Quando ho smesso di andare alle manifestazioni? (da HuffPost del 23 marzo 2019)

Quand’è che ho smesso di andare alle manifestazioni? Me lo sono chiesta stamattina mentre spingevo mia figlia sull’altalena di un parco insolitamente vuoto per un sabato mattina. Sono andati tutti al corteo, mi spiega il papà di un’altra treenne, pronto a trascinarla via per raggiungere moglie e amici tra bandiere europee e slogan pieni di ironia. Vieni? Venite? No, no grazie, credo che sia una cosa da inglesi. Mi spiego: noi non possiamo votare, che senso avrebbe contribuire all’ennesima allucinazione collettiva in un momento in cui il caos è alle stelle? (continua qui)

Lo spazio tra l’Europa umana e quella politica è dei giovani. Parla Yascha Mounk (da Il Foglio del 18 dicembre 2018)

Londra. “Tu ragazzo dell’Europa, tu non pianti mai bandiera”, cantava Gianna Nannini nel 1982 e sembra di vederlo ancora, questo suo amante con “il cuore fuoristrada” che viveva “in mezzo a una sfida per le vie di Colonia”. Vai avanti di trentasei anni e cambia città, Strasburgo, e la sfida ne vede due, di europei: la vittima piena di energie e ideali e il carnefice con la mente già spenta da radicalizzazione e crimine, tutti e due nati ben dopo l’album di Gianna. (continua qui)

Neonazi e amore per l’Europa. La pièce dello scozzese David Greig sembra scritta oggi (da Il Foglio dell’11 agosto 2019)

Londra. Quando Horse, skinhead brutto e stupido, tutto soddisfatto per l’attentato appena compiuto, grida vittorioso: “Anche noi siamo l’Europa!”, tra un brivido e l’altro tocca dargli ragione. Sì, l’Europa sei anche tu, infausto e inevitabile, figlio dell’ottusità tua e degli altri (continua qui)

Middle England di Jonathan Coe, anatomia di un paese senza più cuore (da Il Foglio del 25 novembre 2018)

Londra. L’unica strada per raccontare l’intricatissima Brexit è quella di affidarsi a una favoletta allegorica, e Jonathan Coe, massimo artigiano del genere, si è mosso così nella sua indagine sull’odio che ha spaccato il Regno Unito. Non è un odio grande (continua qui)

La brutta settimana dei Citizens of Nowhere, tra hard Brexit e sad Brexit.

In questi giorni stiamo un po’ così, noi europei che viviamo nel Regno Unito. Quasi come la mattina del 24 giugno scorso, quando ci siamo risvegliati storditi in un paese che non voleva più essere parte dell’Unione europea, ma con una grande differenza: l’interpretazione che la politica ha dato del voto è peggiore del voto stesso. Chiariamo subito una cosa: il Regno Unito negli ultimi anni, soprattutto dal 2004 ad oggi, ha assistito ad un afflusso monumentale di persone ed è comprensibile che ci si chieda se questo abbia reso irriconoscibile il paese. Ma il fatto che al congresso dei Tories di Birmingham, teatro di un crescendo di dichiarazioni sconcertanti, nessuno abbia fatto presente come se il Regno Unito è competitivo, cresce e ha una disoccupazione del 4,9%, è anche grazie ad un’economia aperta in cui gli investimenti europei hanno avuto un ruolo cruciale e in cui una gioventù a corto di prospettive future è venuta a riversare una quantità impressionante di energie, progetti, fondi, è a dir poco grave. Dei cittadini del mondo – che Theresa May ha definito con tono sprezzante “cittadini di nessun posto” – Londra e il sud est del paese hanno beneficiato come nessun luogo al mondo. Siamo sicuri che sia una buona idea trattarli così?

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“Dalla Brexit non sento più questo posto come casa mia, prima sì” è la frase che si sente più spesso in giro in questi giorni e che tradotta vuol dire: magari resto altri 10 anni, ma non mi impegnerò più così tanto nella società, da straniero mi trattano e da straniero mi comporto. Amici che stanno sospendendo progetti e investimenti, che stanno iniziando a dare un’occhiata ad altre capitali, ad altre prospettive, magari proprio in Italia, che si sentono francamente offesi perché dopo anni e anni di tasse religiosamente versate all’erario di Sua Maestà sono spariti dalla cartina politica – ma non era No Taxation without Representation? – e che non si capacitano di dover assistere al susseguirsi di dichiarazioni surreali di queste settimane, tutte volte a incidere nella mente degli elettori ex Ukip e ex Labour il nuovo, sfavillante brand dei Tories, che finalmente hanno capito di dover far qualcosa per colmare le disuguaglianze vertiginose che esistono nel paese ma hanno deciso di farlo abbracciando la linea del tabloids. E creando una retorica incendiaria fondata sulla distinzione ripetuta all’infinito tra gli “onesti lavoratori britannici” e gli immigrati, descritti alla stregua di parassiti o, nel migliore dei casi, come un male necessario da accettare temporaneamente fino a quando il sistema britannico non sarà in grado di formare abbastanza medici, per dirne una (parole di Jeremy Hunt, ministro della Sanità).

Retorica da congresso, dicono gli amici inglesi, non ci fate caso. Un voto che cambierà poco, auspicano altri, vedrete che il governo non farà un autogol così clamoroso. E’ tutta una strategia negoziale, si consola qualcuno. Nel frattempo l’atmosfera va peggiorando e la minaccia di chiedere alle aziende di schedare i lavoratori stranieri avanzata da Amber Rudd, ministro degli Interni che durante la campagna referendaria era stata una vigorosa e lucida sostenitrice del ‘Remain’, ha dato la misura di quanto il ‘common sense’ sia una cosa del passato, nel Regno Unito di oggi. Chiunque abbia avuto a che fare con le risorse umane di un’azienda racconta la stessa storia: arrivano stranieri preparatissimi, il più delle volte molto più dei candidati britannici. Che questo sia problematico non c’è dubbio, ma il pubblico dovrebbe essere informato sul fatto che se poi quelle stesse aziende vanno bene e sostengono la crescita, grazie ad una forza lavoro straniera, questo va a vantaggio di tutti. Un punto di vista che i tabloids, giornali scritti dalle elites ad uso e consumo del popolo, non raccontano mai. Perfino il fratello del ministro degli Interni Amber Rudd, che si chiama Roland e ha fondato il colosso della comunicazione Finsbury, ha criticato la sorella scrivendo sull’Evening Standard che non si possono “vilipendere gli stranieri” nel Regno Unito di oggi. Eppure sta avvenendo. E visto che la comunità dei “cittadini del mondo/cittadini di nessun posto” è per definizione fluida e mobile, non è detto che accetti di respirare quest’ariaccia per altri due anni e mezzo, il tempo che finisca il negoziato della Brexit. Che sia proprio la strategia che Theresa May ha in mente, ossia far scappare più gente possibile adesso per poi tutelare i diritti di chi resta e tenersi il mercato interno in un secondo momento?

La capoeira di euroscettici e europeisti, o del come litigare senza sfiorarsi mai (pensieri del 2012 ancora un po’ attuali)

Questo intervento è un riassunto e una traduzione del mio lavoro per il Reuters Institute for the Study of Journalism, ‘Does the Watchdog Bark‘. E’ del 2012 e ho preferito non aggiornarlo, perché continuo a credere che l’euroscetticismo non si combatta con l’eurodogmatismo.

Il progetto europeo, per lungo tempo, è stato il bene. E’ stato il bene quando ha fornito un ideale per “esorcizzare la storia”, come diceva Jean Monnet, è stato il bene quando ha portato prosperità e sviluppo ai suoi Stati membri ed è stato il bene in molti paesi malgovernati – non ultima l’Italia berlusconiana – i cui cittadini vedevano in Bruxelles un’autorità seria, affidabile, animata da ideali alti e gestita con una dose ragionevole di trasparenza. Non ci ha messo però molto ad erodersi, questo capitale, e negli due anni e mezzo la situazione è radicalmente cambiata. Le prime a voltare le spalle all’Europa sono state le ultime generazioni, quelle più poliglotte, viaggiatrici e meno nazionaliste. Poi è andato via l’uomo comune, lo stesso che per anni aveva accettato l’idea che l’Europa fosse il bene proprio perché il governo nazionale era il male, ma che con la crisi ha progressivamente identificato l’Europa solo con i rumori metallici delle austere forbici di Bruxelles. Infine qualche frangia delle elites, sia di destra che di sinistra, ha iniziato a vacillare in tutta Europa, magari ispirata dai discorsi abrasivi provenienti dal Regno Unito. Col risultato che questa crisi ha rinverdito uno dei dibattiti più sterili degli ultimi decenni, ossia quello tra europeismo e anti-europeismo, in cui i due termini sono, per i motivi che andremo a vedere, congelati e immobili. A scapito dell’euroriformismo responsabile e propositivo che servirebbe a tutti1.

Facciamo un passo indietro. In tempi di indignazione generalizzata verso la classe politica, quella europea rischia di essere ancora più penalizzata di quella nazionale, perché la sua reputazione è peggiorata dall’oggi all’indomani. La crisi greca ha dato ai cittadini la sensazione di un’Europa alla quale non è possibile obiettare nulla, un’Europa che va avanti senza fare ammenda degli errori commessi. Soprattutto quando un errore c’è stato, e grande: non verrà mai ricordato abbastanza quanto il tema della manipolazione dei dati sui conti pubblici greci fosse all’ordine del giorno già nel 2004, quando il Financial Times e tutta la stampa internazionale si chiedevano se la Grecia sarebbe uscita dall’euro e Eurostat decideva di non certificare i dati statistici provenienti da Atene, ritenendoli inaffidabili. Cosa è successo in quei cinque anni tra il 2004 e l’ottobre del 2009, quando il Pasok di George Papandreou vinse le elezioni e, poco dopo, fu costretto ad ammettere che lo stato dei conti pubblici greci era non solo desolante, ma potenzialmente esplosivo? Com’è stato possibile convivere con questo ‘elephant in the room’, l’elefante nella stanza, senza fare niente? Mario Monti, prima di diventare presidente del Consiglio, ha dato una spiegazione semplice, disarmante e forse vera al fenomeno, scrivendo un articolo dal titolo “L’Europa, troppo deferente e troppo educata” in cui illustrava come, durante le riunioni a Bruxelles, prevalesse spesso la tendenza a non alzare la voce con gli altri governi. Con le conseguenze che sappiamo.

Quale che sia l’origine di questa svista da parte delle istituzioni, è stato un male ignorarla, perché è venuto a mancare un passaggio fondamentale per creare un clima di fiducia a tra le autorità europee e i cittadini: un’assunzione di responsabilità. La mancata sorveglianza su un paese di 11 milioni di abitanti finito sul lastrico per colpa di una classe politica che una volta al mese va a Bruxelles a confrontarsi con i colleghi europei ha portato solo il loquace presidente lussemburghese dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker ad ammettere che Bruxelles poteva fare di più, senza però suscitare il dibattito che ci si sarebbe potuti aspettare. Questo silenzio ha proiettato Bruxelles nel mondo delle grandi istituzioni sovranazionali lontane da tutto, impermeabili alle critiche e, in molti casi, destinate all’estinzione. Con la sola differenza che, rispetto ad altri, l’Unione europea è andata chiedendo tagli e sacrifici agli europei, trasformandosi in un’Europa-matrigna che rischia di essere invisa agli elettori ancora più della ‘casta’ dei rispettivi stati membri.

Per questo l’atteggiamento dei media, che non sempre hanno messo le istituzioni con le spalle al muro, è stato fondamentale: non ha consentito di dare dell’Europa un’immagine familiare e viva, facendone un minerale burocratico e severo che pontifica in materia economica senza ammettere i propri errori. Ripercorrendo i primi mesi della crisi del debito così come sono stati raccontati dalla stampa europea, balzano agli occhi due tendenze. La prima è quella a dare tutta la colpa alla Grecia (e agli altri paesi indisciplinati) come se ogni stato membro dell’Unione europea, e della zona euro a maggior ragione, non fosse sottoposto da sempre ad una valutazione approfondita sui conti pubblici e lo stato dell’economia ogni tre mesi circa da parte della Commissione UE. La seconda è stata quella di fare della storia di Atene un’emergenza finanziaria, in cui la legittimità delle misure adottate non poteva essere messa in dubbio se queste erano poi efficaci nel sedare i mercati. Del dramma sociale, politico e culturale di cui non si vede ancora la fine inizialmente si sono accorti in pochi, per non parlare dei danni alla costruzione della Ue, che si sarà pure rafforzata, ma in modo accidentale e in sordina, sotto la dettatura del ricatto dei mercati, senza sostegno popolare. Che alla fine di questo processo possa esserci un’Europa migliore, più forte e più consapevole non è escluso, ma sicuramente questo progresso è avvenuto a colpi di governi caduti, di imposizioni esterne, di voti negati.

Da anni Juergen Habermas punta l’indice sull’urgenza di creare una ‘sfera pubblica’ europea che serva alla “legittimazione democratica dell’azione dello Stato, scegliendo gli oggetti politicamente rilevanti sui quali decidere, elaborarli su un piano problematico e, attraverso opinioni più o meno informate e fondate, legarle ad opinioni pubbliche in competizione tra di loro”. Nel corso della crisi, questi oggetti rilevanti al centro della discussione sono esistiti, ovviamente, ma sono stati e sono talmente tecnici da poter difficilmente coinvolgere i cittadini, che hanno imparato cos’è lo spread, ma non hanno sempre capito a cosa serva l’Europa, che si è trasformata da casa di vetro a marsina stretta degli elettori, non più disposti a sentirsi dare pagelle da Bruxelles senza nulla in cambio. Ondate di anti-europeismo c’erano già state, con i referendum del 2005 in Olanda e Francia, ma quei ‘no’ avevano ancora un sapore costruttivo, c’era un dibattito sulla UE, la gente leggeva il progetto di costituzione e lo discuteva, diceva la sua. Oggi non è così: l’Europa piace o non piace, senza vie di mezzo. E alcuni politici stanno già cavalcando i sentimenti negativi. Come ribadisce Hans Magnus Enzensberger in ‘Brussels, the gentle monster’, ossia ‘Il mostro gentile’, “è una dolorosa ma inoppugnabile evidenza che non esiste una sfera pubblica europea di dibattito degna di questo nome” e che il battage comunicativo europeo è tanto più insistente e massiccio quanto “la legittimità è fragile”. Senza uno sforzo per dialogare seriamente con l’opinione pubblica, il progetto europeo non sarà mai veramente legittimo, e democrazia e tecnocrazia continueranno a scontrarsi fragorosamente tra di loro in modo regolare e inesorabile.

Il paradosso è che invece esiste, ed è fortissima, una ‘sfera pubblica anti-europea’. Un continentale che si trovasse a leggere per la prima volta un libro fondamentalmente euroscettico, come ad esempio Democrazia in Europa dell’americano Larry Siedentop, avrebbe davanti a sé due reazioni possibili: potrebbe arrabbiarsi davanti alle critiche alle fragili fondamenta costituzionali dell’Unione, certo, ma potrebbe anche trovare la sua nuova lettura molto liberatoria. In prospettiva, questo può spiegare le reazioni estatiche registrate sempre più spesso delle abituali serie di insulti che l’eurodeputato nazionalista britannico Nigel Farage riserva alle istituzioni europee dal suo scranno di Strasburgo. Un bel giorno qualuno in Italia iniziò a far circolare alcune immagini su YouTube in cui lo sfrontato Farage definiva il presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy uno “straccio bagnato”, chiedendogli “Ma lei chi è?” e in molti, sui social networks, lo condivisero e agggiusero il loro ‘like’. Inutile spiegare che è consuetudine per Farage fare discorsi xenofobi e offensivi: il suo parlar chiaro sull’Europa aveva conquistato molte persone, facendone una sorta di euro-Grillo. E se un po’ di parrhesia di bassa lega ha generato tanto entusiasmo, forse bisogna capire come si sia arrivati a percepire un dogma così pesante su qualcosa che, come l’Europa, doveva evocare solo stabilità, progresso, opportunità. Le ragioni, si scopre, sono diversissime da paese a paese e si sono andate rafforzando con un bel po’ di complicità da parte, ancora una volta, dei media.

Prendiamo l’esempio dell’Italia, paese dalla fortissima tradizione europeista che ha sempre voluto l’Europa proprio perché era diversa da sé, al contrario della Francia che l’ha sempre immaginata più come una propria estensione. In generale nessun politico, prima di Bossi, si era mai avventurato a parlarne male, proprio perché l’Europa ha sempre rimandato dell’Italia l’immagine migliore di sé, tanto che raramente la stampa ha cercato o sentito il bisogno di argomentare o difendere Bruxelles. Frequente, quasi infinita, è stata la serie di editoriali e commenti in cui negli ultimi anni è stata chiesta ‘più Europa’, spesso adducendo ragioni espresse in modo oscuro e contorto. Da sempre l’Europa ha ricevuto come critica principale quella di essere un progetto elitista e stupisce come non sia stato mai fatto un tentativo, se non da qualche coraggioso singolo, di creare un supporto popolare, che c’era solo quando si creavano imbarazzanti teatrini tra Bruxelles e il governo Berlusconi. La vistosa sintonia tra Mario Monti e l’UE è rassicurante in tempi di emergenza, ma ha anche contribuito ad accrescere la diffidenza verso l’attuale presidente del Consiglio, associato ad un’idea di austerità insensibile ai problemi reali di un paese. In mancanza di una spiegazione sul perché, sul modo e in nome di cosa questa Europa si dovrà espandere, rafforzare, è talvolta difficile non dare almeno un po’ di ragione a qualche brutto giornale britannico quando scrive che l’Europa è fatta per le élites e rifugge come la peste dal voto popolare.

Se gli ottimisti eurofili hanno visto la crisi come l’opportunità per accelerare l’integrazione europea, hanno però dovuto fare i conti con una realtà cambiata: la Commissione europea, vero governo europeo secondo i puristi, è progressivamente scomparsa dai radar per fare spazio, sulla stampa e nelle chiacchiere da bar, all’asse germano-francese, che ha tenuto banco fino a quando ad accompagnare le decisioni della tedesca Angela Merkel è stato l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy (che ha infatti pagato con la mancata rielezione anche l’eccessivo coordinamento con Berlino) e prima dell’arrivo di Monti in Italia. Comunque un’Europa integovernativa dominata dai paesi più grandi e con poco o nessuno spazio per quelli piccoli ha finito col sollevare gravi problemi di convivenza. Nel giro di pochi mesi il confronto tra Stati membri si è inasprito e ha fatto venire fuori antichi rancori storici, razzismo, toni da stadio, proposte inconcepibili per il rispetto della sovranità nazionale. Gli europei hanno preso a darsi colpe a vicenda, senza guardare al funzionamento di quello che hanno veramente in comune: Bruxelles.

Un’emergenza che dura da tre anni non può più essere definita tale, e se vuole crescere in termini di forza e di prestigio, l’Unione europea ha bisogno di entrare in una fase più matura e di accettare di correre dei rischi per contrastare questa folata di disamore che ha portato in ogni paese i movimenti anti-euro a spuntare come funghi e ad essere presi molto sul serio dai cittadini. E per farlo ha bisogno di un sistema di media che agiscano più che mai da ‘cane da guardia’ e che non abbiano paura di avanzare critiche anche forti e di proporre riforme vere. Nella formazione di una ‘sfera pubblica europea’ Bruxelles deve cercare di essere più trasparente e a rispondere alle critiche in maniera eloquente, e la stampa deve più che mai sforzarsi di spiegare in termini comprensibili delle decisioni molto complesse, frutto di compromessi che, per definizione, non sono sentiti come propri da nessun paese. E soprattutto occorre che il dibatitto tra euroscettici ed europeisti diventi un confronto vero, e non una sorta di capoeira in cui si combatte a colpi di grandi proclami senza mai neppure sfiorarsi.

L’Unione europea e il fantasma della pace

Il Nobel per la Pace all’Unione europea no, non ora. E’ una decisione che dovrebbe far balzare sulla sedia tutti quanti, e in particolare gli europeisti, perché mette Bruxelles nella peggiore luce possibile in un momento incandescente. Quando lo stesso premio andò a Obama, lui fu il primo ad essere in imbarazzo, e lo stesso dovrebbe valere per Barroso e Van Rompuy. Con le strade e le piazze del continente attraversate da proteste quotidiane, una crisi economica che non accenna a retrocedere e un ruolo dell’UE sul quale si potrebbe dibattere per anni, non c’è molto da celebrare. E infatti i due leader UE hanno avuto l’intelligenza di fare un piccolo passo indietro e dire che il premio “è per tutti i 500 milioni di cittadini che vivono nella nostra Unione” (sarebbe un Nobel per la Pazienza, in quel caso). Ma tornare sull’argomento un po’ polveroso di come l’UE abbia garantito decenni di pace e di prosperità al continente in un momento in cui gli europei si odiano come non mai, diffidano gli uni degli altri e sono alle prese con un presente difficile non è una grande mossa di comunicazione.

L’Europa è stata preziosa, unica e insostituibile, e questo è incontrovertibile. Però con i problemi che la maggioranza dei cittadini europei si trova ad affrontare oggi, non si può continuare a tirar fuori il dopoguerra, un tema che non parla alle nuove generazioni e che soprattutto inizia ad avere il sapore di un ricatto: o l’Europa o il diluvio. Ormai l’euroscetticismo non è più solo cosa da conservatori britannici, ma si vede a sinistra, tra i giovani, tra gli intellettuali. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone pronte a cambiare idea, se solo avessero davanti a loro una UE meno burocratica e più attenta alla realtà quotidiana dei cittadini. Persone, insomma, che hanno ben presente il nesso tra UE e passato, ma non riescono a vedere quello tra UE e futuro (e il premio Nobel, trombone già da un po’, è tutt’altro che una mano santa per dare un tocco contemporaneo alla UE). Da europeista, l’ottobre 2012 è l’ultimo momento che volevo vedere immortalato da un premio.