico: “Attraverso un continuo processo di inflazione, i governi possono confiscare, segretamente e inosservati, una parte importante della ricchezza dei loro cittadini (…) Il processo (…) avviene in un modo che neanche un uomo su un milione è in grado di diagnosticare”.

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I britannici, che fuori dalla zona euro fanno quello che gli altri vorrebbero poter fare in un momento come quello attuale, controllano la loro moneta e ne stampano di nuova, portando ad un aumento dei prezzi senza aumentare salari e interessi bancari. E come dimostra la situazione attuale, alla lunga non serve. “Nel corso della storia, quando i governi hanno incontrato una crisi del debito che non erano in grado di risolvere, i politici hanno ceduto alla tentazione di inflazionarla via”, sentenzia la Cooper, ricordando come Sir Mervyn King, governatore uscente della Banca d’Inghilterra, abbia ricordato ad ogni pie’ sospinto come l’inflazione debba restare sotto controllo, intorno al livello di riferimento del 2%, salvo poi lasciarla correre liberamente. Ora arriva il canadese Mark Carney, a giugno, e speriamo che la musica sia diversa.

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Ma basterà che cambi quella poltrona o ci vuole dell’altro? “Boris Johnson è visto come uno dei politici più promettenti del panorama attuale, e soprattutto è percepito come lontano da quell’establishment, è normale che lo seguiamo con attenzione”, garantisce Gray. Il biondo sindaco di Londra, predecessore di Nelson alla guida dello Spectator, porterebbe il partito a guadagnare 6 punti percentuali rispetto alla attuale leadership di Cameron, recuperando rispetto al Labour: 37 per tutti e due. Lo dice YouGov, e al settimanale sembrano pensarlo tutti. “Non è la linea ufficiale del giornale”, mette le mani avanti il vicedirettore, mentre il sito titola “Boris salverebbe fino a 50 seggi” e i commentatori corroborano l’immagine di un Boris antisistema e lo difendono dagli attacchi dell’ultimo nato della dinastia dei Torquemada della BBC, Eddie Meir, che lo ha fatto nero domenica sera in Tv interpellandolo sui suoi (deludenti) scheletri nell’armadio. Fedele all’idea di salvare il partito per il quale parteggia dai suoi stessi errori attraverso una critica continua – è giornale molto più feroce di Guardian e Independent nei confronti del governo – lo Spectator arriva a livelli di soulsearching non comuni, con articoli come “I Tories vogliono che Cameron perda?”. Conclude Gray: “Non siamo un giornale ideologico, siamo pragmatici”. E sì, ammette, “non mi viene in mente una storia così dura nei confronti del governo”, niente peggio del confronto tra la noia depressa dell’economia britannica e l’orrore puro che sta andando in scena a Cipro.

L’emancipazione di David C., pronto a battersi per dire che non c’e’ niente di piu’ conservatore del matrimonio

Non ha avuto la maggioranza nel suo partito, David Cameron. 134 voti contrari, 43 astenuti e 126 a favore. L’idea di andare avanti con un progetto di legge sull’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio non e’ piaciuta a molti Tories, ma neanche ad alcuni Labour – 22 contrari e 16 astenuti, tra cui Gordon Brown – e ad un manipolo minimo di LibDem (4 contrari, 7 astenuti). Le minacce da parte dei compagni di partito di Cameron, nei giorni precedenti, erano state chiare: David rischia la rielezione. Un motivo che era stato già ripetuto sull’Europa, ad esempio, e che fino ad ora aveva portato Cameron a farsi ricattare da molti, anche dall’ultimo backbencher, per via di una coalizione debole e di una mancanza di leadership di cui lui sembra ormai piuttosto consapevole.

Però con il voto di ieri è tornato ad essere per un istante l’accattivante teorico della ‘big society’, un leader con un’idea di mondo, il conservatore in bicicletta capace di prendere decisioni coraggiose per non rendere il suo partito un modello annacquato della destra reazionaria dell’Ukip. Durante il voto di ieri Cameron non ci ha messo la faccia: né lui né i suoi ministri Hague, Osborne e May, che avevano scritto una lettera al Daily Telegraph a favore delle nozze gay, si sono presentati ai Comuni. Il premier ha rilasciato un’intervista nel pomeriggio, poco prima del voto, in cui diceva che il matrimonio gay “e’ una questione di uguaglianza, ma anche un modo per rendere la nostra società più forte”. A difendere il governo c’era Maria Miller, ministro per la Cultura e per le Pari opportunità, che sul tema si e’ battuta come una leonessa.

L’Independent oggi ha lodato il primo ministro in un breve editoriale intitolato ‘Cameron si merita una pacca sulla spalla per il matrimonio gay’.” Il Daily Telegraph sottolinea giustamente come il dibattito sia stato comunque civile, senza toni accesi e senza note omofobe e offensive da parte degli oppositori del matrimonio gay. Non e’ una cosa da poco, bisogna ammetterlo. Lo stesso quotidiano dedica alcuni commenti di tono diverso al voto di ieri: il primo dice ‘Iscriviamoci all’era dell’Illuminismo Tory’ e sostiene che i liberali devono ricompensare il coraggio di David Cameron, vedendolo come un punto di riferimento e votandolo. “Cameron ha fatto una cosa notevole, che uno sia d’accordo con lui o no”, scrive Tom Chivers. L’editoriale del Telegraph e’ pero’ di tono diverso e sostiene che un cambiamento così epocale sarebbe dovuto essere accompagnato da un dibattito e da un maggiore consenso all’interno del partito. “Cameron ha seminato una discordia inutile”, titola il pezzo, che entra nel merito politico, ma ammette che le nozze gay sono una cosa alla quale la societa’ britannica si adattera’ presto. Il Dalia Mail e’ ancora più’ duro e parla di un ‘Cameron umiliato dalla ribellione dei Tory sul voto sui gay’. Con un bel po’ di coda si paglia, la notizia dell’approvazione delle nozze gay e’ data a malapena dal semi-tabloid conservatore, che dedica l’apertura alla ex signora Huhne, Vicky Pryce, e al suo piano per portare in rovina l’ex marito. Ah l’amour…

Fronda su fronda – Cameron e il matrimonio gay, prova di forza per un leader sotto scacco (da ‘Il Messaggero’ del 4 febbraio)

Archiviata, almeno per ora, la questione dell’euroscetticismo, c’è un nuovo tema che sta spaccando i conservatori britannici: le nozze omosessuali, su cui è previsto un voto martedì e su cui il primo ministro David Cameron sta subendo crescenti pressioni nel suo partito. Nel Regno Unito sono già previste le unioni civili e il voto di martedì servirà ad equipararle ai matrimoni, ma 22 presidenti o ex presidenti dei gruppi Tories locali hanno scritto al premier chiedendogli, in una lettera dai toni accesi, di rinviare almeno la questione a dopo le elezioni del 2015. “Siamo fortemente convinti che la decisione di portare il progetto di legge in parlamento sia stata presa senza un dibattito adeguato e senza consultare i membri del Partito o l’insieme dei cittadini”, si legge nel testo. Uno dei firmatari, Geoffrey Vero, ha detto in tv: “Penso che un certo numero di sostenitori ed elettori conservatori saranno contrariati e questo potrebbe seriamente compromettere le possibilità di David di essere rieletto nel 2015”.

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La stampa britannica parla di quattro ministri e di più della metà dei deputati conservatori pronti a votare contro il progetto di legge, che può comunque contare sul sostegno del Labour, degli altri Tories e dei Libdem e non rischia quindi di non passare. Quello che invece appare sempre più a rischio è la leadership di Cameron, che a meno di due settimane dal discorso sull’Europa in cui ha promesso un referendum nel 2017, si trova nuovamente sotto il fuoco delle critiche da parte della frangia più tradizionalista del suo partito. “Sono un fiero sostenitore del matrimonio e non voglio che gli omosessuali siano esclusi da una grande istituzione”, ha spiegato il primo ministro un paio di mesi fa, esprimendo un punto di vista che comunque esiste tra molti Tories. Il ministro degli Esteri William Hague, ad esempio, ha dichiarato di essere diventato un sostenitore del matrimonio gay “negli ultimi due anni”.

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Se, come si pensa, verrà approvata, la proposta di legge passerà alla Camera dei Lords a maggio, tornerà ai Comuni per una seconda votazione ed entrerà in vigore nel 2014. Consentirà a chi ha già un’unione civile di convertire il legame in un matrimonio e di avere gli stessi benefici fiscali delle coppie sposate. Nessuna chiesa o confessione sarà però costretta a celebrare matrimoni gay. E se da una parte è vero che molti cittadini stanno protestando, esattamente come avvenuto anche in Francia qualche settimana fa, secondo un sondaggio di YouGov il 55% dei britannici è a favore del matrimonio omosessuale. Tutt’è vedere se Cameron cederà alle pressioni oppure, come il suo collega francese François Hollande, andrà dritto per la sua strada.

Boris, il rottamator cortese

Entra nella stanza camminando a testa bassa, tanto la zazzera albina la vedono tutti. Il completo che ha indosso è probabilmente il più brutto di Londra, a scacchi color fanghiglia e con l’orlo semi-sfatto. Ma anche nella sua mediocrità quasi ipnotica, la giacca di Boris Johnson ha senz’altro visto giorni migliori, visto che oggi ha un grande alone di sudore che ne segna tutta la parte posteriore. Ah, e il taglio di capelli sembra fatto con una scodella, mentre la pelle è sudaticcia e rubizza e le scarpe di ottima fattura sono vecchie e sformate. Ma il sindaco di Londra, quintessenza del “too posh to wash” – troppo elegante per lavarsi – ha tutto sotto controllo quando entra nell’auditorium nuovo e scintillante della Pimlico Academy, istituto che per brevità chiameremo sperimentale e che accoglie studenti di ogni provenienza sociale con l’obiettivo di dar loro la migliore istruzione possibile. Alone a parte, che alla fine fa simpatia, Boris ha un perfetto dominio di se stesso e delle proprie gaffes, della platea e delle sue reazioni e, sempre di più, del dibattito all’interno del partito conservatore, costretto a tenere il passo con quest’uomo che, osservato da vicino per una mattinata intera, è un vulcano.

Sono lontani i tempi in cui Boris si faceva prendere in contropiede dai riots e annaspava tra un silenzio e una mezza risposta. Da quando è stato rieletto, e soprattutto da quando le Olimpiadi sono state il successo che sono state, può permettersi di fare quello che vuole, suscitando simpatie a destra e a sinistra. Il suo discorso alla convention dei Tories è stato il più acclamato, ma il sindaco di Londra non fa l’errore di rendere troppo frontale la sua rivalità con l’opaco primo ministro David Cameron. Una presentazione qui, un’intervista lì, un successo qua, Boris sa che di tutto ha bisogno tranne che di mettersi sullo stesso piano dei rivali. Vola alto come quando è rimasto sospeso con l’imbragatura e il casco facendo Tarzan sulla fune di Victoria Park. Però questa volta non si ferma, e scivola via che è una bellezza.

Alla Pimlico Academy è andato a fare una cosa che c’entra poco con i Tories e soprattutto non c’entra niente con il suo ruolo di sindaco: presentare un programma per migliorare l’istruzione nelle scuole londinesi. “Voglio innanzi tutto ringraziare e rendere onore agli insegnanti di Londra”, ha esordito con una schiettezza quasi da laburista, per poi aggiungere: “Ma dobbiamo vedere se riusciamo ad fare ancora di meglio. Le altri capitali del mondo ci stanno superando. Formiamo pochi fisici, non avremmo nessuno capace di costruire un impianto nucleare e se continuiamo così, toccherà che ci affidiamo ai fisici coreani che sono un po’ Gangnam style”. La platea di studenti, professori e esperti di istruzione viene giù dalle risate, ma l’atmosfera era allegra già da prima: Boris fa ridere, fa sorridere, è carismatico nonostante le vocali aristocratiche, nonostante l’aria da orso, e in quest’occasione ha trovato una spalla ideale, un omaccione corpulento e carismatico come lui, ma nero, che si chiama Tony Sewell, è un ex insegnante e fondatore di una charity che si chiama ‘Generating Genius’, e dice che lui e Boris sono come Rooney e un altro calciatore di cui non ho colto il nome perché queste cose, ahimé, non le so.

Il sindaco biondo non si butta nelle paludi di certi dibattiti che avvelenano la vita dei conservatori, ma le scansa a costo di sembrare un po’svampito, come quando disse a proposito dei matrimoni gay: “Un paio di anni fa qualcuno mi chiese se fossi a favore e io rimasi stupito, perché pensavo che fosse già legale”. Oggi, di fatto, è andato ad appropriarsi di uno degli ambiti politici più delicati per i conservatori, ossia la parità nella pubblica istruzione, che nel Regno Unito è notoriamente debole. Ed è riuscito a farlo senza sembrare minimamente critico verso il governo (anche se gli osservatori non hanno molti dubbi sul fatto che questo sia il primo passo verso la scalata del partito). “Tanti ragazzi dei riots erano tra quelli che restano indietro a scuola”, ha spiegato, aggiungendo civetto: “Sono una mezza calzetta, un novizio dell’istruzione, ma penso che ci sia un ruolo da svolgere per il sindaco, perché io posso migliorare tutto in questa città, ma che senso ha se poi i lavori non vanno ai giovani londinesi perché questi non sono abbastanza qualificati?”

A chi gli fa notare che è una campagna molto labour, lui risponde: “Ah sì, siamo stati educati nella stessa scuola, io e il leader del Labour, alla Primrose School, con delle grandi finestre”. Come a dire: sono quello che sono, e non venitemi a dire che non sono titolato a parlare di queste cose in quanto vengo da una famiglia privilegiata perché non sono il solo e non mi troverete mai ad arrampicarmi sugli specchi per tentare di descrivere il mio ambiente familiare come difficile (lo ha fatto Cameron due settimane fa ed era un discorso molto scivoloso e molto poco convincente, a mio avviso). Poco dopo aggiunge: “Non ho alcun orgoglio né vergogna a prendere le buone idee dai laburisti”. E il governo? “Ah, il segretario di Stato all’Istruzione è stato incredibilmente di sostegno, sono un grande ammiratore di quello che fa, e sto agendo in continuità con la sua azione”. Ma sta quindi realizzando l’ordine di scuderia di Cameron di “spread the privilege”, di “estendere il privilegio”. Su questo cala il primo no comment, scontato: è ovvio che Boris non porta avanti gli ordini di nessuno.