Punk e vecchi merletti, Vivienne Westwood si racconta. E suggerisce: “Non abbiate fretta. Continuate a leggere. Dite le cose come stanno. E poi pensate a voi stesse”. (Da ‘Il Messaggero’ del 10 ottobre)

LONDRA – “Non sono femminista. Le donne hanno molto potere, lo hanno sempre avuto”. Se a dirlo è Vivienne Westwood, una che nella vita ha fatto quello che le pareva e ha anche l’aria essersi molto divertita, viene da crederci. Il suo potrebbe essere definito ‘femminismo pragmatico’ o ‘pragmafemminismo’: con due figli avuti ben prima dei 30 anni, quando aveva accanto una figura maschile impegnativa (e, rivela lei, mai amata fino in fondo) come Malcolm McLaren, Vivienne è riuscita a fondare le basi di un impero della moda seduta alla macchina da cucire del suo appartamentino di Clapham, nel sud di Londra. E ad arrivare dov’è oggi, nella settimana dell’uscita della sua autobiografia, intitolata semplicemente ‘Vivienne Westwood’ e scritta a quattro mani con Ian Kelly, scrittore e autore famoso, tra le altre cose, per aver interpretato il padre di Hermione nella saga di Harry Potter.

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“Questa sarà la mia storia, la storia che mai nessuno ha scritto prima”, racconta al Messaggero, dicendosi “entusiasta” per il risultato del lavoro fatto e spiegando che all’origine della decisione di mettersi a scrivere ci sono due semplici costatazioni: “la vita merita rispetto” e “i morti meritano la verità”. Nel libro la Westwood, nata Vivienne Isabel Swire, ripercorre gli anni folli della sua relazione con McLaren, fondatore dei Sex Pistols e padre del suo secondo figlio Joe, nonché partner d’affari della stilista nel leggendario negozio di Kings Road, il SEX, uno dei monumenti assoluti della cultura punk. Un uomo “tremendo”, come disse all’indomani della sua scomparsa nel 2010, che le ha fatto del male. L’ammissione di vulnerabilità non fa che rendere ancora più forte il mito Vivienne, la quale con gentilezza spiega perché ha deciso di guardare al passato, lei che più di ogni altra con il passato ha giocato creando nel tempo uno stile basato sul rovesciamento irriverente di secoli di storia e di tradizione.

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Lei sembra avere avuto tutto dalla vita. Le è servito ripercorrere il suo tragitto?

Penso moltissimo alla mia famiglia e ai miei amici. Ho colto l’occasione dell’uscita del libro per fare un mea culpa, chiedendo scusa alle persone che amo, perché so che sono difficile. So di non essere una persona facile o una persona comune, la mia vita non è una vita ordinaria. Non ho il tempo di vedere i miei amici, o semplicemente di fare cose normali. A volte vorrei esserlo, una persona comune.

Che consiglio darebbe ad una se stessa più giovane?

Ci sono alcune consolazioni nell’essere più anziani, ed essere considerati in primo luogo come eccentrici… Guardo indietro e quasi non mi riconosco, o riconosco solo una piccola parte di quello che sono diventata, e penso, “Tu bambina stupida, stupida, come hai potuto essere così ingenua?“ Ma poi penso anche che è ingenuo chi vuole raggiungere una posizione ed è affamato dalla voglia di imparare. Questo è quello che direi a una Vivienne bambina, in realtà, è: “Non avere fretta. Continua a leggere. Dì le cose come stanno. E poi pensa a te stessa.”

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Lei da qualche anno ha rivolto le sue energie, che non sono poche, alla difesa dell’ambiente. Ma il suo messaggio, venendo da un settore frivolo e inquinante come quello della moda, non risulta un po’ paradossale?

L’industria della moda dovrebbe utilizzare materiali eco. In questo caso, stiamo realizzando abiti denim in cotone organico, che permette di risparmiare oltre il 50% di acqua rispetto ai sistemi standard di produzione. E poi ho accettato l’invito delle Nazioni Unite per sviluppare un modello di business che richieda il coinvolgimento di donne africane nella produzione di borse e accessori. Ho creato la Vivienne Westwood Ethical Africa Bags Collections.

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Quindi lei intende la moda come un veicolo di sviluppo?

Queste donne africane sono diventate indipendenti, basandosi sul proprio reddito, e questo ha permesso loro di riacquistare il bestiame, decimato dalla siccità, guadagnandosi la dignità e l’orgoglio sufficiente per far valere i propri diritti nella comunità. Questa non è carità, questo è un lavoro.
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Lei non sarà femminista, però punta molto sulle donne. Stella McCartney ha recentemente suscitato un putiferio per aver detto che la “forza di per sé in una donna non sempre risulta attraente”. Com’è la sua donna ideale ?

Una donna dovrebbe essere forte nelle azioni, dovrebbe impegnarsi a proteggere e salvaguardare il mondo. Tutte le donne dovrebbero essere colte, avventurose, audaci, amanti dell’arte e della lettura, con un po’ di glamour. Le donne devono essere attive, combattive e far valere i propri diritti, perché solo così potranno cambiare le cose. Queste sono le mie donne!

Paul Smith e l’anarchia del buon senso (da ‘Il Messaggero’ del 14 giugno)

Quando spiega le sue regole di vita e di eleganza, Paul Smith risulta, come al solito, un uomo semplice: vestire per piacersi, non fare sforzi eccessivi per apparire diversi da come si è, puntare sulle cose che catturano l’occhio e mettono allegria, come i colori accesi, o quelle camicie bianche che non passeranno mai di moda. E tenere nell’armadio dei jeans e un blazer blu. Un’estetica, quella dello stilista e designer inglese, che più semplice non si può e che però, come avranno modo di vedere i visitatori della mostra ‘Hello, my name is Paul Smith’, viene concepita e nasce nella gran confusione di uno studio traboccante di libri, di materiali, di oggetti raccolti o inviati da ammiratori di tutto il mondo.

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Un luogo di lavoro leggendario nel settore della moda e che verrà riprodotto al Design Museum nell’ambito della mostra che aprirà i battenti da novembre a marzo prossimi. Si tratta della prima retrospettiva interamente dedicata al lavoro di Smith, ma è anche una mostra che guarda al futuro di un colosso in continua evoluzione rispetto a quando, nel 1970, Paul Smith aprì il suo primo negozio per uomini, a Nottingham, grande ben 3 metri quadrati. Aveva 24 anni, un passato da aspirante ciclista e una passione spontanea e ben riposta per il design e per la moda maschile, affinata durante un periodo a Savile Row, nella mecca londinese della sartoria, e grazie all’indefesso supporto di sua moglie Pauline Denyer, designer professionista. Nel 1976 gia’ sfilava a Parigi e nel 1998, per la prima volta, ha allargato i suoi orizzonti alla moda femminile, con i risultati che tutti conoscono.

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Negli anni in cui i suoi colleghi rompevano fragorosamente vecchi schemi – basti pensare a Vivienne Westwood – Paul Smith ha scelto un’altra via: nei suoi pezzi l’irriverenza è in filigrana, prende la forma di una fodera con la famosa stampa colorata a righe irregolari, di un dettaglio squillante che rallegra un impianto classico senza stravolgerlo, regalando capi portabili ma personali, con una piccola vena eccentrica. Uno stile che la maison ha saputo declinare al femminile senza sforzi, facendo leva sull’altra grande qualità di Paul Smith e del suo marchio: un fiuto commerciale non comune. I suoi negozi sono ovunque, sono accoglienti, e i prezzi non hanno mai raggiunto le vette stratosferiche di altri, restando accessibili a chi vuole farsi un regalo o avere un guardaroba di qualità con un tocco contemporaneo.

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Tutta la fase produttiva dei capi e delle creazioni verrà ripercorsa durante la mostra, cercando di mettere il visitatore nella mente di Paul Smith, facendogli capire il suo punto di vista sul mondo e sulle sue quattordici collezioni diverse. Tra le sue creazioni più inattese, come tributo alla sua antica passione, ci sono le maglie per il Giro d’Italia, ma anche tappeti per The Rug Company e macchine fotografiche per la Leica. “Ho una casa nei dintorni di Lucca da 24 anni, produciamo molte cose vicino a Firenze e l’Italia è un mercato sul quale sono ottimista, ma l’ispirazione, quella, la prendo dappertutto”, spiega al Messaggero Smith, sessantasettenne che potrebbe tranquillamente avere 10 anni di meno e che, è cosa nota nell’ambiente, ha un atteggiamento paterno nei confronti dei designer più giovani, a cui non si stanca di dare consigli. Uno di questi è di una semplicità e di un buon senso disarmanti: “Non molti designer capiscono che si tratta di creare qualcosa al prezzo giusto per poi venderlo ad un negozio che sia in grado di venderlo”.

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Sarà per questo piglio giocoso ma con i piedi per terra che il marchio Paul Smith va avanti dritto come un treno e non teme recessioni, e sarà per questo che una ragazza belga di nome Margot una volta gli ha scritto: “Non mi piace la moda ma mi piace Paul Smith”.