La politica britannica, il palio degli unicorni e la proposta di abolire Eton (da Il Foglio del 14 luglio 2019)

Londra. Il dibattito politico britannico è diventato una sorta di palio degli unicorni. L’ultimo quadrupede luccicante a essere stato lanciato in pista è l’iniziativa del Labour, sostenuta da un Ed Miliband in vena di riscatto, di abolire Eton e le grandi scuole private del paese, colpevoli di aver infestato Westminster e dintorni di personaggi poco raccomandabili ma dall’autostima a prova di bomba. (continua qui)

Ricordi d’estate/ Nella Londra pre Brexit c’è guerra tra populisti e Parlamento. Ricorda qualcosa? (da Il Foglio del 15 agosto 2019)

Londra. Mentre il resto del mondo legge romanzi gialli a pancia all’aria sulla spiaggia o in giardino, a Londra e in poche altre selezionate capitali è il manuale di procedura parlamentare il vero libro dell’estate (continua qui)

Anna Soubry, la Tory anti-Brexit meno mansueta di Westminster (da ‘Il Foglio’ del 19 gennaio)

LONDRA – Il ritratto della Thatcher in stile Andy Warhol appeso nell’ufficio di Anna Soubry ha i colori più tenui dell’originale, quasi zuccherini. «Non dobbiamo mai farci bullizzare», trilla allegra la deputata conservatrice aguzzando gli occhi azzurri, e per un momento sembrerebbe quasi alludere al fatto di essere donna. In realtà si riferisce ad un’altra categoria che sta vivendo una gloriosa stagione di riscatto: gli europeisti britannici. (Continua a leggere qui)

Le ginocchiate di Westminster, arma segreta di un cambio della guardia (da Il Foglio del 3 novembre)

LONDRA – L’asticella della morale è ferma all’altezza del ginocchio e questa è una delle due conseguenze gravi delle dimissioni di Michael Fallon, ministro della difesa che non ha retto la tensione di sapere che ci sono così tante storie in giro su di lui, scorribande che complice una simpatia per l’alcol avrebbero rischiato di far apparire la vicenda della giornalista, peraltro ironica e pugnace, approcciata nel 2002 per quello che è: ben poca cosa. (continua a leggere qui)

Nel valzer degli addii della vecchia guardia New Labour, anche Gordon lo Scontroso lascia la politica (da ‘Il Messaggero’ del 2 dicembre)

Dopo 32 anni trascorsi a Westminster, Gordon Brown se ne va, lascia la politica, interrompe il corso che l’ha portato ad essere bellicoso e inflessibile cancelliere dello Scacchiere prima, poi sfortunato primo ministro, infine voce autorevole e ascoltata della campagna pro-unione con la Scozia. Rimanendo sempre una delle colonne portanti del Labour, partito che nelle mani sue e dell’eterno rivale Tony Blair è stato per alcuni fulgidi anni ‘New Labour’, architrave politica del dinamismo culturale ed economico della ‘Cool Britannia’, prima di appannarsi considerevolemente sotto la leadership di Ed Miliband. Scozzese, ruvido, rimasto cieco da un occhio dopo un incidente di rugby quando aveva 16 anni, Brown è sempre stato un personaggio cupo, serio e vagamente tragico, poco incline al sorriso, soprattutto se confrontato con l’inossidabile Blair dall’eterno ghigno e dalla scaltrezza comunicativa inarrivabile.

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Ma per i britannici, che non hanno mai amato Brown come primo ministro, la sua gestione dell’economia rimane associata a un decennio di crescita e alla prontezza con cui ha gestito la crisi bancaria esplosa nel 2007, anno in cui è andato a Downing Street succedendo ad un Blair irreparabilmente danneggiato dalla guerra in Iraq. Prima di perdere malissimo, nel 2010, le elezioni contro David Cameron che all’epoca contava sull’effetto novità dovuto a 13 anni di governo laburista e che appariva, in sella alla sua biciletta, come la scintillante risposta conservatrice al primo Blair. Un uomo, quest’ultimo, che a Brown deve molto: la leggenda narra che dopo la morte di John Smith nel 1994 i due si incontrarono al ristorante ‘Granita’ di Islington (non esiste più) e stabilirono che Brown avrebbe rinunciato alla leadership del partito e, nel caso, a Downing Street per lasciare spazio a Blair in cambio di ampi poteri e della possibilità, in futuro, di succedergli.

Quando nel 2002 Brown e la moglie Sarah, elegante, sobria e schiva come lui, persero la loro prima figlia di appena 10 giorni per via di un’emorragia cerebrale, la visione di quest’uomo poco portato alle emozioni e così provato dal dolore commossero il paese, che però non gli perdonò mai errori banali e catastrofici come quella volta che, credendosi fuorionda, definì ‘bigotta’ una signora, peraltro sostenitrice del Labour, che lo aveva bombardato di domande sull’invasione degli immigrati dell’Est Europa. Una carriera solida, fatta di alti e bassi, che Brown ha deciso di interrompere su una nota positiva, ossia l’aver contribuito in maniera a detta di molti fondamentale alla decisione degli scozzesi di non separarsi dal resto del paese, andando a correggere con la sua voce autorevole le esitazioni di Miliband, uno che di rivalità fraterne ne sa qualcosa, non essendosi ancora liberato dal ricordo del fratello David.

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“Una figura torreggiante”, lo ha definito il leader del Labour, a cui proprio ieri una ricerca universitaria consigliava di fare pace con il dinamismo riformista del ‘New Labour’ per riuscire a portare a casa un’elezione per ora molto in bilico. In uno scenario politico i cui protagonisti cambiano e rinunciano alle ambizioni di leadership per andare a ricoprire ruoli nuovi, il sessantaquattrenne Brown non è il primo politico dell’era blairiana a decidere di non ricandidarsi: Alistair Darling, David Blunkett, Jack Straw, Tessa Jowell, Peter Hain, Hazel Blears e Frank Dobson hanno fatto lo stesso. D’altra parte il suo ultimo mandato come MP di Kirkcaldy e Cowdenbeath non lo ha visto presente come al solito nei corridoi di Westminster, austeri e solidi, un po’ come lui.

Le lacrime della Iron Lady, donna spaventosa ma tanto emotiva (da ‘Il Foglio’ dell’11 aprile 2013)

La gente in piazza che brinda per la sua morte non avrebbe fatto a Margaret Thatcher né caldo né troppo freddo. Al limite si sarebbe abbandonata a un pianto dei suoi e avrebbe analizzato i fatti attraverso la lente della più impietosa delle autocritiche, concludendo di aver fatto il suo dovere nella vita e mettendosi, alla fine, il cuore in pace. Charles Moore, uno dei giornalisti conservatori più famosi del Regno Unito che da 16 anni si occupa di scrivere una biografia in due tomi dell’ex primo ministro, vede così la donna che il Regno Unito sta piangendo, o vituperando, in questi giorni. Il 23 aprile, sei giorni dopo il funerale non-di-stato-ma-quasi di mercoledì, uscirà il primo volume del suo lavoro, che racconta la vita di Margaret Hilda Roberts dalla nascita alle guerra nelle Falklands, nel 1982, intitolato “Not for turning”. Il libro vuole essere definitivo e punta ad aprire una nuova fase della storiografia thatcheriana – basta con i giudizi viscerali, è tempo di analizzare i fatti.

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L’idea nasce dai consiglieri della Thatcher che, cinque anni dopo l’uscita di scena, le suggerirono di scegliere un giornalista al quale far scrivere le sue memorie e far spulciare documenti riservati archivi. Così è arrivato Moore, ex direttore dello Spectator e del Daily Telegraph, etoniano, conservatore, fan della Thatcher, certo, ma anche irriverente e critico sugli eccessi della finanza, ad esempio. “Mi chiese lei di essere il suo biografo – dice Moore al Foglio, in un’intervista rara, visto che ieri s’è lamentato sul Guardian: non scocciatemi, non parlo prima della pubblicazione – Di avere accesso ai suoi documenti personali”, come la corrispondenza con la sorella maggiore Muriel, morta nel 2004, “e io ho voluto fare un lavoro completo e comprensivo”. Moore non voleva finire come William Manchester con Winston Churchill, morto prima di snocciolare l’ultimo volume della corposa trilogia. “Ho cercato di raccontare ogni aspetto della sua vita”, anche le cose di cui Margaret odiava parlare e soprattutto leggere. Una tortura, per lei, tutta la sua vita privata in mostra, “ma le ho chiesto tanto, e ho scavato tanto”, spiega il biografo, con l’entusiasmo di chi sa di avere materiale molto interessante.

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“La Thatcher ha voluto che la sua biografia fosse pubblicata dopo la morte per non essere accusata di aver controllato i contenuti, tanto che non era autorizzata a leggerla”, prosegue Moore, precisando che no, Maggie non aveva la sensazione di essere stata fraintesa e non voleva che il libro fosse scritto per riabilitarla. “Non voleva addolcire la sua immagine, anche perché se sei un famoso primo ministro britannico lo sai che ci saranno un sacco di libri su di te, e puoi o ostacolarli oppure fornire del materiale, e lei ha scelto la seconda opzione”. Nessun controllo, nessun intento agiografico e nessuna censura sulle parti molto critiche – e ce ne sono, garantisce l’autore.

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Ma uno che ci passa una vita, sulla Iron Lady, cosa trova che gli altri non sanno? “La gente in generale non coglie un paio di cose”. Tipo? “Spaventosa, va detto, lo era, ma era anche una persona molto gentile con chi le stava accanto, aveva cuore e, soprattutto, aveva un’idea molto romantica della nazione e delle sue convinzioni. Una persona dai sentimenti forti, con la lacrima facile, ma sapeva che era importante essere fredda”. Thatcher emotiva, cos’altro? “La maggior parte della gente sbaglia l’analisi quando riporta la sua frase ‘la società non esiste’ – tutti si perdono la seconda parte: che ci sono gli individui e le persone, certo, ma anche che ‘la gente ha in mente troppo i diritti, senza gli obblighi, ma non c’è nessun diritto senza che prima ci sia un dovere”. Insomma, osserva il biografo, “hanno torto a pensare che fosse un’individualista libertaria atomistica”, aveva un’idea chiara “dell’ordine sociale, della legge, dell’individualità nella responsabilità sociale”.

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Non parla con i toni dell’innamorato, Moore, ma più come chi ha scalato una montagna e ne è fiero. “Anche prima della malattia, la sua memoria era inaccurata, era una persona così impegnata che si ricordava le emozioni, magari i dati, ma raramente l’ordine dei fatti. Non che non fosse attendibile, ma le cose andavano sempre riviste con i suoi assistenti e i politici dell’epoca”. Ma quant’era egocentrica, Maggie Thatcher? “Tanto, come tutti i potenti di quel calibro, però era anche interessata agli altri e soprattutto era molto critica con se stessa. Aveva un forte senso della missione, dell’obiettivo. C’erano vari aspetti straordinari in lei: energia prodigiosa, una capacità di lavoro e di concentrazione fuori dal comune e, a differenza di altri politici, assoluta mancanza di compiacimento”. Tanti altri politici si amano, si ammirano per le loro decisioni senza andare a vedere dove portano, mentre lei era “estremamente interessata ai risultati” e ha continuato “sempre a parlare un linguaggio non politico, da persona semplice”.

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Lo scopo della nuova biografia di “un personaggio così controverso” è di “cambiarne la narrazione”, inziare ad analizzare i fatti per quello che sono stati, visto che con Maggie tutti hanno fatto la stessa cosa: con lei o contro di lei. E poi renderla nella sua dimensione di donna. Come donna? “Sì, è stata sempre interamente donna, ha confuso gli uomini e ha sempre creduto nella superiorità delle donne”. Come individui, s’intende.