Duemila anni di tortura e incanto. Il V&A spiega l’ossessione per le scarpe (da ‘Il Messaggero’ del 12 giugno)

LONDRA – Pochi oggetti nel corso della storia hanno voltato le spalle alla funzionalità con la convinzione delle scarpe. Con un colpo di tacco, verrebbe da dire. Elevare, ornare, distinguere, incantare sono stati, nel corso dei secoli, gli scopi principali intorno ai quali le calzature si sono evolute e sono arrivate al giorno d’oggi in cui la scomodità un tempo riservata ai nobili e ai ricchi è finalmente alla portata di tutti. Per la gioia di chi costringe i propri piedi in splendidi oggetti di tortura, consapevole che il loro potere di trasformare chi li indossa è addirittura superiore a quello dei vestiti.

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Nel selezionare i 250 paia di scarpe per la mostra ‘Shoes: Pleasure and Pain’ (Scarpe, piacere e dolore) al Victoria&Albert Museum di Londra, aperta dal 13 giugno al 31 gennaio 2016, i curatori si sono concentrati sui modelli più estremi e sorprendenti. Perché la storia della calzatura si è sviluppata intorno a due poli: le scarpe per muoversi e quelle per non muoversi. Le prime erano destinate a tutti, dalle classi contadine che dovevano proteggersi dal freddo e dalla terra ai militari, in cui l’elemento della distinzione era comunque importante. Le seconde, antenate dei tacchi a spillo, sono nate per segnare nel modo più chiaro possibile la distanza tra chi le indossava e la massa degli umani afflitti dai bisogni pratici.

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“Oggetti scultorei, belli, sono anche indicatori potenti di genere, status, identità, gusto e perfino preferenze sessuali”, spiega la curatrice Helen Persson: “La nostra scelta di scarpe ci permette di proiettare l’immagine di chi vogliamo essere”. E infatti la mostra si svolge intorno a tre grandi temi, il primo dei quali, la trasformazione, non può che prendere le mosse dalla storia di Cenerentola e della scarpetta che la sottrae al suo ingiusto destino d’indigenza e sconforto. Una trama, questa, di cui si trovano tracce già nell’Egitto del I secolo e i cui elementi ricorrono in Asia, in Europa e addirittura tra gli indigeni d’America, ma che ha raggiunto la sua forma più nota nel 1697 con Charles Perrault, al quale di deve un elemento fondamentale: il vetro, che non si piega e non si allarga, e non permette margine d’errore su chi sia la legittima proprietaria della scarpetta.

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Quello che Cenerentola ha fatto per i creatori di décolletés favolose come Christian Louboutin o Manolo Blahnik, ‘Il Gatto con gli stivali’ lo ha fatto per le calzature sportive: creare la narrativa di una scarpa che conferisce poteri magici e forza sovrumana. Ma la morale non è sempre positiva e le regole sono diverse per uomini e donne: in ‘Scarpette rosse’, film del 1948, la ballerina Vicky Page viene posseduta da una forza che si sprigiona dalle sue calzature di raso e che la porta alla perdizione, come nella favola crudelissima di Hans Christian Andersen. Anche perché storicamente le scarpe delle donne sono fatte più per contenerla, la forza, come nel caso dei gita giapponesi o delle minuscole calzature di seta cinesi, che per accrescerla.

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Il potere è rappresentato da ciò che si calza – le scarpette argentate di Elisabetta II al Queen’s Speech di fine maggio in Parlamento erano appena meno grandiose dei suoi diamanti – e ciò che si calza condiziona la maniera in cui una persona si muove, il rumore che fa quando cammina, la sua capacità stessa di camminare, spesso ostacolata dalle pesanti decorazioni come certi plateau settecenteschi per evitare il fango o i 20 centimetri di punta all’insù delle ghatela indiane da uomo dorate. Le suole e i tacchi rossi, ad esempio, sono un elemento di distinzione che non è nato con Louboutin visto che già il Re Sole li sfoggiava per rendere ogni sua apparizione il più teatrale possibile, così come vi faceva ricorso l’antesignano degli shoe designers, il francese André Perugia, di cui si è ingiustamente persa un po’ la memoria, autore della prima scarpa alta senza tacco.

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In Louboutin il rosso pone però l’accento non sul potere, bensì sull’ultimo e fondamentale messaggio delle calzature: la seduzione. Oggetto feticista per eccellenza insieme al piede che contiene (e della cui anatomia si fa un baffo), la scarpa femminile tende a rimpicciolire il piede, ma anche a conferirgli aggressività e statura. Aggiungendo o sottraendo elementi tratti da ogni sottocultura a disposizione e in particolare del mondo sfacciato delle case chiuse, spingendo ogni volta il limite un po’ più in là, stringendo le piante e alzando quei tacchi dove nessuno può arrivare.

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L’oggetto distinto? Deve suscitare passione, nascere da una perdita di tempo, essere unico. A Londra va in mostra il concetto di lusso.

LONDRA – Spesso il lusso viene distrattamente confuso con una cifra scritta sul cartellino dei prezzi. E Londra, da questo punto di vista, è una città piena di lusso: lusso internazionale, lusso britannico, lusso pacchiano, lusso talmente sobrio da non sembrare neppure lusso. Una realtà che attira persone da tutto il mondo e sulla quale il Victoria and Albert Museum ha deciso di organizzare una mostra per rispondere alla domanda radicale: cos’è il lusso? La risposta non è quella che ci si aspetterebbe – le tre stanze dell’allestimento non sono ricolme di diamanti e broccati ma di oggetti apparentemente disparati – e il percorso tracciato è destabilizzante. Passa attraverso l’illustrazione di dieci concetti che vanno a definire il ‘lusso’: la precisione della lavorazione, il carattere straordinario dell’oggetto, la sapienza con cui è realizzato, l’opulenza del risultato, la sua esclusività, ma anche l’innovazione, l’investimento di tempo e di denaro, la passione che suscita, il piacere che si porta dietro e il fatto di non essere essenziale. Deve sfidare le leggi del mercato, l’oggetto di lusso, come la splendida lampada fatta con degli impalpabili soffioni applicati a mano o i cilindri di vetro in cui sembrano essere intrappolate meduse che si rivelano poi essere delle illusioni fatte di cenere e bolle d’aria. Deve essere espressione del rango di chi lo indossa, come la mantella veneziana ricamata del tardo Seicento, la ventiquattr’ore di pelle intarsiata dalla lavorazione sopraffina o la giacca d’alta uniforme militare in cui ogni bottone ha un significato.

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Oggetti che ci mettono un’eternità ad essere fatti, come i lavori dell’orafo Giovanni Corvaja, che con 160 km di sottilissimi fili d’oro ha realizzato un copricapo che sembra un piccolo colbacco, e che col tempo diventano caratteristici di chi li porta dietro, come le scatolette di lacca e pietre preziose di cui Federico il Grande era appassionato, avendone circa 300 diverse. Quello che oggi ci sembra banale e volgare come la plastica un giorno potrebbe diventare rarissimo e, paradossalmente, trasformarsi in oggetto di desiderio. O magari, come nel caso dell’ambra e del corno, certi materiali di lusso non più disponibili potrebbero essere sostituiti da qualcosa in cui la lavorazione intensiva si sostituisce alla rarità della materia: un esempio straordinario è la bellissima toeletta con specchiera anni ’70 realizzata con dei capelli umani. A vederla sembra fatta di legno tropicale, ma da vicino di intravedono i mille filamenti incastonati nella resina. Anche l’attesa di ricevere qualcosa di personalizzato e misterioso in un mondo di oggetti e servizi efficienti e massificati diventa in sé un lusso, un richiamo alla propria individualità persa nella molteplicità. Una piccola mostra di sorprese e di scoperte, che permette di guardare il resto del V&A con sguardo nuovo. Anche grazie al video con cui si conclude l’esibizione. Intitolato ‘The Last Man’, mostra una mano invisibile che cerca in mille modi di addobbare una misera sedia in una stanza spoglia, decorandola in tutti i modi possibili, senza mai fermarsi. L’ultimo uomo alle prese con l’ultima sedia farebbe quello che siamo nati per fare: cercherebbe di renderla più bella.

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La ‘Savage Beauty’ di Alexander McQueen al V&A da marzo a giugno (Da ‘Il Messaggero’ del 10 ottobre)

Londra si prepara a celebrare il talento selvaggio del suo figlio più geniale, Alexander McQueen, stilista dalla sensibilità acutissima morto suicida nel 2010 a soli 41 anni. Il Victoria & Albert Museum, definito dallo stesso McQueen “il tipo di posto in cui vorrei rimanere chiuso di notte”, porterà nella capitale britannica ‘Savage Beauty’, una mostra che ha già fatto il tutto esaurito a New York, arricchendola di nuovi elementi in grado di raccontare anche i primi anni di ‘Lee’, quando il figlio di un tassista scozzese e di una maestra si faceva le ossa e affinava la sua leggendaria capacità di tagliare tessuti con mano sicura a Savile Row, tempio della sartoria maschile inglese, prima di andare a lavorare da Romeo Gigli a Milano per poi tornare a Londra e di diplomarsi alla Central Saint Martins, fucina di talenti della moda britannica e internazionale.

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La carriera di McQueen, che dal 1996 al 2001 è stato direttore creativo di Givenchy, è stata segnata anche dalla collaborazioni con musicisti come David Bowie e Björk, e dalla presenza di assistenti e amiche fidate come Isabella Blow, la stylist dalle mises incredibili che lo ha lanciato, e come Sarah Burton, che dal suicidio dello stilista ha preso le redini del gruppo e lo sta portando avanti con successo, come dimostrato dal fatto che è stata lei a disegnare il vestito da sposa della Duchessa di Cambridge. Una parabola che dal 14 marzo al 19 luglio 2015 sarà illustrata dai 200 capi e oggetti in esposizione, nonché da una riproduzione dell’ologramma di Kate Moss vestita di veli d’organza apparso alla fine di una delle sfilate di McQueen, veri e propri spettacoli di teatro e d’arte nati dall’intelligenza sfrenata di una persona mancata troppo presto.

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Noialtri vittoriani: mirto, fiori d’arancio e la nascita della sposa in bianco (da ‘Il Messaggero’ del 1 maggio)

Quando, nel 1840, la regina Vittoria decise di sposarsi in bianco, fece una cosa un po’ inconsueta. Prima di lei le spose si vestivano infatti del colore che preferivano, spesso con motivi floreali, e il bianco, considerato molto elegante per la sera, veniva a volte scelto proprio affinché l’abito nuziale potesse essere riutilizzato, magari dopo aver scucito le maniche lunghe necessarie per la cerimonia in chiesa, che si svolgeva sempre di mattina. La mise nuziale delle donne inglesi del ‘700 e del primo ‘800 era definita più che altro da una coroncina di fiori – di mirto o d’arancio o di rosa, simboli di amore, virtù e fertilità – usata per tenere fermo il velo oltre che, ovviamente, dalla bellezza dell’abito, il quale, riciclabile o meno, doveva avere qualcosa di speciale, indicare il rango di chi lo indossava, essere accompagnato da delicate scarpette di raso e magari avere ricami d’oro e d’argento.

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Il Victoria&Albert Museum di Londra, instancabile nel ripercorrere le evoluzioni del gusto e del costume, ha dedicato agli abiti da sposa una mostra che aprirà il 3 maggio e durerà fino al 15 marzo del 2015, esponendo 80 capi creati e indossati dal 1775 al 2014. Dalla tenuta campagnola ma elegantissima della figlia di un agiato contadino del 1780 al vestito impalpabile e un po’ hippie disegnato da John Galliano per Kate Moss per il suo matrimonio con Jamie Hince nel 2011, la mostra racconta di spose famose o meno famose e del modo in cui hanno voluto interpretare il loro ruolo di un giorno. Come una tale Laetitia Powell, che nel 1761 si fece fare una bambola che la raffigura nel giorno del suo matrimonio, oppure come quelle spose che durante la seconda guerra mondiale fecero come Rossella O’Hara e si cucirono vestiti splendidi con il tessuto delle tende, oppure con la seta dei paracadute.

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Con un occhio alle riviste di moda, che già nel 1810 indicavano il bianco come colore adatto al matrimonio, e la manifattura nazionale che, sempre su esempio della regina Vittoria, diventò la fonte preferita di materiali e tessuti delle spose inglesi, dal merletto per le nobili al tulle semplice per le altre. La casa reale, d’altronde, ha sempre ispirato la moda in fatto di abiti da sposa, soprattutto con la diffusione della fotografia: la regina madre nel 1923 con il suo velo vecchio stile, un po’ calato sulla fronte, la principessa Margaret e la sua mise bianchissima e opulenta, carica di veli e di diamanti, Lady Diana fresca e radiosa nonostante il vestitone color perla con grandi fiocchi e, ovviamente, Kate Middleton, che Sarah Burton per Alexander McQueen ha reso ancora più perfetta con le maniche di merletto e il lungo strascico. Passando per Elisabetta, più regina che sposa in un pallido color crema con ricami preziosi e con il difficile compito di dare un segno di speranza ad un paese che, nel 1947, faticava a rimettersi in piedi dopo la guerra.

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Già negli anni ’50 Vogue registrava l’arrivo del “vestito corto da sposa”, formale ed elegante, e il colore, dopo circa un secolo dominato dal bianco, tornò ad essere un segno di stravaganza e di indipendenza: Dita Von Teese, ad esempio, indossò un ampio abito viola di Vivianne Westwood con scarpe in tono di Louboutin per il suo matrimonio. Il marito, d’altra parte, era Marilyn Manson.

Galliano per Kate Moss
Galliano per Kate Moss