Dalla Austen alla Brontë, da George Eliot alla Woolf, le amiche geniali (e segrete) della storia della letteratura (da Il Messaggero del 16 ottobre)

LONDRA – Le grandi scrittrici della storia le si immagina, chissà perché, come creature solitarie, recluse nelle loro stanze, con solo qualche parente con cui confidarsi e tante ore di noia in cui far lavorare una fervida immaginazione. E mentre le amicizie tra Ernest Hemigway e Francis Scott Fitzgerald o tra Byron e Shelley sono diventate materia di leggenda nella storia della letteratura, i legami che hanno segnato la vita di molte delle più grandi scrittrici di tutti i tempi sono stati spesso cancellati dalle loro biografie o perché ritenuti insignificanti o perché troppo complessi per sopravvivere al rullo compressore della morale dei tempi. Ad esempio Jane Austen aveva un’amica geniale: Anne Sharp, la governante di sua nipote, vivacissima, brillante scrittrice di pièces teatrali mai pubblicate e animata da quelli che Cassandra Austen, sorella di Jane, definirà «sentimenti ardenti» verso l’ autrice di Orgoglio e pregiudizio.

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I loro fitti scambi sono stati cancellati da un falò di lettere compiuto dalla stessa Cassandra dopo la morte di Jane e da una biografia scritta dal nipote della Austen in cui viene plasmata la perdurante immagine dell’arguta zitella icona di virtù domestiche. Della Sharp non si è più saputo nulla fino a quando due studiose, Emily Midorikawa e Emma Claire Sweeney, hanno deciso di indagare sulle ‘amicizie nascoste di Austen, Brontë, Eliot e Woolf’ basandosi su uno studio minuzioso delle lettere e dei diari delle scrittrici e della loro cerchia di amicizie. ‘Una sorellanza segreta’, pubblicato a giugno nel Regno Unito da Aurum Press, oltre a rendere un gran servizio al mondo della ricerca letteraria, è una lettura tra le più piacevoli, solida nei contenuti, poco accademica nello stile. Per le famiglie di mezzi modesti, dare una solida istruzione alle proprie figlie era l’unico modo per assicurare che potessero mantenersi da sole in maniera onorevole, ossia diventando istitutrici. Questo era stato il destino della Sharp, nata in un ospizio per i poveri e quindi socialmente molto inferiore alla Austen, che pure versava in condizioni economiche precarie.

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«Jane trattava Anne come la sua amica letteraria più fidata, comprendendo sia il valore delle pieces teatrali che scriveva sia le limitazioni con le quali doveva scrivere per via delle esigenze del suo lavoro di insegnante», secondo le autrici, che osservano come la Austen abbia trovato nella Sharp un sostegno negli anni difficili dei rifiuti editoriali e la persona con cui confrontarsi sulla scrittura.

Un rapporto molto più conflittuale ma altrettanto intenso e fecondo è invece quello che ha legato per tutta la vita una delle altre grandi recluse della letteratura britannica, Charlotte Brontë, che fin dagli anni del collegio a Roe Head subirà l’amorevole pungolo della scrittrice e giornalista femminista Mary Taylor, che dopo averle detto «sei molto brutta» in uno dei loro primi incontri cercherà di convincerla ad essere più coraggiosa nelle sue scelte, più indipendente dalla volontà del padre e soprattutto più rivoluzionaria nei suoi scritti. Dal Belgio, dove le due andranno insieme a studiare, fino alla Nuova Zelanda, dove Mary si trasferirà per scoprire un nuovo mondo, la loro amicizia avrà un respiro ben più ampio delle ventose brughiere dello Yorkshire dove le Brontë sono state relegate nell’immaginario collettivo. Anche la Taylor è stata espunta dalle narrazioni della vita dell’autrice di Jane Eyre e del ben più ‘politico’ Shirley, sottovalutata da una biografa attenta alle questioni di opportunità come Elizabeth Gaskell.

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Una relazione nota ma poco esplorata è invece quella tra due monumenti della letteratura come l’inglese George Eliot, al secolo Mary Ann Evans, e l’americana Harriet Beecher Stowe, che con il suo La capanna dello zio Tom diventò, secondo le parole di Abramo Lincoln, «l’autrice di questa grande guerra», ossia della guerra civile americana. Le due non si incontrarono mai, ma tra la piovosa Londra e gli aranceti della Florida per undici anni viaggiarono lettere dense e calorose, con notevoli reticenze a parlare di alcuni temi come il fatto che la Evans non fosse sposata con l’uomo con cui viveva o come il penchant della Beecher Stowe per le sedute spiritiche, «forma più bassa di ciarlataneria» secondo l’autrice di Middlemarch. Che verso la fine della sua vita, forse ispirata dal capolavoro della sua amica, decise di sfidare il clima di antisemitismo dell’epoca e di narrare, in Daniel Deronda, le vicende di un personaggio ebreo. L’ultimo esempio analizzato dalla Midorikawa e dalla Sweeney è quello della gran sacerdotessa del modernismo Virginia Woolf e della neozelandese Katherine Mansfield, rapporto spesso rubricato come pura rivalità. E invece anche lì, come spiegano pagine documentate e avvincenti, c’era vero affetto, con qualche venatura saffica e tutta la dirompente, impareggiabile energia creatrice che solo un’amica geniale sa dare.

Alessandra Ferri a Londra danza l’anima avanguardistica di Virginia Woolf (da ‘Il Messaggero’ del 26 maggio)

LONDRA – Se un coreografo decide di ispirarsi al lavoro di Virginia Woolf non è certo alla ricerca di una trama. Quello che sta inseguendo è un’anima. E quell’anima il britannico Wayne McGregor l’ha voluta in scena nel suo ‘Woolf Works’ nella persona di Alessandra Ferri, stella inarrivabile della danza italiana, partita da Milano a 15 anni alla volta di Londra per ballare con il Royal Ballet e tornata adesso alla Royal Opera House, a 52 anni compiuti da poco (6 maggio, ndr), con questo spettacolo andato in scena dall’11 al 26 maggio. ‘Woolf Works’ è strutturato in tre parti ispirate a tre grandi romanzi della scrittrice inglese – Mrs Dalloway, Orlando e Le Onde – di cui il coreografo, noto per il suo approccio sperimentale su temi come la scienza, la tecnologia, le arti visive, ha cercato di rendere il ritmo interno, la luminosità, il linguaggio, le emozioni. La Ferri, con uno scarto rispetto al suo repertorio più classico, interpreta sia Mrs Dalloway che la scrittrice stessa, come già fatto da Nicole Kidman nel film ‘The Hours’ del 2002.

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©ROH, 2015

Com’è nata l’idea di diventare Virginia Woolf? In che modo si possono interpetare sotto forma di danza dei testi modernisti dalle trame così fitte e, al tempo stesso, così astratte?
Il progetto mi è stato proposto a New York da McGregor, coreografo con un linguaggio molto particolare e con un approccio alla danza classica estremamente nuovo. Mi ha interessato lavorare con un artista così moderno su un tema del genere. E’ un mondo molto lontano, molto diverso dal mio. Lui mi ha convinta quando ha detto che voleva trovare ‘l’anima’ nei lavori della Woolf. Il lavoro della scrittrice è interessante perché è narrativo, certo, ma anche e soprattutto per il mondo, per le emozioni che descrive. Lei non era interessata ai fatti ma alle sensazioni e alle emozioni dei personaggi. Ha destrutturato la lingua inglese questo corrisponde molto al lavoro fatto da Wayne con la danza.

©ROH, 2015
©ROH, 2015

In una lettera Virginia Woolf scrisse che avrebbe volentieri “dato via il suo ottimo greco antico per ballare veramente bene”. Per una scrittrice che definiva la vita “un’aura luminosa, un involucro semi-trasparente che ci avvolge dall’inizio della coscienza alla sua fine” non è difficile immaginare quanto la danza potesse essere espressiva.

La novità di ‘Woolf Works’ è proprio nel linguaggio estremamente moderno e tagliente che nasce in una maniera molto individuale, con un uso del corpo unico, in modo tale da da comunicare delle emozioni in maniera astratta.

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E’ felice di essere di nuovo a Londra, da dove tutto è cominciato?

Londra mi è sempre appartenuta, è splendida e creativa, ma per la danza non c’è nessuna città migliore di New York, che è infatti il posto dove vivo. Tutto a New York vive di danza, danza di ogni tipo, dal balletto al musical. Ma certo gli inglesi sono molto colti e si percepisce

Lei è milanese, e nelle settimane passate la città è stata al centro di violente proteste e atti di vandalismo. Cosa ha pensato?
Mi sono molto, molto intristita. Tutto questo è avvenuto senza un motivo, è veramente squallido, c’è molta ignoranza e queste persone fanno pena, quello che hanno fatto mi provoca sgomento. Ma oltre a chi è stato lì per distruggere tutto bisogna vedere anche il modo in cui Milano ha reagito. Questa è la città che conosco e che amo, che abbraccio e che saluto, perché sono veramente orogogliosa di essere milanese.

Secondo lei Milano e l’Italia offrono abbastanza ad un giovane danzatore?

Milano è sicuramente la capitale italiana per la danza, un posto dove si può benissimo costruirsi una carriera. Poi ovviamente se si guarda un po’ piu’ in la’ c’è il mondo.
Purtroppo in generale in Italia la danza è gestita malissimo, chi se ne occupa ai vertici è molto ignorante nel campo specifico e sarebbe auspicabile che almeno si consigliassero con chi ne sa. C’è molto da fare e va fatto.

Woolf Works verrà in Italia?

Non credo, è una produzione molto grande.